“Ti ride negli occhi la stranezza di un cielo che non è il tuo”

Si arriva a un’età in cui le cose cominciano a delinearsi con più chiarezza… ma è necessario tutto il tempo della vita per capire certe intuizioni della giovinezza.

“Ti ride negli occhi la stranezza di un cielo che non è il tuo” era un’affermazione che mi piaceva, ma solo da poco tempo provo a penetrarne il significato: uno comincia a sorridere con gli occhi davanti alla realtà che lo interpella, davanti a un presente che non lo determina come non lo determinano i piccoli inconvenienti di un minuto prima. Chi ha il cuore buono si apre al sorriso accogliente per la novità che gli si presenta.

Normalmente chi ha questa qualità non se ne accorge, ma gli altri si’, e qualche volta glielo fanno notare.

Ed è sempre bello incontrare un sorriso cosi’: “Ti ride negli occhi la stranezza di un cielo che non è il tuo”.

Provate a osservare il sorriso delle persone… se ancora conoscete qualcuno che sorrida. Credo che capirete quando il sorriso è di circostanza e quando scaturisce da un cuore aperto che illumina chi ne è destinatario.

 

…la rabbia, la vendetta mascherata da giustizia, la protesta…

Il clima culturale di questi tempi favorisce l’ira.

Dovunque mi giri vedo volti duri, arrabbiati, voci alterate dalla rabbia, frustrazione, critica, protesta. Nella realtà e nel mondo virtuale.

Naturalmente esistono le eccezioni, molto rare in verità, per cui puoi vedere volti sereni, lieti, dolci, pazienti e uno che vuole vivere bene cerca naturalmente gli ambienti pacifici e rifugge il disordine furioso, tanto inflazionato anche dai mass media.

Ormai prevale la rabbia, la vendetta mascherata da giustizia, la protesta, che non sono altro che l’emergere dell’antico vizio capitale, chiamato ira.

Mi chiedo se ci rendiamo conto del mutamento antropologico verificatosi a partire dalla seconda metà del secolo scorso. Ormai gli antichi valori che governavano il convivere civile sono dimenticati a favore di quanto ci propinano i mass media e ci sentiamo razionali o ragionevoli se aderiamo alla seriosità, ferocia, rabbia distruttrice che poi sfociano in femminicidi, omicidi, suicidi, pestaggi.

E’ solo un’analisi dei fatti sotto gli occhi tutti i giorni.

Ma se la verità e la vita fossero solo questo sarebbe il trionfo dell’inferno.

Per fortuna ci sono le eccezioni. A me interessano quelle.

…Figlio, amoroso giglio…

Da Il pianto della Madonna di Jacopone da Todi:

O Figlio, Figlio, Figlio,

Figlio amoroso Giglio,

Figlio, chi dà consiglio

Al cor mio angustiato.

Caricamento foto in corso

L’icona cristiana, mistero di una Presenza

Ieri in paese abbiamo benedetto le icone disegnate nel corso propedeutico di sei lezioni, grazie alla sapiente guida del maestro Michele Ziccheddu.Riporto qui le primissime impressioni dopo la liturgia che ci ha regalato un sacramentale che d’ora in poi custodirà anche la mia famiglia:

Non lo sapevo. Tutto ciò che il buon Dio benedice gli appartiene, è suo. Questo diceva oggi il sacerdote durante la benedizione delle icone che abbiamo scritto appena in sei lezioni tra marzo e aprile.

È stata una benedizione solenne secondo il rito antico e ci siamo sentiti investiti della grande responsabilità di avere il volto di Dio che, dall’angolo della bellezza che d’ora in poi sarà nelle nostre case, volgerà il suo sguardo benevolo, misericordioso, potente, geloso su ciascuno di noi.

Teresa, scherzosamente orgogliosa, si diceva preoccupata perché d’ora in poi dovrà essere più brava.

In realtà l’icona cristiana, scritta secondo le regole dell’antica arte iconografica fondata unicamente sulla Scrittura, è una cosa seria.

Chi si presta a dipingerla in realtà sa di essere solo uno strumento della Bellezza di Dio che in ogni modo vuole farsi vicino alle sue creature predilette, gli uomini. Ecco perché non si può scrivere un’icona se non nella preghiera e non si spiegherebbe la bellezza e il fascino delle icone benedette stasera – degli allievi di due corsi propedeutici tenuti dal maestro iconografo Michele Ziccheddu – se non grazie all’intervento dello Spirito Santo da noi più volte invocato durante la scrittura.

Personalmente ricordo il dramma dell’incapacità di rendere visibile l’ineffabile, ma mi sono fidata dell’ottimo maestro che ci ha aiutati; e nessuno di noi riesce a capacitarsi del fatto che in qualche modo è protagonista della scrittura della luce di Dio su quella tavola gessata, simbolo della croce.

Non esiste altra spiegazione plausibile rispetto al mistero di quel Volto se non nell’intervento dell’Onnipotente

 

…sognando sistemi talmente perfetti che più nessuno avrebbe bisogno d’esser buono…

La citazione completa dai Cori dalla Rocca  di T.S.Eliot è: “Essi cercano sempre di evadere/ dal buio esteriore e interiore/ sognando sistemi talmente perfetti che più nessuno avrebbe bisogno d’esser buono”.

Mi ha colpito tale citazione che da tempo tra amici ripetiamo senza comprenderne il significato. Ora mi è chiaro che la lotta buona di alcuni per avere delle buone leggi ha finito con il diventare una lotta ideologica, prescindendo dall’impegno irrinunciabile di ciascuno ad “esser buono”.

Perché siamo liberi e la nostra libertà in ogni momento può fare delle scelte che nemmeno ci immaginavamo. Come conferma questo passaggio della Spe Salvi:

“Poiché  l’uomo rimane sempre libero e poiché la sua libertà è sempre anche fragile, non esisterà mai in questo mondo il regno del bene definitivamente consolidato. Chi promette un mondo migliore che durerebbe irrevocabilmente per sempre, fa una promessa falsa; anzi, egli ignora la libertà umana”. Anzi “se ci fossero strutture che fissassero in modo irrevocabile una determinata – buona – condizione del mondo, sarebbe negata la libertà dell’uomo, e, per questo motivo, non sarebbero per nulla  delle strutture buone(…) In altre parole: le buone strutture aiutano, ma da sole non bastano. L’uomo non può essere mai redento semplicemente dall’esterno” (Spe salvi, 24,45)

Protesto, dunque sono

Un grande filosofo introdusse nella storia della filosofia l’assioma ”penso dunque sono”. Non sto a contestare l’affermazione, ma vorrei enunciare il concetto come si è sviluppato via via in questi ultimi decenni.

Ormai è fuori moda dire , sia pure non condividendolo, “penso dunque sono”; oggi è di  una attualità sorprendente e pericolosa un altro pseudo assioma: “protesto, dunque sono”.

Mi è venuto in mente, vedendo per caso alla tv qualche minuto di una delle tante trasmissioni di denuncia che infestano le nostre serate rilassamento sdraiati in poltrona con gambe sollevate per comodità.

Si apre il collegamento esterno. Una piazza con diverse persone desiderose di intervenire e un giornalista con il microfono in mano per intervistare. Ecco il collegamento e finalmente a uno dei presenti ansiosi di intervenire viene data la parola e può dare libero sfogo alla rabbia che dentro gli urge per tutte le ingiustizie di cui tutti noi siamo vittime. Gli altri presenti assentono con veemenza, partecipi della sua rabbia. È una cascata di urla che investono anche il telespettatore totalmente passivo che difficilmente osserva e ascolta con occhio critico… però assimila.

Ecco: questo vuole il potere da noi: che ci sentiamo appagati da qualche rabbioso intervento in tv che dà l’illusione di “essere” per poi tornare nell’anonimato, oppure assentiamo comodamente seduti in pantofole e magari annoiati. Perché è molto più facile protestare, annuire o essere spettatori che rimboccarsi le maniche e cercare di ricostruire una civiltà che sta boccheggiando.

Ma perché la riflessione possa avere un minimo di utilità concludo con una domanda: si sta meglio se si sbraita o ci si arrabbia oppure se si è fatto qualcosa di costruttivo e utile per s’è e per tutti?

Van Gogh a Roma: un mondo a parte

Ma la vita va da un’altra parte

Credo di aver capito perché  don Giussani non amasse la personalizzazione, atteggiamento analogo a quello che i santi chiamavano nascondimento o modestia. In realtà credo che per lui non si trattasse di semplice modestia, ma di un pericolo molto concreto per ciascuno di noi,  il pericolo dell’ipse dixit che è utilizzato spesso è per dirimere le controversie  evitando di fornire ragioni adeguate e personali. Si, perché spesso noi affidiamo la persuasività della nostra opinione a certe sue parole, come tutti fanno affidandosi a slogan, dando per scontato ciò che invece è solo formula almeno per noi che il più delle volte non l’abbiamo sperimentato personalmente. Ecco perché i discorsi e le belle parole non  sono persuasivi: abbiamo bisogno di testimoni credibili perché hanno fatto esperienza personale di quello che dicono. Persino gli esempi più belli e luminosi di bontà riportati con ammirazione, se non sono un orizzonte di vita per chi li propone, lasciano assolutamente indifferente chi ascolta.

Questo perché? Perché se quello con cui veniamo a contatto, parole, eventi, o qualsiasi cosa  se non diventa esperienza che abbiamo vissuto o che vogliamo vivere per una verifica della bellezza di ciò che ci affascina, è puro sentimentalismo e non ci cambia di un millimetro.

Amiamo molto discutere, dire la nostra su tutto e su tutti, ma la vita va da un’altra parte. Così la vita concreta in famiglia, al lavoro, con i vicini, nei rapporti quotidiani, diventa un mare di lamenti e recriminazioni. Manca la verifica personale nella nostra esperienza della bellezza che ci emoziona  e che invece rischia di diventare un’arma per chiudere la bocca ad eventuali contestatori.

 

 

Si impara (o disimpara) per osmosi

Vita di Don Giussani“La maggior parte degli uomini sono completamente determinati dalla società in cui vivono. Se essa è cristiana essi sapranno rimanere cristiani anche loro; se la società non è cristiana, si . […] lasceranno trascinare via, come pietre in un torrente impetuoso. La mentalità dominante è quella laicista per cui Dio e la religione devono essere completamente staccati dalla coscienza concreta; e tutt’al più nel fondo soggettivo e incomunicabile della coscienza individuale. Questo Dio confinato fuori dalle esistenze vissute è un’astrazione razionalista – è un Dio nebuloso e arido – è un Dio destinato a scomparire. La mentalità dominante diseduca il senso religioso. Il laicismo è il nemico di quella Chiesa, che esaurisce tutta la sua funzione e tutto il suo significato proprio nello sforzo di educare il senso religioso”. (Vita di don Giussani, Rizzoli, pag.215)

Si impara (o disimpara) per osmosi. E trovo difficilissimo liberarmi da quello che il laicismo, per osmosi, ha cancellato nella mia mentalità. Ecco perché mi stupisco e ringrazio quando riesco ancora a vedere la bellezza della vita di fede!

“Ma il mio dolore è fecondo”

Una lettera a Tracce:

08/11/2013 – Va alla sua prima Scuola di comunità dopo un anno difficile. «C’ero solo io e il mio vuoto». La morte improvvisa della madre. Poi quel «lasciamoci fare da Dio». E l’accorgersi che «era sempre esistito un lato buono della vita, anche se non lo vedevo»

  • ''Crocefisso'', W. Congdon.”Crocefisso”, W. Congdon.

Faccio parte del movimento da un paio di anni ormai eppure in tutto questo tempo, per un motivo o per l’altro, non avevo mai partecipato a una sola Scuola di comunità. Ma la prima volta è arrivata anche per me. La domanda di quella Scuola era se ciascuno, con l’inizio della scuola, fosse riuscito a ritrovare nella vita di tutti i giorni la gioia e l’entusiasmo sperimentati durante la vacanza di Gs.

Per me l’anno passato è stato molto difficile. Prima del Triduo ero insoddisfatta, arrabbiata per la sensazione di vuoto che sentivo nel mio cuore. Ho smesso di seguire il mio talento, cioè scrivere, ho perso la voglia di fare qualsiasi cosa, mi dimenavo per cercare una soluzione.

Avevo una sola speranza: la tre giorni di Pasqua a Rimini. E lì, la prima sera, si è parlato dell’insoddisfazione come punto di partenza considerando quanto l’uomo sia, per natura, desiderio.Così ho smesso di concentrarmi sui miei progetti, lasciando che fosse Lui a crearmi. Mi sentivo più felice, sollevata. Poi, non so perché, il vuoto ha cominciato di nuovo a insinuarsi dentro di me. L’insoddisfazione scavava dentro, e io mi arrabbiavo, diventavo intrattabile, c’ero solo io e il mio vuoto.

Sono andata alla vacanza di Gs, e lì ho riassaporato l’entusiasmo del vivere, di fare le cose. Ho sentito di nuovo quella felicità smisurata che si ha quando si ringrazia Qualcuno di essere al mondo. Ma avevo paura del ritorno a casa, di non poter portare via con me tutta quella meraviglia. Perché, se una cosa mi fa stare così bene, permetto che scivoli via come sabbia fra le dita? Il tentativo disperato di trattenere ogni sorriso, ogni gesto, ogni parola, sfumava in una rassegnazione disarmante e così è accaduto di nuovo: ho passato tutta la settimana arrabbiata, stanca, insoddisfatta, era insostenibile.

Poi, il 29 luglio, il mondo mi è crollato addosso. Un infarto mi ha portato via la mia mamma, durante la notte. Ricordo che la sera prima io e lei avevamo litigato per le solite cose, diceva di non riconoscermi più e io, per tutta risposta, non ho fatto altro che prendere la mia roba ed uscire. Mi sentivo distrutta, ma al contempo ero quasi fiera di quello che avevo appena fatto, sono tornata a casa tardissimo. Il mattino dopo le urla di mio padre che cercava di svegliarla. Aveva gli occhi chiusi, come se stesse dormendo. Da quel sonno, però, non si è più svegliata.

Credevo di non avere più uno scopo nella vita, mi sentivo finita, non sapevo cosa fare. Ho ripensato a tutto quello che si era detto alla vacanza, ho ricercato quello per cui ero stata felice, ho considerato la frase «lasciamoci fare da Dio». C’era, esisteva un lato buono della vita. C’è sempre stato anche se io non lo vedevo mai. La vita poteva davvero essere l’occasione di assaporare a pieno quello che Lui ci ha dato. Rimane, anche ora, un grande dolore. Ma è un dolore fecondo. È come se, con le mie lacrime, avessi annaffiato il mio cuore per farlo diventare rigoglioso e bello, e per poter riscoprire e dare agli altri qualcosa di grande.
Maria Pia, Genova

Cambiare il mondo?

“Non si cambia il mondo rimproverando al mondo i suoi mali ma si cambia il mondo indicando al mondo persone, fatti, circostanze in cui il proprio ideale comincia ad essere attuato. 

Il mondo non cambia perché qualcuno gli dice il male che fa.

 Il mondo cambia perché qualcuno gli indica il bene. Perchè l’unico vero rimprovero è il perdono. Ed il perdono è sempre una indicazione positiva. Non è mai la sottolineatura di un male.”

 (M. CARLOTTI)

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 95 follower