“Mandateci nudi ma non toglieteci la libertà di educare”

“Mandateci nudi ma non toglieteci la libertà di educare”, cosi’ diceva don Giussani e la prof. Carlotti spiegava qualche anno fa:
Copertina anteriore
«Per don Giussani –(…)– l’educazione è il rapporto tra due libertà: di chi educa e di chi è educato. Non ama chi, con la scusa della libertà dell’altro, non gli dice ciò che sente come vero, come bene, come giusto. E questo vuol dire correre un rischio, perché può essere solo proposto e non imposto, perché la libertà di chi educa deve dialogare con la libertà di chi è educato. In questo libro [Il rischio educativo ] don Giussani riassume tutta la dinamica educativa nella necessità che venga proposta la tradizione, una storia passata che è un’ipotesi di significato. Si tratta innanzitutto di proporre intelligentemente questa tradizione dentro cui nasciamo».  (link)
Perciò mi è sembrata utile la petizione che ho appena ricevuto e propongo ai lettori del blog:
ho appena sottoscritto la petizione
Matteo Renzi: LIBERI DI EDUCARE – DETRAZIONE FISCALE SCUOLE PARITARIE
su CitizenGO. 
Per noi è un argomento vitale e vorrei invitare tutti voi a partecipare a questa campagna.
Per saperne di piu, potete cliccare sul link sottostante: 
Un caro saluto a tutti,
Annunci

Il mio nome è Pietro

Verrà nel mio paese a Marzo per rappresentare lo spettacolo. Bella questa intervista! E’ la più recente  e l’ha concessa a favore del Banco Farmaceutico :

 

 

Teen STAR

Sabato scorso ho partecipato ad un incontro molto interessante il cui contenuto non è ancora in rete, ma c’è un punto che mi ha colpito in modo deciso: non possiamo limitarci a reagire istintivamente rispetto a quello che accade, come fanno tutti, in una lotta disordinata di tutti contro tutti.

Stamane poi ho letto un articolo, tradotto dallo spagnolo del sito hatzeoir, il cui contenuto era da brivido: Come corrompere un bambino, e farla sembrare una cosa buona.

La prima reazione è stata di incredulità, desolazione, sconcerto, preoccupazione. Poi ho pensato che se mi limitavo a questi legittimi sentimenti di scandalo, non potevo fermarmi ad essi per sentirmi a posto. Mi sono perciò chiesta se in Italia esistesse un modo diverso di affrontare la problematica così delicata e mi sono ricordata immediatamente della bellezza dell’esperienza che mi ha testimoniato la segretaria in Italia dell’iniziativa – che coinvolge ormai diversi paesi – chiamata Teen STAR. Si occupa del’educazione all’affettività e di tanti aspetti relativi all’educazione dei nostri figli e ho saputo che in alcune ASL chiamano degli esperti per le scuole.

Da questo sito che va esaminato con cura da chi ha a cuore l’educazione integrale dei propri figli copio una pagina perché sia più semplice capire di che si tratta:

È possibile educare a vivere la propria sessualità?

Qual’è il contenuto dell’educazione? In che consiste il lavoro educativo? Che cosa guida e corregge costantemente la relazione tra un padre ed un figlio, tra un educatore ed un alunno? 

“La parola “realtà” sta alla parola “educazione” come la meta sta ad un cammino. La meta è tutto il significato dell’andare umano: essa è non solo nel momento in cui l’impresa si compie e termina, ma anche in ogni passo della strada. Così la realtà determina integralmente il movimento educativo passo passo e ne è il compimento. (…) Qualunque pedagogia che conservi un minimo di lealtà con l’evidenza, deve riconoscere e in qualche modo attendere a questa realtà.”
(Luigi Giussani, Il rischio educativo, Società Editrice Internazionale, Torino 1995, p. 19-20.)

L’esperienza ci insegna che per poter stare di fronte al reale è necessario affermare un significato, riconoscere che mi “parla” di qualcosa, che mi “svela” qualcosa.

Chissà che non sia proprio questo non sperare che la realtà ci dica qualcosa, ciò che fa diventare profondamente scettici gli adulti quando affrontano il “compito” di educare.

Se le stelle, gli alberi, le montagne o il mio stesso corpo non mi suscitano nessuna domanda, perchè dovrebbe interessarmi guardarli fino al punto da conoscerne, le parti, il funzionamento e le dimensioni? Senza un significato la totalità che ci circonda è muta e pertanto nella sfera degli interessi rientra solo il particolare che ci riguarda per una finalità immediata dettata dalle proprie esigenze.

Con queste premesse cosa è importante? Soltanto evitare i “problemi”, essere attenti che utilizzando il reale non ci siano per la persona conseguenze “indesiderate”. È a questo livello che nella nostra società emerge la necessità di definire le “norme comportamentali” che debbono regolare il rapporto con la realtà senza alterarne i benefici. Si parla di educazione ai valori, si avverte la necessità di definire le “norme morali” che devono dettare i comportamenti.

Gli educatori abbandonano il compito di accompagnare i giovani nell’avventura della conoscenza verso la scoperta di ciò che le cose veramente sono, per un percorso relativo che, mentre assicura il piacere personale, deve difendere il “benessere” comunitario. Non avendo la realtà alcun significato, per seguire l’assoluto del principio del piacere, l’orizzonte dell’eticità non è che una costruzione sociale dipendente da fattori assolutamente soggettivi. La libertà del singolo si gioca nello scegliere la “costruzione” più convincente. Con queste premesse culturali, educare vuol dire: facilitare la conoscenza di tutte le “costruzioni” possibili e la “libera” scelta di una di esse.

Oggi assistiamo al fatto che nei comportamenti questa modalità “adulta” e “autonoma” di considerare realtà e conoscenza conduce irrimediabilmente all’impossibilità per i giovani di sviluppare le capacità che lo caratterizzano e lo differenziano da qualsiasi altro essere, ragione e libertà sono circoscritte ad un’unica condizione: “difendere” e “subire” le proprie pulsioni.

Nonostante ciò, “la realtà è testarda”, ogni educatore fa esperienza del “dolore” che accompagna i nostri ragazzi quando devono inevitabilmente subire gli effetti dei loro comportamenti.

L’uomo non “ha un corpo”, “è un corpo” e pertanto qualsiasi azione realizzi è espressione della persona ed incide su di essa. Durante l’esperienza educativa risulta evidente come in molti adolescenti il grido del cuore sia facilmente percettibile, ed in questo grido la loro sessualità in pieno sviluppo ha un grande protagonismo. Senza che ne abbiano coscienza scoprono che gli atti del “corpo” possono avere delle ripercussioni che incidono sull’intero arco dell’esistenza. Le azioni del nostro corpo dunque non sono innocue. Per questo è importante accompagnarli nell’esperienza che c’è un modo di vivere la corporeità che corrisponde all’umano, ed un altro che lo nega, questa corrispondenza non è il risultato di una scelta soggettiva, ci viene data oggettivamente.

Per questa ragione fondamentale nell’educazione affettiva e sessuale dei giovani e degli adolescenti bisogna affrontare due aspetti:

  • Introdurli al significato della propria sessualità.
  • Dar loro la possibilità di riconoscere oggettivamente quali sono le caratteristiche della sessulità umana.

La libertà, può entrare in azione soltanto davanti ad una proposta, che prenda in considerazione tutte le dimensione della persona, guardando i problemi senza censurarne gli interrogativi e le difficoltà.

Il programma Teen STAR (Sexuality Teaching in the context of Adult Responsibility), è un prezioso strumento elaborato negli USA dalla dr.sa Hanna Klaus ed ora diretto dalla dr.sa Pilar Vigil docente dell’Università Cattolica del Cile.

Uno dei suoi pregi è il rispetto della libertà di educazione, per la sua realizzazione è imprescindibile: che i genitori conoscano i contenuti del programma ed accettino di collaborare, che gli adolescenti scelgano liberamente di riceverlo, gli educatori si impegnino ad una totale riservatezza sui contenuti dei colloqui personali sostenuti.

  • Educa i giovani a concepire la propria persona come una totalità affrontando la sessualità da un punto di vista olistico, corregge la tendenza a separare la dimensione affettiva dalle esigenze della corporeità, così come l’idea che le azioni che possono avere una risonanza esterna, siano prive di conseguenze per la dimensione psico-affettiva.
  • Considera la sessualità come una caratteristica della persona che pone in relazione tutti gli aspetti del suo essere: ragione, libertà, desideri, ed educa: la ragione, la libertà, l’affettività.
  • L’offerta di ragioni non può sostenere un cambio comportamentale, è necessario un adulto li accompagni sostenendo la libertà. Una relazione umana ha bisogno di tempo, il programma dura l’intero anno scolastico: una sessione di 45-60 minuti ogni quindici giorni; accompagnata, come minimo, da un colloquio personale con l’educatore per ogni alunno.
  • Il fondamento dell’educazione è la realtà stessa: gli alunni imparano a riconoscere nel loro corpo i segni della fecondità e tutti i segnali che l’accompagnano. La realtà ci parla continuamente, ed è “segno”, fatta per farci comprendere come tutto sia relazionato, tanto da scoprire che la pienezza dell’umano corrisponde alla profondità del proprio desiderio.

Il programma è sufficientemente “aperto” da poter rispondere alle caratteristiche di qualsiasi tipo di gruppo (è stato impartito in centri scolastici frequentati da alunni con un alto livello socio-economico come nei quartieri più poveri, in centri educativi laici e cristiani, in gruppi parrocchiali, in centri universitari, nel carcere femminile…) inoltre è organizzato in modo tale da poter essere proposto in diversi momenti dell’età evolutiva.

 

“siate testimoni con la vostra vita di quello che comunicate”

Dall’udienza agli studenti delle scuole gestite dai Gesuiti in Italia e in Albania

“Non voglio essere troppo lungo, ma una parola specifica vorrei rivolgerla anche agli educatori: ai Gesuiti, agli insegnanti, agli operatori delle vostre scuole e ai genitori. Non scoraggiatevi di fronte alle difficoltà che la sfida educativa presenta! Educare non è un mestiere, ma un atteggiamento, un modo di essere; per educare bisogna uscire da se stessi e stare in mezzo ai giovani, accompagnarli nelle tappe della loro crescita mettendosi al loro fianco. Donate loro speranza, ottimismo per il loro cammino nel mondo. Insegnate a vedere la bellezza e la bontà della creazione e dell’uomo, che conserva sempre l’impronta del Creatore. Ma soprattutto siate testimoni con la vostra vita di quello che comunicate. Un educatore – Gesuita, insegnante, operatore, genitore – trasmette conoscenze, valori con le sue parole, ma sarà incisivo sui ragazzi se accompagnerà le parole con la sua testimonianza, con la sua coerenza di vita. Senza coerenza non è possibile educare! Tutti siete educatori, non ci sono deleghe in questo campo. La collaborazione allora in spirito di unità e di comunità tra le diverse componenti educative è essenziale e va favorita e alimentata. Il collegio può e deve fare da catalizzatore, esser luogo di incontro e di convergenza dell’intera comunità educante con l’unico obiettivo di formare, aiutare a crescere come persone mature, semplici, competenti ed oneste, che sappiano amare con fedeltà, che sappiano vivere la vita come risposta alla vocazione di Dio, e la futura professione come servizio alla società. Ai Gesuiti poi vorrei dire che è importante alimentare il loro impegno nel campo educativo. Le scuole sono uno strumento prezioso per dare un apporto al cammino della Chiesa e dell’intera società. Il campo educativo, poi, non si limita alla scuola convenzionale. Incoraggiatevi a cercare nuove forme di educazione non convenzionali secondo “le necessità dei luoghi, dei tempi e delle persone”.

PAPA FRANCESCO 

“non siamo batuffolosi Panda e neppure misteriosi lupi italiani”

Lettera della preside di una scuola paritaria

Caro direttore

È la prima volta che scrivo ad un giornale e lo faccio nella speranza che possiate e vogliate aiutarci a continuare ad esistere.

Purtroppo non siamo batuffolosi Panda e neppure misteriosi lupi italiani. Siamo soltanto un vituperato istituto scolastico paritario. Posso assicurarle però che contrariamente a quanto credono i più, non siamo parassiti. Non so dove siano scomparsi i fondi che non arrivano più alle scuole statali, ma so per certo che non arrivano a noi. Mai visto un euro.

Noi esistiamo per i fatti nostri da prima della scuola statale, siamo in via Faentina dal 1891 e per il nostro pubblico servizio la città ci ha, forse distrattamente, riconosciuto il Fiorino d’oro nel 2005.

Ora il nostro Istituto è fiorente, per quanto riguarda la scuola dell’obbligo, ma è per la scuola secondaria di II grado che rivolgo ai giornali e alla cittadinanza il mio appello. Da 26 anni, dopo la chiusura dell’Istituto Magistrale, gestiamo un Liceo linguistico tra i primi nati in Firenze, e l’unico, prima dell’ultima riforma, a non essere sperimentale.

Il nostro problema è questo: non abbiamo studenti.

Eppure molti ragazzi scelgono il linguistico, tanto che le scuole statali (tre anni fa il Capponi, quest’anno il Pascoli) spesso fanno fatica ad accoglierli tutti.

Perché dunque la nostra crisi?

Forse che il nostro Liceo non svolge altrettanto bene la sua funzione ?

I nostri ex alunni potrebbero ben testimoniare che non è così, ma non voglio vantarmi di loro. Dirò solo che all’Esame di Stato la nostra media è sempre stata circa un punto percentuale sopra la media regionale (e quindi nazionale) e alle prove INVALSI, che come saprà si svolgono in seconda liceo, abbiamo risultati superiori alla media in competenza linguistica; la matematica non è ovviamente la materia preferita di chi sceglie il linguistico e quindi siamo moderatamente orgogliosi di arrivare “quasi” alla media delle altre scuole.

Quindi mi sento di dire che da noi si studia e si studia bene.

Forse il problema è che la scuola “delle suore” è soffocante, asfittica, poco aperta?

Facciamo l’assemblea d’Istituto quasi ogni mese: all’ultima dello scorso anno abbiamo accolto, in collaborazione con “leggere per non dimenticare”, Sergio Staino, un po’ sorpreso anche lui di finire a braccetto con una suora.
Quest’anno abbiamo incontrato il mondo del volontariato internazionale, degli imprenditori, del carcere (con gli operatori della Caritas), l’associazione Lorenzo Guarnieri. Abbiamo ascoltato la testimonianza della figlia di Grasso e partecipato alla marcia di Libera. Facciamo tutti gli anni una settimana di stage linguistico all’estero per tutte le classi. I nostri alunni visitano almeno due musei cittadini all’anno e una grande mostra in qualche altra città italiana. Andremo a studiare la fisica (che ci piace generalmente poco) sulle giostre a Mirabilandia (sperando ci riesca così più simpatica). Partecipiamo regolarmente al Concorso Giovani Idee e a molti altri (sperando sempre di vincere qualche euro per comprarci la LIM). Andiamo a vedere spettacoli teatrali in inglese, francese, spagnolo. Abbiamo accolto coro della Lassiter School di Marietta, Georgia, per un concerto e una mattinata di reciproca conoscenza. Alcune nostre docenti accompagnano gli alunni ad appuntamenti culturali cittadini pomeridiani e serali: i percorsi della Strozzina, i seminari del Gabinetto Vieusseux, convegni dell’Università europea, concerti e spettacoli teatrali serali. Invitiamo tutti gli anni i nostri studenti a cimentarsi nella Gymnaestrada a Carrara e in una due giorni sugli sci all’Abetone.

I nostri docenti sono tutti laici, a parte me, diversissimi tra loro, giovani e meno giovani, più o meno severi, ma con una caratteristica in comune: la passione per l’insegnamento. Io credo capiti a poche presidi ciò che capita a me: i docenti si lamentano dei ponti, perché impediscono loro di fare lezione! Si litigano le ore di supplenza, quando manca un collega!

Sinceramente io potrei rassegnarmi alla chiusura, signor direttore, anche se quindici posti di lavoro in meno di questi tempi sono un danno per tutti. In fondo l’Istituto vivrebbe lo stesso, gli altri gradi di scuola funzionano bene. Potrei se solo non fosse che vedo i miei alunni venire a scuola contenti. Perché devono essere gli ultimi? Questo è il mio assillo.

Se dunque facciamo scuola, e la facciamo bene, come risultati e come stile, perché allora non abbiamo alunni per aprire la classe I l’anno prossimo?

La risposta dovrebbe essere ovvia, anche per una “dalla testa fasciata” come io sono, non è vero, direttore? Gli alunni non ci sono perché la nostra scuola costa. Non ha fondi statali e dunque deve chiedere una retta. Qui si aprirebbe un discorso lungo e molto semplice, ma non è tempo nè luogo di farlo.

A noi per vivere basta Gesù.

Per sopravvivere però ci servono sette studenti per la prima dell’anno prossimo. Solo questo chiediamo: aiutateci a trovare sette iscrizioni. Sette. Noi offriamo la retta dimezzata, per il primo anno, perché sono sicura che dopo esser stati da noi un anno, non vorranno più andar via. E in qualche modo si farà. Aiutateci a fare sapere questo: non chiediamo altro per poter continuare a far esistere un luogo dove docenti e studenti sono contenti di venire.

Grazie

“Chi sono io?”

Dal diario di un prof

Settantacinquesimo giorno di scuola.

Sto interrogando, oggetto dell’interrogazione è Epicuro, le sue paure con il quadrifarmaco che dovrebbe portare la tanto agognata liberazione. Lo studente interrogato espone in modo esauriente il pensiero di Epicureo; poi ,di fronte ad una mia sollecitazione, lo paragona a quello stoico, di seguito a quello scettico, è tentato di andare avanti in questo processo evolutivo ma decide di fermarlo, provocando un attimo di sospensione… per poi chiedersi a voce alta “ma chi sono io per giudicare Epicureo? Per giudicare gli stoici o sant’Agostino?”.

Una domanda che non mi sarei mai aspettato, e che porta dentro due possibilità come lo stesso studente chiarisce. Chiedersi “chi sono io?” può essere prendere le distanze da ciò che si è imparato, come dire che non posso giudicare nulla perché sono nulla; oppure che tutto ciò che imparo fa crescere la coscienza del mio esserci.
E lo studente, aiutato da un compagno e da una compagna, mi hanno sfidato a fare un lavoro per cogliere la profondità dell’io, le sue dimensioni e il suo orizzonte.
Più gli studenti entravano nel merito di loro stessi, più mi accorgevo della novità che si stava materializzando;  erano in tre davanti a me per essere interrogati, e gli argomenti erano ben definiti, ma ciò che stava accadendo era più di una interrogazione… o forse quello che ci si dovrebbe aspettare da una interrogazione: che affrontando i contesti complessi e diversificati del reale, uno si accorga dell’umano che scoppia in lui.
Così la domanda “chi sono io?” non appariva come una rinuncia a giudicare, ma come la gratitudine di una scoperta che la realtà provoca.
Allo stesso modo con cui uno dice alla persona di cui è innamorata “ chi sono io per volerti bene?”, dove quel “chi sono io?” è pieno di gratitudine.

Le domande agli adulti di una adolescente

Me l’ha indicata Factum, ma è piaciuta anche a me e la rilancio:

Scuola, l’altra faccia della protesta

In una lettera, il disagio di una studentessa di ginnasio

21:13- Non solo la rabbia, i petardi, gli scontri. Non solo le lotte, le  contestazioni, gli scioperi:dietro la protesta degli studenti c’è un  mondo di sogni infranti, di disillusione, di assenza di idoli o miti da  inseguire. Così, Margherita Penna, studentessa del primo ginnasio, in  una lettera aperta ai suoi professori, mette in luce tutto il malessere  della sua generazione.

Che cosa avrei voluto sentirmi dire  il primo giorno di scuola dai miei professori o cosa vorrei che mi  dicessero se tornassi studente? Il racconto delle vacanze?  No. Quelle dei miei compagni? No. Saprei già tutto. Devi studiare? Sarà  difficile? Bisognerà impegnarsi di più? No, no grazie. Lo so. Per questo sto qui, e poi dall’orecchio dei doveri non ci sento. Ditemi qualcosa  di diverso, di nuovo, perché io non cominci ad annoiarmi da subito, ma  mi venga almeno un po’ voglia di cominciarlo quest’anno scolastico.  Dall’orecchio della passione ci sento benissimo.
Dimostratemi che vale la pena stare qui per un anno intero ad ascoltarvi. Ditemi per favore che tutto questo c’entra con la vita di tutti i giorni, che mi  aiuterà a capire meglio il mondo e me stesso, che insomma ne vale la  pena di stare qua. Dimostratemi, soprattutto con le vostre vite, che lo  sforzo che devo fare potrebbe riempire la mia vita come riempie la  vostra. Avete dedicato studi, sforzi e sogni per insegnarmi la vostra  materia, adesso dimostratemi che è tutto vero, che voi siete i mediatori di qualcosa di desiderabile e indispensabile, che voi possedete e  volete regalarmi.
Dimostratemi che perdete il sonno per  insegnare quelle cose che – dite – valgono i miei sforzi. Voglio  guardarli bene i vostri occhi e se non brillano mi annoierò, ve lo dico  prima, e farò altro. Non potete mentirmi. Se non ci credete voi, perché  dovrei farlo io? E non mi parlate dei vostri stipendi, del sindacato,  della Gelmini, delle vostre beghe familiari e sentimentali, dei vostri  fallimenti e delle vostre ossessioni. No.
Parlatemi di  quanto amate la forza del sole che brucia da 5 miliardi di anni e  trasforma il suo idrogeno in luce, vita, energia. Ditemi come accade  questo miracolo che durerà almeno altri 5 miliardi di anni. Ditemi  perché la luna mi dà sempre la stessa faccia e insegnatemi a  interrogarla come il pastore errante di Leopardi. Ditemi come è  possibile che la rosa abbia i petali disposti secondo una proporzione  divina infallibile e perché il cuore è un muscolo che batte  involontariamente e come fa l’occhio a trasformare la luce in immagini.  Ci sono così tante cose in questo mondo che non so e che voi potreste  spiegarmi, con gli occhi che vi brillano, perché solo lo stupore  conosce.
E ditemi il mistero dell’uomo, ditemi come  hanno fatto i Greci a costruire i loro templi che ti sembra di essere a  colloquio con gli dei, e come hanno fatto i Romani a unire bellezza e  utilità come nessun altro. E ditemi il segreto dell’uomo che crea  bellezza e costringe tutti a migliorarsi al solo respirarla. Ditemi come ha fatto Leonardo, come ha fatto Dante, come ha fatto Magellano. Ditemi il segreto di Einstein, di Gaudì e di Mozart. Se lo sapete ditemelo.  Ditemi come faccio a decidere che farci della mia vita, se non conosco  quelle degli altri? Ditemi come fare a trovare la mia storia, se non ho  un briciolo di passione per quelle che hanno lasciato il segno?
Ditemi per cosa posso giocarmi la mia vita. Anzi no, non me lo dite, voglio  deciderlo io, voi fatemi vedere il ventaglio di possibilità. Aiutatemi a scovare i miei talenti, le mie passioni e i miei sogni. E ricordatevi  che ci riuscirete solo se li avete anche voi i vostri sogni, progetti,  passioni. Altrimenti come farò a credervi? E ricordatemi che la mia vita è una vita irripetibile, fatta per la grandezza, e aiutatemi a non  accontentarmi di consumare piccoli piaceri reali e virtuali, che sul  momento mi soddisfano, ma sotto sotto sotto mi annoiano…
Sfidatemi, mettete alla prova le mie qualità migliori, segnatevele su un registro, oltre a quei voti che poi rimangono sempre gli stessi. Aiutatemi a non  illudermi, a non vivere di sogni campati in aria, ma allo stesso tempo  insegnatemi a sognare e ad acquisire la pazienza per realizzarli quei  sogni, facendoli diventare progetti. Insegnatemi a ragionare, perché non prenda le mie idee dai luoghi comuni, dal pensiero dominante, dal  pensiero non pensato. Aiutatemi a essere libero. Ricordatemi l’unità del sapere e non mi raccontate l’unità d’Italia, ma siate uniti voi dello  stesso consiglio di classe: non parlate male l’uno dell’altro, vi prego. E ricordatemelo quanto è bello questo Paese, parlatemene, fatemi venire voglia di scoprire tutto quello che nasconde prima ancora di desiderare una vacanza a Miami.
Insegnatemi i luoghi prima dei non luoghi. E per favore, un ultimo favore, tenete ben chiuso il cinismo nel girone  dei traditori. Non nascondetemi le battaglie, ma rendetemi forte per  poterle affrontare e non avvelenate le mie speranze, prima ancora che io le abbia concepite. Per questo, un giorno, vi ricorderò. [link]

“CHI EDUCA CRESCE”

“CHI EDUCA CRESCE”

Giacomo torna a scuola nel ruolo di papà

Giacomo Poretti, del trio Aldo, Giovanni e Giacomo

Sabato 6 ottobre a Milano si discute sul futuro del sistema educativo italiano
MILANO

In occasione dei 40 anni della scuola milanese “La Zolla”, con quattro sedi e più di mille studenti dalla materna alle media, insegnanti, dirigenti scolastici, educatori e genitori si confronteranno in un faccia a faccia dal titolo “Chi educa cresce”.

L’appuntamento è sabato 6 ottobre, dalle 9.30 alle 12.30, presso l’Aula Magna, Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano (l’ingresso è libero).

Valentina Aprea, Assessore all’Istruzione, Formazione e Cultura di Regione Lombardia, Mario Calabresi, Direttore de La Stampa, Giuseppe De Rita, Sociologo, Presidente CENSIS, Marco Bersanelli, Ordinario Astrofisica Università degli Studi di Milano, presidente CDA dell’Istituto Sacro Cuore di Milano, Lorenza Violini, Ordinario Diritto Costituzionale Università degli Studi di Milano, Membro del CDA de La Zolla discuteranno su questi temi: Quale futuro per il sistema educativo italiano? Qual è il ruolo delle famiglie? Che posto hanno le scuole non statali? Ha ancora senso investire risorse e energie nella scuola?

Ospite speciale sarà Giacomo Poretti, del trio Aldo, Giovanni e Giacomo, che racconterà la scuola di oggi vista attraverso i suoi occhi, quelli di un papà.

Il dramma del vivere

Da “Il punto sorgivo della gratuità – pag. 1” di TRACCE di questo mese:

” tante volte i nostri figli o le persone che hanno subito una ferita forte pensano che (…)[ gli possa] esssere risparmiato il dramma del vivere, il dramma di dover decidere di fronte al Mistero ultimo dell’essere. E noi glielo possiamo risparmiare con qualche tecnica?

Tante volte mi trovo a dire: “Guarda, a me non è capitato quello che è capitato a te, ma io ho l’identico dramma tuo: lasciarmi abbracciare adesso, da un Altro”.

Infatti qual è il pericolo? Identificare tutto il dramma del vivere con quella ferita.

No!

Io non ho avuto quella ferita, ma ho lo stesso dramma tuo!

(…) siamo davanti allo stesso dramma, e a noi non lo può risolvere nessuno, nessun tecnico: è il mistero dell’io, che non può essere ridotto (…) perché il dramma di ciascuno di noi, per il fatto di essere uomini, è rispondere a questo”. (pag.VI)

 

La famiglia, il Centro Educativo Edimar e il Sostegno a distanza.

In preparazione all’incontro internazionale delle famiglie con il Papa che avverrà in questi giorni a Milano, AVSI.org pubblica alcune testimonianze belle di condivisione dei bisogni. La prima bisognosa di   aiuto è la famiglia perché – come diceva recentemente un amico – è il più grosso ammortizzatore sociale. Ma da sola difficilmente ce la fa. Alcuni amici volontari di AVSI fanno questa esperienza alla periferia di Brasilia:

È contento Alex: inizierà il corso di football americano cui teneva tanto, come premio per essersi impegnato in questi ultimi anni e aver recuperato le difficoltà che presentava a scrivere e leggere.

A raggiungere questa meta ha contribuito un’equipe specialissima: la famiglia, il Centro Educativo Edimar e il Sostegno a distanza.

Durante i sei anni di affettuoso sostegno da parte dei suoi padrini, Alex ha potuto frequentare l’asilo Nossa Senhora Mae dos Homens prima e il Centro Edimar poi, con i quali AVSI collabora a Samambaia, periferia di Brasilia, Brasile.

Quando iniziò il suo percorso era un bimbo timido, molto intelligente ma con difficoltà di concentrazione che negli anni avevano determinato anche qualche problema di apprendimento.

L’accompagnamento delle educatrici ha risvegliato la curiosità di Alex e la paziente professionalità con cui è stato seguito ha dato ottimi frutti.

Anche la famiglia di Alex si è lasciata coinvolgere in questo rapporto con le educatrici del Centro e con i padrini…a distanza, così che tanti cambiamenti sono stati resi possibili.

Osservare la grande cura che persone estranee alla famiglia dedicavano ad Alex e alle sue sorelle ha fatto sì che i genitori si coinvolgessero sempre più nell’educazione, cercando un confronto con le responsabili del Centro che seguivano ogni giorno i loro figli. E pian piano sono fiorite scelte coraggiose per la propria vita, quali decidere di sposarsi, riaprire i libri (senza lasciare il lavoro!) per arrivare a conquistarsi una borsa di studio per l’Università, aprire un’attività.

Cleyde, la mamma di Alex, racconta:Il nido (del Centro, ndr) mi ha aperto l’orizzonte, perché mai avrei pensato di entrare all’Università. Quando i miei figli sono entrati al nido, avevo fatto solo le elementari, 4 anni qui in Brasile. A poco a poco le ragazze mi hanno incoraggiata a frequentare privatamente una scuola accelerata di recupero e oggi sono all’ Università!”.

Anche Carlos, il padre, si è giocato in prima persona scommettendo sulla propria esperienza e ha aperto un’officina da fabbro.

Durante la sua ultima visita nella residenza di Alex, Patricìa, coordinatrice locale del sostegno a distanza per AVSI a Brasilia, si è sorpresa di vedere il padre aiutare il figlio nel compito di matematica: una scena molto rara in questa realtà.

Il sostegno ad Alex ora volge al termine: la strada che la famiglia ha intrapreso è buona, possono e vogliono contare sulle proprie forze. E il primo passo è proprio accompagnare Alex a football, impegnandosi per tre giorni a settimana a permettergli questa attività, che il centro sportivo del quartiere offre gratuitamente.

Prendere sul serio i propri desideri e accorgersi di quelli dei figli, trovando il tempo e le energie per valorizzarli, è un grandissimo passo.

Il sostegno a distanza permette tante storie così belle, perché quando si scommette sull’educazione e sulla persona, quando si infonde coraggio e speranza, inevitabilmente lo sguardo si alza per volgersi un po’ più in là.

Sostegno a distanza:
un caffé al giorno, due lettere all’anno
e un sorriso per sempre!

Con un piccolo contributo economico (85 centesimi al giorno, 312 euro all’anno) un bambino in condizioni difficili può andare a scuola, ricevere aiuti materiali ed essere accompagnato da un adulto con la sua famiglia nel percorso educativo. E la tua famiglia accoglie un amico lontano.

Scopri il SAD!