“La proposta educativa di don Giussani: nessuno può salvarsi da sé”

Il cardinale Scola ha presieduto la celebrazione eucaristica nel settimo anniversario della scomparsa e nel 30° del riconoscimento pontificio di Cl. La Fraternità di Cl ha chiesto formalmente l’avvio della causa di beatificazione

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Partirono per chiedere conto a Dio di tutto

Propongo una pagina struggente tratta da un  racconto di Lagherkvist che ho letto nel ’92 e da poco ho riletto.

Siamo nel regno dei morti. Tutti sono seduti e immobili e a turno ognuno ricorda nel silenzio più o meno interessato degli altri, qualche episodio della sua vita terrena. E’ così da secoli, da millenni. E vediamo i vari tipi di uomini che parlano della propria avventura umana con voce quasi atona. Ma il loro stare immobili nell’oscurità in attesa che l’eternità trascorra, se in un primo momento incuriosisce, poi diventa quasi insopportabile per il lettore. Fino a che:

Ma ecco in mezzo a loro si alzò un uomo.
Per tutta l’eternità anteriore non era mai accaduto che qualcuno si alzasse,
che qualcun si modificasse, diventasse diverso. Lo guardavano meravigliati. Il viso era acceso di passione, come bruciato dal fuoco, gli occhi fiammeggiavano nell’oscurità. E l’uomo non parlò come gli altri, parlò con violenza; le parole si susseguirono impetuose:

“Che cos’è l averità? Diteci, che cos’è la verità?
questa vita che noi viviamo, è soltanto confusione, soltanto ricchezza illimitata. E’ troppo. E’ un troppo, che noi non possiamo capire: riusciamo soltanto a vedere  la piccola parte nostra che è minuscola. D’altro canto ciò che è grande è troppo grande. Lottiamo e lottiamo, ognuno per conto suo, cerchiamo e cerchiamo, ma ognuno non trova che se stesso. Sediamo solitari in uno spazio senza fine, e la nostra solitudine chiama nel buio. Non possiamo essere salvati, siamo troppi. E non troviamo una strada che tutti si possa seguire.
La vita è dunque sempre uno solo di noi? Non è mai noi tutti, non è mai qualcosa di così certo da permetterci di appoggiare la testa ad essa ed essere felici? Non è mai unica e identica? Non è mai semplice come una vecchia madre che ogni giorno dice le stesse parole al suo bimbo, sentendo di volta in volta sempre più forte il suo amore? Non è mai una casa, dove noi tutti ci si possa riunire formando un’unica famiglia? E’ forse così grande che noi mai riusciremo a concepirla? Mai, in tutta l’eternità! Soltanto meditare, meditare ognuno a suo modo, vedere che tutto è inghiottito da un buio dove non intravediamo niente.
Io non posso sopportare che la vita sia così grande! io non posso sopportare che sia sterminata. Non posso sopportare la mia solitudine in uno spazio che non ha fine.
Voglio cercare dio, ciò che è sempre vero.
Andiamo in cerca di dio, chiediamogli conto del fatto che la vita è così disorientante. Raduniamoci tutti, e partiamo: cerchiamo dio, per ottenere finalmente una certezza”

Lo ascoltavano intenti. Aveva parlato in modo da affascinarli. Aveva toccato in loro qualcosa che ognuno sapeva di possedere, nascosto al fondo dell’essere, e che doleva a un contatto.
Prima non avevano sentito in modo così profondo l’infelicità della vita, alcuni non l’avevano sentita affatto. Ora finalmente si destavano alla coscienza di tutto. Ora tutti capivano quale disperato groviglio fosse la vita, e come essa fosse così immensa da non concedere pace ad alcuno, non al più felice, non al più ricco: la vita per l’uomo era senza basi, senza un terreno saldo, senza verità. Ora capivano come fosse avvilente vivere come vivevano, senza sapere, senza realmente credere. Capivano a quale disperata solitudine fosse condannato ognuno, in mezzo all’impenetrabile oscurità. E capivano che a ciò bisognava metter fine, che dovevano partire in cerca di qualcosa d’altro, di qualcosa che valesse per tutti (…)

Senonché alcuni pensavano: esiste dunque realmente un dio? Uno disse: “Se anche esiste un dio, io ho la sensazione che non ne esiste uno per me”. Un altro dichiarò: “Anch’io ho la sensazione che per me non esista alcun dio”. Colui che aveva parlato con fervore rispose: “Un unico uomo non può desiderare di avere un dio; ma per noi milioni bisogna che un dio esista”. A queste parole tutti credettero e si alzarono per seguirlo, per chiedere a dio conto della vita incomprensibile.
(…)
Sentivano che, in tutta la confusione e la molteplicità della vita, qualcosa li teneva finalmente uniti:la loro infelicità, la loro abissale miseria. Sentivano la profondità della loro disperazione, e sentivano che essa li univa, e se ne inebriavano. La percepivano come una forza possente, la forza dell’essere umano, che erompeva dalla loro anima in tumulto, e questa sensazione li inebriava. I felici si domandavano come avesere potuto essere felici. Gli infelici rimpiangevano di non esser stati ancora più infelici.

Guidati dall’oratore appassionato, partirono per chiedere a dio conto di tutto.

 P. Lagerkvist; Il sorriso eterno, Iperborea. (Pagg.65   e ss.)

La pretesa cristiana

Rilancio molto volentieri la bellissima notizia con le parole del mio amico Berlicche:

Ciò che rimane

by Berlicche

Come forse saprete già, è iniziato il processo di beatificazione di Don Luigi Giussani, il fondatore di Comunione e Liberazione.
Non dubito affatto che andrà a buon fine. Il “Gius” è uno della dozzina o più di santi che per mia fortuna ho incontrato personalmente. Era evidente cosa lo muoveva.

Proprio all’inizio del suo libro “All’origine della pretesa cristiana” Giussani – sulla scorta di Julien Ries e Rudolph Otto – osserva* come dal sacro, cioè dalla percezione del “totalmente altro”, nasca la scoperta del santo, cioè di come l’adesione a quel sacro faccia apparire tutto il resto senza valore.
Ecco: il santo è chi sa guardare oltre la cortina grigia del reale e ci indica come tutte le cose possano trasformarsi, come tutto possa splendere di luce, soprattutto la nostra vita.
E ce lo indica perché è evidente in lui.

“Evidente”: qui bisogna intendersi. Una caratteristica dei santi è di essere stati spessissimo incompresi e perseguitati, lo accennavo qualche tempo fa. Padre Pio, Josè Maria Escrivà, don Bosco, per citare solo i primi che mi vengono alla mente, sono stati lungamente “trattati male” dai loro superiori. Giussani è stato allontanato da quanto aveva fondato, mandato a studiare all’estero, e non parliamo di quanto accaduto al suo movimento.
Sono giunto alla conclusione che questa sia proprio una caratteristica della santità. Riceve colpi da due parti. Da un lato da chi al sacro si oppone, lo combatte, cioè quel male che è reale e la cui più grande forza è farsi sottovalutare. E dall’altro lato da chi anche in buona fede non riesce a comprendere che il santo è altro da quello che ci si aspetta, ed è proprio per questo che è santo. Il vero male spesso usa l’insopprimibile piccineria umana per cercare di spegnere ciò che è grande, usando le armi dell’abitudine, del conformismo, della gelosia.

Il santo, il vero santo, però rimane fedele. Nella Bibbia c’è la frase “li ha saggiati come oro nel crogiuolo “; e ancora, “Il crogiolo è per l’argento e la fornace per l’oro, ma chi prova i cuori è il Signore”. Chi persevera nonostante le prove alla fine emerge come metallo purissimo, che tutti realmente possono apprezzare. Perde per strada tutte le impurità, perché solo l’essenziale resta.
E mi viene in mente che può valere anche il viceversa: cioè che solo dove c’è la Grazia che costruisce alla fine l’edificio resta in piedi.
Dov’è solo progetto umano, solamente orgoglio, le fondamenta sono deboli e crollano. E niente rimane.

Ciò che rimane è ciò che vale.

*Osserva Julien Ries: «Con la sua celebre analisi delle modalità dell’esperienza religiosa Rudolf Otto, teologo e storico delle religioni, mette in luce le tappe e il contenuto di quest’esperienza: sentimento di creatura in presenza del mysterium tremendum e fascinans espresso dalle parole qadosh, hàgios, sacer. In questo approccio, l’uomo coglie una prima faccia del sacro, il numinoso, l’essenza numinosa, l’anyad eva, il “tutt’altro”. Questa prima scoperta sfocia su una seconda, vale a dire la scoperta del sanctum, il valore numinoso, seconda faccia del sacro, in presenza della quale il profano appare come un non-valore e il peccato come un anti-valore. Qui ha origine
la religione, che è essenzialmente rapporto dell’uomo con il sacro, scoperto come numinoso e come valore numinoso»
(J. Ries, il sacro nella storia religiosa dell’umanità, Jaca Book, Milano 1995, p. 80)
(“All’origine della pretesa cristiana”, Rizzoli, pg 13).

L’uomo? Un nulla. Che però è “coronato di gloria e di onore”

Lunedì 27 febbraio, sarà a Cagliari per un incontro di lavoro inerente un progetto di ricerca tra l’Osservatorio Astronomico (radio telescopio) e l’Università degli Studi di Milano (progetto Plank), MARCO BERSANELLI Prof. ordinario di astronomia e astrofisica -Università di Milano.

Potremo incontrarlo il pomeriggio alle 18,30 per sentire la testimonianza sul suo lavoro affascinante. Un saggio possiamo leggerlo in questo articolo di Tracce:

Il più grande spettacolo dopo il Big Bang

Marco Bersanelli

Non solo i “cieli”, ma tutto parla del Creatore, il bagliore primordiale come le montagne. L’uomo? Un nulla. Che però è «coronato di gloria e di onore». Un astrofisico che per mestiere va in cerca dell’origine dell’universo interviene al Pontificio Consiglio per i Laici sul tema: «Chi è Dio?». Raccontando di sé, del suo lavoro e di quei grani di polvere sul tavolo…

La domanda “Chi è Dio per te?” chiama in causa tutta la vita: la famiglia, le amicizie, i desideri, gli interessi, il lavoro. E, come mi è stato chiesto, è proprio a partire dall’esperienza del mio lavoro quotidiano che proverò a rispondere a questa domanda.
Il mio lavoro è un po’ particolare. Mi occupo di ricerca scientifica nel campo della cosmologia, la scienza che studia la struttura e l’evoluzione dell’universo nel suo insieme. Da molti anni, con molti colleghi e amici sparsi un po’ in tutto il mondo, stiamo studiando “la prima luce dell’universo”: si tratta della luce primordiale rilasciata nei momenti iniziali dell’espansione cosmica, prima della formazione delle galassie, delle stelle, dei pianeti, e degli stessi atomi che costituiscono il nostro corpo. Da quasi 20 anni sono impegnato nel più ambizioso progetto in questo settore, il satellite Planck dell’Agenzia Spaziale Europea, lanciato nello spazio il 14 maggio 2009, e che si trova in un’orbita a un milione e mezzo di chilometri dalla Terra. Grazie a strumenti ad altissima sensibilità, raffreddati a temperature vicine allo zero assoluto, Planck osserva questo debole bagliore proveniente dai confini dello spazio-tempo, che giunge a noi dopo un viaggio di quasi 14 miliardi di anni, e ci permette di ricostruire un’immagine dell’universo appena nato con un dettaglio senza precedenti.
La vastità dell’universo, che la scienza contemporanea mette davanti ai nostri occhi, ci lascia sbalorditi: miliardi di galassie, ciascuna composta da centinaia di miliardi di stelle, distribuite in uno spazio la cui profondità si misura in miliardi di anni luce (e ogni anno luce è circa diecimila miliardi di chilometri!). Ma da molto prima dell’avvento della cosmologia moderna, l’uomo ha vissuto con grande intensità il rapporto con l’universo.

Fascino misterioso. Tutte le civiltà antiche sono state profondamente segnate dal fascino misterioso del cielo, e hanno avvertito nella volta stellata la vertigine, l’immensità, la bellezza del creato. Anche la nostra tradizione biblica è ricchissima di simboli e riferimenti astronomici: “i cieli” sono spesso chiamati in causa quando si parla di Dio. Così oggi, davanti agli spazi sconfinati della cosmologia moderna, oggetto del mio lavoro quotidiano di ricerca, non posso non chiedermi: chi è Dio, in questo universo immenso? E chi è l’uomo? Come la nostra tradizione giudaico-cristiana ci introduce e illumina queste domande? L’antico popolo ebraico, scrutando la volta celeste a occhio nudo, si rese conto molto bene della sproporzione che sussiste tra la natura umana e l’immensità del cosmo. Le parole del Salmo 8 sono ancora oggi – a mio parere – insuperabili nel dar voce a questa sproporzione, anche secondo la sensibilità che nasce dalla nostra visione attuale dell’universo:
«Se guardo il tuo cielo, opera delle tue dita, la luna e le stelle che tu hai fissate, che cosa è l’uomo perché te ne ricordi e il figlio dell’uomo perché te ne curi?» (Sal 8,4-5)
Che cos’è l’uomo, chi siamo noi in questa “smisurata stanza” della creazione? Grani di polvere. L’uomo è “quasi nulla” nell’immensità del cosmo. La scienza moderna, ben lungi dal ridimensionare questa sproporzione, la amplifica a dismisura. Ma il Salmo 8 mette subito in luce l’altro versante del paradosso della condizione umana:
«Eppure l’hai fatto poco meno degli angeli, di gloria e di onore lo hai coronato» (Sal 8,6)
L’uomo è una particella infinitesima nell’universo, eppure ogni essere umano, l’io di ciascuno di noi, è un punto vertiginoso nel quale l’universo diventa cosciente di sé. È impressionante pensare alla piccolezza dell’uomo, e al tempo stesso alla grandezza della sua natura, commensurabile solo con l’infinito. L’uomo è l’autocoscienza del cosmo.
Mi colpiscono quei passi dell’Antico Testamento nei quali la vastità del cielo è usata come immagine della grandezza di Dio, come segno della sproporzione tra Dio e l’uomo, come emblema della Sua misericordia infinita:
«Quanto il cielo sovrasta la terra,
tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri» (Is 55,9)

L’enormità delle dimensioni cosmiche che oggi la scienza ha messo in luce approfondisce ancor più la forza di questo paragone. Ma per quanto meraviglioso, nell’Antico Testamento l’universo è sempre indicato come un “segno”, una “immagine”, una “analogia” del suo Creatore. C’è una distinzione fondamentale tra la creazione (l’universo) e il Creatore (Dio). Le cose, infatti, non si fanno da sé.

Questione di equilibrio? Ricordo che una volta, molti anni fa, mi trovavo in una situazione difficile. Ero appena tornato in Italia dopo alcuni anni trascorsi negli Stati Uniti e avevo iniziato insieme ad altri quel progetto che poi sarebbe diventato Planck. Il lavoro era intensissimo, dovevo spesso viaggiare, stare lontano da casa anche per lunghi periodi. Avevamo un figlio piccolo, nato in America, e appena ritornati in Italia era nata la nostra seconda figlia. Nel frattempo avevo anche iniziato a insegnare in università. Insomma, mi sembrava di non riuscire a rispondere a tutto quello che la vita mi chiedeva. Un giorno ebbi la fortuna di incontrare don Giussani, al quale raccontai questa situazione e gli chiesi un consiglio su come trovare un equilibrio, un giusto compromesso, tra la mia responsabilità in famiglia, l’impegno nella ricerca, l’insegnamento, eccetera. Dopo qualche secondo di silenzio lui mi guardò, e mi rispose: «No, non è un problema di equilibrio. Quello di cui devi renderti conto è che quando hai a che fare con i tuoi figli e con tua moglie, e quando hai a che fare con il tuo lavoro e le tue ricerche, con i tuoi studenti, con i tuoi amici, hai a che fare con Cristo». Poi prese di tasca un fazzoletto, lo passò sul tavolo e me lo mostrò dicendo: «Vedi questi grani di polvere? Anche questi grani di polvere, ultimamente, vengono da Lui».
Quel dialogo mi colpì a fondo. Non ha magicamente risolto i miei problemi (anzi… negli anni la complessità della vita è aumentata!), ma ha introdotto uno sguardo nuovo sulle cose, uno sguardo che pian piano si è fatto largo in me. «Tutto, ultimamente, viene da Lui». La realtà non si fa da sé, ogni cosa è data, è creata, ora. Cogliere questo fa la differenza. C’è un punto nel quale la natura della realtà come “data”, “creata”, è più facilmente accessibile alla nostra ragione, diventa un’esperienza sensibile per ognuno di noi: l’esserci del mio io in questo istante. Per usare ancora le parole di don Giussani: «In questo momento io, se sono attento, cioè se sono maturo, non posso negare che l’evidenza più grande e profonda che percepisco è che io non mi faccio da me, non sto facendomi da me. Non mi do l’essere, non mi do la realtà che sono, sono “dato”… Io sono Tu che mi fai» (Il senso religioso, Rizzoli, p. 146).

La sorpresa del reale. Questa è la nostra condizione, ed è la stessa condizione in cui si trovano tutte le cose intorno a noi: i grani di polvere, le stelle del cielo, ogni galassia e ogni particella dell’universo, il tempo e lo spazio, ogni creatura se potesse pensare, dovrebbe dire: «Io sono Tu che mi fai». Ultimamente ogni cosa ha radice nel mistero che la chiama all’essere in ogni istante. È di qui che nasce in noi la sorpresa per la presenza del reale, senza della quale tutto sarebbe scontato, tutto si fermerebbe alla pura apparenza, tutto si svuoterebbe di senso:
«Davvero stolti per natura tutti gli uomini che vivevano nell’ignoranza di Dio, e dai beni visibili non riconobbero colui che è, non riconobbero l’artefice, pur considerandone le opere. Ma o il fuoco o il vento o l’aria sottile o la volta stellata o l’acqua impetuosa o i luminari del cielo considerarono come dèi, reggitori del mondo. Se, stupiti per la loro bellezza, li hanno presi per dèi, pensino quanto è superiore il loro Signore, perché li ha creati lo stesso autore della bellezza» (Sap 13,1-5)
Uno degli aspetti più affascinanti che emergono dall’astrofisica attuale è l’evidenza che la vita, e la nostra esistenza, richiedono il concorso dell’intera storia dell’universo per poter sussistere. Già gli antichi sapevano che la vita umana dipende dal sole e dalla pioggia, dalla fertilità della terra, dal giorno e dalla notte, dall’avvicendarsi delle stagioni. Oggi sappiamo che la vita dipende anche dai cicli stellari, dalle esplosioni di supernovae, dal ritmo dell’espansione cosmica, dal contrasto di densità nell’universo primordiale, dalla struttura delle leggi fisiche, dal valore delle costanti fondamentali. Senza tutte queste cose (e molte altre), senza una storia cosmica di 14 miliardi di anni, non ci sarebbe la vita. Più conosciamo l’universo e più ci accorgiamo che ogni suo aspetto sembra concorrere alla possibilità di ospitare la nostra esistenza.
Nell’Antico Testamento si trovano riferimenti sublimi all’universo (non solo alla Terra) come il luogo che accoglie la vita, l’ambiente creato per rendere possibile la nostra esistenza.
«Egli stende il cielo come un velo, lo spiega come una tenda ove abitare» (Is 40,22)
L’universo intero è il grembo della vita, fino al miracolo dell’unicità della creatura umana. Dio chiama per nome ogni uomo, unico e irripetibile, e ha dato forma alla figura personale di ciascuno di noi dalle profondità della storia del cosmo, nel segreto delle sue viscere, fino alla fisicità del ventre di nostra madre.
«Non ti erano nascoste le mie ossa quando venivo formato nel segreto, intessuto nelle profondità della terra» (Sal 138,15)
Ho cercato di dire come, nella mia esperienza, il rapporto con Dio allieta la percezione dell’oggetto del mio lavoro quotidiano, che è lo studio dell’universo. Ma a dire il vero, nella mia vita, la familiarità con Dio non è anzitutto il frutto della ricerca scientifica, che pure tanto mi appassiona. È piuttosto il frutto di un incontro umano che ho fatto, e che continuo a sperimentare nel presente. “Dio” sarebbe per me una parola astratta se non Lo avessi incontrato in Gesù, attraverso l’incontro con testimoni credibili, affidabili, affascinanti, nella Chiesa. Senza l’avvenimento di questa umanità cambiata, che continuamente mi sorprende e mi corregge, che ne sarebbe del mio sguardo all’universo? Sarebbe forse più cinico, più smarrito, più presuntuoso… E che ne sarebbe del mio rapporto con i colleghi, con i collaboratori, con i miei studenti? Perché ogni lavoro, anche il mio, è fatto soprattutto del rapporto con le persone con cui si lavora. E questo non è tutto. Che ne sarebbe del bene che voglio a mia moglie e ai miei figli, agli amici? Che ne sarebbe di me?

Il Mistero e noi. È commovente pensare che il Mistero eterno che trae dal nulla l’universo in ogni istante si è interessato a noi fino a diventare compagnia umana alla nostra vita. E in questa prospettiva cosmica, che impressione sentirsi dire da Gesù, Re dell’universo: «Anche i capelli del vostro capo sono tutti contati» (Lc 12,1-7). Che tenerezza infinita, che vertigine. È questo il carattere di Dio, il vero abisso: la cura che Egli ha per ciascuno di noi. «Per noi Dio non è un’ipotesi distante», ha scritto Benedetto XVI ai seminaristi il 18 ottobre 2010, «non è uno sconosciuto che si è ritirato dopo il Big Bang. Dio si è mostrato in Gesù Cristo. Nel volto di Gesù Cristo vediamo il volto di Dio, nelle sue parole sentiamo Dio stesso parlare con noi».
Intervento alla XXV Assemblea Plenaria del Pontificio Consiglio per i Laici su “La questione di Dio oggi”. Roma, 25 novembre 2011

“quella baldanza ingenua che ci caratterizza”

Saluto al Santo Padre Benedetto XVI di don Julián Carrón ( 24 marzo 2007) 
 
Abbiamo ancora vivissima nella memoria l’ultima volta che La abbiamo incontrata in occasione del funerale di don Giussani. La sua commovente disponibilità a venire a celebrarlo e le parole piene d’affezione e di comprensione profonda di lui, non potremo mai dimenticarle. Quante volte, da allora, ci siamo sorpresi a parlare di don Giussani con le parole che Lei ci ha rivolto quel giorno per descriverne la personalità: un uomo ferito dalla bellezza, che non guidava a sé, ma a Cristo, e così guadagnava i cuori!
È da lui, dalla sua testimonianza instancabile, che noi abbiamo imparato quello che Lei non si stanca di ripetere a tutti da quando è salito al Soglio Pontificio: la bellezza del cristianesimo. amic. Questa bellezza del cristianesimo noi l’abbiamo scoperta senza tralasciare niente di quello che è autenticamente umano. Anzi, per noi vivere la fede in Cristo coincide con l’esaltazione dell’umano. Tutto il tentativo educativo di don Giussani è stato mostrare la corrispondenza di Cristo con tutte le autentiche esigenze umane. Egli era convinto che solo una proposta rivolta alla ragione e alla libertà, e verificata nell’esperienza, fosse in grado di interessare l’uomo, perché l’unica in grado di fare percepire la sua verità, cioè la sua convenienza umana. Così ci ha mostrato come è possibile vivere la fede da uomini, nel pieno uso della ragione, della libertà e dell’affezione. Noi vogliamo seguire le sue orme.
Davanti a tanta grazia è impossibile non sentire i brividi per tutta la nostra sproporzione. Per questo siamo ritornati spesso, particolarmente in questi giorni di preparazione all’incontro con Lei, alle parole che don Giussani ci rivolse nel 1984 per il trentennale della nascita del movimento:
«Man mano che maturiamo, siamo a noi stessi spettacolo e, Dio lo voglia, anche agli altri. Spettacolo, cioè, di limite e di tradimento e perciò di umiliazione, e nello stesso tempo di sicurezza inesauribile nella grazia che ci viene donata e rinnovata ogni mattino. Da qui viene quella baldanza ingenua che ci caratterizza, per la quale ogni giorno della nostra vita è concepito come un’offerta a Dio, perché la Chiesa esista dentro i nostri corpi e le nostre anime, attraverso la materialità della nostra esistenza».
Consapevoli del nostro niente, domandiamo ogni giorno di poter dire di “sì” alla grazia che ci viene donata perché possiamo testimoniarla senza pretese, ma senza paura, a tutti i nostri fratelli uomini. Siamo certi che, in questo momento di confusione che il mondo sta vivendo, il cuore dell’uomo, pur ferito, resta capace di riconoscere la verità e la bellezza, se la trova sulla strada della vita. Noi desideriamo vivere la novità che ci è capitata in tutte le situazioni e ambienti dove si svolge la nostra esistenza, confidando di poter testimoniare nella nostra piccolezza tutta la bellezza che ha invaso la nostra vita, in modo tale che possa essere incontrata.
Speriamo così che si compia in noi quello che è stato da sempre il metodo di Dio per diventare compagno di cammino per ogni uomo: dare la grazia a uno, perché attraverso di lui possa arrivare a tutti. Come l’ha data a don Giussani perché arrivasse a noi, così è stata data a noi perché arrivi ad altri. È questo che può rendere possibile quell’incontro in cui ha origine la fede cristiana, come Lei, Santità, ci ha ricordato nella sua enciclica Deus caritas est: «All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva» (n.1).

“L’esperienza del Sacro”

L’intervista di Tracce a Julien Ries novantaduenne neocardinale:

Ha trascorso la vita a mostrare come l’uomo, prima che habilis ed erectus, è innanzitutto religiosus. Erede di Mircea Eliade, Julien Ries a novantadue anni riceve la porpora cardinalizia: «Inizia una nuova avventura nella mia vita»

«È stata una delle più grandi sorprese della mia vita». Julien Ries non si aspettava a novantadue anni di ricevere la berretta color porpora. Di onori ne aveva ricevuti molti. Ma mai come questo. «Era la vigilia dell’Epifania. Il Nunzio apostolico è venuto da me e mi ha dato la notizia: il Santo Padre mi chiedeva di accettare di diventare cardinale della Santa Chiesa. Ho dovuto rifletterci un po’, perché è un impegno molto importante. Poi ho accettato. Così è cominciata questa nuova avventura nella mia vita». Una vita iniziata ad Arlon, piccolo paese della Vallonia, in Belgio, nella diocesi di Namur. Le porte del seminario gli si aprono che è ancora un ragazzino: «Ho scoperto la vocazione a 12 anni. Ho sentito una chiamata. Ne ho parlato con il prete della mia parrocchia. Lui lo ha riferito ai miei genitori. Furono molto contenti. Poi sono stato ordinato sacerdote nel 1945». Al concistoro del 18 febbraio arriva con la fama di punto di riferimento per gli storici delle religioni. Erede di Mircea Eliade all’Università Cattolica di Lovanio e di Nuova-Lovanio, attraverso i suoi studi Ries ha sempre cercato di documentare, dal punto di vista storico e antropologico, quanto l’aspetto della religiosità sia costitutivo della natura umana. «Il senso religioso è in qualche modo innato nell’uomo», dice Ries: «Se guardiamo alla preistoria, constatiamo che già nel momento in cui comincia a prendere il suo posto sulla terra, l’uomo inizia a interessarsi alla dimensione religiosa».

Professor Ries, lei ha dedicato una vita allo studio dell’homo religiosus e all’esperienza del sacro nelle diverse religioni. Che cosa ha significato per lei?
Vedere come l’uomo religioso ha fatto l’esperienza del sacro nel corso della storia è un lavoro appassionante. Ma cosa significa esattamente “il sacro”? C’è stato bisogno di consultare i testi delle diverse religioni per capire che l’esperienza del sacro rappresentava l’uomo nella sua essenza ultima. Il sacro è per l’uomo la scoperta di una trascendenza, cioè di un essere che esiste al di là della vita che noi trascorriamo sulla terra. In altre parole: è la scoperta di Dio nelle grandi religioni. È un lavoro che mi ha richiesto molto tempo, iniziato con Mircea Eliade e che continua fino ad oggi.

Da dove nasce la sua passione per la dimensione religiosa dell’uomo moderno?
La scoperta di Cristo trasforma la nostra vita. Diventare prete ha trasformato totalmente la mia vita e mi ha portato a studiare i diversi ambiti della dottrina religiosa e della dottrina cattolica. Mi rendo sempre più conto dell’importanza che rappresenta per il mondo la predicazione della Parola o, in altri termini, di quello che chiamiamo la “nuova evangelizzazione”. È un ambito di un’importanza assoluta per la Chiesa. Fu Paolo VI che per primo lanciò questa idea. Giovanni Paolo II ha ripreso e allargato il lavoro su questa nuova evangelizzazione: ha inventato le Giornate Mondiali della Gioventù e riconosciuto e valorizzato diversi movimenti nella Chiesa. Tutto questo ci mostra fino a che punto noi dobbiamo essere testimoni di Cristo nel mondo di oggi.

Ne Il senso religioso don Giussani spiega come le domande ultime, la dimensione religiosa dell’uomo, siano risvegliate dall’impatto con la realtà. Che cosa ne pensa?
Il senso religioso è in qualche modo innato nell’uomo. Se guardiamo alla preistoria, constatiamo che già nel momento in cui comincia a prendere il suo posto sulla terra, l’uomo inizia a interessarsi alla dimensione religiosa. L’uomo è un homo religiosus. E quello che lo tocca in modo particolare sono i simboli. È attraverso i simboli che l’uomo della preistoria entra in rapporto con questa dimensione del sacro, che lo rende religiosus. Crede ad una trascendenza che gli fa toccare delle realtà che vanno al di là della nostra natura umana. Chiaramente a questo punto noi abbiamo una missione. Noi constatiamo che il cristianesimo ha ricevuto il messaggio di Gesù di Nazaret, e questo messaggio deve essere trasmesso, comunicato, dato all’umanità, ovunque i cristiani vivono e lavorano.

Quali sono le sfide più grandi che aspettano la Chiesa?
La sfida maggiore è la secolarizzazione. È iniziata da diversi secoli, ma nel nostro tempo è diventata davvero un’ideologia. Ciò significa che, anche con il concorso dei media, si ignora Dio. La società vuole essere assolutamente libera e l’uomo di oggi è invitato a fare ciò che ha voglia di fare. Qui la rivoluzione del 1968 ha giocato un ruolo fondamentale. È allora che si è formata l’idea che la religione non debba essere un affare pubblico. Quindi la religione è diventata un affare privato. Oggi è necessario che la Chiesa mostri che il messaggio cristiano interessa tutta la società, tutta l’umanità. Occorre che questo messaggio sia annunciato oggi come è stato annunciato duemila anni fa dagli apostoli di Gesù. I dodici hanno ascoltato la Parola, l’hanno trasmessa attraverso tutto il mondo mediterraneo. Oggi occorre rifare questo lavoro. È per questo che parliamo di nuova evangelizzazione, perché a questo mondo secolarizzato bisogna mostrare ciò che rappresenta veramente il messaggio di Cristo per l’uomo e per la società. Una delle grandi difficoltà è nel trovare i preti necessari a sostenere la Chiesa nel suo messaggio e nella sua proposta. La mancanza di vocazioni in Europa è dovuta alla secolarizzazione. È necessario sempre di più che anche i laici si impegnino e che i movimenti come Cl crescano.

Che cosa la colpisce di più dell’attuale pontificato?
La persona stessa del Santo Padre. Abbiamo conosciuto dei grandi papi: Paolo VI, papa del dialogo a tutti i livelli; abbiamo conosciuto Giovanni Paolo II, l’apostolo che ci ha detto: «Non abbiate paura» e che ha camminato nelle strade di tutto il mondo. Benedetto XVI segue le stesse orme. È un sovrano pontefice che vive un’intensa vita interiore e ne trasmette al mondo l’immagine. Un uomo di dottrina, un grande teologo che parla con una chiarezza eccezionale. E che comunica, parla ogni settimana, incontra i giovani… E prende delle iniziative molto importanti. Cerca di fare della Chiesa di Cristo una Chiesa “una” e “santa”. Il dialogo ecumenico è per lui molto importante e in questo ha molto successo. Allo stesso modo per il dialogo interreligioso: lo ha dimostrato in occasione dell’incontro di Assisi lo scorso anno. Il suo pensiero penetra lentamente ma con certezza nel mondo cristiano. Tutto ciò suscita una certa opposizione dei media che sentono che la Chiesa si sta risvegliando. Percepiscono che la Chiesa sta crescendo sia da un punto di vista di numeri, che dal punto di vista dell’impatto sulla società e sul mondo. E questo è dovuto in gran parte all’intervento di Benedetto XVI.

In occasione dell’assemblea plenaria del Pontificio Consiglio per i Laici, il Papa ha detto che «il contributo dei cristiani alla società è decisivo solo se l’intelligenza della fede diventa intelligenza della realtà». Come capisce questa affermazione del Papa?
Per Benedetto XVI occorre mostrare che l’uomo ha un’intelligenza che si apre alla realtà. Occorre mostrare che questa intelligenza è assolutamente necessaria per percorrere il cammino nel mondo. Questa intelligenza, questa ragione, deve appunto aprirsi a tutta la realtà. Non solo in una dimensione orizzontale, ma anche in una dimensione verticale. Per ritrovare Dio, Cristo. Per ritrovare i grandi valori che costituiscono il senso della vita. E su questo punto credo che il Papa abbia un’influenza decisiva sulla società moderna, perché parte dalla realtà così com’è. Spiega il Vangelo (ha scritto due libri su Gesù), mostra in questo modo le radici della Chiesa e chiede a tutti i cristiani di riscoprirle. E così facendo a poco a poco persuade i cristiani a vivere e a testimoniare Cristo. È proprio il Papa, in prima persona, che fa vedere cos’è la testimonianza cristiana nel mondo secolarizzato.

Un movimento come Comunione e Liberazione che novità può portare nella Chiesa di oggi?
Il movimento è nato in un contesto difficile, un contesto nel quale si erano affermati il materialismo marxista e l’idea di una libertà dove tutto è permesso. Il “tutto è permesso” è diventato il leitmotiv della nostra società. Il movimento di Cl ha testimoniato e testimonia che la libertà deve rispettare l’essere umano, ci ha mostrato come bisogna vivere questa libertà. Cl ci ha fatto vedere come bisogna vivere il messaggio di Cristo, come si può essere veramente testimoni in una società come quella di oggi. Testimoni che non disprezzano il mondo, ma che amano il mondo, che dialogano con il mondo e non hanno paura di affermare il messaggio di Cristo. È sotto i nostri occhi come il movimento è cresciuto dall’inizio della sua storia. È di certo uno dei grandi movimenti nella Chiesa, uno dei movimenti più importanti per la nuova evangelizzazione. Occorre che ogni appartenente al movimento di Cl sia un testimone autentico di Cristo nel mondo di oggi.

Come possiamo partecipare alla missione che il Papa le affida con questa nuova nomina?
Questa missione è la missione della Chiesa. Il fatto stesso di essere cristiani, di vivere l’esistenza cristiana, conferisce alla vita una nuova dimensione: alle nostre relazioni, alle nostre azioni, al mondo nel quale viviamo. Quindi tutti i battezzati hanno una missione. Col Battesimo i cristiani sono invitati a camminare sulla nuova strada che Cristo è venuto a tracciare, che gli apostoli hanno trasmesso dapprima al mondo mediterraneo e in seguito a tutto il mondo. La Chiesa è così veicolo e portatrice di Cristo nel mondo. I movimenti, come Cl e come altre comunità religiose nate dallo Spirito Santo dopo il Concilio Vaticano II, stanno dimostrando di aver compreso cosa significa questa missione. Quindi Cl è sicuramente al centro di questo compito affidatole da Cristo e dalla Chiesa. Una missione nel cuore della società che si attua attraverso la testimonianza della vita, della parola e delle opere.

 

Sorpresi dalla gratuità

Si tratta di una interessantissima e coinvolgente raccolta di conversazioni con gli amici dell’associazione “Famiglie per l’accoglienza”, che hanno scelto di vivere appieno la propria vocazione accogliendo in casa – in affido o in adozione – bambini in difficoltà temporanea o permanente, oppure ospitando anziani ed adulti in situazioni di disagio. L’autore è Padre Mauro Giuseppe Lepori, Abate dell’abbazia cistercense di Hauterive, in Svizzera e affronta con un dialogo serrato tutta la problematica connessa con l’accoglienza, di cui “le famiglie per l’accoglienza” rappresentano per così dire il paradigma.

L’accoglienza infatti non è una particolare inclinazione di alcuni, ma è la dimensione propria di ogni cristiano che si ponga alla sequela di Cristo. E così possiamo leggere le suggestive riflessioni sulla novità introdotta dal cristianesimo:

 la grande novità prodotta dal cristianesimo nel mondo umano è anzitutto uno sguardo nuovo, uno sguardo diverso sull’uomo. (…)

Forse fra un secolo, se la civiltà occidentale ci sarà ancora, si riconoscerà che la più grande rivoluzione dei tempi moderni l’ha fatta la piccola e raggrinzita Madre Teresa di Calcutta. Non tanto per quello che ha fatto e fatto fare, che, come diceva lei stessa, è una goccia nell’Oceano dell’immensa povertà del mondo, ma per lo sguardo con cui, partendo dalla contemplazione di Gesù crocifisso, ha guardato l’uomo, ogni uomo, dal lebbroso al Presidente degli stati Uniti.

Uno sguardo così innesca una reazione a catena e a diffusione geometrica di sguardi diversi che non fanno rumore, che nessun sociologo rileva, di cui quasi nessun giornale parla, ma che cambiano il mondo 

Oppure la sconvolgente e in fondo semplice spiegazione della massima paolina “Ciascuno stimi gli altri più di se stesso”:

“La misericordia di Dio è un orizzonte che è sempre più in là di ogni decadimento umano. La giustizia delimita, determina e fissa il punto, buono o malvagio, in cui uno si trova. La misericordia invece permette sempre di nuovo di guardare oltre, oltre il limite, oltre il giudizio, oltre la condanna. 

Se la stima dell’altro fosse condizionata unicamente dalla giustizia, non potremmo onorare tutti gli uomini. Anzi, non potremmo stimare nemmeno noi stessi. La misericordia apre sempre ad uno sguardo nuovo e positivo sul mondo umano, malgrado tutto”. 

Ci sono inoltre dei passaggi preziosi che rivelano il cuore dell’accoglienza:

E’ caratteristica dell’uomo di Dio di non accumulare pesi su di sé ad ogni persona che vede  e che incontra. Il santo ad ogni incontro desidera ed accoglie l’abbraccio di Colui che lo genera e gli vuole bene, e questo lo purifica, e rigenera in lui l’energia del vivere, la letizia nel vivere. 

Io, nei giorni in cui sono più distratto e dimentico del Signore, è come se ogni persona che accolgo e incontro me la caricasi sulle spalle, per cui, se vedo cinque persone, alla fine mi ritrovo con cinque persone sulla groppa, un po’ come l’asino dei musicanti di Brema… 

E’ la fatica di Marta. “Che bello, viene Gesù”. Ma poi, dietro a Gesù, arriva Pietro, Giacomo, Giovanni, fino a Giuda,  e poi magari anche le donne che Lo seguono, qualche miracolato che non lo molla più, qualche fariseo che Lo tampina per incastrarlo. Per cui, il sorriso iniziale nell’accogliere Gesù, a mano a mano che la gente entra in casa, diventa smorfia, lamento, rabbia, così che, alla fine, Marta perde le staffe anche col Signore. 

Il problema della nostra vita è che nell’accogliere l’altro (e c’è sempre un altro da accogliere (…), non ci lasciamo sempre abbracciare da Colui che ci genera e ci vuole bene. Il problema, e direi il peccato, è che noi ci teniamo lontani  a Colui che ci genera amandoci. Tutta la fatica, tutta la tristezza, tutta la rabbia e la dissipazione, tutta la sterilità (…) vengono da lì. 

Ma non c’è pagina che uno non vorrebbe sottolineare per la continua novità e freschezza con cui viene descritta  la gratuità che ci raggiunge e ci coinvolge: non resta che leggere l’intero libretto.

postato

Il Maestro e Margherita

 Da Tracce:

14/02/2012 – Il romanzo “Il Maestro e Margherita” coinvolge i lettori russi degli anni Sessanta per la sua profondità: dissacrazione e forza religiosa La copertina del libro.insieme. Allora come oggi l’interpretazione “ardita” di padre Aleksandr svela molto dell’attualità di Bulgakov

 Il Maestro di Aleksandr Men’ di Giovanna Parravicini

Il romanzo di Bulgakov sconvolse i lettori russi degli anni 60 e 70 per la dissacrazione della mitologia sovietica e la forza religiosa che possedeva, ma anche per l’«ereticità» del suo approccio al cristianesimo. Al dibattito che seguì la pubblicazione, nei circoli del samizdat, parteciparono celebri pensatori, dissidenti, scrittori cristiani tra cui Anatolij Levitin-Krasnov, Aleksandr Solženicyn e padre Aleksandr Men’.
Quest’ultimo, allora giovane e sconosciuto prete di provincia, nella sua persona e nel suo lavoro pastorale tornava a far risplendere dopo decenni di soffocamento la grandezza della ragione umana – una ragione che scorge ovunque le tracce di una Presenza in grado di colmare la sete di felicità e di infinito dell’uomo. Sarebbe stata proprio questa scoperta a renderlo affascinante agli occhi di migliaia, milioni di persone, mentre l’ideologia sovietica annunciava trionfalmente un progresso costruito sulla riduzione della persona umana. E forse per questo qualcuno ha armato la mano che gli ha tolto la vita il 9 settembre 1990. La contemporaneità di Cristo permetteva a padre Aleksandr di valorizzare tutti gli aspetti della cultura umana, di cogliere il soffio dello Spirito in ogni cosa. Ad esempio, di rileggere arditamente in chiave religiosa Il Maestro e Margherita. Perché, come asseriva con convinzione, «tutto ciò che è bello viene da Dio. L’uomo può non riconoscerlo, può ritenersi ateo, ma se crea qualcosa di bello, questo è comunque un dono di Dio, un dono di Dio offerto anonimamente… Possiamo essere certi che tutto ciò che vi è di perfetto e di splendido nella natura e nell’arte passerà nel Regno di Dio, dove la bellezza e l’armonia si affermeranno pienamente».
Nel febbraio 1971, dunque, di fronte allo sconcerto dei suoi interlocutori che vedevano nel Jeshua Ha-Nozri del romanzo un personaggio troppo lontano dal Cristo storico e ne restavano scandalizzati, padre Aleksandr individua e propone alcune chiavi interpretative che conservano grande attualità ed echeggiano, oltre alla sua fine sensibilità artistica, interrogativi cruciali e drammi dell’umanità contemporanea.
Un primo livello da lui individuato è il fondamento biblico: «Questo romanzo somiglia al Libro del Genes Il Creatore, naturalmente, è presente dappertutto. Non vi è luogo dell’Universo dove non esista la sua Presenza. Laddove Egli non c’è, c’è il non essere. Ma perché lo spirito umano si sviluppi, sono necessarie particolari “crisi”, che nella tradizione biblica chiamiamo “Il Signore ha visitato”. A ben riflettere, queste parole sono antropomorfe: assumono, cioè, una configurazione umana. Cosa significa “ha visitato”? Si tratta, naturalmente, di un’immagine. Significa che Egli ci pone di fronte a una determinata prova. La storia di Abramo e dei tre pellegrini è la storia di una Visita misteriosa. Dio è venuto a verificare in che stato si trovi il mondo, in questo caso le città di Sodoma e Gomorra. L’autore biblico non era tanto ingenuo da pensare che Dio non vedesse dall’alto ciò che stava accadendo in quell’abominevole città e ciò che facevano i sodomiti. Si tratta piuttosto di una crisi, di una prova, Dio bussa alla porta e sollecita l’uomo: proprio di qui hanno inizio tutti i racconti che hanno come soggetto una visita miracoloso. Anche Il Maestro e Margherita è un libro su una visita miracolosa. Qualcuno viene inviato da altri mondi per mettere alla prova noi, la città di Mosca. Emerge il ritratto della città, un ritratto tutt’altro che univoco, dove c’è posto per l’amore di Margherita, il dramma di Ivan Bezdomnyj, la tragedia del Maestro, l’infamia dei vari Aloisij Mogaric e così via: sono presenti, cioè, tutti i registri della vita».
A tema, dunque, il bussare divino alla porta dell’uomo e la risposta di quest’ultimo, sempre irresoluta e fragile. In questo senso, il grande protagonista del romanzo, secondo padre Aleksandr, non è Cristo bensì Pilato. E questo perché «a Bulgakov interessa innanzitutto il tema dell’uomo “che si lava le mani”: il tema immenso e tragico di tutto il XX secolo. Mai prima d’ora questa innocua occupazione aveva assunto un carattere tanto funesto e dimensioni planetarie tanto ampie. Anche il Maestro è, a modo suo, una sorta di Pilato». Ma Bulgakov non sceglie questa prospettiva innanzitutto per puntare il dito e condannare il colpevole, bensì, «identificandosi con lui», prosegue padre Men’ «cerca – se non di giustificare in qualche modo il “lavarsi le mani”, almeno di mettere in luce tutta la tragicità di questo gesto e i tormenti che dilaniano quanti lo compiono. Lo scrittore li compatisce e augura loro la pace: pace dai rimorsi di coscienza… Sarebbe stato molto peggio se si fosse messo a denunciare il “pilatismo” e a minacciare con strali celesti coloro “che si lavano le mani”. Invece Bulgakov vuol guardare queste persone fino nel profondo, come Dio solo è capace di vedere l’uomo, ed essere misericordioso nei loro confronti, come lo è Dio».
L’orrore raggiunge il suo culmine nel vuoto di un sacrificio, di un Golgota senza Dio. È questo che fa sì che la vita dei personaggi del romanzo si impregni di un terrore che è destinato inevitabilmente a crescere. Un greve terrore si insinua lentamente ovunque: in ogni anima e in ogni pagina del romanzo. Spie, delazioni, tradimenti, viltà… Ne Il Maestro e Margherita si parla dei vari stadi del terrore che l’uomo può attraversare. Ad esempio quando il Maestro racconta al poeta Ivan Bezdomnyj ciò che aveva provato quando lo avevano attaccato sulla stampa: «… gli articoli non cessavano. Dei primi ridevo. Ma più ne apparivano, più il mio stato d’animo cambiava. Il secondo stadio fu quello dello stupore. In ogni riga di quegli articoli c’era qualcosa di falso, nonostante il loro tono minaccioso. Mi sembrava che gli autori degli articoli dicessero cose diverse da quelle che avrebbero voluto dire, e che ciò li facesse infuriare. Poi ci fu il terzo stadio, quello della paura; non delle recensioni, ma di altre cose che non riguardavano né gli articoli, né il romanzo. Così, per esempio, cominciai ad avere paura del buio. Insomma, era la prima fase della malattia psichica. Mi sembrava, specialmente quando stavo per addormentarmi, che una piovra sinuosa e fredda mi afferrasse coi suoi tentacoli il cuore. E dovetti dormire con la luce accesa».
Il ricomporsi dell’unità nel romanzo, e nel cuore dell’uomo – osserva ancora padre Aleksandr – passa invece attraverso il caparbio, inesorabile riapparire della presenza divina nel cuore di questo inferno, del Golgota che la Mosca degli anni ’30, «con le torri istoriate dei monasteri e il sole infranto nei vetri», stava a simboleggiare sovranamente, agli occhi di ogni intellettuale ma anche di ogni moscovita che fosse in grado di pensare, un Golgota più reale dei tram e dei negozi in valuta per stranieri… Un Golgota su cui Dio attende l’uomo e lo restituisce a se stesso.

«Si costruisce davvero quando si costruisce per l’eternità»

Pubblichiamo l’articolo «Un’opera più importante della “mia” Sagrada», apparso sul numero 30/31 di Tempi (11 agosto 2010)

Padre Aldo Trento: Etsuro Sotoo in visita alla mia clinica

«Si costruisce davvero quando si costruisce per l’eternità». Senza questa prospettiva gli uomini trovano solo l’affanno in tutto ciò che fanno. È per questo che da alcuni anni una delle mie preoccupazioni è quella di educare non soltanto i 180 amici con cui condivido il mio lavoro quotidiano, ma anche gli operai delle imprese che lavorano all’edificazione della nuova clinica. Il progetto è stato firmato da Etsuro Sotoo, il grande maestro che sta lavorando alla Sagrada Familia di Barcellona. A lui spetta il compito di commentare, tramite un grande blocco di granito, la frase di san Paolo: «La natura stessa soffre i dolori del parto aspettando la resurrezione dei figli di Dio». È stato qui alcune settimane, e si è commosso per quello che ha visto. Della clinica ha detto: «Quest’opera sarà più importante della Sagrada Familia». Penso che l’abbia detto perchè qui verrà accolto il Cristo vivo che soffre sul suo corpo i dolori della passione, nella speranza della resurrezione. Per questo, fin dall’inizio, ho sentito l’urgenza che gli operai (più di cento) che stanno portando avanti questo lavoro percepissero il carisma che è presente nelle fondamenta e nei dettagli di tutto ciò che qui è presente. Desidero che siano partecipi di quell’abbraccio pieno di misericordia di Giussani che sta all’inizio di un’avventura che non solo ha cambiato la mia vita, ma che ha anche trasformato questo fazzoletto di terra nell’evidenza di quella che è la sostanza del paradiso. La clinica ha la forma di un grande braccio che accoglie l’uomo che arriva per prepararsi a morire, o meglio per essere accolto dall’abbraccio definitivo di Cristo. È l’abbraccio di Giussani che continua ad abbracciare me, abbracciando tutti. Gli operai, dopo una certa riluttanza iniziale, hanno aderito alla proposta educativa di costruire qualcosa che è importante anche per la vita di ciascuno di loro, e da mesi stanno facendo, tutti quanti, un percorso di crescita. Il risultato più bello è che ognuno si sente protagonista di quest’opera, e quindi del medesimo abbraccio di colui che ha cambiato la mia esistenza. Ho chiesto al responsabile, l’ingegner Sergio Franco, di riassumere il cammino educativo che stiamo portando avanti con questi uomini, perché mi sembra utile che persone che lavorano fianco a fianco possano imparare che la missione dei cristiani è annunciare Cristo.
Lavorando per l’eternità tutto diventa umano. E il lavoro trova continuità nell’opera del Creatore, che dopo sei giorni lasciò all’uomo la responsabilità di proseguire ciò che aveva iniziato.
padre Aldo Trento

Haec est domus dei. Haec est ianua coeli. Questa è la frase scritta sulla facciata principale della nuova clinica delle cure palliative che stiamo edificando. Riflette lo spirito di questa opera, che nasce come segno di gratitudine di padre Aldo nei confronti dei più bisognosi a partire dall’abbraccio che ricevette dal Mistero, attraverso Don Giussani. Ieri mattina, prima con gli operai e più tardi con i capi, riflettevo su questa frase, sul valore che ha per noi. Perché è importante guadagnare denaro, ma questo non rende la vita più piena. Ora abbiamo una grande opportunità, quella di partecipare alla realizzazione della Casa di Dio, di lavorare nella costruzione della porta del cielo. E io per primo vorrei crescere nella coscienza. È una possibilità, e per questo potremmo benissimo arrivare alla fine della costruzione senza che niente nei nostri cuori cambi. Padre Aldo però mi ha chiesto: «Sergio, devi far sì che queste pareti abbraccino il paziente, come lo fanno le persone che lavorano lì». Come? Guardandomi attorno, fissando i particolari, mi sono accorto che persino le pareti abbracciano i pazienti. Ed è necessario che chiunque vede cosa succede qui capisca quello che io vedo ogni giorno. Così sono iniziati gli incontri e le visite alla clinica con ogni operaio e abbiamo iniziato a trovare la risposta alla nostra domanda: com’è possibile, mentre si stende l’intonaco, o si imbianca, o si costruisce l’impianto elettrico, sentirsi partecipi di una grande opera? La risposta sta in tutti i dettagli che rendono grande la clinica di adesso. Ne commento alcuni. Ogni giorno ci sono nei corridoi e in ogni stanza fiori nuovi. Perché? Perché alcune persone ogni giorno cambia i fiori? Solo per un gusto estetico? Perché c’è un regolamento che lo stabilisce? No. È qualcosa di molto più grande di una semplice indicazione estetica. Le cose sono fatte come espressione di un affetto. Per lo stesso principio siamo invitati a lavorare, a mettere ogni mattone, porta, interruttore, affezionandoci al fine ultimo di ogni nostra azione. Solo così possiamo costruire una clinica che possa abbracciare i pazienti. E questo implica un altro aspetto lavorativo. Il voler fare le cose bene, non perché siamo controllati a vista, ma perché lo vogliamo. Soprattutto nei momenti in cui ci troviamo da soli. Trovarsi da soli e decidere di fare non solo bene, ma il meglio possibile, è qualcosa che uno desidera se lavora per qualcosa di più grande dell’edificio in sé. Tutti noi avevamo conosciuto e visto la clinica in funzione. Ma, dopo alcuni giorni, abbiamo iniziato a dimenticarcene. Che fare? Come aiutarci a ricordare? 

Continua:

“C’è solo la morte che valga, quando la vita è svalutata fino al ridicolo”

Mi ha sempre affascinato il personaggio di Bianca de la Force, l’eroina de “I dialoghi delle Carmelitane” di Bernanos.

L’autore, traendo spunto da “L’ultima al patibolo” di Gertrud von Le fort, ha preparato una sorta di sceneggiatura teatrale della vicenda delle martiri di Compiègne, ghigliottinate durante il Terrore della Rivoluzione francese.
Le carmelitane affrontano, con una dignità ormai dimenticata in quel periodo di totale obnubilamento della dignità umana e della misericordia cristiana, tutte le contraddizioni della privazione della libertà introdotte dal travisamento degli ideali della Rivoluzione e, in un periodo in cui la vita e la morte hanno perso il loro significato, esse testimoniano, in mezzo agli orrori, che vita e morte hanno un significato buono.

“C’è solo la morte che valga, quando la vita è svalutata fino al ridicolo” Dice a un certo punto la maestra delle novizie in risposta al commissario incaricato di perquisire il Convento; e la presuntuosa ignoranza dei guardiani della rivoluzione  li rende, più che ridicoli, grotteschi nella loro ottusità.

Il prezzo da pagare per le monache sarà il martirio. Ma solo davanti alla dignità delle carmelitane le urla sguaiate e nauseabonde della folla, imbestialita e immemore della sua umanità, piano piano taceranno fino al silenzio commosso di tutti, arrivando anche all’ultimo vecchio che assiste allo spettacolo di sangue.

Anche Blanche, giovanissima figlia di una nobile famiglia destinata alla ghigliottina, troppo fragile e timida per stare in un mondo sempre più ostile, affronterà con dignità inaspettata il supremo gesto del martirio.

Le carmelitane di Compiègne sono state canonizzate e la Chiesa le venera come sante e, in un periodo come il nostro così confuso e difficile, forse rappresentano un esempio, ai più sconosciuto, di dignità e umanità.

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