Tornare al primo amore

Da http://it.clonline.org/default.asp?id=743&id_n=20786

Omelia durante la Veglia pasquale nella Notte Santa – Testi di Francesco

19/04/2014 – Basilica Vaticana

Il Vangelo della risurrezione di Gesù Cristo incomincia con il cammino delle donne verso il sepolcro, all’alba del giorno dopo il sabato. Esse vanno alla tomba, per onorare il corpo del Signore, ma la trovano aperta e vuota. Un angelo potente dice loro: «Voi non abbiate paura!» (Mt 28,5), e ordina di andare a portare la notizia ai discepoli: «È risorto dai morti, ed ecco, vi precede in Galilea» (v. 7). Le donne corrono via subito, e lungo la strada Gesù stesso si fa loro incontro e dice: «Non temete; andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea: là mi vedranno» (v. 10). “Non abbiate paura”, “non temete”: è una voce che incoraggia ad aprire il cuore per ricevere questo annuncio. Dopo la morte del Maestro, i discepoli si erano dispersi; la loro fede si era infranta, tutto sembrava finito, crollate le certezze, spente le speranze. Ma ora, quell’annuncio delle donne, benché incredibile, giungeva come un raggio di luce nel buio. La notizia si sparge: Gesù è risorto, come aveva predetto… E anche quel comando di andare in Galilea; per due volte le donne l’avevano sentito, prima dall’angelo, poi da Gesù stesso: «Che vadano in Galilea, là mi vedranno». “Non temete” e “andate in Galilea”. La Galilea è il luogo della prima chiamata, dove tutto era iniziato! Tornare là, tornare al luogo della prima chiamata. Sulla riva del lago Gesù era passato, mentre i pescatori stavano sistemando le reti. Li aveva chiamati, e loro avevano lasciato tutto e lo avevano seguito (cfr Mt 4,18-22). Ritornare in Galilea vuol dire rileggere tutto a partire dalla croce e dalla vittoria; senza paura, “non temete”. Rileggere tutto – la predicazione, i miracoli, la nuova comunità, gli entusiasmi e le defezioni, fino al tradimento – rileggere tutto a partire dalla fine, che è un nuovo inizio, da questo supremo atto d’amore. Anche per ognuno di noi c’è una “Galilea” all’origine del cammino con Gesù. “Andare in Galilea” significa qualcosa di bello, significa per noi riscoprire il nostro Battesimo come sorgente viva, attingere energia nuova alla radice della nostra fede e della nostra esperienza cristiana. Tornare in Galilea significa anzitutto tornare lì, a quel punto incandescente in cui la Grazia di Dio mi ha toccato all’inizio del cammino. E’ da quella scintilla che posso accendere il fuoco per l’oggi, per ogni giorno, e portare calore e luce ai miei fratelli e alle mie sorelle. Da quella scintilla si accende una gioia umile, una gioia che non offende il dolore e la disperazione, una gioia buona e mite. Nella vita del cristiano, dopo il Battesimo, c’è anche un’altra “Galilea”, una “Galilea” più esistenziale: l’esperienza dell’incontro personale con Gesù Cristo, che mi ha chiamato a seguirlo e a partecipare alla sua missione. In questo senso, tornare in Galilea significa custodire nel cuore la memoria viva di questa chiamata, quando Gesù è passato sulla mia strada, mi ha guardato con misericordia, mi ha chiesto di seguirlo; tornare in Galilea significa recuperare la memoria di quel momento in cui i suoi occhi si sono incrociati con i miei, il momento in cui mi ha fatto sentire che mi amava. Oggi, in questa notte, ognuno di noi può domandarsi: qual è la mia Galilea? Si tratta di fare memoria, andare indietro col ricordo. Dov’è la mia Galilea? La ricordo? L’ho dimenticata? Cercala e la troverai! Lì ti aspetta il Signore. Sono andato per strade e sentieri che me l’hanno fatta dimenticare. Signore, aiutami: dimmi qual è la mia Galilea; sai, io voglio ritornare là per incontrarti e lasciarmi abbracciare dalla tua misericordia. Non abbiate paura, non temete, tornate in Galilea! Il Vangelo è chiaro: bisogna ritornare là, per vedere Gesù risorto, e diventare testimoni della sua risurrezione. Non è un ritorno indietro, non è una nostalgia. E’ ritornare al primo amore, per ricevere il fuoco che Gesù ha acceso nel mondo, e portarlo a tutti, sino ai confini della terra. Tornare in Galilea senza paura. «Galilea delle genti» (Mt 4,15; Is 8,23): orizzonte del Risorto, orizzonte della Chiesa; desiderio intenso di incontro… Mettiamoci in cammino!

© Copyright – Libreria Editrice Vaticana

Il dono di Pasqua

Ci muoviamo in mezzo a mille contraddizioni.

Non capiamo più dove sia il bene il male.

Eppure l’ingiustizia la sentiamo bruciare sulla pelle.

Ma cosa è giustizia? Dov’è la giustizia?

È come quando siamo a disagio e non sappiamo perché : il disagio il dolore c’è, è facilissimo riconoscerlo… ma la felicità, la piena soddisfazione? dove stanno? E se qualche volta ci siamo sentiti felici, perché  la cosa è durata così poco?

Questi pensieri mi mulinavano nel cervello ma forse a livello molto profondo perché sono emersi solo ora, dopo aver letto la sera della Veglia Pasquale la prima lettura (Gen. 1-2,2)

Mi colpiva il fatto che dopo ogni nuova creazione il buon Dio guardasse quasi stupito, come un bambino guarda i piccoli capolavori che riesce a dare, e dicesse: “È proprio una cosa buona”. Quando poi è giunto al capolavoro della Creazione, l’uomo, si è addirittura compiaciuto: “vide che era una cosa MOLTO buona”.

Ieri ho poi ricevuto dall’amica più cara una confidenza che completa la mia intuizione e che mi autorizza a citare:

 

Il dono di Pasqua

(…)

Ecco Tu stesso ti sei stupito della bontà e bellezza della tua creazione. Tu fai ogni cosa bene. Tutto nasce dalle tue adorabili mani, buono, bello e degno di stupore.

Ma poi tutto si sfalda nelle nostre mani che sanno solo ghermire e rovinare. Mentre dovremmo trattare ogni cosa come un vaso di preziosissimo, bellissimo e fragilissimo cristallo. Pensavo a tutte le idee buone e belle della nostra storia umana, a tutte le iniziative buone e belle che prendiamo…. Tutto si corrompe se affidato alle nostre persone. Perché ci stacchiamo da Te. E senza di Te nulla ha senso e tutto si deforma.

Mi chiedevo il perché di questo limite umano così drammatico: il desiderio di bene ma l’incapacità di reggere alla perfezione della bellezza originaria… c’è come una forza di gravità che ci attira verso giù e ci rende tale decadenza quasi impercepibile… No, non ce ne accorgiamo. L’intuizione originale decade lentamente e inesorabilmente.

Ecco perché hai deciso di venire tra noi e condividere la nostra umana debolezza. Solo Tu potevi ridarci il volto d’uomo che noi avevamo deturpato e continuamente deturpiamo per questa debolezza connaturata, dopo la catastrofe operata dai nostri progenitori.

Tu ci hai mostrato l’uomo: “Ecco Homo”.

L’uomo può vincere il suo limite umano e la sia drammatica fragilità a costo della Croce

La Croce…

Tutto diventa croce per essere da Te trasformato in Resurrezione.

Ma non esiste alcun atto perfetto in me se non nasce da Te.

 

Mi colpisce questa meditazione-preghiera perché se la applico alla umana convivenza così avida di giustizia e così ingiusta, se penso alla mia stessa vita, mi accorgo che raramente posso affermare di essere soddisfatta perché ho fatto una cosa veramente buona, bella, utile, vera…

Non trovo altrove una spiegazione a questo disagio connaturato co la nostra esistenza.

Buona Pasqua

Icona

 

Quello sguardo che tutto ha visto e vede, che tutto ha patito e patisce, conquisti tutti con la Pace e la Gioia della Sua Resurrezione

L’annuncio che risponde all’anelito infinito del cuore

volantone Pasqua 2014

Il vero impegno non è parziale: è con ogni aspetto della vita

Dagli appunti degli esercizi di Rimini appena conclusi:

“Essere impegnati con la vita non significa l’impegno esasperato con l’uno o l’altro dei suoi aspetti: l’impegno con la vita non è mai parziale. L’impegno con l’uno o l’altro aspetto della vita, se non è vissuto come derivazione da un globale impegno con la vita stessa, rischia di diventare una parzialità squilibrante, una fissazione o una isteria. Ricordo un detto di Chesterton: “L’errore è una verità diventata pazza”». Per questo «la condizione per poter sorprendere in noi l’esistenza e la natura di un fattore portante, decisivo come il senso religioso, è l’impegno con la vita intera, nella quale tutto va compreso: amore, [lavoro,] studio, politica, denaro, fino al cibo e al riposo, senza nulla dimenticare, né l’amicizia, né la speranza, né il perdono, né la rabbia, nè la pazienza. Infatti dentro ogni gesto sta un passo verso il nostro Destino”

Il compito che ora ci viene chiesto è il compito della conversione

 

Si sono conclusi domenica scorsa gli esercizi spirituali della Fraternità di Comunione e Liberazione cui non ho potuto partecipare. Ma ci sono alcune frasi rubate, come diamanti, da un grande giacimento di pietre preziose. Tra queste perle ve n’è una che sintetizza a mio parere tutto il compito del cristiano: la conversione. Cito a memoria: il compito che ora ci viene chiesto è il compito della conversione.

Mi rendo conto che è più facile dirlo che sperimentarlo, soprattutto se l’intero ambiente che per osmosi ci condiziona, rema in senso contrario. A meno che non capiti in un paese sperduto e poco conosciuto un giovanissimo parroco innamorato della sua vocazione, ma soprattutto innamorato di Cristo, che riesce a valorizzare a, partire dal suo cristianesimo vissuto intensamente, qualsiasi cosa buona. E riesce a rendere piacevole e gustosa anche quella che negli ultimi decenni era la cosa più pesante del Cristianesimo, la liturgia, la più pesante e la più sconosciuta. Capita così che in tre anni cambi completamente il volto di una parrocchia e capita che Maria Laura mi chieda di pubblicare questo prezioso contributo, prezioso perché parte dal cuore. Ne sono certa perché tra noi non c’è spazio per ipocrisie o finzioni: non ce n’è bisogno quando si sperimenta la gioia di essere cristiani:

Poche settimane fa la nostra comunità di Settimo San Pietro ha vissuto con partecipazione l’esperienza di fede delle Quarantore in preparazione alla Pasqua e al termine della Messa conclusiva i celebranti hanno portato in processione il Santissimo Sacramento all’interno della Chiesa, benedicendo da vicino tutti i presenti.

È stato un momento intenso, in cui abbiamo percepito visivamente che Dio si è fermato in mezzo a noi e ci ha comunicato Grazia della sua presenza.

Questo momento mi ha riportato ad una precedente celebrazione al termine del Te Deum dello scorso anno, quando don Elenio è passato in mezzo a noi col Santissimo Sacramento. In quel momento lo Spirito, che in noi agisce e prega, mi ha permesso di capire insieme il significato del Natale, che avevamo appena celebrato, del suo farsi pane per noi e della Pasqua di resurrezione: il Dio immenso, che gli uomini sentivano lontano, si fa piccolo in Corpo e Sangue e viene, passa in mezzo a noi per rivelarci la Sua essenza d’amore che si compie pienamente nel suo sacrificio sulla Croce, col dono totale della Sua Persona, e nella Pasqua che ha aperto tutti noi alla Resurrezione.

E il Sacro Pane che riceviamo nelle nostre mani al momento dell’Eucaristia non può essere un privilegio da tenere con se’, ma un dono da condividere con gli altri dando l’impronta alle nostre attività di ogni giorno che saranno così sempre guidate dalla Sua Presenza.

 

Il Suo Volto

Per ora la foto del lavoro finito. Che ora deve riposare in modo che si asciughi il colore. Il nome dell’icona è Cristo Pantocrator

 

Cristo Pantokrator

Frasi rubate dagli Esercizi di Rimini…

  Non sono potuta andare a Rimini per gli esercizi annuali della Fraternità di Comunione e Liberazione, ma mi sono giunte attraverso il web delle frasi che mi paiono importanti. Ne trascrivo due:

Il nostro compito non è chiederci cosa fare per cambiare le strutture, ma a che punto è la nostra conversione…. Comunichiamo solo attraverso la nostra letizia del nostro cuore (Carròn , Esercizi 2014)

Non basta fare, non basta vedere, occorre fare esperienza! Come mai le nostre iniziative non cementano il nostro rapporto con Lui? Come capisco chiesto facendo esperienza? Un metodo!

In realtà la seconda citazione è arrivata per prima e mi ha colpito la domanda che ci interpella sul “nostro rapporto con Lui”. Il che significa che anche per chi è di CL l’importante  non è fare una cosa o un’altra, ma se attraverso queste i iniziative, le più svariate – dalla politica alla scuola, alla famiglia – realizziamo un rapporto più profondo con Lui. Il primo appunto invece mi pare più esplicito: non ci viene chiesto di cambiare le strutture (comprese quelle politiche, ndr), ma a che to è la nostra conversione, perché riusciamo a come osare solo attraverso la letizia del nostro cuore. fratwrnità.Rimini.2014

“Avere il centuplo nella vita di tutti i giorni… questa è una cosa che mi interessa”

 

Ultimamente sto riflettendo con alcuni miei amici sull’utilità e la necessità che tutta la vita sia rapporto con l’Eterno, per la nostra gioia perché nel rapporto personale con Lui veniamo immersi nella sua stessa gioia trinitaria. In questa riflessione mi sono stati di grande aiuto gli appunti dell’ultimo collegamento video sull’argomento. Da essi copio i passaggi che più mi hanno aiutato e credo aiutino anche altri.

Da una domanda:

che differenza c’è tra il servizio come senso del dovere e il servizio come dono di sé, perché è esperienza di tutti i giorni che di fronte a tutte le richieste della giornata, dei figli, del marito, del lavoro, le mille cose da fare e da ricordare, io ho l’impeto e mi sento in dovere di rispondere a tutto e di fare le cose giuste e bene. Ma questo man mano, con la stanchezza eccetera, mi soffoca. Allora il mio senso del dovere, che come buona moglie e buona madre mi imporrebbe di rispondere a chi ho davanti, mi angoscia, poi mi fa sentire in colpa per tutta la mia inadeguatezza, il mio non aver fatto ciò che avrei dovuto e nel modo giusto. Leggendo invece questo capitolo (stiamo riflettendo sul cap. 8 di “All’origine della pretesa Cristiana”) capisco bene come Cristo è venuto a cambiare questo modo di servire il tutto, a mostrarmi la verità, il significato e la profonda convenienza umana come via e possibilità di avere il centuplo nella vita di tutti i giorni, e questa è una cosa che mi interessa. Allora vedo che c’è un consumarsi che porta alla pace e un consumarsi che porta esattamente all’opposto, all’angoscia. In che cos’è che si distingue? Io intuisco che il senso del dovere è rispondere a tutto moralisticamente, mentre il dono di sé è rispondere al tutto in un rapporto reale, concreto, con Cristo; per vorrei capirlo bene, perché per me sarebbe un delitto pensare di appiccicare l’etichetta “per Cristo” a quel che devo fare, neanche un pomeriggio reggerei!

 

Dalla risposta

…se alle provocazioni del reale che dobbiamo fronteggiare noi rispondiamo moralisticamente o rispondiamo come dono di sé, cioè in rapporto con qualcuno, con Cristo. Ma che cosa vuol dire in rapporto con Cristo? Vuol dire che io vivo ogni circostanza come la possibilità non di chiudere moralisticamente la vicenda, ma di spalancarmi a ciò attraverso cui il Mistero mi raggiunge, che è la circostanza. Tu hai detto che nel libro è descritto come conveniente umanamente. Il dono di sé ci conviene, e uno capisce benissimo quando fa le cose perché ama la persona con cui si è sposata o soltanto perché ha il dovere di sposa di farlo. Qual è il test? Quando cominci a pensare i compiti come un dovere, perché tutto era lo stesso dall’inizio, ma all’inizio tutto era visto come la possibilità di un rapporto e di dire alla persona amata: il mio amore arriva fino a questi dettagli. Era il contrario del moralismo. In che cosa si vede la differenza? Nella riduzione che noi facciamo della realtà, se per noi la circostanza è semplicemente qualcosa da sopportare o da fare moralisticamente, o la circostanza è un’occasione di entrare in rapporto. Per me questo è stato una svolta decisiva, perché tante volte quel che tu hai detto capitava a me; invece incontrando il movimento ho incominciato a vivere queste circostanze come la possibilità di un dialogo con Cristo, come tu dici, come la possibilità che mi offre adesso di dire “sì” liberamente, come scaturendo dalla sorgente ora, come tu potresti desiderare di dirlo alla persona che ami o ai tuoi figli. Questo è quel che cambia, non perché cambia la difficoltà di ciò che devo fare: cambia la natura di quel che faccio, perché la natura di quel che faccio o è soltanto dovere moralistico oppure è l’opportunità offerta a me ora di dire “sì” liberamente a un Altro. E questo fa la differenza. Se è dovere moralistico, soffochiamo, prima o poi, perché cercare la soddisfazione soltanto in un dovere moralisticamente inteso soffoca; mentre spalancare tutta l’ampiezza della domanda, tutta l’ampiezza del desiderio, tutta la misteriosità della realtà fa respirare, fa respirare!

(…)

l’io è rapporto; e se uno non vive ogni cosa dentro questo rapporto, soffoca. Invece se ogni realtà, ogni circostanza è vissuta come la possibilità di un rapporto, allora si spalanca. E se uno comincia a rendersi conto che attraverso questo il Mistero ti ridesta costantemente e ti chiama a rispondere, non sempre tutto è piacevole, ma ti rilancia; se uno non vede tutte queste sfide, come quella che stiamo vivendo adesso, come occasione di presa di coscienza di sé, del ridestarsi di sé, non vede la convenienza umana, non vede più il centuplo.

Il cieco nato e il nostro desiderio di felicità

Sabato sera sono rimasta colpita da un passaggio dell’omelia del mio parroco. Se ricordate si parlava del cieco nato e alcuni chiedevano a Gesù se la cecità fosse conseguenza del peccato suo o dei suoi genitori (suo non poteva essere visto che era nato così). A quei tempi – ma anche oggi – alcuni credono che il male che ci capita sia una punizione per i nostri errori. Gesù ha risposto di no; quella cecità era per la Gloria di Dio.

Anche nell’episodio di Lazzaro, Gesù parla della Gloria di Dio ed io non ne conoscevo il motivo teologico, benché un po’ intuissi il significato. Ma la cosa più sorprendente è stata la grinta con cui il nostro don E. ha affermato che i mali che ci capitano non sono “disgrazie”” ma sono per la Gloria di Dio. (ho avuto modo due ore dopo di sperimentare sulla mia pelle l’affermazione…. ma è un’altra storia).

Davanti a questa affermazione così decisa mi è tornato in mente quello che diceva Giussani e cioè che ci vuole coraggio per sostenere la speranza degli uomini. E mio marito ha aggiunto: ci vuole anche fede.  Tale concezione del dolore, della prova, della difficoltà proprio non ce l’abbiamo. Ma la risposta concreta è li’ nel Vangelo.

Queste riflessioni mi sono state suscitate dalla lettura di questo allegato (si tratta di appunti presi durante la videoconferenza di mercoledì scorso,26 marzo) nel quale si dice che il bisogno, il desiderio dell’uomo, la sfamare di felicità viene in ogni modo ridotta dal potere. Ma solo una risposta esauriente può aiutarci a stare di fronte alla nostra sete di felicità.

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 74 follower