Se non ritornerete come bambini…

Dagli Esercizi di Rimini 2018, pag. 48 ss

”Chi non accoglie il Regno di Dio come un bambino’ non entrerà in esso (Mc 10,15)”

Proposta non certo di un infantilismo ma di “un’apertura dell’animo che la natura assicura automaticamente nel bambino, tanto essa è condizione necessaria per lo sviluppo dell’umano, e che nell’adulto è, come valore, fatica conquistata” e Gesù ci mostra che non è una proposta di vita impossibile “Tutte le sue parole e i suoi gesti rivelano che Gesù guarda al Padre con l’eterno stupore del bambino:Il Padre è più grande di me…[…] Gesù sa di essere dono donato a se stesso, che non sussisterebbe senza Colui che si priva del regalo pur donandosi in esso…”

Sono delle pagine di una profondità e bellezza infinita e vi invito a continuarne la lettura. Se ci paragonassimo ad esse non smetteremmo mai di scoprire delle meraviglie. Cioè le meraviglie sempre più straordinarie riempirebbero il nostro sguardo sulla realtà e sulle circostanze. Ogni cosa verrebbe accolta con lo stupore della prima volta, perchè ogni minuto della nostra vita è dono che va accolto e reso motivo di grazie a Colui che ce lo dona; a partire dalla vita che, come diceva Chiara Corbella, ha avuto inizio e non finirà mai.

Vorrei poter sviluppare queste riflessioni che mi sono state suscitate dalla visione drlla foto di un frugoletto che si sollevava sui piedini per baciare una statua della Madonna. Certo anche il piccoletto intuisce che quella non è la Madre di Dio in persona, come una foto che rappresenta il papà non è il papà. Da grandi vorremmo avere quella semplicità, ma troppi detriti si sono accumulati nel nostro cuore e tutta la vita dovrebbe essere l’avventura nostra e del Buon Dio, per eliminare quei detriti ad uno ad uno e riconquistare la purezza e gioia di quello sguardo del quale siamo stati dotati fin dai primi vagiti.

Il cuore dell’uomo non cambia…

Ho trovato un foglietto volante con le riflessioni di una ventisettenne nel 1975 e mi ha stupito l’attualità del suo problema, che personalmente ho sempre; sempre cerco la Verità, che è dinamica ed è come un muro di gomma che non si riesce mai a sfondare… ma è meglio! perchè così l’attenzione è sempre viva e mi permette di non sentirmi già morta dentro per quello che già so e ho imparato.

Non si finisce mai di imparare,o rischiamo, come dice un amico, di ritrovarci con l’elettroencefalogramma piatto, dentro un corpo pantofolaio e annoiato.

Ecco le parole tratte da quel foglietto:

Gesù dice:”Io sono la Via, la Verità, la Vita”

Egli è dunque anche La Verità.

E’ difficile in un periodo come questo [era il 1975 ] stabilire quale sia laverità. Tutti hanno una loro verità e sono convinti sia tale. C’è il marxista che ha la sua verità, c’è il fascista che ha la sua verità, c’è il cristiano che ha la sua verità; e ciascuno lotta per questa verità. Ma chi ha ragione?

Forse ognuno perchè è in buona fede.

Ma allora è presunzione troppo grande aspirare alla Verità assoluta?

Certo, dal punto di vista umano una verità vale l’altra, pochè ciascuno che sia in buona fede crede nella propria verità; ma è giusto che poi la vada a imporre agli altri che hanno altre verità? Penso di no.

Per un cristiano le cose cambiano: la sua Verità è il Vangelo e una volta messa fuori discussione la sua autenticità, dovrebbe essere al sicuro. Il guaio è però che ciascun cristiano ha il suo Vangelo. Cioè ciascun cristiano lo vive interpretandolo a modo suo.

E allora?

Anche tra i cristiani vi sono tante verità quanti sono i cristiani. Come è possibile che ci siano cattolici comunisti da una parte e cattolici anticomunisti dall’altra? E che sia gli uni che gli altri siano convinti di essere nel vero?

Il problema è pressocchè insolubile.

Io penso che un buon cristiano debba leggersi per benino il Vangelo e chiedere con umiltà a Dio la grazia di leggerlo e interpretarlo come Lui vuole sia letto e interpretato..

Perchè non bisogna dimenticare che Gesù ha detto: Ti rendo lode, o Padre perchè hai nascosto queste cose ai sapienti e agli scaltri e le hai rivelate ai piccoli. Sì, Padre, perchè così è piaciuto a Te”.

Q!uindi, quel che conta è accostarsi al Vangelo e a Dio con molta umiltà.

Vergine della Passione

 

 

 

 

Il Re dei Re e il granellino

Man mano che il tempo passa il Paradiso diventa sempre più popolato da un grandissimo numero di amici. Non solo i miei genitori, nonni, trisavoli, ma gli amici arrivati in quel regno beato tanti o pochi anni fa.

Alcuni certamente non li ricordo in questo momento, ma ieri ho avuto la fortuna di incontrare una mia quasi coetanea, sorella della dolcissima Benedetta Bianchi Porro.

Stamane ho preso il libro, Ritratti di Santi, di Antonio Sicari , e ho riletto con tanta commozione per l’ennesima volta le vicende di questa giovinetta in cui il buon Dio ha deciso di rinnovare il mistero della sofferenza di Giobbe. Lascio ai curiosi il gusto della scoperta delle sue vicende, ma riporto solo un passo che mi è smpre rimasto impresso.

“Ricordi… la leggenda?

Benedetta amava moltissimo leggere e le era rimasto fisso in mente un racconto di Tagore. Si tratta di un mendicante che un giorno incontra il Re dei RE sul suo cocchio dorato:

“Il cocchio si fermò accanto. Il Tuo sguardo cadde su di me e scendesti con un sorriso. Sentivo che era giunto al fine il momento supremo della mia vita. Ma Tu, tutto ad un tratto, mi stendesti la mano diritta dicendomi: Cosa hai da darmi? Ah, quale regalo fu, quello di stendere la tua palma regale per chiedere a un povero!

Confuso e esitante tirai fuori lentamente dalla mia bisaccia un chicco di grano e te lo diedi.

Ma quale fu la mia sorpresa quando, sul finire del giorno, vuotai la mia bisaccia per terra e trovai, nello scarso mucchietto, un granellino d’oro!

Piansi amaramente di non aver avuto il cuore di darTi tutto quello che possedevo.”

 

Aggiungo solo una bella preghiera della giovane Cilla morta a quindici anni in un incidente d’auto (Cilla di Primo Soldi) dopo solo nove mesi dall’incontro che avrebbe trasformato sorprendentemente la sua vita

Prendi il poco che ti offro, il nulla che sono

E dammi il tanto che spero il tutto che sei

 

Strano: la vita è davvero donata per essere data, come dice il sottotitolo del Mio blog che riprende le parole di Claudel “Che val la vita se non per essere data?”. Man mano che passa il tempo le comprendo sempre più… a livello teorico solo purtroppo per ora.

Siamo come foglie al vento

Dagli Esercizi di Rimini 2018, pag.60

Se l’uomo cede alle ideologie dominanti, si verifica una separazione tra segno e apparenza.  Più si ha coscienza di ciò che il segno è, più si capisce il disastro di un segno ridotto ad apparenza. Il segno è l’esperienza di un fattore presente nella realtà che mi rimanda ad altro. Il segno è una realtà sperimentabile il cui senso è un’altra realtà”

Sembra difficile capire cosa significhi, visto che siamo poco abituati a riflettere e reagiamo istintivamente (di pancia, si dice) a qualunque sollecitazione. Ma mi veniva in mente un esempio che forse spiega il concetto: l’esempio del dito che indica la luna.  Noi ci fermiamo al dito (il segno) e non guardiamo quello che il dito indica, la luna.

Mi è venuto in mente allora quel che vedo e leggo nei vari mass media attuali, per lo più. Ci si ferma al segno, all’apparenza e lo si considera come unica realtà. E mi vengono in mente le parole di certi uomini politici che , partendo da labili segni, costruiscono tutta una realtà di parole a cui finiscono col credere anche loro per il solo fatto di ripeterle fino alla nausea. E mi viene una grande tristezza. Perché tutto nella realtà è segno, anche un granello di sabbia. Ma capire di cosa è segno è difficile se si è perso un punto di riferimento valido.

Siamo come foglie al vento, se non abbiamo delle certezze vere che sostengono la nostra identità.

” …Poi guardai…”

Spesso siamo ripiegati su noi stessi e sui nostri problemi più o meno gravi e non ci guardiamo intorno e non vediamo il dolore, la delusione e la tristezza degli altri.
Questo ho pensato ricordando la poesia che un amico ricordava di aver appreso alle elementari. La trascrivo:

“Quando nacqui mi disse una voce.
“tu nascesti a portar la tua croce”.
Io piangendo la croce abbracciai
che dal Cielo donata mi fu.
Poi guardai, guardai, guardai:
tutti portan la croce quaggiù

 

Quando saremo veramente liberi?

Da “Il mio cuore è lieto perché Tu, Cristo, vivi” pag14 ss.:

  1. ”Il nostro primo pericolo è il formalismo”, pag. 14

Qual è la conseguenza di questo isolamento dal cuore di Cristo, di questa chiusa estraneità che a volte sentiamo anche dopo tanto tempo?Il formalismo.

“Il nostro primo pericolo… è il formalismo, il ripetere delle parole e il ripetere dei gesti, senza che gesti e parole scuotano o, comunque, mettano in cisi, cioè smuovano qualcosa in te, illuminino di iù lo suardo che potti a te stesso, alimentino una convinzione circa un valore(perché er esempio, che debba impegnartiper le elezioni, è una necessità della tua umanità) (L:Giussani)

(…)

Il formalismo è una fede che corre paralela alla vita, che si appaga di ripetizione di oarole e di gesti. E lo descriveva così: “Non si è a posto perchè si fs scuola di comunità, non si è a osto perchè si partecpa alla Santa Nmessa con il proprio prete, non si è a posto  perchè si fa il volantinaggio (…)

Questa può essere formalità con cui uno paga il pedaggio alla realtà sociale cui aderisce.

Ma quando diventa esperienza tutto questo?

Quando dice qualche cosa [innanzitutto ndr] a te e muove (…) qualcosa in te [ti coinvolge in ogni fibra del tuo essere]

 

Questa riflessione non vale solo per i cristiani, ma per ogni realtà umana.

Sarebbe più efficace in tal caso la parola farisaismo, perchè la finzione è la base di molto nostro agire. Quasi nessuno più riesce a essere pienamente se stesso ed allora le nostre parole e azioni spesso contraddicono il nostro io più vero.

Vien da chiederso: come liberarsi da questa ipocrisia? Chi ci libererà da questa ipocrisia? Quando saremo veramente liberi?

 

Comunione e Liberazione: il significato riscoperto

Stamane ho preso il libro di don Giussani “Alla ricerca del volto umano” e, contrariamente al solito, mi sono soffermata sull’introduzione perché era di Von Balthasar.

Dopo poche righe ho sussultato al leggere quanto segue, anche perché io per prima, che sono nel Movimento dal ’75 non avevo mai compreso in questi termini, che ora invece comprendo, le parole Comunione e Liberazione. Ma, dal libro nell’edizione del 1974 leggo a pag. 5:

“… Comunione non va intesa innanzitutto ( credo che innanzitutto sia da sottolineare) come un legame sociale tra i membri o anche tra tutti i cristiani, ma – pienamente in linea con Sant’Agostino –  come comunione del singolo con il Cristo sempre presente, che è sintesi di tutte le vie di Dio con la sua creatura e con la sua chiesa. Già l’analisi dell’antica alleanza introduce a questa riflessione centrale: Dio sceglie sempre un individuo ben preciso – Abramo, questo singolo popolo, questo profeta – per divenire, tramite lui, concreto per tutti. Le divinità dei Popoli sono astrazioni, solo Javè è vivo, l’unico Dio e questa concretezza di Dio culmina dell’incarnazione del suo Figlio Gesù Cristo, che in questo modo diventa anche il senso di tutto il mondo. L’uomo è creato in vista di Cristo, quindi per l’altro, nel quale solamente il suo io, la sua persona, la sua libertà trovano adempimento nella donazione, nell’obbedienza e nella disponibilità.

Se manca questa trascendenza che sola garantisce la “Liberazione”, l’uomo resta chiuso in se stesso. Annega nel moralismo e nel fariseismo.”

Finora ero profondamente convinta che solo dalla comunione e condivisione tra veri amici, cioè amici in nome di Cristo, potesse nascere la liberazione. Ma queste parole del teologo Von Balthasar mi aprono una prospettiva nuova, forse intuita,ma mai esplicitata in modo cosi’ chiaro e convincente.

A proposito della gioia:”Non ci credete? Invece è cosi'”

Da “La fragilità che è in noi “ di Eugenio Borgna, pag. 24 e ss.:

“La felicità ha il suo contrario nell’infelicità, la gioia non ha contrario, per questo è il più puro dei sentimenti, la pietra di paragone dell’animo. Saper gioire, com’è immensamente diverso dall’essere felici, com’è irrevocabile, sottratto ad ogni pericolo (…)!

Ed è una dimostrazione perché qui avviene la vera prova di forza; qui, nella gioia, si mostra il vero stato, la vera portata del cuore”.

La gioia come immagine del cuore, e il cuore come immagine della gioia: l’una e l’altra così fragili.

(…)la gioia è un’ emozione che nasce in noi solo quando il nostro cuore si sottrae agli avvenimenti di ogni giorno e recupera le sorgenti intatte del nostro aprirci agli altri: nella dedizione e nella solidarietà. La gioia è un’emozione friabile e fragilissima, come la stella del mattino che si intravede un attimo, e poi scompare fra la notte e l’alba.(…) La gioia è un’emozione di indescrivibile leggerezza che ci fa riflettere fino in fondo sul mistero della condizione umana: sulla sua estrema fragilità che resiste nondimeno alle situazioni dolorose della vita, quando nasca, e così è sempre, dal cuore. La gioia è un’emozione impalpabile fuggitiva, e non è facile raggiungerla, trattenerlo. Suscita fra le dita, e tuttavia come coda di cometa continua a vivere in noi, nella nostra memoria e nel nostro cuore.

Ma la gioia testimonia di un’arcana nostalgia di un infinito che non si spegne nemmeno nelle condizioni di straziato dolore e di quotidiana attesa della morte; come sono state quelle vissute da Etty Hillesum a Westerbork, il campo di concentramento olandese nel quale è stata confinata dal 1941 al 1943: nell’attesa (…) di essere mandata a morire ad Auschwitz . (…) La gioia, una gioia di inesprimibile tenerezza, rinasce in Etty Hillesum con parole che non si possono citare se non con il cuore in gola: “Ma cosa credete?, che non veda il filo spinato, non veda il dominio della morte, si’, ma vedo anche uno spicchio di cielo, e questo spicchio di cielo ce l’ho nel cuore, e in questo spicchio di cielo che ho nel cuore io vedo libertà e bellezza. Non ci credete? Invece è così.

La fragilità che è in noi

Una domanda bruciante

Cosa prevale in me?

“Il sospetto che l’altro possa fregarmi per sgozzarmi e per “conquistarmi” o la certezza che io sono stato già “conquistato” da Cristo?

Quest parole cosi’ brucianti mi hanno colpito nell’articolo di Pichetto che vi invito a leggere.

Credo che se non rispondiamo con sincerità a tale domanda, tutto sarà sempre più confuso e incomprensibile.

Le lacrime non riescono a dare speranza

francia_fisica

Ogni parola è superflua. c’è posto solo per il dolore e le lacrime. Ma il cuore desidera poter sperare ancora.

Personalmente non credo ci sia spazio per dar senso a questo misterioso male che sta divorando il mondo.

Eppure, l’unica spiegazione che può dare speranza e possibilità di riscatto l’ho trovata leggendo  questo link.