“Vivo sulle soglie della morte eppure una gioia inesprimibile è in me”

dall'utopia-alla-presenza_1La nostra identità si manifesta in un’esperienza nuova dentro di noi e tra di noi: l’esperienza dell’affezione a Cristo e al Mistero della Chiesa, che nella nostra unità trova la sua concretezza più vicina. L’identità è l’esperienza viva dell’affezione a Cristo e alla nostra unità.

La parola “affezione” è la più grande e comprensiva di tutta la nostra espressività. Essa indica molto più un “attaccamento” che nasce dal giudizio di valore – dal riconoscimento di quello che c’è in noi e tra di noi – che una facilità sentimentale, effimera, labile come foglia in balia del vento. E nella fedeltà al giudizio, cioè nella fedeltà alla fede, con l’età, tale attaccamento cresce, diventa più turgido, vibrante e potente. «Quello che poteva essere per me un guadagno, l’ho considerato perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura, al fine di guadagnare Cristo, e di essere trovato in Lui, non con una mia giustizia derivante dalla legge, ma con quella che deriva dalla fede in Cristo, cioè con la giustizia che deriva da Dio, basata sulla fede» (Fil 3,7-9).

Questa esperienza viva di Cristo e della nostra unità è il luogo della speranza, perciò della scaturigine del gusto della vita e del fiorire possibile della gioia – che non è costretta a dimenticare o a rinnegare nulla per affermarsi; ed è il luogo del recupero di una sete di cambiamento della propria vita, del desiderio che la propria vita sia coerente, muti in forza di quello che essa è al fondo, sia più degna della Realtà che ha “addosso”.

Dentro l’esperienza di Cristo e della nostra unità vive la passione per il cambiamento della propria vita. Ed è il contrario del moralismo: non una legge cui essere adeguati, ma un amore cui aderire, una presenza da seguire sempre di più con tutto se stessi, un fatto dentro il quale realmente naufragare. «Chiunque ha questa speranza in Lui, purifica se stesso, come Egli è puro» (1Gv 3,3). La Lettera ai Filippesi è ancora più appassionata: «Non però che io abbia già conquistato il premio o sia ormai arrivato alla perfezione; solo mi sforzo di correre per conquistarlo, perché anch’io sono stato conquistato da Gesù Cristo» (Fil 3,12). Il desiderio del cambiamento di sé, pacato, equilibrato, e nello stesso tempo appassionato, diventa allora una realtà quotidiana – senza ombra di pietismo o di moralismo -, un amore alla verità del proprio essere, un desiderio bello e scomodo come una sete.

Queste osservazioni quasi furtive scendono a toccare il cuore di coloro, tra voi, che già hanno cominciato ad andare per questo cammino. È in fondo quello che in L’Annuncio a Maria, esclamava Anna Vercors: «Vivo sulla soglia della morte e una gioia inesplicabile è in me» (P. Claudel, L’Annuncio a Maria, Bur 2001, p. 186). È ciò che molti di noi hanno già cominciato a sentire, che è già parte di una esperienza nuova: «Vivo alle soglie della morte», alle soglie della menzogna (che è peggio della morte fisica), alle soglie del male e del dolore, del disumano, eppure «una gioia inesprimibile è in me».

 

IV – Ma noi non costruiamo quella presenza – che scaturisce dalla coscienza della nostra identità e dall’affezione ad essa -, siamo ancora confusi.

Siamo insieme per un inizio di accento vero, che ci ha percosso quando abbiamo incontrato la comunità. Quello che ci unisce, anche se tenace, è ancora piccolo ed embrionale, costruito dall’impressione provocata in noi dall’accento di verità dell’incontro che abbiamo fatto. Tutto è rimasto ancora agli inizi, e deve diventare maturo, altrimenti il Signore può permettere che la tempesta del mondo lo travolga.

È venuto il momento in cui non possiamo più resistere se quell’accento iniziale non diventa maturo: non possiamo più portare da cristiani l’enorme montagna di lavoro, di responsabilità e di fatiche a cui siamo chiamati. Non si coagula, infatti, la gente con delle iniziative; ciò che coagula è l’accento vero di una presenza, che è dato dalla Realtà che è tra noi e che abbiamo “addosso”: Cristo e il Suo Mistero reso visibile nella nostra unità.

Proseguendo nell’approfondimento dell’idea di presenza, occorre allora ridefinire la nostra comunità. La comunità non è un coagulo di gente per realizzare iniziative, non è il tentativo di costruire una organizzazione di partito: la comunità è il luogo della effettiva costruzione della nostra persona, cioè della maturità della fede. 

Scopo della comunità è generare adulti nella fede. È di adulti nella fede che il mondo ha bisogno, non di bravi professionisti o di lavoratori competenti, perché di questi la società è piena, ma tutti sono profondamente contestabili nella loro capacità di creare umanità.

V – Il metodo con cui la comunità diventa luogo di costruzione di maturità della fede per la persona è indicato dalla prima parola che abbiamo usato nella storia del nostro movimento (che abbiamo dimenticato, anche quando la ripetiamo, poiché non la ripetiamo seriamente): “seguire”.

Dio creatore e redentore, nell’originalità naturale e nel mistero della vita nuova che Cristo ha portato, non conosce altro metodo per far crescere l’uomo se non il metodo della sequela. «Mentre camminava lungo il mare di Galilea vide due fratelli, Simone chiamato Pietro e Andrea suo fratello, che gettavano la rete in mare, poiché erano pescatori. E disse loro: “Seguitemi, vi farò pescatori di uomini”» (Mt 5,18-19); «Gesù, vedendo che lo seguivano, disse: “Che cosa cercate?”. Gli risposero: “Maestro, dove abiti?”. Disse loro: “Venite e vedrete”» (Gv 1,38-39).

Seguire vuol dire immedesimarsi con persone che vivono con più maturità la fede, coinvolgersi in un’esperienza viva, che “passa” (tradit – tradizione) il suo dinamismo e il suo gusto dentro di noi. Questo dinamismo e questo gusto passano in noi non attraverso i nostri ragionamenti, non al termine di una logica, ma quasi per pressione osmotica: è un cuore nuovo che si comunica al nostro, è il cuore di un altro che incomincia a muoversi dentro la nostra vita.

 

Dall’utopia alla presenza

Luigi Giussani

Appunti da una conversazione di Luigi Giussani con un gruppo di universitari. Riccione, ottobre 1976

(Il grassetto è mio)

Annunci
Articolo precedente
Lascia un commento

1 Commento

  1. (Comp 126) La Risurrezione di Gesù è la verità culminante della nostra fede in Cristo e rappresenta, con la Croce, una parte essenziale del Mistero pasquale.

    Rispondi

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: