“se l’unione europea e i suoi stati membri fossero considerati oggi come una famiglia…”

Come sempre, prezioso il suggerimento del nostro grande Papa che ama e conosce anche la musica. Ecco cosa ci riferisce l’Editoriale di ieri de “Il Sussidiario”:

L’Europa secondo Benedetto

venerdì 8 giugno 2012

L'Europa secondo BenedettoFoto: InfoPhoto

Sono tante le suggestioni e le immagini che restano scolpite nel cuore e nella mente dopo la visita del Santo Padre a Milano in occasione dell’incontro mondiale delle famiglie. In tutti i discorsi che Papa Benedetto XVI ha pronunciato a Milano c’è più di un riferimento alla situazione in cui si trova l’Europa. Il grande raduno delle famiglie è già di per sé un evento creato anche nella preoccupazione che desta la crisi della famiglia all’interno dell’Unione europea. Il Pontefice, nel suo discorso tenuto alla Scala dopo il concerto in suo onore, ha regalato all’Unione europea una meravigliosa interpretazione del suo inno ufficiale. Non si è trattato soltanto di un momento in cui ha dato un saggio della sua cultura sconfinata e del suo amore per la musica, ma anche un chiaro messaggio politico diretto a chi governa l’Europa e ai vertici dei suoi Stati membri. Parlando dell’Inno alla Gioia il Papa rivela l’importanza della presenza di Dio in uno dei simboli scelti per rappresentare il popolo europeo nel mondo. E non è il solo, anche la bandiera europea, (sfondo blu con dodici stelle in cerchio) ha infatti origini religiose: le stelle sono quelle dell’Apocalisse al dodicesimo capitolo: «Nel cielo apparve poi un segno grandioso: una Donna vestita di sole con la luna sotto i suoi piedi e sul suo capo una corona di dodici stelle». Benedetto XVI ha così descritto la gioia di Beethoven: “E’ una visione ideale di umanità quella che Beethoven disegna con la sua musica: «la gioia attiva nella fratellanza e nell’amore reciproco, sotto lo sguardo paterno di Dio» (Luigi Della Croce). Non è una gioia propriamente cristiana quella che Beethoven canta, è la gioia, però, della fraterna convivenza dei popoli, della vittoria sull’egoismo, ed è il desiderio che il cammino dell’umanità sia segnato dall’amore, quasi un invito che rivolge a tutti al di là di ogni barriera e convinzione”… “Non abbiamo bisogno di un discorso irreale di un Dio lontano e di una fratellanza non impegnativa. Siamo in cerca del Dio vicino. Cerchiamo una fraternità che, in mezzo alle sofferenze, sostiene l’altro e così aiuta ad andare avanti”.

Questa fraternità per cui ci si sostiene nei momenti difficili, come quello che stanno attraversando le popolazioni vittime del terremoto è anche il cardine su cui è stato costruito quel progetto chiamato Europa unita. E’ chiaro quindi il richiamo del Santo Padre alla situazione in cui versa l’Unione europea, al caos e alle divisioni prodotte dalla crisi. La questione europea verrà risolta soltanto se quell’inno alla Gioia sarà davvero un inno alla fratellanza e alla convivenza civile. E la gioia sarà la gioia di condividere le difficoltà, di mettersi insieme nel nome di un ideale di solidarietà e di amore per il destino di chi ci è accanto attraverso il quale si potranno sorpassare ostacoli di ogni tipo.   PAG. SUCC. >


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«La scelta preferenziale del Vangelo – lo ricordino i troppo zelanti – è per gli ultimi non per i primi ministri…».

Già ero nauseata dal presuntuoso egocentrico di turno che però attira ascolti (ma gli italiani poi capiscono  quando vengono presi per i fondelli)  – oltre che prendere i nostri soldi che volentieri avrei devoluto in beneficenza a chi volevo io (non ho bisogno di delegare nessuno in questo campo … purtroppo! – e ora mi si dice che occorre pagare l’ICI anche sulle spalle dei poveri che personalmente mi stanno più a cuore, perché li conosco. Non so se sindacati o partiti e altre strutture simili debbano pagare anche loro l’ICI d’ora in poi, né mi interessa più di tanto visto che purtroppo ogni governo ci mette del suo per fare cose sgradevoli e ingiuste, ma ora proprio non ce la faccio più e mi esprimo riportando un passaggio da Tempi nell’articolo: Va bene non fare i furbetti dell’oratorio, ma su Ici e Chiesa cerchiamo di non passare per fessi:

«Il senso di responsabilità e la prudenza dei vescovi dinanzi all’annuncio di tasse sugli immobili della Chiesa non deve far dimenticare a nessuno che si tratta del denaro dei  poveri. – Lo afferma l’onorevole Renato Farina (Pdl). Questa osservazione che valeva ai tempi delle vacche grasse, è tanto più preziosa ora che a tante famiglie manca tutto. La scelta preferenziale del Vangelo – lo ricordino i troppo zelanti –  è per gli ultimi non per i primi ministri. Attenti a non cadere nella montilatria…».

 Leggi anche:

Gli strateghi della guerra dell’ICI contro la Chiesa

Una medicina per la crisi

Da Tracce:

07/02/2012 – L’11 febbraio torna il Banco Farmaceutico in tutta Italia. Un’iniziativa nata a Milano nel 2000, ora presente in oltre ottanta province. Un gesto che aiuta i più poveri, ma non solo…La Giornata di Raccolta del Farmaco.

Un anziano l’anno scorso ha donato mille euro al Banco Farmaceutico. Per gratitudine. Qualche anno prima si era ammalato e non aveva i soldi per curarsi. La raccolta di medicinali lo aveva aiutato. Così, appena ha potuto, è tornato a ringraziare. Questo e molti altri sono i frutti inaspettati di una semplice giornata che dal 2000 si ripete ogni anno. «Nella mia farmacia mi ha sempre colpito la disponibilità e la grande convinzione dei clienti, a cui i volontari del Banco si rivolgono con una grande discrezione», dice Stefano, farmacista a Genova: «Quando mi è stato proposto di organizzare la Giornata Nazionale di Raccolta del Farmaco (Grf), ho aderito immediatamente vivendo un rapporto interessante e per nulla scontato con i miei clienti, che in quell’occasione forse non mi vedono solo come un professionista del farmaco, ma come il tramite di una proposta che coinvolge tutti». Così i farmacisti rimangono sorpresi anche dai loro stessi clienti perché «viene fuori la loro esigenza di bene», conclude Stefano. Tutto questo è potuto nascere dall’iniziativa della Fondazione Banco Farmaceutico Onlus in collaborazione con la Compagnia delle Opere – Opere Sociali, che sabato 11 febbraio ripropone in tutta Italia la Giornata Nazionale di Raccolta del Farmaco.
Il gesto è semplice: recandosi nelle farmacie che espongono la locandina, si può acquistare e donare un farmaco da banco, che verrà poi ridistribuito ad enti assistenziali. Quest’anno l’iniziativa è presente in 3.500 farmacie sparse in 85 province e in più di 1.200 comuni e, nello stesso giorno, anche in Spagna e in Portogallo. «Ogni anno aumentano i nostri numeri e le province che aderiscono alla nostra proposta», spiega Marcello Perego, vicepresidente del Banco: «purtroppo c’è stato anche un incremento nel numero degli enti caritatevoli ad aver bisogno dei farmaci». Ma la raccolta non si ferma a quel solo sabato all’anno: «Stiamo sviluppando sempre più rapporti con le aziende farmaceutiche, che hanno iniziato a donarci medicinali che non possono essere messi in commercio nonostante siano di qualità ottima», continua Perego: «Questo filone è necessario perché non bastano più quelli raccolti nella GRF». Il gesto benefico spegne quest’anno dodici candeline. «Nonostante il gesto non sia nuovo», racconta Marcello: «Riemerge sempre la domanda: cosa sostiene la mia energia, la mia azione? E così riscopro il fattore che sostiene la mia attività: l’esperienza di positività e di carità cristiana che vivo nella mia vita. Solo per questo riproponiamo a tutti il gesto, anche in un periodo di crisi». Il numero dei volontari cresce di anno in anno e la positività nei loro volti non passa inosservata. Perché questo fascino nasce da un bisogno che è di tutti, come ricordava il Papa lo scorso 12 gennaio: «È un’esigenza di carità e giustizia che nei momenti difficili coloro che hanno maggiori disponibilità si prendano cura di chi vive in condizioni disagiate».
Ecco perché, conclude Marcello: «Un gesto semplice di gratuità e condivisione aiuta i più poveri e ridesta chi vi partecipa».
Per informazioni: www.bancofarmaceutico.org

La vera patrimoniale colpisce le famiglie

…chi ha sempre blaterato contro il parlamento dei nominati – così dicono – e  si è battuto a favore delle preferenze, e per il fattore famiglia, adesso si spella le mani, o al massimo tace vergognosamente, e se ne guarda bene dal protestare, di fronte a misure che penalizzano fortemente le famiglie, fatte da un governo mai votato da nessuno, ma nominato dal Presidente della Repubblica, neppure lui votato dal popolo direttamente.

Da Stranocristiano:

E’ vero quel che ha scritto Antonio Socci oggi su Libero. Purtroppo.

Leggete tutto, perché il momento è veramente difficile, e mai come adesso bisogna stare con gli occhi bene aperti.

P.S. ho appena sentito parte della conferenza stampa sulle misure del governo Monti.

Quando potremo leggere nel dettaglio i provvedimenti, li commenteremo con più attenzione, ma per ora è bene mettere a fuoco almeno una cosa: la tassa più pesante è quella sulla casa, che va a colpire le famiglie, tutte. E’ questa la vera patrimoniale, la tassa sulla casa di proprietà con la RIVALUTAZIONE DEL 60% DEGLI ESTIMI CATASTALI.

Si sa, l’ottanta per cento degli italiani ha la casa di proprietà, i risparmi delle nostre famiglie vanno tutti lì. E molto spesso la seconda casa non è un bene di lusso, ma piuttosto la casa dei genitori ereditata, magari quella del paese di origine, dove non l’avresti mai comprata ma la tieni perché era dei tuoi.

Colpire la casa significa colpire le famiglie.

Le imprese non sono colpite dalle tasse, per cui i patrimoni della Marcegaglia e di Montezemolo, tanto per capirsi, non saranno tassati, perché i loro beni sono intestati alle loro imprese, che non sono colpite dalla manovra Monti.

Bisogna esserne consapevoli: vorrei proprio sapere dove stanno gli amici che si stracciavano le vesti per il fattore famiglia (quello che costando 16.9 miliardi, non lo poteva fare nessun governo, e quando lo chiedevano sapevano che la risposta poteva essere solo NO. Perché non lo chiedono più, adesso? Forse perché non devono più attaccare Berlusconi?).

Adesso però di proteste non ce ne saranno, vedrete.

Le famiglie pagheranno un prezzo altissimo, ma pazienza. Intanto, tutti questi soldi saranno amministrati da un governo di non eletti, sostenuti innanzitutto da chi ha protestato perché vuole cambiare la legge elettorale e mettere di nuovo le preferenze.

E quindi, chi ha sempre blaterato contro il parlamento dei nominati – così dicono – e  si è battuto a favore delle preferenze, e per il fattore famiglia, adesso si spella le mani, o al massimo tace vergognosamente, e se ne guarda bene dal protestare, di fronte a misure che penalizzano fortemente le famiglie, fatte da un governo mai votato da nessuno, ma nominato dal Presidente della Repubblica, neppure lui votato dal popolo direttamente.

P.P.S. e magari faranno anche l’ultima presa in giro. Magari faranno anche sconti sulle tasse per famiglie numerose. Nel senso che anziché pagare 1000, paghi 998 se hai tanti figli. Così ci sarà anche il solito utile idiota a ringraziare e sottolineare l’attenzione per la famiglia……

P.P.P.S.: con un editoriale a doppia firma, addirittura sulla Voce del Padrone, cioè il Corriere della Sera, oggi si protestava che la manovra aveva troppe tasse. E suggerivano di tagliare, per esempio, qualcosa dagli oltre trenta miliardi (si proprio trenta) di euro all’anno che lo stato dà alle imprese.

P.P.P.P.S.: capisco che non si possono tassare le imprese in un momento di crisi. Ma se a noi ci ammazzano di tasse, poi le imprese a chi vendono i loro prodotti?

P.P.P.P.P.S.: dopo la nausea della “sobrietà”, adesso non se ne può più di sentire “equità”. Ma, dico io, ci voleva un governo di professoroni per aumentare le tasse? Non ne erano capaci tutti, dico io? Bastava solo avere il sostegno della stampa, e del compagno Napolitano. Ma prima non si poteva, c’era Berlusconi. Adesso, invece, con tanta equa sobrietà, l’idea geniale: servono soldi? Giù con le tasse alle famiglie

Adenauer: “Tu che hai posto un limite all’intelligenza dell’uomo, ponilo anche alla sua idiozia”

Dal sito Lo Straniero:

La causa del possibile crollo e perché può salvarci il Papa…Posted: 27 Nov 2011 01:14 AM PST

Dove sono finiti tutti i mistici dell’euro – economisti, giornalisti, politici, intellettuali – che dieci anni fa imperversavano su tutti i pulpiti per decantare le virtù taumaturgiche della moneta unica e “le magnifiche sorti e progressive” dell’Italia nell’euro?

Sarebbe interessante pure andarsi a rileggere gli scritti dell’attuale premier e dei tecnici che compongono la sua squadra di governo chiamata a evitare il disastro.

Io spero che ce la facciano, ma non ricordo che, a quel tempo, ci abbiano messo in guardia sull’euro. Anzi…

E dov’è finito il centrosinistra dei Ciampi, dei Prodi, dei D’Alema, degli Amato che da anni rivendica come proprio merito storico “l’aver portato l’Italia nell’euro”?

I post-comunisti per far dimenticare di essere stati antieuropei col Pci, quando si doveva essere europeisti, vollero primeggiare nello zelo sulla moneta unica sulla quale invece bisognava essere dubbiosi. Riuscendo così a sbagliare due volte.

D’altra parte la “religione dell’euro” non ammetteva dissidenti. Era un’ortodossia ferrea che rendeva obbligatorio cantare nel coro.

Dogma imposto

L’anticonformismo era considerato boicottaggio. Ricordate come venivano trattati da trogloditi o da reazionari provinciali i pochissimi che avevano l’ardire di esprimere dubbi sull’operazione euro?  

Antonio Martino – per esempio – veniva giudicato un bizzarro mattocchio, un isolato. Il governatore di Bankitalia Antonio Fazio, per i suoi dubbi, era considerato uno che remava contro.

Eppure c’erano fior di paesi europei – come la Gran Bretagna – che nell’euro preferirono non entrare. Quindi i dubbi erano più che fondati. Ma in Italia non avevano neanche diritto di cittadinanza.

Gli italiani non hanno nemmeno potuto esprimersi con un voto. L’euro infatti era un dogma di fede e i dogmi non si discutono.

I cittadini italiani così hanno dovuto subire senza discutere una serie di stangate finalizzate alla moneta unica, un cambio lira/euro penalizzante, un micidiale raddoppio dei prezzi che li ha impoveriti tutti, la fine della crescita dell’economia nazionale (con annessa disoccupazione giovanile), il ribaltamento dall’attivo al passivo della bilancia dei pagamenti e – come premio per questo bagno di sangue – adesso addirittura la prospettiva infernale del fallimento (quando invece era stato promesso il paradiso). 

Complimenti! Chi dobbiamo ringraziare? E’ vero che l’Italia non è stata virtuosa come doveva e questo è grave. Ma ormai è chiaro che il tema non è il crollo dell’Italia, ma quello dell’Europa dell’euro.

Per questo oggi l’operazione moneta unica, la follia costruttivista di imporre dal nulla una moneta inventata ai nostri popoli, è figlia di nessuno.

Di chi la colpa?

Sugli stessi giornali su cui ieri si alzavano inni all’euro, oggi tutti ammettono che è un’assurdità il creare una moneta senza avere dietro uno Stato, senza una banca nazionale, senza un governo federale, con politiche fiscali e monetarie contrapposte e senza nemmeno una lingua comune.

In effetti i popoli europei hanno una sola cosa in comune, il cristianesimo, ma le élite che hanno creato l’euro hanno visto bene di cancellare ogni riferimento ad esso in quel delirio che è la Costituzione europea: la moneta unica doveva soppiantare superbamente anche Dio, la storia e la cultura.

Ma, dicevo, oggi a quanto pare l’euro è figlio di nessuno. Ai pochi audaci che allora chiamavano “neuro” la nuova moneta, prendendosi il disprezzo delle caste dominanti, nessuno riconosce di aver avuto ragione. E nessuno fa autocritica.

Invita a farla, invece, un leale articolo di Guido Tabellini, rettore della Bocconi, che sul Sole 24 ore ha scritto: “Bisogna ammettere che abbiamo sbagliato”. Ma i politici che dicono?

D’altronde occorre riconoscere che i politici italiani sono stati solo – come sempre – truppe di complemento. La vera causa del disastro euro è il secolare e devastante conflitto fra Francia e Germania per l’egemonia sul continente europeo.

Infatti la moneta unica nacque come condizione della Francia di Mitterrand alla Germania di Kohl, per dare l’avallo all’unificazione. Se i tedeschi rinunciavano al marco, i francesi si illudevano di egemonizzare l’area euro.

In realtà i tedeschi posero tali condizioni capestro sulla moneta unica a tutti gli altri paesi che invece di europeizzare la Germania si è germanizzata l’Europa.

Cosicché oggi il leader tedesco Volker Kauder può proclamare: “finalmente l’Europa parla tedesco”. E’ un’esultanza miope, che non vede il baratro in cui l’inflessibilità germanica ci sta portando.

E non si venga a dire – come fa la Merkel – che le virtuose formiche tedesche non vogliono pagare i debiti delle irresponsabili cicale latine.

Perché il rigore del patto di stabilità che i tedeschi pretendono di applicare agli altri (insieme ai francesi) non lo applicano a se stessi: nel 2003 infatti sono stati proprio Germania e Francia a sforare sul disavanzo. Pretendendo che nessuno eccepisse.

Così come la Bundesbank è andata a comprare i bund invenduti alla recente asta, mentre proibisce che la Bce faccia altrettanto. Per gli altri le leggi si applicano, per se stessi si interpretano.

E’ così che l’euro si è risolto in un colossale affare per la Germania e in un disastro per tutti gli altri.

Napoleone e Hitler

Il fatto è che l’operazione euro è nata male. E’ nata infatti come ennesimo braccio di ferro fra Francia e Germania, come una prosecuzione della loro guerra con altri mezzi.

E’ da secoli che i due contendenti si combattono. Si potrebbero trovare le radici più antiche addirittura nella divisione del Sacro Romano Impero, col trattato di Verdun dell’843.

Ma è soprattutto dal XVI secolo che francesi e germanici si contendono l’impero e inseguono lo stesso ambizioso sogno: trasformare l’Europa in un proprio impero.

Nei tempi moderni ci provò Napoleone e poi ci ha riprovato Hitler. L’esito è stato la devastazione dell’Europa in entrambi i casi.

A questo ciclo di guerre durato almeno 400 anni – che chiamerei “le guerre d’irreligione”, perché sono conseguenti alla distruzione della koiné cattolica europea – vollero mettere fine, dopo il 1945, tre statisti, che non a caso erano cattolici praticanti, cioè Konrad Adenauer, Alcide De Gasperi e Robert Schuman.

La Chiesa è la salvezza

Da loro nacque il pacifico progetto di unificazione europea, che in nome delle radici cristiane del continente, unico vero cemento dei nostri popoli, pose fine alle guerre imperiali franco-tedesche.

L’operazione euro invece va esattamente nella direzione opposta. Nasce dal rinnegamento di questa identità cristiana dell’Europa e segna la ripresa dell’ostilità fra Francia e Germania.

Sembra addirittura una replica della storia. Infatti la guerra della Francia alla Prussia del 1870, paradossalmente portò all’unione della Germania, così la guerra monetaria della Francia al marco, di venti anni fa, ha portato a un’Europa germanizzata. Complimenti ai galletti di Parigi.

Anche oggi come allora la ripresa della guerra franco-tedesca può portare solo alla catastrofe dell’Europa. A meno di un rinsavimento generale sull’orlo dell’abisso.

Forse l’unica voce che oggi potrebbe energicamente richiamare tutte le élite di governo (a partire da quella tedesca) al senso di responsabilità è quella del Papa, vero custode dello spirito europeo.

La sua intelligenza cristiana della storia ci può salvare perché il papa è un tedesco che ha meditato sulla tragedia in cui la Germania ha trascinato l’Europa nel 1939.

Benedetto XVI sa bene e insegna da anni che a produrre il nazismo non fu l’inflazione della repubblica di Weimar, come pensano la Merkel e la Bundesbank, ma fu una malattia spirituale e culturale che aveva radici più antiche e perverse.

E’ da quelle che occorre guardarsi, non dall’inflazione. Oggi la solidarietà fra tutti i paesi è la salvezza dell’Europa.

Il grande Adenauer diceva: “Signore, tu che hai posto un limite all’intelligenza dell’uomo, ponilo anche alla sua idiozia”. Vale per tutti.

Antonio Socci

Da “Libero”, 27 novembre 2011

Se fosse vero, risolvendo la crisi per loro ne avremmo vantaggi anche noi

Un mondialista alla guida dell'Italia

Cultura cattolica.it segnala questo interessante articolo di cui riprendo l’esordio

Abbiamo letto la «strana» intervista a Vittorio Messori su «Il Tempo», di cui riporto alcune frasi: «La gente non crede più al diavolo ma ai diavoli. L’ossessione complottista, la ricerca ossessiva di chi sta dietro è un modo per compensare il bisogno istintivo di attribuire il male a qualcuno» e «Invece la massoneria inglese o americana ha un grande impegno civile, dà una mano anche alla Chiesa. Da noi, piuttosto, è stata identificata come una mano nera visto che è sempre stata anticlericale. E così rientra a buon diritto nel paniere dei diavoli alternativi».
A questa domanda: «Il governo Monti. Dicono che «dietro» ci siano i grandi banchieri, gli attori della finanza che conta, la massoneria e il Vaticano. Che ne pensa?» così risponde: «Sa che le dico, magari fosse così. Questa crisi economica è stata certamente provocata dalle banche e da una finanza allegra o, direi meglio, irresponsabile. Allora a questo punto mi augurerei che dietro a Monti e ai ministri ci fossero quella grande finanza e quelle banche che hanno perso moltissimo in questi mesi. Se fosse vero, risolvendo la crisi per loro ne avremmo vantaggi anche noi».

L’articolo sottolinea alcuni aspetti trascurati dai media; il che è sospetto in una società che ha fatto delal libertà di informazione la sua bandiera. Si può leggerlo per intero qui

Possiamo farcela!

E’ irrazionale pensare che non siamo in grado di affrontare e superare dignitosamente la crisi; perché abbiamo delle risorse umane che negli anni passati non sono venute fuori unicamente perché non ce n’era bisogno. O almeno pensavamo che non ce ne fosse bisogno, perché erano gli anni dei diritti e solo diritti e raramente si pensava ai doveri. In realtà due o tre generazioni abituate a considerare tutto irrazionalmente come diritto, private cioè dell’esperienza della propria umanità che , al contrario dell’animalità, ha la libertà e la responsabilità, fanno molta fatica a capire che se la natura è al servizio dell’uomo, anche l’uomo deve però curare la natura, quella esterna e quella del proprio cuore asssetato di felicità. E la felicità non è un bicchiere di vino con un panino e nemmeno gli storici panem et circenses. Ma qualcosa che è radicata come esigenza profonda nel cuore di ogni uomo.

In questo senso ho apprezzato notevolmente il contributo di B. Scholts per il Sussidiario (Protagonisti del cambiamento) di cui copio un passaggio importante:

perché la crisi politica culminata con la nascita del nuovo Governo può e deve trasformarsi in un’opportunità di crescita e di rinascita per l’Italia. Ma questo potrà accadere solo se ogni componente della società civile saprà svolgere il suo compito in questo delicatissimo passaggio. Tanta debolezza della politica e tanta inefficacia degli interventi della Pubblica amministrazione dipendono proprio dal fatto che nel Paese la società si è come atomizzata e quindi si è molto indebolita sebbene spesso sia proprio lo Stato a relativizzare o addirittura ostacolare le iniziative delle persone e dei corpi intermedi. Occorre ricordarsi proprio in questi tempi, dove tanti guardano alla politica con un’attesa quasi messianica, che lo Stato dipende da presupposti che esso stesso non è in grado di creare e che si generano nella società stessa. Più società fa bene allo Stato, sempre.