«La guerra è una via senza uscita»

Un’inutile strage era stata definita da un Papa ed ora, tra le urla assordanti di molti non si vuole ascoltare querllo stesso grido che arriva con parole diverse dalla Siria, come ci testimonia Tracce:

20/07/2012 – Di fronte all’escalation della crisi di Damasco, anche il Consiglio delle Conferenze episcopali europee è intervenuto invitando «tutti i cristiani d’Europa a moltiplicare il loro impegno di preghiera per la pace» (da News.va)

  • Profughi siriani in fuga verso i confini.
    Profughi siriani in fuga verso i confini.

«La guerra è una via senza uscita»: è quanto afferma in una dichiarazione il Consiglio delle Conferenze episcopali d’Europa (Ccee) intervenendo sul conflitto in Siria. Nel testo, a firma dei cardinali Péter Erdo e Angelo Bagnasco, rispettivamente presidente e vicepresidente del Ccee, si esprime l’auspicio che «le autorità del Paese, la popolazione e tutti i credenti, di qualunque religione essi siano» possano guardare a Dio e trovare «il cammino che faccia cessare tutte le ostilità, deporre le armi e intraprendere la via del dialogo, della riconciliazione e della pace. Questo conflitto – si sottolinea – non può che portare con sé inevitabilmente lutti, distruzioni e gravi conseguenze per il nobile popolo siriano». «La felicità non può che essere raggiunta insieme, mai nella prevaricazione degli uni contro gli altri». «I prossimi giorni – prosegue la dichiarazione – possono essere decisivi per gli esiti di questa crisi». I vescovi europei esortano quindi «tutti i cristiani d’Europa a moltiplicare il loro impegno di preghiera per la pace in quella regione. La nostra fede ci porta a sperare che sia possibile una soluzione alla crisi, leale e costruttiva, rispettosa degli interessi di ognuno». Ma «è necessario trovare di nuovo lo spazio per un dialogo di pace; non è mai troppo tardi per comprendersi, per negoziare e costruire insieme un futuro comune». La dichiarazione del Ccee quindi conclude: «Siamo certi che, con l’aiuto di Dio, il buon senso può prevalere e recare una convivenza pacifica nella verità, nella giustizia, nell’amore, nella libertà e nel rispetto di tutte le minoranze, in particolare dei cristiani del Paese».
(da News.va)

  • Il testo della dichiarazione Ccee Il testo della dichiarazione Ccee (388,29 KB)

Attila, la tempesta dall’Oriente

E’ impressionante leggere questo libro di Louis de Wohl per il realismo che caratterizza questa come tutte le altre sue opere vivacissime e coinvolgenti.

In Attila, la tempesta d’Oriente si assiste al processo inevitabile di disfacimento cui va velocemente incontro l’impero romano che si credeva eterno, dopo secoli di conquiste. E uno capisce quel che già i grandi pensatori della Roma antica avevano preannunciato: che il lusso e la corruzione dei costumi avrebbe preparato il crollo della grandezza della città eterna… e insieme si capisce che qualsiasi civiltà ricca e sazia e corrotta va inevitabilmente incontro allo sfacelo.

E’ davvero interessante scoprire questo periodo così drammatico della storia dell’Impero Romano, spesso ignorata anche perché già una ventina d’anni fa lo studio della storia privilegiava altri periodi più utili alla mentalità dominante; e ci sono dei passaggi davvero potenti, per la descrizione realistica e così fedele alla nostra umana natura che l’autore fa. Ma ce n’è uno che voglio riportare, perché credo sarà di vero conforto  per molti lettori che assistono con sgomento al ripetersi di fenomeni analoghi nella attuale situazione nazionale e internazionale di corruzione  e pericolo.

Introduco brevemente il contesto: il giovane imperatore d’Occidente, Valentiniano III si reca dal Papa Leone per chiedere conforto in una situazione assolutamente inaudita di gravissimo pericolo per l’impero, e anche per la Chiesa che egli ritiene strettamente legata al Papato. Ma ecco la risposta di Papa Leone:

“Le civiltà vanno e vengono” disse lentamente Leone. “La Chiesa resta:  se anche Roma venisse rasa al suolo, e, del pari,  tutte le città è i villaggi d’Italia, e l’impero stesso [fossero rasi al suolo], nemmeno allora la Chiesa perirebbe. Ci sarà sempre un cantuccio nel mondo, dove le mani di un sacerdote consacrato potranno sollevare l’Ostia: Cristo ce lo ha promesso. Nulla di più falso che credere che Chiesa e impero siano congiunti per la vita e per la morte, come la donna e l’uomo nel matrimonio. Cristo, non già l’impero, è lo sposo della Chiesa. Iddio non mi ha dato il dono della profezia; so però che tutti gli imperi della storia sono opera dell’uomo, e quindi perituri come l’uomo; tutti periscono, prima o poi, e ogni volta è la fine di una civiltà, la fine di uno stile di vita, di questa o quella egemonia politica. Cristo è morto per tutta l’umanità, e il nostro dovere è quello di istruire tutti i popoli”.

Ritengo che tale debba essere anche oggi la posizione non solo del successore di Pietro  – che comunque lo esplicita chiaramente in tutti i suoi pronunciamenti – ma anche di ogni singolo cristiano per cui quel che ha di più caro è l’Unico Cristo e tutto ciò che da Lui deriva, cioè l’intera realtà permata di Lui.

Dalle lettere di condannati a morte della Resistenza

Ricevo da un amico questi brani da lettere di condannati a morte della Resistenza e pubblico in attesa di scoprire il link d’origine:

Dal Carcere, 22 dicembre 1944

Carissimi genitori, parenti e amici tutti,

devo comunicarvi una brutta notizia. Io e Candido, tutt’e due, siamo stati condannati a morte. Fatevi coraggio, noi siamo innocenti. Ci hanno condannati solo perché siamo partigiani. Io sono sempre vicino a voi.

Dopo tante vitacce, in montagna, dover morir cosí… Ma, in Paradiso, sarò vicino a mio fratello, con la nonna, e pregherò per tutti voi. Vi sarò sempre vicino, vicino a te, caro papà, vicino a te, mammina.

Vado alla morte tranquillo assistito dal Cappellano delle Carceri che, a momenti, deve portarmi la Comunione. Andate poi da lui, vi dirà dove mi avranno seppellito.               Pregate per me. Vi chiedo perdono, se vi ho dato dei dispiaceri.

Dietro il quadro della Madonna, nella mia stanza, troverete un po’ di denaro. Prendetelo e fate dire una Messa per me. la mia roba, datela ai poveri del paese.  Salutatemi il Parroco ed il Teologo, e dite loro che preghino per me. Voi fatevi coraggio. Non mettetevi in pena per me. Sono in Cielo e pregherò per voi. Termino con mandarvi tanti baci e tanti auguri di buon Natale. Io lo passerò in Cielo. Arrivederci in Paradiso.

Vostro figlio Armando

Viva l’Italia! Viva gli Alpini!

 Torino, 9 febbraio 1945

Carissimi,

una sorte dura e purtroppo crudele sta per separarmi da voi per sempre. Il mio dolore nel lasciarvi è il pensiero che la vostra vita è spezzata, voi che avete fatti tanti sacrifici per me, li vedete ad un tratto frustrati da un iniquo destino. Coraggio! Non potrò più essere il bastone dei vostri ultimi anni ma dal cielo pregherò perché Iddio vi protegga e vi sorregga nel rimanente cammino terreno. La speranza che ci potremo trovare in una vita migliore mi aiuta a sopportare con calma questi attimi terribili. Bisogna avere pazienza, la giustizia degli uomini, ahimè, troppo severa, ha voluto così. Una cosa sola ci sia di conforto: che ho agito sempre onestamente secondo i santi principi che mi avete inculcato sin da bambino, che ho combattuto lealmente per un ideale che ritengo sarà sempre per voi motivo di orgoglio, la grandezza d’Italia, la mia Patria: che non ho mai ucciso, né fatto uccidere alcuno: che le mie mani sono nette di sangue, di furti e di rapine. Per un ideale ho lottato e per un ideale muoio. Perdonate se ho anteposto la Patria a voi, ma sono certo che saprete sopportare con coraggio e con fierezza questo colpo assai duro.

Dunque, non addio, ma arrivederci in una vita migliore. Ricordatevi sempre di un figlio che vi chiede perdono per tutte le stupidaggini che può aver compiuto, ma che vi ha sempre voluto bene.

Un caro bacio ed abbraccio

Renzo [link]

 

4 agosto 1944

 “Non piangete o cara mamma e amatissimo babbo, presto ci rivedremo e godremo il gaudio ineffabile del cielo fuori degli spaventi di questa lacrimosissima terra. A rivedervi vi dico inviandovi un bacio ed una benedizione…..Muoio per la tenebrosa bufera dell’odio io che non ho voluto vivere che per l’amore….Muoio pregando per coloro stessi che mi uccidono….Fuggite tutti il peccato unico vero male che attrista nel tempo e rovina irreparabilmente nella eternità….Muoio vittima dell’odio che tiranneggia e rovina il mondo.…Muoio perché trionfi la carità cristiana.Grazie a quanti hanno gentilmente alleviato, con preghiere e con altro, la mia prigionia e la mia morte.

(Aff.imo sacerdote Aldo Mei, indegno Parroco di Fiano)” [link]

La Preghiera del Ribelle (composta da Teresio Olivelli)

Signore, facci liberi,
Signore che fra gli uomini drizzasti la Tua Croce, segno di contraddizione, che predicasti e soffristi la rivolta dello spirito,
contro le perfidie e gli interessi dei dominanti, la sordità inerte della massa,
a noi oppressi da un giogo numeroso e crudele che, in noi e prima di noi,
ha calpestato Te fonte di libere vite, dà la forza della ribellione.
Dio, che sei Verità e Libertà, facci liberi e intensi; alita nel nostro proposito, tendi la nostra volontà, moltiplica le nostre forze, vestici della tua armatura.
Noi ti preghiamo Signore,
Tu che fosti respinto, vituperato, tradito, perseguitato, crocifisso, nell’ora delle tenebre ci sostenti la Tua vittoria: sii nell’indulgenza viatico, nel pericolo sostegno, conforto nell’amarezza. Quanto più si addensa e incupisce l’avversario, facci limpidi e diritti.
Nella tortura serra le nostre labbra. Spezzaci, non lasciarci piegare.
Se cadremo fa che il nostro sangue si unisca al Tuo innocente
e a quello dei nostri Morti a crescere al mondo giustizia e carità.
Tu che dicesti: “Io sono la resurrezione e la vita”, rendi nel dolore all’Italia una vita generosa e severa. Liberaci dalla tentazione degli affetti: veglia sulle nostre famiglie.
Sui monti ventosi e nelle catacombe delle città, dal fondo delle prigioni,
noi Ti preghiamo, sia in noi la pace che Tu solo sai dare.
Dio della pace e degli eserciti, Signore che porti la spada e la gioia, ascolta la preghiera di noi “ribelli per amore”. [link]

Chi non conosce la storia è destinato a ripeterne gli errori..

Così recita un proverbio ormai dimenticato. Perché la storia è anche memoria di quel che siamo stati e quel che possiamo essere.
Per questo mi ha colpito il post di qualche giorno fa del mio amico diavolaccio, Berlicche, che rilancio molto volentieri nell’intento di recuperare un pezzo di verità storica e di attualità:

150: Far cassa

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La situazione finanziaria dello Stato è spaventosa. Il deficit è un abisso incolmabile. Il popolo è esasperato dalle nuove tasse, la crisi economica fa il gioco delle opposizioni. La folla assalta l’abitazione del Presidente del Consiglio. Colpiti sono soprattutto i poveri. Cosa fare allora?
Semplice: abolire gli ordini religiosi, incamerarne le proprietà, tassare il resto dei beni ecclesiastici e smettere di pagare le congrue al clero.

Come forse avrete capito non siamo ai giorni nostri: è il 1853, in quello che è ancora il Regno sabaudo.
Non è un caso che il Piemonte sia in fortissimo deficit. Più di metà del suo bilancio va a coprire le spese di un esercito enorme e sproporzionato. I debiti contratti e che contrarrà per l’avventura della Crimea strozzeranno gli italiani per molti decenni a venire.
Per coprire almeno in parte l’immenso buco il Presidente del Consiglio – Cavour, sì, proprio lui – decide di rivalersi appunto sulla Chiesa.
La famiglia del conte deve in gran parte la sua prosperità proprio dall’avere acquistato a prezzo stracciato le proprietà ecclesiastiche che Napoleone a suo tempo aveva requisito e svenduto per far cassa. Il colpo si può ripetere con quanto ancora rimane: cancellando quella congrua che lo stato si era accollato per sfamare il clero a cui erano stati sottratti i beni dai francesi e sopprimendo le congregazioni incamerandone i beni.

Parte la campagna di stampa; vengono fatte, con gran risonanza, “petizioni pubbliche”; il Governo, prima ancora di esaminare il caso, dà già per cancellate le congrue dal bilancio. L’opinione pubblica viene convinta che sia doveroso, legittimo, atto dovuto espropriare una Chiesa “troppo ricca” di quanto possiede.

Boncompagni, il guardasigilli che ha già sforbiciato in precedenza le congrue, così giustifica il suo operato: “La Chiesa è un grande istituto di beneficienza (…) concetto che meglio corrisponde all’idea del suo fondatore.” La Chiesa “ha sui beni stabili quei diritti che lo Stato trova conveniente concederle“, e quando lo Stato decidesse di assumere su di sé il provvedere ai poveri…i beni ecclesiastici non dovrebbero forse passare anch’essi al Governo?
In Commissione si delibera che una comunità religiosa è un ente morale che non esiste in natura e quindi non si può arrogare la pretesa di possedere dei diritti naturali. Se non esiste in natura, allora è lo Stato che gli permette di esistere: “Lo Stato crea, lo Stato può distruggere quello che ha creato”. Peccato che lo Stato, storicamente, sia l’ultimo arrivato che scambia per concessioni sue le creazioni del popolo cristiano. Che lo scopo sia appunto quello di schiacciare la Chiesa rendendole molto più difficile proseguire la sua opera, più che di fare cassa, risulta evidente quando viene rifiutata la proposta dei vescovi di provvedere loro stessi alla congrua.

E’ interessante leggere quello che dice Solaro della Margherita sugli analoghi provvedimenti fatti in passato dai governi che Cavour plaude come “illuminati”: “Il ministro (…) doveva dirci che i tesori immensi da Arrigo VIII derubati in una somma uguale a 46 milioni di nostre lire di rendita furono dissipati in pochi anni, e sul finir del suo regno l’erario era nella più estrema penuria. Doveva dirci che sotto il regno di Elisabetta undici leggi dovè promulgare il parlamento per sollevare le migliaia di poveri, resi miseri dello spoglio dei beni della Chiesa. Doveva dirci che la Francia ebbe in mercede la dilapidazione delle finanze, la guerra civile, l’universale miseria; avremmo allora meglio apprezzati i rari benefizi che questa legge prepara al paese.

Parole profetiche: la soppressione degli ordini religiosi nel 1855 e la susseguente tassazione dei beni ecclesiastici contribuiranno a creare quella situazione di arretratezza ed estrema povertà che causerà l’emigrazione di tanti nostri concittadini negli anni seguenti.

Una cosa del genere non potrebbe accadere ai giorni nostri. Ormai è chiaro a tutti il principio che il non profit debba essere aiutato e non ostacolato perchè fornisce un servizio inestimabile alla società, servizio che sarebbe ben più costoso e inefficace se fosse fornito direttamente dal governo. Il principio di sussidiarietà: non è lo Stato a provvedere a tutto, ma lo Stato stesso sostiene discretamente coloro che fanno senza sostituirsi ad essi.
Con bene chiari i disastri dello statalismo nessuno sarebbe tanto folle da…non è vero?