In Francia: che ti importa da dove sei nato!? Vivi e lascia vivere!!

Non conoscerai tuo padre e tua madre
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Per l’eterologa francese il donatore è sacro, il diritto del figlio no.

Per la prima volta, un tribunale francese si è pronunciato sulla possibilità, per una persona nata da donazione anonima di sperma, di poter entrare in contatto con il proprio padre biologico. Una donna di trentadue anni – nome fittizio “Agathe” – ha chiesto di conoscere l’identità del donatore o, in subordine, precedenti clinici dell’uomo, motivo della donazione, numero dei suoi figli concepiti con lo stesso sistema. Agathe vuole sapere se lei e suo fratello, pure nato da eterologa, hanno lo stesso padre. Ma la legge francese di bioetica protegge l’anonimato del donatore e i giudici hanno rigettato tutte le richieste.

Caso chiuso. Anzi, no. Non si può far finta che non esista il dolore di chi, venuto a conoscenza delle circostanze del proprio concepimento, cerca aiuto. “Ci si guarda allo specchio e ci si chiede da dove arriviamo. Usiamo tutti le stesse parole per descrivere questo vuoto”, ha detto Agathe. E aggiunge che “in tutta questa fabbrica procreativa voglio poter mettere un viso”.
Quando si pretende che anche l’Italia si aggiunga al novero delle nazioni alle prese con questo genere di problemi – la fabbrica di bambini concepiti con l’eterologa diventa sempre più fabbrica autorizzata di infelicità e di contenziosi laceranti – bisognerebbe ricordare la disperazione di chi, come Agathe, si sente vittima di una finzione: “Questo sistema è stato concepito da persone che hanno dimenticato che i figli crescono”. E vogliono sapere chi sono.

Da Il Foglio del 18 giugno citato in SaFe

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Un figlio con tre genitori?

Da SaFe:

Perché diciamo no al figlio con tre genitori
di Alberto Gambino*

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Martedì 22 maggio la Corte costituzionale dovrà decidere sulla questione di legittimità del divieto di fecondazione eterologa (creare cioè embrioni con un donatore di seme esterno alla coppia), sollevata dai tribunali di Milano, Firenze e Catania. Si tratta di una norma di civiltà giuridica che merita di essere confermata. Ora un nuovo fronte contro tale divieto sembrava essersi aperto dopo la decisone della Corte europea dei diritti dell’uomo che aveva stabilito l’incompatibilità con la Convenzione europea (segnatamente del richiamo al «diritto alla vita privata e familiare» e al «divieto di discriminazione» di cui agli artt. 8 e 14) di un divieto in parte analogo previsto dalla legge austriaca. Decisione che però è stata annullata il 3 novembre 2011 in seconda istanza dalla Grande Chambre della Corte europea dei diritti dell’uomo.

Occorre fare un po’ di chiarezza. Come ricordato dagli stessi giudici della Corte europea, pur potendo le loro decisioni incidere sulla giurisprudenza degli Stati che hanno aderito alla Convenzione europea (e tra questi, l’Italia), esse non possono travalicare «un chiaro margine di discrezionalità degli Stati membri nella materia specifica». Ora le ordinanze di rimessione – specie quella di Milano – richiamano a conforto dell’ammissibilità dell’eterologa un presunto «diritto fondamentale alla piena realizzazione della vita privata familiare e il diritto di autodeterminazione in ordine alla medesima» (indebitamente compattando l’espressione della Convenzione, che pone la congiunzione “e” tra “privata” e “familiare”).

Tale ipotetico diritto, tuttavia, incontra in Italia un dato invalicabile: l’art. 29 della nostra Costituzione, che indica quale famiglia di diritto quella fondata su due sole figure genitoriali, e non tre, come accadrebbe ove si ammettesse un padre civile, coniugato con la gestante dell’ovulo fecondato dal seme del padre naturale-donatore. E tale disposizione, dopo il rigetto della questione sul divieto austriaco da parte della Corte europea, esce rafforzata. L’esclusiva competenza in materia di famiglia, infatti, come ricordato dalla Carta dei diritti dell’Unione europea è lasciata alle «leggi nazionali che ne disciplinano l’esercizio». Si tratta dunque di prerogativa del Parlamento italiano che sul punto ha legiferato in chiara armonia con la propria Carta costituzionale, stabilendo il divieto di fecondazione eterologa.

Sul piano delle ragioni costituzionali il divieto si raccorda con tutele basilari, che discendono appunto da principi di civiltà giuridico-costituzionale: la tutela del nascituro per lesione della sua integrità psico-fisica e la tutela da derive di carattere etico-sociale contrarie alla dignità umana. Sotto il primo aspetto ove, infatti, si consentisse la generazione di un figlio con un donatore estraneo alla coppia, nessuna legge potrebbe precludere al figlio, al pari di qualsiasi altra persona, di conoscere i dati sanitari, fisici e anagrafici del padre naturale. Ma con il diritto inalienabile a conoscere le proprie origini, e quindi la paternità naturale, la conseguente rivelazione della doppia paternità si rivelerebbe devastante – come già emerso in casi accaduti in altri ordinamenti, che sono perciò ritornati sui loro passi – in quanto gli equilibri affettivi vengono inesorabilmente minati all’interno della famiglia in cui il figlio cresce (si pensi al forte squilibrio emotivo tra due coniugi, una genitrice biologica, l’altro no) e nei confronti del padre biologico, donatore del seme, con il quale è sostanzialmente reciso ogni legame affettivo pur essendo egli in vita e pur potendo un giorno essere chiamato in causa dal figlio (e questo la legge 40 ovviamente non ha potuto escluderlo).

L’unica alternativa percorribile sarebbe immaginare una famiglia triadica, ma ciò, come ricordato, in Italia andrebbe contro la carta Costituzionale che tutela la famiglia-società naturale (e non dunque artificiale) composta da un solo padre e una sola madre. Sul piano etico-sociale, poi, l’ammissibilità della fecondazione eterologa comporterebbe il rischio di selezione eugenetica. La fecondazione eterologa è infatti preceduta da esami sul codice genetico dei possibili donatori e della donna ricevente: il risultato di tali esami diventa nella prassi elemento determinante, preliminare alla fecondazione, nella scelta del donatore.

Con l’ammissibilità di questo tipo di fecondazione si compirebbe pertanto un passo pericolosissimo verso la selezione del genere umano, con scenari futuri caratterizzati da probabili discriminazioni tra categorie di persone a patrimonio genetico “selezionato” e, dunque, più efficiente, e persone fecondate naturalmente con possibili difetti genetici (certamente le assicurazioni private valuteranno tale circostanza).

Né i motivi di un contrasto con la tutela del diritto alla salute, pure richiamato nelle ordinanze di rimessione di Milano e Catania, sono condivisibili. Intanto per la ragione dirimente che nel caso dell’accesso alle tecniche di fecondazione assistita di cui alla legge 40 non si cura una patologia (l’infertilità o la sterilità rimarranno tali) ma si supera un ostacolo per risolvere un problema procreativo. Appare in questo senso fuori luogo un richiamo all’articolo 32 della Carta costituzionale, che tutela la salute individuale. Inoltre l’interesse della coppia alla procreazione, pur rilevante sul piano esistenziale, non può di per sé dirsi “costituzionalmente” superiore a quello della famiglia «società naturale fondata sul matrimonio» di cui all’art. 29.

La difesa della legge 40, fondata, secondo il criterio del male minore, sulla riduzione dei rischi di eliminazione di embrioni e di impedire fecondazioni eterologhe – pur con tutti i limiti di una legge che ha come presupposto lo sradicamento della fecondazione dall’alveo naturale dell’utero della madre –, rimane perciò punto dirimente, memori del fatto che la legge è intervenuta in un campo dove tutto era lecito, in quanto l’embrione non riceveva espressa dignità giuridica soggettiva, come invece oggi avviene. Occorre non dimenticare questo stato di cose, altrimenti si finirebbe per fare il gioco di chi vuole demolire la legge per tornare al far west preesistente, sicuramente più redditizio per molti attori del settore.

*   Alberto Gambino, ordinario di Diritto privato e direttore del Dipartimento di Scienze umane dell’Università europea di Roma


Embrioni distrutti o strage di bambini?

Le coppie che desideravano un bambino saranno disposte ad accettare che “quello” era solo un ammasso di cellule informe e basta?

Da il Sussidiario una nuova riflessione che avvalora “il piano inclinato” su cui sto tiflettendo questi giorni:

EMBRIONI DISTRUTTI/ Un risarcimento per una terapia fallita o per una strage di bambini?

Strage di bambini al San Filippo Neri: 94 vittime, erano in terapia di sostegno vitale, per un guasto all’impianto sono morti tutti. Nessuno si è accorto che la sirena d’allarme suonava, perché il reparto era sotterraneo, tre piani sottoterra. Leggiamola così: immaginiamo le reazioni, i servizi tv che zoommano sulle bare bianche, tutte in fila, che raccontano le storie di quelle coppie di genitori, le dichiarazioni dei politici in lutto, lo Stato si costituirà parte civile, chi ha sbagliato pagherà, cose così non possono più succedere.E invece, si tratta soltanto di embrioni. So che anche psicologicamente c’è una differenza, che l’attacco è forte e apre alla battaglia in armi, tra quelli che hanno la “fissa” della bioetica, si pensa così, e quelli che pensano, ci sono già tanti problemi, occupiamoci dei vivi. Ma è qui che si gioca la partita decisiva per l’esistenza nostra e di una società. Qui che si sceglie da che parte stiamo, che ci si sradica da una cultura e un’antropologia che hanno fondato per duemila anni la nostra civiltà. Sarebbe bene che almeno questa decisione fosse consapevole e cosciente: non è così, perché, come ha spiegato recentemente il cardinal Bagnasco nella sua introduzione all’ultima assemblea dei vescovi, su un piano inclinato la pallina scivola pian piano, all’inizio, poi rotola giù senza poterla più fermare. Sul piano della difesa della vita, dal suo concepimento alla morte naturale, è già così: a furia di chiudere gli occhi, di stabilire differenze, di fingere comprensione per i casi singoli, trionfano gli opportunismi, le manipolazioni della scienza, che riducono la persona a pezzo di ricambio, un figlio a un diritto, la morte alla fine di una sofferenza o semplicemente al clic per spegnere una non vita.

Sempre i vescovi, a parlare. Che ne sanno loro, del desiderio di essere madri e padri, della fatica perché un essere si annidi nel ventre di una donna, e cominci a palpitare, per dare la gioia di essere figlio. Appunto. Non a tutti è data la salute, che sarebbe eccome un diritto. Non a tutti è dato un figlio, che sarebbe auspicabile, per cui si deve fare tutto il possibile, ma non è un diritto.

Quelle coppie private in modo così volgare e squallido dei loro embrioni congelati (osceno, sì, perché non c’è manco un po’ di liturgia drammatica, in una fine così), giustamente nella pena esigono un risarcimento danni. Che qualcuno sia almeno obbligato a fare ammenda, e questo preluda a maggior attenzione e sicurezza.   PAG. SUCC. >


Embrioni distrutti, RU486 ignorata dai vari governi e… amare riflessioni politiche

nei pensieri notturni di Stranocristiano che riporto:

UNO: La distruzione di 94 embrioni nel centro di procreazione assistita del San Filippo Neri a Roma è un fatto tragico – 94 vite umane troncate – che scoperchia il vaso di Pandora di queste tecniche.

Innanzitutto, fa ridere – per non piangere – che adesso quelli che, inventando le peggio bugie, per mesi hanno attaccato la Roccella che voleva applicare le normative europee alla Pma (Procreazione Medicalmente Assistita), ecco, proprio gli stessi adesso invocano controlli e ispezioni. Ridicoli, O meglio: ipocriti. Leggete qua il comunicato di Eugenia Roccella, a proposito.

Secondariamente, la domanda: ma perché quegli embrioni erano là? La crioconservazione è vietata, anche dopo la modifica della Corte Costituzionale, che impone che gli embrioni creati debbano essere in numero “strettamente necessario” alla procreazione, e non di più. Qui avevamo 94 embrioni, e poi 130 ovociti e 5 fiale di liquido seminale, per 40 coppie. Aspettiamo i risultati delle ispezioni, ma sta a vedere che adesso comincia a venire fuori effettivamente come lavorano, i centri della Pma. Ne parleremo i prossimi giorni.

DUE: sorprende la lettera di Paola Binetti di oggi, al direttore di Avvenire. L’amica Paola Binetti sostiene che sue interrogazioni parlamentari su RU486 e EllaOne, la pillola detta “dei cinque giorni dopo”, che da domani sarà in vendita nelle farmacie, non hanno mai ricevuto risposta, sia dall’ex ministro Fazio che dal nuovo Baduzzi. E denuncia l’esistenza di un muro di gomma. Ma chi conosce i meccanismi parlamentari, ne deduce che l’accusa è principalmente al suo partito, l’Udc. Le interrogazioni parlamentari, si sa, hanno di solito tempi di risposta incerti e lunghi. Mentre ogni partito ha a disposizione una cosa che si chiama “QUESTION TIME”, cioè ogni settimana, la possibilità di chiedere al governo, tramite il ministro di turno, risposte immediate, in aula, orali, entro poche ore dalla richiesta. Ogni partito ne ha a disposizione un certo numero, e deve scegliere quali quesiti fare, privilegiando alcuni e, inevitabilmente, scartando altri. Quindi la Binetti ci fa sapere che l’UDC non ha mai scelto di destinare lo spazio parlamentare del “question time” a questi temi, privilegiandone altri. E’ grave: già sappiamo che Pierferdinando Casini, all’epoca, era contrario a chiedere il decreto salva-Eluana a Napolitano. E lo abbiamo sentito recentemente a Otto e mezzo dichiararsi a favore del riconoscimento dei diritti ereditari a coppie conviventi omosessuali. Dove vuole arrivare?

Entrando poi nel merito delle proteste di Paola Binetti, che sappiamo essere sensibile e attiva su certi temi, dobbiamo però ammettere che chiedere conto ai ministri delle decisioni europee su certi farmaci serve per sapere come stanno le cose, ma non serve per cambiarle. Chi aderisce ai trattati europei, e recepisce certe direttive, poi è costretto a rispettare il tutto. Se anche l’Italia fa parte dell’EMA (l’agenzia europea del farmaco), è con l’EMA che dobbiamo interloquire, se le autorizzazioni partono da lì.

E con EllaOne è andata così, perché l’azienda che la produce per commercializzarla in Europa ha scelto la procedura centralizzata, che non prevede la valutazione in merito dei singoli paesi, i quali possono decidere solo poche modalità di commercializzazione, come ad esempio il prezzo. La vera battaglia che si potrebbe fare è quella di chiedere al Ministro degli Esteri di non aderire più all’EMA, almeno per certi tipi di farmaci. Altrimenti, si creano false aspettative. Se vogliamo veramente affrontare il problema, è questo che dobbiamo fare: riprenderci la sovranità nazionale totale per la regolamentazione almeno di certi farmaci.

Nessun governo avrebbe potuto fermare la commercializzazione di EllaOne, perché una volta consentita in Europa lo è in automatico anche in Italia, (con la procedura centralizzata). E’ in Europa (e negli USA) che è stata registrata come “contraccettivo di emergenza”.

Rassegnati? No, certo che non lo siamo. Ma per fare battaglie vere, dobbiamo capire DOVE farle e COSA E’ POSSIBILE FARE e COME.

In altre parole, è inutile andare dal fruttivendolo a comprare la lavatrice.

TRE: è triste ammetterlo, ma le cose stanno così: questo è l’ultimo parlamento in cui i cattolici possono farsi sentire. Piaccia o meno, è così. Nel prossimo tornerà la sinistra estrema, quella che era di Bertinotti e adesso è di Vendola, e la sinistra in generale avrà la maggioranza. Sommando il fatto che l’Udc sta come sappiamo e vediamo – cioè non pare disposta a fare per i valori non negoziabili delle vere battaglie politiche e non solo azioni di testimonianza – abbiamo Zapatero alle porte. Cominciamo a farci mente locale, senza raccontarci chiacchiere. Rimpiangeremo amaramente il puzzone (cioè Berlusconi).

Sempre lucida e realista la nostra Assuntina!

Il “piano inclinato” e il cristiano

In merito all‘articolo della Morresi per E’ vita di Avvenire, mi sono posta alcune domande e sto cercando di rispondere. C’è infatti un aspetto “politico” della questione che è importantissimo e ci deve coinvolgere tutti se desideriamo essere parte attiva e protagonisti della vita della società, ma c’è anche un aspetto che precede la scelta “politica” (la politica intessa come forma più alta di carità come diceva Paolo VI) ed è una questione che riguarda personalmente ciascuno, o almeno chiunque desideri essere cristiano veramente. Per cui aggiungo alle considerazioni dell’articolo citato, questa mia riflessione:

L’aspetto spaventoso della questione è che questa lenta assuefazione  delle coscienze, ormai tacitate dai tanti rumori di questo nostra società, sta avvenendo senza che nemmeno noi ce ne rendiamo conto. Mi colpiva una persona, assidua frequentatrice della Chiesa che, davanti a una situazione drammatica per cui la mentalità comune indicava come soluzione unica l’eliminazione fisica con l’eutanasia, non si stupiva più né si ribellava, ma era quasi rassegnata: dopotutto le sembrava ragionevole…

Mi sono allora chiesta che tipo di novità può portare un cristianesimo che si sottomette alla deriva culturale dell’ eutanasia, infanticidio, manipolazione degli embrioni, cioè dell’ intervento diretto scientifico e disumano su ciò che è la vita che noi consideriamo un dono gratuito del buon Dio.

Pensavo che se per esempio la difesa della vita, dono di Dio, è un principio teorico da contrapporre alla deriva culturale di questi anni, non ci sarà assolutamente possibilità di interrompere quello scivolamento verso il basso cui ci stiamo tranquillamente adattando.

Mentre se la difesa della vita nasce da un reale attaccamento ad essa come dono, per lo stupore della sua bellezza custodita dal Creatore che sa rendere dolce anche la croce che ciascuno deve portare per rispondere a Lui che l’ha portato per primo – come ci  ricorda il  periodo liturgico che ci conduce alla gloria della Risurrezione Pasquale –; solo in questo caso non avremo timore di difendere quella che è la nostra esperienza della bellezza dell’essere seguaci di Gesù.

Ma occorre che il Cristianesimo sia esperienza di bellezza, di grazia, di gioia  pur  nelle contraddizioni più assurde. Esperienza possibile, come i santi e i martiri di sempre  ci testimoniano.

*****

Aggiungo il testamento di Shahbaz Bhatti, martire dei nostri tempi, trovato in rete:

“Il mio nome è Shahbaz Bhatti. Sono nato in una famiglia cattolica. Mio padre, insegnante in pensione, e mia madre, casalinga, mi hanno educato secondo i valori cristiani e gli insegnamenti della Bibbia, che hanno influenzato la mia infanzia.

Fin da bambino ero solito andare in chiesa e trovare profonda ispirazione negli insegnamenti, nel sacrificio, e nella crocifissione di Gesù. Fu l’amore di Gesù che mi indusse ad offrire i miei servizi alla Chiesa. Le spaventose condizioni in cui versavano i cristiani del Pakistan mi sconvolsero. Ricordo un venerdì di Pasqua quando avevo solo tredici anni: ascoltai un sermone sul sacrificio di Gesù per la nostra redenzione e per la salvezza del mondo. E pensai di corrispondere a quel suo amore donando amore ai nostri fratelli e sorelle, ponendomi al servizio dei cristiani, specialmente dei poveri, dei bisognosi e dei perseguitati che vivono in questo paese islamico.

Mi sono state proposte alte cariche al governo e mi è stato chiesto di abbandonare la mia battaglia, ma io ho sempre rifiutato, persino a rischio della mia stessa vita. La mia risposta è sempre stata la stessa: «No, io voglio servire Gesù da uomo comune».

Questa devozione mi rende felice. Non voglio popolarità, non voglio posizioni di potere. Voglio solo un posto ai piedi di Gesù. Voglio che la mia vita, il mio carattere, le mie azioni parlino per me e dicano che sto seguendo Gesù Cristo. Tale desiderio è così forte in me che mi considererei privilegiato qualora — in questo mio battagliero sforzo di aiutare i bisognosi, i poveri, i cristiani perseguitati del Pakistan — Gesù volesse accettare il sacrificio della mia vita.

Voglio vivere per Cristo e per Lui voglio morire. Non provo alcuna paura in questo paese. Molte volte gli estremisti hanno desiderato uccidermi, imprigionarmi; mi hanno minacciato, perseguitato e hanno terrorizzato la mia famiglia. Io dico che, finché avrò vita, fino al mio ultimo respiro, continuerò a servire Gesù e questa povera, sofferente umanità, i cristiani, i bisognosi, i poveri.

Credo che i cristiani del mondo che hanno teso la mano ai musulmani colpiti dalla tragedia del terremoto del 2005 abbiano costruito dei ponti di solidarietà, d’amore, di comprensione, di cooperazione e di tolleranza tra le due religioni. Se tali sforzi continueranno sono convinto che riusciremo a vincere i cuori e le menti degli estremisti. Ciò produrrà un cambiamento in positivo: le genti non si odieranno, non uccideranno nel nome della religione, ma si ameranno le une le altre, porteranno armonia, coltiveranno la pace e la comprensione in questa regione.

Voglio dirvi che trovo molta ispirazione nella Sacra Bibbia e nella vita di Gesù Cristo. Più leggo il Nuovo e il Vecchio Testamento, i versetti della Bibbia e la parola del Signore e più si rinsaldano la mia forza e la mia determinazione. Quando rifletto sul fatto che Gesù Cristo ha sacrificato tutto, che Dio ha mandato il Suo stesso Figlio per la nostra redenzione e la nostra salvezza, mi chiedo come possa io seguire il cammino del Calvario. Nostro Signore ha detto: «Vieni con me, prendi la tua croce e seguimi».

I passi che più amo della Bibbia recitano: «Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi». Così, quando vedo gente povera e bisognosa, penso che sotto le loro sembianze sia Gesù a venirmi incontro.

Per cui cerco sempre d’essere d’aiuto, insieme ai miei colleghi, di portare assistenza ai bisognosi, agli affamati, agli assetati.

Credo che i bisognosi, i poveri, gli orfani qualunque sia la loro religione vadano considerati innanzitutto come esseri umani. Penso che quelle persone siano parte del mio corpo in Cristo, che siano la parte perseguitata e bisognosa del corpo di Cristo. Se noi portiamo a termine questa missione, allora ci saremo guadagnati un posto ai piedi di Gesù ed io potrò guardarLo senza provare vergogna”.

Sapremo rimanere “a presidio dell’umano”?

29 Marzo 2012 Da Avvenire (inserto È vita)
Quel «piano inclinato» che ci abitua al peggio
di Assuntina Morresi

scienza4_5.jpgIn inglese si dice slippery slope, e spesso nei testi di bioetica si usa in questa forma non tradotta: significa “pendio scivoloso”, o “piano inclinato”, e vuol dire che una volta imboccato un certo percorso non si può che percorrerlo tutto per intero, perché fermarsi diventa impossibile. Ci si affaccia sulla china e, fatto il primo passo, si galoppa sempre più veloci in discesa, trascinati dall’inerzia verso a valle, fino alla fine. È una chiara metafora per dire che, una volta ammesse certe possibilità, le conseguenze sono inevitabili. L’ha evocata il cardinale Bagnasco nella sua prolusione di lunedì al Consiglio permanente Cei, commentando la deriva antropologica dei nostri tempi: dal suicidio assistito all’eutanasia, dagli embrioni creati in laboratorio alla realizzazione di quelli misti umano-animali, dall’utero in affitto fino all’infanticidio, non sembra più esserci limite alle possibilità di manipolazione dell’umano. E quello che sembrava sconvolgente fino a qualche tempo fa quasi non disturba più.

È anche la nostra esperienza: quando Terry Schiavo venne fatta morire disidratata, circondata da poliziotti che impedivano a chiunque, compresi suo padre e sua madre, di bagnarle le labbra, siamo stati in tanti a inorridire. Per consolarci pensavamo che quella morte era lontana, e niente di simile sarebbe mai potuto accadere in Italia. Ma à. è bastato qualche anno, e alcuni magistrati italiani hanno consentito che a Eluana Englaro fosse staccato il sondino che la alimentava e la dissetava, dissetava, perché morisse come Terry Schiavo. E adesso serve addirittura una legge – e speriamo arrivi presto – per impedire che succeda ancora che un disabile grave sia lasciato morire di fame e di sete, con il beneplacito di chi tenta pure di convincerci che morire disidratati può essere un’opzione desiderabile.

Di esempi ne potremmo fare tanti, purtroppo. Dalla nascita di Louise Brown, la prima bambina in provetta, a quella di bebè che possono avere fino a sei genitori, con una tale varietà di possibili legami parentali per i quali non esiste neppure un lessico adeguato. Gameti scambiati fra sorelle, fra madre e figlia, fra figlio e padre, bambini con zii, e cugini che sono anche un po’ genitori: c’è voluto poco tempo perché tutto questo avvenisse. Sono fatti che non sorprendono più, neppure in Italia, dove una legge fondata su un realistico compromesso fra credenti e non, la 40 del 2004, ha impedito finora che questo si realizzasse anche da noi.

E da ultimo, legittimare l’infanticidio e spiegare quanto è razionale uccidere un bambino, è diventato un «puro esercizio di logica» ospitato da riviste cosiddette scientifiche, nell’indifferenza colpevole – o forse dovremmo dire nella muta complicità – di tanta inutile accademia, pure nostrana.
Ma la corsa insensata lungo il pendìo si può ancora fermare. Per non scivolare verso il vuoto bisogna trovare un punto di tenuta condiviso, individuare una presa cui appigliarsi tutti per evitare la caduta rovinosa e cercare una possibile base per convivenza. Anche questo c’è nell’efficace analisi di Bagnasco: è il «volto dell’Italia» cui si deve guardare, quella «visione antropologica composta da principi e valori», la tradizione cristiana, insomma, che nonostante tutto resta caparbiamente la trama delle relazioni e del sentire comune in tanta parte del nostro Paese, e nella quale anche molti non credenti si riconoscono.

La politica italiana si deve rinnovare innanzitutto per continuare a difendere e sostenere questa eccezionalità italiana, nei tempi nuovi e difficili che stiamo vivendo, consapevole che non si tratta di resistere a un accerchiamento – il generale Custer, si sa, fece,una brutta fine¬ ma di guardare avanti, forti della nostra storia, del nostro «volto». Per riprendere la metafora del piano inclinato, potremmo dire che secondo certa mentalità laicista lungo il pendìo della modernità noi italiani siamo buoni ultimi, “arretrati”, dicono. Il che significa, però, che se vogliamo invertire la rotta e risalire la china siamo in prima fila… La corsa folle lungo il piano inclinato non porta i frutti promessi: la selezione del figlio migliore, il diritto a morire, la sostituzione della famiglia naturale con i più disparati legami biologici e affettivi, la manipolazione dell’umano non stanno costruendo in giro per il mondo società migliori della nostra. Ultimi nella corsa verso il nulla, possiamo essere i primi nella risalita, purché consapevoli della necessità e del compito di rimanere a “presidio dell’umano“.

Botta e risposta fra l’Università Vita e Salute del San Raffaele e Assuntina Morresi

Dopo la pubblicazione nell’inserto “E’ Vita” di Avvenire degli articoli di A. Morresi Sgomenta l’aborto «post-nascita». Ma non è nuovo.  e  Quando la bioetica diventa campo di battaglia, naturalmente ci sono state delle repliche da parte di chi vorrebbe prendere le distanze da certe scelte in cui, suo malgrado, è implicato, e c’è uno scambio di battutte, sempre su “Avvenire” nella rubrica “Lettere al Direttore”, tra la stessa Morresi e Paolo Klun della Università Vita-Salute del San Raffaele e, naturalmente c’è anche il giudizio del Direttore del giornale.

Riporto la risposta della Morresi e rimando all’originale per comprendere meglio la polemica:

Non sono la prima né l’unica ad adoperare il termine «collaborazione», che tanto ha infastidito il signor Klun. Si legge, per esempio, a pagina 6 del Oxford Uehiro Centre for Practical Ethics Annual Activity Report, 1 april 2007 – 31 march 2008, a proposito del progetto di ricerca “Enhance”.
Uso quindi il termine con cui lo stesso Centro di Ricerca del professor Savulescu definisce il proprio rapporto con l’Università Vita e Salute. Mi chiedo se abbiate già protestato con il Centro di Etica di Oxford per l’uso della parola collaboration con la stessa sollecitudine con cui lo avete fatto con Avvenire.
Ma provo a spiegare più chiaramente, anche a chi non ha confidenza con il mondo accademico, di cosa si tratti: cinque gruppi di ricerca, appartenenti a cinque università europee, presentano un progetto comune.
Ricevono un finanziamento e per due anni lavorano al progetto, ciascuno sviluppando, ovviamente in autonomia, la parte di competenza. Uno dei gruppi fa riferimento alla Facoltà di Filosofia dell’Università Vita e Salute del San Raffaele. Un altro fa riferimento al Center for Pratical Ethics dell’Università di Oxford, e responsabile è appunto il professor Julian Savulescu. Il nome del progetto finanziato è “Enhance“.
Si tratta di una delle più consuete forme di collaborazione fra Università.
Se gruppi di ricerca decidono di presentare insieme un progetto è perché ritengono interessante e utile, appunto, “collaborare”, sulla base di una reciproca stima e legittimazione dal punto di vista scientifico.
Nessun gruppo di ricerca accetterebbe di far parte di un progetto insieme a colleghi ritenuti screditati o marginali dal punto di vista scientifico. Che le università possano presentare un comune progetto di ricerca, e insieme rinnegare completamente la reciproca collaborazione, mi pare francamente un’idea difficile da far passare.
Alla data in cui il progetto è stato presentato, Savulescu era già largamente conosciuto nella comunità scientifica per le sue tesi in bioetica. Aveva già conseguito il dottorato con la supervisione del ben noto Peter Singer; aveva già firmato articoli come, ad esempio,Procreative beneficence: why we should select the best children (Beneficienza procreativa: perchè dovremmo selezionare il bambino migliore), o anche The embryonic stem cell lottery and the cannibalization of human beings (La lotteria delle cellule staminali embrionali e la cannibalizzazione degli esseri umani). Ma gli esempi sarebbero moltissimi.
Per la precisione, come si può vedere nel sito di “Enhance”, accanto al Center for Practical Ethics, figura anche il “Future of Humanity Institute”, diretto da Nick Bostrom, noto per aver fondato nel 1998 la World Transhumanist Association. Cioè il suddetto progetto includeva anche uno dei padri del transumanesimo.
Queste notizie sono già state scritte negli anni passati, da me e da altri, ma non è mai arrivata alcuna precisazione da parte dell’Università Vita-Salute. Arriva solo adesso, forse perché solo adesso, con l’articolo sull’infanticidio, il nome di Savulescu è diventato più noto e più scomodo?

Sgomenta l’aborto «post-nascita». Ma non è nuovo.

  Da Avvenire (inserto È vita)
 
di Assuntina Morresi (Da SaFe)  

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«Poco lontano dal boschetto di cipressi, Walter – che stava giocando a “King of the mountain” – vide il veicolo bianco, e capì di cosa si trattava. È il camion degli aborti, pensò. È venuto a prendere qualche ragazzino per un post-parto giù alla clinica degli aborti. E, aggiunse mentalmente, forse sono stati i miei genitori a chiamarlo. Per me».

Così inizia Le pre-persone, un racconto di fantascienza di P.H. Dick, di un mondo in cui la legge sull’aborto vale anche dopo la nascita, fino a quando il nato non diventa una persona, cioè – per convenzione – quando comprende le operazioni matematiche complesse, a dodici anni.

Sulla rivista scientifica The Journal of MedicaI Ethics, due studiosi italiani hanno appena riproposto sostanzialmente la stessa idea: stabilito che un feto è come un neonato, non ancora persona, poiché l’aborto è legale anche per i feti sani, potrebbe esseri o pure dopo la nascita, per gli stessi motivi per cui lo è prima, cioè anche quando non c’è disabilità, ma nell’interesse della madre e della famiglia. Non è un infanticidio – asseriscono i due autori – ma un aborto post-nascita. L’articolo – segnalato martedì su Avvenire da Gian Luigi Gigli – ha suscitato orrore e polemiche, la rivista è stata sommersa da proteste e l’editore ha avvertito la necessità di difendersi, spiegando che non ci sono vere novità: illustri bioeticisti ritengono lecito l’infanticidio, e d’altra parte il giornale espone idee, senza dare patenti di verità. Comunque c’è disponibilità a pubblicare un articolo di confutazione, purché altrettanto argomentato.

In effetti la difesa dell’infanticidio non è nuova nel settore. L’editore stesso, il docente universitario Julian Savulescu, è noto per sostenere tesi analoghe: per esempio considera eugenetico l’aborto tardivo nei confronti dei disabili, lecito invece se fatto nell’interesse materno e familiare, e quindi non solo sui disabili ma anche sui sani (su tutti, equamente). E poi favorevole alla selezione del sesso dei figli con la diagnosi preimpianto degli embrioni, e ha argomentato anche a favore della «beneficienza procreativa»: le coppie, sempre con la diagnosi preimpianto, dovrebbero selezionare il bambino fra quelli che potrebbero avere, mettendo al mondo chi sembra avere la migliore aspettativa di vita.

Argomenti pubblicati e dibattuti in prestigio se sedi accademiche, e la fama raggiunta gli ha regalato importanti collaborazioni con università pure italiane come «Vita e Salute» del San Raffaele a Milano: nell’ ambito del sesto programma quadro, con alcuni docenti della facoltà di Filosofia, Savulescu ha partecipato al progetto «Enhance», sul cosiddetto «miglioramento» degli esseri umani con le nuove tecnologie. E i suoi scritti in questo settore sono coerenti con il resto del suo pensiero.

E sorprendente piuttosto l’ondata di indignazione suscitata dall’ articolo. In fondo, purtroppo, si parla di qualcosa di già visto: basta ricordare le polemiche, periodicamente ricorrenti, sulla rianimazione dei neonati sopravvissuti agli aborti, messa più volte in discussione anche su queste pagine.

Stavolta in Italia, però, la reazione è stata pesante, probabilmente perché gli autori sono connazionali. Non gente lontana, ma laureati e dottorati in due tra le nostre migliori università: Bologna e Milano. La teorizzazione dell’infanticidio in Italia fa ancora orrore (e meno male). A fare scalpore non dovrebbe essere solo il contenuto del saggio, ma anche il prestigio accademico di cui godono certe argomentazioni, e le carriere a cui si accompagnano. Nessun ateneo italiano (o europeo) si farebbe vanto di lavorare in ambito storico con negazionisti, o con madrasse per lo studio dei diritti delle donne, mentre la collaborazione con teorici dell’infanticidio viene riconosciuta e gratificata nell’accademia. E chi protesta viene accusato di non volere il libero confronto d’idee. Lo scopo di queste discussioni non è l’approfondimento di tematiche etiche di frontiera: l’obiettivo è parlarne, anche se con artifici retorici che mascherano la povertà di argomentazioni. Parlarne con distacco dandosi un tono, possibilmente accademico, per mostrare che tutte le idee sono lecite, e soprattutto sono tutte moralmente equivalenti, perché non si possono commentare in termini di bene e male, ma solo di preferenza personale – io preferisco questa opzione, tu quella – e quindi soggettiva, relativa: in ultima analisi, insindacabile sul piano valoriale. Si finisce con l’assuefazione. Ci si abitua a tutto, tutto si tollera, perché di tutto si parla allo stesso modo, indistintamente.

“Discrimina” chi seleziona i bambini

Strano questo nostro paese italico.
Da un lato c’è un governo che decide con l’Europa delle sorti degli Italiani senza che gli interessati ne sappiano nulla e rerstino con il fiato sospeso fino a lunedì prossimo (se siamo fortuanti!)  dall’altro un documento che coveva essere riservato viene reso pubblico e diventa oggetto di polemiche. Mah! facciamo finta di non capire…

Ho già espresso la mia solidarietà alla Roccella per le infamie dette sul suo conto, ma l’articolo che segnalo oggi di Assuntina Morresi spiega bene chi è che discrimina davvero:

1 Dicembre 2011 Da Avvenire (inserto È vita)
«Discrimina» chi seleziona i bambini.
di Assuntina Morresi  

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Un polverone insensato, quello sollevato per le linee guida della legge 40 sulla fecondazione assistita inviate pochi giorni fa dal Ministero della Salute al Consiglio superiore di sanità. Le accuse all’ex sottosegretario Eugenia Roccella, individuata come responsabile dei contenuti, si basano su un testo che doveva rimanere riservato fino al termine dell’iter istituzionale e che invece è stato “allungato” ai media da chi voleva sollevare polemiche: l’ennesima dimostrazione del fatto che, indipendentemente dalle intenzioni del governo di turno, quella di spegnere le problematiche che i temi etici portano con sé è solamente una pia illusione.

L’’irresponsabile accusa di aver inserito la “schedatura” dei pazienti nelle linee guida è stata smontata ieri dal Garante della privacy alla Commissione affari sociali della Camera, quando, riguardo a proposte di legge sull’adozione degli embrioni, ha affrontato la tracciabilità di materiale biologico alla luce delle normative europee.

Merita una risposta specifica invece la contestazione sulla diagnosi preimpianto: secondo i critici delle linee guida, questo test genetico è stato accordato da alcuni tribunali, e quindi le nuove disposizioni dovrebbero autorizzarlo. Ma non è vero. La legge 40 consente la fecondazione artificiale solo alle coppie sterili o infertili: il concepimento in laboratorio non è un’alternativa a quello naturale, con accesso su richiesta a seconda delle preferenze personali, ma l’ultima possibilità per chi non può avere figli naturalmente. Quindi i portatori di malattie genetiche possono utilizzare queste tecniche solo se sterili o infertili: questa è la legge, le linee guida non possono cambiaria.

Le sentenze dei tribunali civili valgono solo per i singoli casi; d’altra parte la Corte Costituzionale, che invece può intervenire sul testo di legge, non si è espressa sulla diagnosi reimpianto, masolo sul numero massimo di embrioni da trasferire, che ora deve essere quello «strettamente necessario» alla procreazione, restando il divieto di distruzione.

Tanto meno la legge 40 lascia scegliere gli embrioni da impiantare in base al patrimonio genetico. La diagnosi preimpianto quel test che dal Dna di una-due cellule prelevate da l’embrione consente di individuare alcune malattie – si usa per distinguere gli embrioni sani da quelli malati, scartando questi ultimi. È un test discriminatorio, su base genetica. E quando si fa notare che scegliere esseri umani su base genetica significa introdurre criteri eugenetici – che non esistono nell’ ordinamento giuridico italiano -, prontamente insorgono indignati i benpensanti a dire che la parola maledetta – eugenetica – non c’entra, perché non si cercano occhi azzurri e capelli biondi ma gravi disabilità, e poi non ci sono obblighi o coercizioni, ma si tratta di una libera scelta degli aspiranti genitori.

Senza fare paragoni impropri nel merito, né paralleli antistorici, vorrei ricordare che le orribili pratiche eugenetiche, messe in atto sia in società democratiche come la Svezia e gli Stati Uniti, che in regimi totalitari come quello nazista, non sono nate per scegliere i colori di occhi e capelli ma per individuare i disabili, e renderli sterili, o eliminarli fisicamente. A essere sterilizzati o uccisi erano malati mentali, ma anche down o cerebrolesi, non persone sane, che non rispondevano a determinati requisiti estetici come appunto il colore degli occhi o dei capelli. Chi vuole utilizzare la diagnosi preimpianto e altri test genetici per decidere chi, fra gli esseri umani già concepiti, può nascere oppure no, abbia l’onestà di usare la parola “eugenetica”, magari accompagnata pure dall’aggettivo “democratica”, per specificare che è una scelta consapevole, e non obbligata dallo Stato. Ma riconosca che di eugenetica si tratta, e la chieda esplicitamente, senza nascondersi dietro l’ipocrisia della libera scelta: sia chiaro, almeno, che si “sceglie liberamente” di discriminare i malati e i disabili.