” …Poi guardai…”

Spesso siamo ripiegati su noi stessi e sui nostri problemi più o meno gravi e non ci guardiamo intorno e non vediamo il dolore, la delusione e la tristezza degli altri.
Questo ho pensato ricordando la poesia che un amico ricordava di aver appreso alle elementari. La trascrivo:

“Quando nacqui mi disse una voce.
“tu nascesti a portar la tua croce”.
Io piangendo la croce abbracciai
che dal Cielo donata mi fu.
Poi guardai, guardai, guardai:
tutti portan la croce quaggiù

 

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Quando saremo veramente liberi?

Da “Il mio cuore è lieto perché Tu, Cristo, vivi” pag14 ss.:

  1. ”Il nostro primo pericolo è il formalismo”, pag. 14

Qual è la conseguenza di questo isolamento dal cuore di Cristo, di questa chiusa estraneità che a volte sentiamo anche dopo tanto tempo?Il formalismo.

“Il nostro primo pericolo… è il formalismo, il ripetere delle parole e il ripetere dei gesti, senza che gesti e parole scuotano o, comunque, mettano in cisi, cioè smuovano qualcosa in te, illuminino di iù lo suardo che potti a te stesso, alimentino una convinzione circa un valore(perché er esempio, che debba impegnartiper le elezioni, è una necessità della tua umanità) (L:Giussani)

(…)

Il formalismo è una fede che corre paralela alla vita, che si appaga di ripetizione di oarole e di gesti. E lo descriveva così: “Non si è a posto perchè si fs scuola di comunità, non si è a osto perchè si partecpa alla Santa Nmessa con il proprio prete, non si è a posto  perchè si fa il volantinaggio (…)

Questa può essere formalità con cui uno paga il pedaggio alla realtà sociale cui aderisce.

Ma quando diventa esperienza tutto questo?

Quando dice qualche cosa [innanzitutto ndr] a te e muove (…) qualcosa in te [ti coinvolge in ogni fibra del tuo essere]

 

Questa riflessione non vale solo per i cristiani, ma per ogni realtà umana.

Sarebbe più efficace in tal caso la parola farisaismo, perchè la finzione è la base di molto nostro agire. Quasi nessuno più riesce a essere pienamente se stesso ed allora le nostre parole e azioni spesso contraddicono il nostro io più vero.

Vien da chiederso: come liberarsi da questa ipocrisia? Chi ci libererà da questa ipocrisia? Quando saremo veramente liberi?

 

Comunione e Liberazione: il significato riscoperto

Stamane ho preso il libro di don Giussani “Alla ricerca del volto umano” e, contrariamente al solito, mi sono soffermata sull’introduzione perché era di Von Balthasar.

Dopo poche righe ho sussultato al leggere quanto segue, anche perché io per prima, che sono nel Movimento dal ’75 non avevo mai compreso in questi termini, che ora invece comprendo, le parole Comunione e Liberazione. Ma, dal libro nell’edizione del 1974 leggo a pag. 5:

“… Comunione non va intesa innanzitutto ( credo che innanzitutto sia da sottolineare) come un legame sociale tra i membri o anche tra tutti i cristiani, ma – pienamente in linea con Sant’Agostino –  come comunione del singolo con il Cristo sempre presente, che è sintesi di tutte le vie di Dio con la sua creatura e con la sua chiesa. Già l’analisi dell’antica alleanza introduce a questa riflessione centrale: Dio sceglie sempre un individuo ben preciso – Abramo, questo singolo popolo, questo profeta – per divenire, tramite lui, concreto per tutti. Le divinità dei Popoli sono astrazioni, solo Javè è vivo, l’unico Dio e questa concretezza di Dio culmina dell’incarnazione del suo Figlio Gesù Cristo, che in questo modo diventa anche il senso di tutto il mondo. L’uomo è creato in vista di Cristo, quindi per l’altro, nel quale solamente il suo io, la sua persona, la sua libertà trovano adempimento nella donazione, nell’obbedienza e nella disponibilità.

Se manca questa trascendenza che sola garantisce la “Liberazione”, l’uomo resta chiuso in se stesso. Annega nel moralismo e nel fariseismo.”

Finora ero profondamente convinta che solo dalla comunione e condivisione tra veri amici, cioè amici in nome di Cristo, potesse nascere la liberazione. Ma queste parole del teologo Von Balthasar mi aprono una prospettiva nuova, forse intuita,ma mai esplicitata in modo cosi’ chiaro e convincente.

A proposito della gioia:”Non ci credete? Invece è cosi'”

Da “La fragilità che è in noi “ di Eugenio Borgna, pag. 24 e ss.:

“La felicità ha il suo contrario nell’infelicità, la gioia non ha contrario, per questo è il più puro dei sentimenti, la pietra di paragone dell’animo. Saper gioire, com’è immensamente diverso dall’essere felici, com’è irrevocabile, sottratto ad ogni pericolo (…)!

Ed è una dimostrazione perché qui avviene la vera prova di forza; qui, nella gioia, si mostra il vero stato, la vera portata del cuore”.

La gioia come immagine del cuore, e il cuore come immagine della gioia: l’una e l’altra così fragili.

(…)la gioia è un’ emozione che nasce in noi solo quando il nostro cuore si sottrae agli avvenimenti di ogni giorno e recupera le sorgenti intatte del nostro aprirci agli altri: nella dedizione e nella solidarietà. La gioia è un’emozione friabile e fragilissima, come la stella del mattino che si intravede un attimo, e poi scompare fra la notte e l’alba.(…) La gioia è un’emozione di indescrivibile leggerezza che ci fa riflettere fino in fondo sul mistero della condizione umana: sulla sua estrema fragilità che resiste nondimeno alle situazioni dolorose della vita, quando nasca, e così è sempre, dal cuore. La gioia è un’emozione impalpabile fuggitiva, e non è facile raggiungerla, trattenerlo. Suscita fra le dita, e tuttavia come coda di cometa continua a vivere in noi, nella nostra memoria e nel nostro cuore.

Ma la gioia testimonia di un’arcana nostalgia di un infinito che non si spegne nemmeno nelle condizioni di straziato dolore e di quotidiana attesa della morte; come sono state quelle vissute da Etty Hillesum a Westerbork, il campo di concentramento olandese nel quale è stata confinata dal 1941 al 1943: nell’attesa (…) di essere mandata a morire ad Auschwitz . (…) La gioia, una gioia di inesprimibile tenerezza, rinasce in Etty Hillesum con parole che non si possono citare se non con il cuore in gola: “Ma cosa credete?, che non veda il filo spinato, non veda il dominio della morte, si’, ma vedo anche uno spicchio di cielo, e questo spicchio di cielo ce l’ho nel cuore, e in questo spicchio di cielo che ho nel cuore io vedo libertà e bellezza. Non ci credete? Invece è così.

La fragilità che è in noi

Una domanda bruciante

Cosa prevale in me?

“Il sospetto che l’altro possa fregarmi per sgozzarmi e per “conquistarmi” o la certezza che io sono stato già “conquistato” da Cristo?

Quest parole cosi’ brucianti mi hanno colpito nell’articolo di Pichetto che vi invito a leggere.

Credo che se non rispondiamo con sincerità a tale domanda, tutto sarà sempre più confuso e incomprensibile.

Le lacrime non riescono a dare speranza

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Ogni parola è superflua. c’è posto solo per il dolore e le lacrime. Ma il cuore desidera poter sperare ancora.

Personalmente non credo ci sia spazio per dar senso a questo misterioso male che sta divorando il mondo.

Eppure, l’unica spiegazione che può dare speranza e possibilità di riscatto l’ho trovata leggendo  questo link.

“…La maggior parte di noi non cerca Cristo”

Un’altra passo importante da “La vita di don Giussani” di Savorana. Pag. 996 e seg.:

“… la maggior parte di noi non cerca Cristo. Con tutto il rispetto, con tutta la devozione, con tutta, addirittura, l’emozionabilità possibile, con certa tenerezza che a volte si può provare… ma ciò che prevale è quello che dovrebbe essere provvisorio anticipo analogico”. [don Giussani] Confessa che da tempo aveva in animo di dirlo. Ecco, allora, il suo avvertimento: “Stiamo attenti che Gesù tra noi può essere l’origine di tutto il mondo di umanità, pieno di letizia e di amicizie, di ragioni formalmente ineccepibili e di aiuto, formalmente, ma anche materialmente concreto che è pronto a darci (…), però Gesù potrebbe essere ridotto al “ritratto di una bella donna scolpito nel monumento sepolcrale della medesima”. Continua: “Se Gesù venisse qui in silenzio (…) e si sedesse su una sedia li’ vicino a costei, e tutti a un certo punto ce ne accorgessimo, non so in quanti di noi lo stupore, la gratitudine, la gioia… non so in quanti di noi l’affezione sarebbe veramente spontanea, pur conservando una certa coscienza di sè. Potrebbe essere spontanea, un’enfasi entusiasta, se davanti a Gesù uno ritornasse come bambino. Ma se uno portasse con se’ il contenuto della coscienza di tutti i giorni passati (…) Non so se non ci sentiremo coperti da una coltre di vergogna (…) , se ci accorgessimo che non abbiamo mai detto TU (cosi’ come lo diciamo tra noi…), se tentassimo di vivere seriamente il nostro non totale naufragio nel nostro io collettivo del suo Io personale.

“Il Mistero e il segno di esso sono la stessa cosa”

Un’altra frase dal significato incerto per me ha trovato una spiegazione nella biografia di don Giussani a cura di Savorana a pag. 950:

È importante rilevare come Giussani non tollera alcuna riduzione della fede a una dimensione meramente spiritualistica o moralistica: “Cristo non è nel Cielo tra legioni degli angeli e sulla terra indice di valori morali da rispettare! Cristo è dentro il mio rapporto con qualunque cosa, con qualunque persona, in qualunque caso; Cristo è dentro come criterio ultimo, come sole che deve riflettersi nel rapporto stesso. Il rapporto con le cose e le persone è una lente che riflette la presenza, una presenza!”. In questo senso” il Mistero e il segno sono la stessa cosa; l’azione, il momento umano ed esistenziale è segno dell’eterno, dice il rapporto con l’eterno, rimanda all’eterno ”. Infatti, tutto ciò che il cristiano fa ”attinge al grande pozzo della presenza di Cristo. Guardo in faccia Cristo, allora guardo in faccia te veramente”, È il trionfo di uno sguardo che ama, per cui” è lo sguardo alla faccia di Cristo che mi permette di guardare la tua faccia con rispetto amoroso come non avrei mai pensato di fare. E per quanto riesca, so che sarà imperfetto l’esito, ma tutto in me è teso alla perfezione”. In che senso? “Mentre tratto con te, amico mio, ti tratto e tratto con te chiedendo nel cuore, senza dirlo, senza farlo sentire da te con parole espresse: chiedo a Cristo di riuscire, chiedo a Cristo la perfezione”.

“Io della vostra compagnia me ne infischio”

Ho aperto a caso dopo qualche anno la biografia di don Giussani di Alberto Savorana e ho trovato un paragrafo che mi particolarmente colpito. È a pag. 899 e ss.:

…gli universitari gli avevano domandato come mai li stava mettendo in guardia dal pericolo dell’utopia: “Dov’è che noi adesso affermiamo un’utopia? Dopo il ’68 era l’utopia marxista, adesso che utopia abbiamo?”. Giussani ricorda di avere risposto: “L’utopia della vostra compagnia o – nel migliore dei casi – di amicizia, come laicamente si parla di Stato, si parla di sindacato… Adesso sembra, tante volte, che noi mettiamo la nostra speranza nella compagnia, in una compagnia”.

A questo punto ha esclamato:” Non è affatto per creare compagnia che noi siamo qui!! Noi creiamo compagnia per affermare una Presenza, una Presenza che è in questa compagnia, perché [siccome l’ora era finita e dovevo andare via, no terminato dicendo in modo brutale] della vostra compagnia io me ne infischio”.

 

Io credo che la nostra compagnia (e chi la guida) spesso ha rischiato di diventare quasi un idolo. Ma quando l’ho incontrata per la prima volta ho avuto l’impressione che fossimo come quei settantadue discepoli che tornavano dopo la missione da Gesù e raccontavano le meraviglie che avevano compiuto o (lo immagino io) anche le difficoltà incontrate.

Tutt’ora, se la compagnia o l’amicizia non è per affermare Cristo credo che potrei fare la stessa affermazione di don Giussani

Una scuola di vita: quella prima pietra non la posso proprio scagliare

Ieri era domenica della Palme e la festosità dell’ingresso di Gesù in Gerusalemme si è trasformata subito nella tristezza del racconto della Passione di Gesù durante la Messa.

Mi era insopportabile tutta quella umiliazione e quel dolore indicibile che hanno trafitto quelle carni innocenti, tanto che per non impazzire vigliaccamente ho distolto il pensiero.

La sera però, incontrando degli amici con i quali abbiamo parlato appunto di questo argomento, mi è stato chiaro che in questo episodio cosi’ drammatico della vita di Gesù, c’era tutta una scuola di vita.

Ci dicevamo che vogliamo seguire Gesù, ma ho percepito come qualcosa di astratto… non so perché… allora mi è venuto in mente tutto lo sfacelo che molti di noi cristiani viviamo in una società senza Dio. E seguire Gesù vuol dire proprio guardarlo, vedere i suoi occhi miti e ardenti, il suo tacere davanti all’ingiustizia più crudele, il suo perdono perché chi lo trattava in quel modo non sapeva veramente quello che faceva.

E mi chiedevo: ma noi cristiani… io che mi professo Cristiana lo so cosa significa seguire un Gesù che sconvolge con il suo comportamento incomprensibile tutte le nostre categorie, le nostre certezze, i nostri pregiudizi, la nostra presunzione? Ma sono davvero cosciente che quello che sto scrivendo è esattamente la verità di me, anche se non mi piace?

E allora capisco che quella prima pietra non la posso proprio scagliare.

Chissà quanto tempo mi ci vorrà per capirlo appieno!