L’avventura dell’iconografia sacra

È bellissimo questo mosaico di Sant’Apollinare in Classe e il solo vederlo ristora lo sguardo e il cuore. Ma pochi ne conoscono il significato simbolico, perché  ormai dei dipinti prendiamo in considerazione solo l’aspetto estetico.

L’altro giorno il maestro iconografo ci ha svelato alcuni dei numerosissimi significati che dovevano essere chiarissimi ai contemporanei del pittore che ha fatto questa meraviglia. In realtà l’apparato iconografico delle Chiese sin dalle origini aveva una funzione ben precisa tanto che veniva chiamato Bibbia a colori.

La definizione, Bibbia a colori, che sembra paradossale la si capisce se si esaminano alcuni dei particolari di questo splendido mosaico.

Se ben ricordo, la Croce gemmata è il simbolo di Cristo che illumina ogni uomo. Il cerchio azzurro con le  novantanove stelle fa riferimento alla parabola della pecorella smarrita per cercare la quale Gesù lascia le novantanove pecorelle  al sicuro.

Sotto c’è la rappresentazione di Sant’Apollinare e la lunga teoria di pecorelle rivolte verso la luce della Croce sono i fedeli.

L’avventura dell’accademia di iconografia, che prevede anche la teologia, la storia dell’iconografia e conferenze varie di approfondimento  è davvero un dono che assolutamente non avevo previsto.

Guareschi: Tra “frontagni” e “trinariciuti” un sorriso

Ridendo mores castigat

Ho appena finito di leggere “Mondo Candido 1946-48” e sono debitrice a Guareschi di… almeno un Requiem (ma spero sia già in Paradiso) per avermi fatto sorridere … e insieme riflettere sulla condizione umana che non muta negli anni e nei secoli.

Come penso sia noto, il libro è una raccolta di articoli e riflessioni del papà di Alberto e Carlotta Guareschi tratti per lo più da “Il Candido”, giornale su cui Giovannino scriveva.

Ciò che più mi ha impressionato è soprattutto la lotta politica che in quegli anni si combatteva per la democrazia in Italia.

Si tratta di eventi davvero preoccupanti per la violenza gratuita che non si limitava a semplici bastonate, ma arrivava a fucilate, qualche bomba che andava ad esplodere qua e là; bugie spaventose in vista del fatidico 18 aprile, giorno delle elezioni, per ingannare le mamme che aspettavano i figli reduci dalla guerra appena conclusa e ancora prigionieri (in realtà morti) in URSS, l’uso sacrilego della religione praticata dai più per propagandare ideologie atee (sì, veramente non avrei mai immaginato che un “frontagno” [sintesi tra fronte democratico e compagno] potesse iniziare il suo comizio con il segno della Croce o invitasse i fedeli, durante il comizio ad andare ai vespri per continuare dopo la preghiera il comizio stesso).

La cosa più interessante è stata sapere il significato del simpatico appellativo (che varrebbe la pena di rispolverare anche per i nostri tempi) “trinariciuto”. Ma qui copio dal glossario del libro. [il trinariciuto è chi ha la terza narice]. La Terza narice “Non è prerogativa dei comunisti, ma di tutti coloro che rinunciano a pensare con la propria testa a favore delle “direttive del partito”.

E cito testualmente le parole di Guareschi a pag. 221

“… nel mio concetto base, la terza narice ha la sua funzione completamente indipendente dalle altre due: serve da scarico in modo da tener sgombro il cervello dalla materia grigia e permette nello stesso tempo l’accesso al cervello delle direttive di partito che, appunto, debbono sostituire il cervello che appartiene ormai a un altro secolo. Non dico a un’altra era perche’ la terza narice esisteva anche nell’altra era, ma era proibito mostrarla, e tutti dovevano portarla abilmente mascherata.”

Se togliamo la parola partito e ci mettiamo gli intellettuali, i leader, i giornali più in voga, le cose non mi sembrano molto diverse da quegli anni drammatici. Anche molti di noi, inconsapevolmente, rischiamo di “versare il cervello all’ammasso”, secondo l’espressione forse coniata dallo stesso Guareschi e per noi abituale nel linguaggio.

Mentre ciò che ci rende umani è proprio usare l’intelligenza e la sensibilità che ci ritroviamo addosso per scegliere ciò che è buono, bello e giusto.

E staremmo tutti meglio.

La fede non è intransigente

Dalla Lumen fidei, pag. 26 n. 34

La fede non è intransigente, ma cresce nella convivenza che rispetta l’altro. Il credente non è intransigente, al contrario la verità lo fa umile, sapendo che, più che possederla… noi, è essa che ci abbraccia e ci possiede. Lungi dall’irrigidirci, la sicurezza della fede ci mette in cammino, e rende possibile la testimonianza e il dialogo con tutti.

“La bellezza è la verità che si comunica a noi attraverso un’attrattiva”

“La bellezza è la verità che si comunica a noi attraverso un’attrattiva, nell’anima nostra sorgono profondi discorsi e profonde esperienze di vita e può essere che noi tendiamo a fermarci a questo, a vivere la parola di Dio solo esteticamente.

Invece, seguire la sapienza nuova coincide con una morte, la morte dei nostri pensieri, dei nostri sentimenti, del nostro modo di fare: implica una rottura,  una contrizione della nostra persona, perché “i nostri pensieri non sono i suoi pensieri” (…) .

Obbedire alla Sua volontà è lo strumento col quale Egli ci vuol far aderire totalmente a Lui, secondo la Chiesa, nella circostanza effimera, banale, nella quale ci ha chiamato. Solo attraverso la fede e l’aderire a questo fatto con cui Dio ci porta, riflettendo e amando, aderendo volontariamente ai momenti ordinari di una regola quotidiana, ci rende corpo e sangue della volontà del Padre.

Mai possiamo aderire di più alla misericordia di Dio che nell’ubbidire alle persone, alle pietre dove Dio ci ha collocati”.

(Vita di don Giussani di Savorana,pag.446/447)

È Dio che ti fa l’occhiolino…

“Quando sei al massimo dell’esasperazione nel disprezzo di te e nel rifiuto della vita, dici, accusandoti: “Io sono un verme strisciante”; e chi trovi al tuo livello? Al tuo basso livello? Ci trovi Dio, Gesù Cristo, volontariamente sceso al tuo livello. I piedi arrivano fino a terra, fino alla superficie della terra, e li’ c’è Dio, curvo a lavarteli e baciarli (…)Ogni volta che il quotidiano ti scandalizza,  che il normale, la gioia o il dolore, le cose, la materialità della tua situazione ti scandalizza, segna quel momento come un comparire di Dio che ti fa l’occhiolino, di questo Amico che ti fa segno:” Guarda mi, sono qui, dove è che stai con il naso? Sei un po’ strabico? Riconosciamo, sono qui”. È qui, nelle cose; è qui, nei fatti”. (Vita di don Giussani, pag. 432)

“…due fattori da non perdere di vista: la preghiera e l’amicizia”

Da “Vita di don Giussani” di Savorana, Pag. 420

Vita di Don Giussani“La risoluzione definitiva del problema del mondo passa attraverso il rapporto Dio-singolo, cioè passa attraverso il fenomeno della persona: La persona è il punto in cui cala il bolide divino per mettere a soqquadro o per mettere a posto il terremoto del mondo.”. E’ perciò “nel cambiamento della persona che opera l’avvenire più giusto e più sano. E’ il concetto cristiano di conversione”. Ma ci sono due fattori da non perdere di vista: la preghiera e l’amicizia.

Della preghiera Giussani dice che è il tempo in cui la persona prende coscienza, riconosce e accetta, grida a questo aculeo divino che penetra dentro la sua esistenza, perciò è solo da essa che può si può sprigionare una azione reale, indomabile, inesauribile anche se nessuno ti capisce, anche se le cose non vanno bene come avresti pensato. Non ti può fermare nessuno. Ti rendi sicuro  di fronte all’ universo, sicuro di un Altro.

Quanto all’amicizia (…) “Non boicottiamo, come normalmente facciamo, questo termine alterandolo nel suo valore autentico”, perché l’amicizia è ” il rapporto che ti richiama alla presenza che ti è venuta dentro, come se si fosse sprigionata tutta l’energia atomica dell’universo”.

(…)”Noi, amici miei, dopo tanta compagnia dobbiamo riconoscere che sono questi due fattori che non abbiamo. Abbiamo tutto; ma non questi due fattori perché è personale il primo ed è assolutamente personale il secondo”.

La scelta cristiana

Un episodio della vita di don Giussani che avevo dimenticato e che ho ritrovatoVita di Don Giussani nella sua biografia recentemente pubblicata.

In un dialogo con don Zeno Saltini questi gli dice: “Supponete che ci sia una corriera che costeggi un canale; a un certo punto si vede una persona che cade nel canale. La corriera si ferma e tutti a dire: “Maledetto governo che non ha messo il parapetto, che non ha messo qui la polizia, occorre cambiare le strutture del governo!”. Uno, senza dir così, si butta in acqua ed è là sotto che cerca di  afferrare il corpo di quel poveretto lì. Chi è più col popolo? Quel che è sotto o quelli che parlano sulla riva?”. Giussani commenta che quella compiuta da chi si getta in acqua “è  la scelta cristiana” (pag. 422)

Buon Natale!

Natale 2013

P. Aldo: ” É ora di finirla di prenderci per i fondelli”

Cari amici,

Mentre l’Uruguay ha legalizzato la coltivazione e lo spaccio della marijuana, il Collegio dei Salesiani di Asunción, “Salesianito” esige l’esame tossicologico per iscrivere le matricole delle superiori. Si é scatenata una polemica dell’altro mondo. Tutti a gridare contro l’Uruguary e ad applaudire le misure dei Salesiani di Asunción. Misure nate dal fatto che in questi ultimi anni, in questo mio caro paese, la maggioranza dei ragazzi “vivono” di marijuana. É il paese dove questa droga é della qualitá migliore ed é coltivata come il frumento, il grano etc… ovviamente tutto é proibito per legge.

Mi hanno chiesto un giudizio sulla decisione dei salesiani. Ho risposto “Amici, perché nella nostra scuola quando c’era P.Paolino non c’era un ragazzo che fumava né sigarette né marijuana? Mentre giá dopo poche settimane che non l’hanno piú visto, non solo sono spariti dalla parrocchia ma hanno dato uno scossone alla scuola fumando marijuana?”.

La risposta é drammatica e non sono gli esami tossicologici a frenarne il consumo, ma solo l’incontro con qualcosa che viene prima, come ci ha insegnato Giussani. Il direttore della scuola Padre Angelo Cadore ha detto che si tratta di un esame preventivo.
Preventivo di che, mi chiedo io? S.Giovanni Bosco quando parlava del metodo preventivo, parlava dell’offerta di sé come proposta affascinante di vita, che non solo impediva ai ragazzi di cadere nel vizio, ma suscitava in loro un desiderio di pienezza divina impressionante.

O copiamo questo o come giá accade con i preti  sospettati di pedofilia, affidati a esperti che dopo averli chiusi per ore in una stanza perché rispondano a 380 domande gli chiedono 2000 euro, finiamo per affidarci a un esame chimico. Siamo davvero in un mondo di matti. Per caritá usiamo tuttissimi i mezzi, ma per favore siamo seri con il punto di partenza. In un mondo in cui non c’é piú una presenza originale che cosa pretendiamo? É ora di finirla di prenderci per i fondelli.

P.Aldo

EVANGELII GAUDIUM: Rilettura di Julián Carrón

Da Facebook

EVANGELII GAUDIUM
Rilettura di Julián Carrón, presidente della Fraternità di CL.

Sessant’anni fa don Luigi Giussani riproponeva al liceo Berchet di Milano la sfida del cristianesimo come risposta ragionevole ed entusiasmante alle esigenze di ogni uomo. E nel 2005 alla sua morte don Julian Carrón raccoglieva il testimone del fondatore. Comincia così l’intervista di Giorgio Paolucci a don Carrón pubblicata oggi su Avvenire. Il dialogo ruota intorno all’Esortazione apostolica Evangelii gaudium di papa Francesco, che indica il cammino della Chiesa per i prossimi anni.
Cos’ha da imparare la guida della Fraternità di Cl da queste indicazioni, chiede Paolucci. «Siamo sfidati a rinnovare l’incontro personale con Cristo, ogni giorno e senza sosta. È qui l’origine della “conversione pastorale e missionaria” che viene sollecitata dal documento. Francesco dice chiaramente che la sorgente dello slancio missionario è un uomo che vive della memoria grata di Cristo e vuole condividere la gioia provocata dal Vangelo. Lui indica il punto sorgivo, chiede che l’annuncio si concentri sull’essenziale».
Nell’Esortazione il Papa scrive che il «cristianesimo porta il volto delle tante culture e dei popoli in cui è accolto e radicato». Come accade questo nel movimento di Cl, che ha messo radici in molti Paesi? «La presenza di nostre comunità in 80 paesi – risponde Carrón –, in contesti molto diversi, e le amicizie nate con persone di tradizione ortodossa, anglicana, ebraica, musulmana, buddista, testimoniano che quando si punta sull’essenziale si può entrare in dialogo col cuore di ogni uomo a qualsiasi latitudine.
Accadono fatti commoventi: una donna africana non riusciva ad avere figli, la famiglia del marito premeva su di lui perché l’abbandonasse, come vuole la tradizione locale. Ma l’uomo, vedendola così lieta nell’esperienza che viveva nella comunità di Cl, ha resistito alle pressioni non volendosi privare della gioia della fede che lei testimoniava, e che era più grande dell’impossibilità di generare. È un piccolo-grande esempio di come il cristianesimo valorizza ed esalta tutto l’umano».
CL E LE PARROCCHIE. Nel documento viene sottolineato il valore dell’esperienza come veicolo privilegiato per la trasmissione della fede. Il giornalista di Avvenire chiede a don Carrón cosa pensa delle critiche che da più parti arrivano sul pericolo che l’enfatizzazione dell’esperienza personale metta in ombra il riferimento rigoroso alla dottrina e quindi rappresenti un attentato alla verità.
«Papa Francesco – dice Carrón – si colloca nella scia dei suoi predecessori, Giovanni Paolo II e Paolo VI, quando affermavano che “l’uomo contemporaneo crede più ai testimoni che ai maestri, più all’esperienza che alla dottrina, più alla vita e ai fatti che alle teorie”. Solo se l’uomo sperimenta la pertinenza della verità della fede alle esigenze della vita può trovare ragioni adeguate per aderire ad essa. Nel cristianesimo la verità è diventata carne perché l’uomo potesse farne esperienza e, così, trovare i motivi d’una adesione pienamente ragionevole. È quanto è accaduto ai primi: Andrea e Giovanni non sapevano chi era quell’uomo, ma lo hanno seguito per la corrispondenza umana che
hanno scoperto nell’incontro con Lui. Nessuno li aveva mai guardati così prima di allora!». Papa Francesco sfida il gelo, cappotto e sciarpa per l’Udienza generale
Francesco sottolinea che i movimenti sono una ricchezza della Chiesa che lo Spirito suscita per evangelizzare tutti gli ambienti. E aggiunge che «è molto salutare» che non perdano il contatto con la parrocchia «e si integrino con piacere nella pastorale organica della Chiesa particolare». Come vivono i ciellini questo rapporto, che in passato è stato motivo di incomprensioni e contrasti? «Il Papa sta chiedendo di uscire verso le periferie esistenziali per incontrare tutti, credenti e non credenti, senza aspettare che gli uomini vengano a cercarci. Lui per primo sta dando l’esempio, con le sue parole e la testimonianza che offre. Cl è nata e si è diffusa negli ambienti – scuole, università, lavoro, quartieri – ma i ciellini non snobbano affatto le parrocchie. Solo nella diocesi di Milano ce ne sono quattromila impegnati a vario titolo: catechismo, cori, società sportive, doposcuola, attività educative negli oratori. Riproporre una contrapposizione o una rivalità tra Cl e le Chiese locali è qualcosa che non corrisponde al vero: il compito a cui il Papa chiama tutti è la collaborazione all’unica missione della Chiesa, andare incontro agli uomini per testimoniare la gioia del Vangelo. Dobbiamo tutti spostare il baricentro».
Infine la questione della continuità o diversità tra papa Francesco e il predecessore Benedetto XVI.
«È la passione per Cristo ciò che accomuna Benedetto e Francesco. Il primo ha intercettato la necessità di ripartire dai fondamentali, il secondo ha raccolto il testimone insistendo sull’urgenza missionaria. Entrambi hanno chiara la percezione che la fede non può più essere un dato scontato e che all’origine della missione c’è l’urgenza della conversione personale. Francesco lo dice a chiare lettere all’inizio dell’Evangelii gaudium (n. 7): “Non mi stancherò di ripetere quelle parole di Benedetto XVI che ci conducono al centro del Vangelo: ‘All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e, con ciò, la direzione decisiva’”. Qui emerge chiaramente nella differenza dei temperamenti e delle sensibilità che ovviamente rimane (e che è sempre una ricchezza) l’unità d’intenti. Ma scusi, chi davvero conosce e vive la Chiesa poteva pensare altrimenti?».

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