…Figlio, amoroso giglio…

Da Il pianto della Madonna di Jacopone da Todi:

O Figlio, Figlio, Figlio,

Figlio amoroso Giglio,

Figlio, chi dà consiglio

Al cor mio angustiato.

Proprio come dovrebbe essere per ciascuno…

2015_0221_2002_55 (2)

Sono anni che rimpiango e cerco quell’immaginetta sacra che rappresentava una fanciulla distesa su un fianco lungo la croce, con le mani intrecciate in preghiera e gli occhi chiusi in una pace profondissima che mi affascinava. Cercavo di copiare l’incrocio delle mani, ma l’espressione di pace del viso mi era inaccessibile… proprio non riuscivo a copiare quel volto.

Ieri ho voluto copiare una foto della mia nipotina in braccio alla mamma. 

Incredibile!

Il volto della piccola mi ricorda la pace di quell’immaginetta della mia fanciullezza. Ma esprime anche la sicurezza di chi sa di poter riposare sicura tra le braccia della mamma.

Proprio come dovremmo essere tutti: sentirci sicuri tra le braccia del buon Dio.

 

Un ideale per cui vivere e per cui morire

Mi ha colpito l’immagine diffusa su facebook che ripropongo alla fine della breve riflessione.

Non mi piacciono le grandi manifestazioni che soddisfano il desiderio, in genere superficiale ed effimero, di mostrare solidarietà molto teorica e soprattutto impaurita.

Perché  quel che domina qui in Occidente è la paura, il terrore davanti alla ferocia demoniaca dei tagliatori di gole.

Purtroppo siamo incapaci di tener testa davanti a tanta barbarie non dico con le armi, – visto che, a quanto pare, siamo noi occidentali a fornire gran parte delle armi agli aguzzini -, ma con una motivazione convinta he spinga all’azione. Siamo smarriti perché abbiamo perso la coscienza della nostra identità.

È proprio vero che se non si ha un ideale per cui vivere, non si ha nemmeno un ideale per cui morire cioè dare la vita, fino all’effusione del sangue, come i nostri cari amici copti.

Cosi’ resterà un vago sentimento di solidarietà, un rimpianto, ma al fondo solo tanta, tanta paura.

Siamo solo come canne sbattute dal vento.

A meno che non recuperiamo, con il lavoro quotidiano su di noi, la nostra vera identità che è quella che ha spinto ad accogliere il martirio i nostri fratelli nella fede

foto di Associazione Nazionale Papaboys.

“Meglio la tv a colori perché si vede meglio il sangue”

Finalmente!

Oggi ho visto una foto agghiacciante su facebook (dei ragazzini chiusi in gabbia mentre una fiammata stava per raggiungerli) e mi hanno colpito i commenti del tenore ”no! Non mostrate tali atrocità!” Tutti erano concordi.

Allora mi chiedo: perché non ci si rende conto del fatto che non solo le foto agghiaccianti degli aguzzini, ma anche tutta la violenza quotidiana che i mass media ci rovesciano addosso non merita la libertà di informazione. Perché tale violenza raggiunge anche i cuori di chi non ha gli strumenti per giudicare ciò che è giusto e ciò che non lo è. E proprio i ragazzini sono le prime vittime.

Non dico che non si debba informare, ma enfatizzare la violenza non solo fisica (penso alla rabbia di certi volti propagandata quasi fosse un valore positivo), non aiuta di certo a costruire una società migliore.

Un semplice aneddoto. Quando introdussero il colore nel tv, chiesi ai ragazzi, miei alunni, cosa ne pensassero. Ricordo in particolare una che mi rispose: “Preferisco il colore perché si vede meglio il sangue”

Non credo siano necessari commenti… ma se un adolescente viene lasciato solo a godersi il sangue delle immagini televisive…

Per non parlare della globalizzazione dell’indifferenza, favorita da immagini quotidiane che ci abituano alle cose più orribili.

Insomma, la violenza purtroppo c’è, ma per combatterla è indispensabile fotografarla e enfatizzarla?

 

Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno

Quegli sguardi dei martiri copti…

C’è una serenità, una pace…

Sono morti decapitati in riva al mare.

Alla fine, il grido che urlava dentro è scoppiato:

Aiutami, Gesù.

(ricordo che erano quelle le parole che, nei momenti più difficili dopo l’intervento chirurgico, urlavo sottovoce)

E, subito dopo, mi son ricordata una delle sette parole di Gesù in croce.

“Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno”

 

Serve la nascita di un “io”

Non è che voglia sminuire la testimonianza eroica e vera contenuta nell’articolo,  che riporto tratto da Tracce.it; anzi proprio non vorrei distrarre i lettori eventuali dal contenuto fondamentale che è la “rinascita dell’io” , però c’è una frase a conclusione del tutto che mi fa riflettere.

Mi chiedo: ma i governi, più o meno democraticamente eletti, ci tengono al popolo o vogliono tutelare gli interessi dei venditori di armi?

Le armi che hanno in mano queste persone assetate di sangue, mica si trovano per strada o si raccolgono come funghi.

Certo è meglio, molto meglio, che rinasca l’io, ma se le armi non sono disponibili, c’è un minimo di facilitazione perché ciò avvenga.

 

Ecco l’articolo:

«Ciò che serve è la nascita di un “io”»

di Alessandro Caprio

Wael Farouq aveva deciso di non partecipare più all’incontro in programma ieri sera, a Rimini, sui fatti di Parigi. Troppo grande la tristezza per quanto accaduto in Libia in questi giorni, con l’assassinio di 21 cristiani egiziani copti, suoi connazionali, per mano dei terroristi dell’Isis. A fargli cambiare idea è stata, però, l’immagine di uno dei condannati (qui a fianco) che, proprio nel momento prima di morire, «ha avuto uno sguardo di speranza, senza paura. Io sono qui per questa speranza», ha esordito. Perché il problema non è «cosa facciamo con l’Isis, ma cosa facciamo qui dove siamo. Dobbiamo aiutare il bene a venire fuori da ciascuno di noi». Come ha fatto quella insegnante, racconta Farouq, di fronte alla decisione del preside di non fare il presepe vivente a scuola, per non “offendere” 18 alunni musulmani: «Mi è venuta a chiedere cosa dice l’islam su questo. E io: “Non ti preoccupare di cosa dice l’islam, ma di cosa dicono i loro genitori”. Hanno detto tutti di sì. Anzi, le hanno detto: “Se tu ci vuoi così bene grazie a questo, vogliamo partecipare anche noi”». Alla fine il Bambino Gesù l’ha fatto un musulmano. «Non esistono musulmani buoni o cattivi, esistono dei protagonisti: questa insegnante è stata una protagonista nella storia perché ha dato spazio ai genitori per vivere la loro umanità. Se non avesse lasciato questo spazio sarebbe rimasto solo il pregiudizio sui musulmani cattivi. Puoi discutere anni sulla religione, ma non puoi discutere sul fatto di uno che ti vuole bene». Tutti crediamo nei valori, anche l’Isis. Ma questi valori sono quasi sempre staccati dalla realtà. «La stessa parola “Islam” significa “pace”, “bene”. Crediamo in questo, ma chi lo vive? Tutti i leader islamici hanno condannato i fatti di Parigi, ma la condanna può essere un modo per lavarsi la coscienza e basta». Manca un giudizio. «Tanti musulmani devono chiedere tutto ai propri imam. Ma Dio dice che l’ultimo riferimento è il tuo cuore, solo che il cuore è in vacanza!». E lo stesso accade in Occidente: «Come posso dare un giudizio sui musulmani senza conoscerne uno? Il problema è questo vuoto di significato. Tutti adesso vogliono fare guerra all’Isis ma per combatterlo non servono bombe ma valori vissuti. Servono persone, come quell’insegnante. La nascita di un “io” in una esperienza. Di una fede come quella del ragazzo decapitato». O come quella di Ahmed, il poliziotto musulmano francese ucciso dai terroristi islamici per difendere la libertà di giornalisti satirici di prendere in giro la sua religione. «Caspita se c’è ancora qualcosa di vero nella nostra Europa!», incalza Alessandro Banfi, direttore di TgCom: «Oggi si uccide in nome di Dio, ma la mostruosità è che nessuno è più davvero religioso. Perché il senso religioso è il contrario di una fede che possiedo». E cita lo storico incontro, contemporaneo alle crociate, tra san Francesco e il sultano. «Cosa si sono detti? La cosa certa è che si sono stimati: Francesco ha visto un uomo che aveva il senso di Dio, ed è stato visto per quello che era: un grandissimo uomo che amava il Signore. Ecco, in quel momento, il cuore non era andato in vacanza, ma era diventato una fortuna, per i cristiani era diventato una grazia». Com’è possibile, oggi, un incontro tra questi due mondi? Per Farouq, al centro c’è l’amore: non il “peace and love“, ma un amore realista, che porta al discernimento. «Non è vero che l’amore è cieco. Anzi, l’amore ti permette di vedere oltre i difetti dell’altro. Con questo sguardo possiamo capire anche quanti falsi messaggi riceviamo di continuo. L’Isis non potrebbe continuare un solo giorno senza gli aiuti di chi compra il petrolio e vende le armi. Centinaia di migliaia di persone in Iraq hanno scelto di non rinnegare la propria fede e di morire per questo, ma per i mass media tutto ciò non fa notizia. Occorre, allora, trasformare l’informazione in conoscenza. C’è tanta informazione, ma poca conoscenza. Abbiamo lo spazio per esistere ma non per essere: ed essere è un rapporto. Chiediamo allo spazio pubblico di poter far entrare la nostra identità. E la verità, come dice Papa Francesco, è un rapporto».

 

 

Distendere la vita, momento per momento, in sacrifici imperfetti

In una discussione con amici sulla gravità della situazione dell’Italia pericolosamente minacciata da attacchi dell’ISIS, abbiamo rispolverato un brano di don Giussani che mi era particolarmente caro, ma non sapevo dove trovare.

Al di là dei miei gusti personali, mi piace sottolineare la situazione particolarmente drammatica che vide nel 1571 a Lepanto trionfare i cristiani che si coalizzarono perché c’era un’identità cristiana ben definita. Ora non so se tale identità sia cosi chiara e queste parole scritte nei primi anni 90 mi paiono davvero profetiche:

“(…) (E’) ancora la questione dell’esito e della tensione, del dare la propria vita fino alla morte, che significa distenderla momento per momento in sacrifici imperfetti. Imperfetti.

E’ paradossale: per essere disposti a morire per te adesso, “adesso”, devo distendere nel tempo questa mia volontà, questo mio amore, che deriva direttamente dalla coscienza che siamo una cosa sola in Cristo, siamo di Lui – perché questo” di Lui” mette pace ovunque -, devo distenderlo nell’approssimazione di ogni momento: così che quando mi chiedi una cosa io ti tralascio e corro avanti, e tu ci resti male.

Eh, certo! Questo paradosso è il paradosso della nostra vita che riconosce Cristo dentro ogni rapporto: la Grande Presenza in ogni rapporto, che di ogni rapporto detta l’ideale e il sacrificio.

Per l’ideale bisogna dare tutto subito.

Non si può, di fronte all’ideale, dare metà: se è l’ideale, bisogna dare tutto.

Ma per realizzare questo tutto, o l’ideale stesso, Cristo stesso, entra e decide la morte subito (un colpo di scimitarra, come quando ci volessero travolgere gli integralisti islamici e non ci saranno più una Lepanto e una Vienna, perché non ci sarà più la gente che avrà ideali per resistere, mi spiego?); o, se non la morte fisica, quella morte che è l’umiliazione, amara e benevola e quasi tenera verso se stessi, di sentirsi arrestare in un’approssimazione, ma in un’approssimazione che è salvata nella speranza, la quale è la certezza che nel futuro questa totalità avverrà.

E infatti avviene: la certezza che nel futuro avverrà, la fa avvenire adesso.”

Il brano è tratto da qui:

http://www.testielettronici.org/Documenti/Lettere,Interventi,Interviste/Don%20Giussani%20Luigi/Fede%20%E8%20un%20cammino%20dello%20sguardo-30081995%20%28assemblea%20internazionale%20universitari%20di%20CL%29.htm

Ricordo che allora nel 1571 chi non poteva prendere le armi aveva un’arma invincibili che è il Rosario.

Ebbene, l’unico contributo che, data l’età e le condizioni di salute, posso dare è dire il Rosario insieme a chi se la sente.

Crediamo ancora nella capacità della fede di esercitare un’attrattiva su coloro che incontriamo e nel fascino vincente della sua bellezza disarmata?

 

Oggi Il Corriere della Sera ospita un contributo di don Julian Carròn che indica una strada percorribile da noi europei per stare di fronte alle spaventose sfide che l’attualità ci pone. Soprattutto per lasciare un’Europa vivibile per i nostri figli:

La sfida del vero dialogo dopo gli attentati di Parigi

13/02/2015

Caro direttore, si è parlato molto dei fatti di Parigi, da quando sono accaduti. Nessuno ha potuto evitare un contraccolpo di smarrimento o paura. Le molte analisi hanno offerto spunti di riflessione interessanti per capire un fenomeno così complesso. Ma un mese dopo, quando il tran tran della vita quotidiana ha preso di nuovo il sopravvento, che cosa è rimasto? Che cosa può impedire che questi fatti, pur così sconvolgenti, siano rapidamente cancellati dalla memoria? Per aiutarci a ricordare occorre scoprire la vera natura della sfida che gli attentati di Parigi rappresentano.

Noi europei abbiamo ciò che i nostri padri hanno desiderato: un’Europa come spazio di libertà, in cui ciascuno può essere ciò che vuole. Così il Vecchio Continente è diventato un crogiuolo di culture, religioni e visioni del mondo le più diverse.

I fatti di Parigi documentano che questo spazio libero non si preserva da sé: può essere minacciato da chi teme la libertà e vuole imporre con la violenza la propria visione delle cose. Che risposta dare a una simile minaccia? Occorrerà difendere quello spazio con tutti i mezzi legali e politici, a partire dal dialogo con i Paesi arabi disponibili a impedire un disastro che danneggerebbe anche loro e da una adeguata cornice giuridica che garantisca un’autentica libertà religiosa per tutti. Ma ciò non basta, e la ragione è ovvia. Gli esecutori della strage di Parigi non vengono da oltre i confini, sono immigrati di seconda generazione, nati in Europa, istruiti e formati come cittadini europei, come moltissimi altri che da tempo vivono nei nostri Paesi. È un fenomeno in fieri, in virtù dei costanti flussi migratori e della crescita demografica delle popolazioni che giungono qui da tutte le parti del mondo, spinte da disagi e povertà.

Per questo il problema è anzitutto interno all’Europa e la partita più importante si gioca in casa nostra. La vera sfida è di natura culturale e il suo terreno è la vita quotidiana. Quando coloro che abbandonano le loro terre arrivano da noi alla ricerca di una vita migliore, quando i loro figli nascono e diventano adulti in Occidente, che cosa vedono? Possono trovare qualcosa in grado di attrarre la loro umanità, di sfidare la loro ragione e la loro libertà? Lo stesso problema si pone in rapporto ai nostri figli: abbiamo da offrire loro qualcosa all’altezza della domanda di compimento e di senso che essi si trovano addosso? In tanti giovani che crescono nel cosiddetto mondo occidentale regna un grande nulla, un vuoto profondo, che costituisce l’origine di quella disperazione che finisce in violenza. Basti pensare a chi dall’Europa va a combattere nelle file di formazioni terroristiche. O alla vita dispersa e disorientata di tanti giovani delle nostre città. A questo vuoto corrosivo, a questo nulla dilagante, bisogna rispondere.

Di fronte ai fatti di Parigi è sterile la contrapposizione in nome di un’idea, pur giusta. Abbiamo imparato, dopo un lungo cammino, che non c’è altro accesso alla verità se non attraverso la libertà. Perciò abbiamo deciso di rinunciare alla violenza che pure ha segnato momenti della storia passata. Oggi nessuno di noi coltiva il sogno di rispondere alla sfida dell’altro con l’imposizione di una verità, qualunque essa sia. Per noi l’Europa è uno spazio di libertà: che non vuol dire spazio vuoto, deserto di proposte di vita. Perché del nulla non si vive. Nessuno può stare in piedi, avere un rapporto costruttivo con la realtà, senza qualcosa per cui valga la pena vivere, senza una ipotesi di significato.

Questo è allora il vero elemento che deciderà del futuro dell’Europa: se essa saprà diventare finalmente il luogo di un incontro reale tra proposte di significato, pur diverse e molteplici. Come è accaduto per secoli in alcuni Paesi del Medio Oriente, ove culture e religioni diverse hanno saputo convivere in pace, mentre ora i cristiani sono costretti ad abbandonare la loro terra perché la situazione ha reso loro la vita impossibile. In questo modo, però, il problema non si risolve, semplicemente si sposta.

Ora inizia la verifica per l’Europa. Spazio di libertà vuol dire spazio per dirsi, ognuno o insieme, davanti a tutti. Ciascuno metta a disposizione di tutti la sua visione e il suo modo di vivere. Questa condivisione ci farà incontrare a partire dall’esperienza reale di ciascuno e non da stereotipi ideologici che rendono impossibile il dialogo. Come ha detto papa Francesco, «al principio del dialogo c’è l’incontro. Da esso si genera la prima conoscenza dell’altro. Se, infatti, si parte dal presupposto della comune appartenenza alla natura umana, si possono superare pregiudizi e falsità e si può iniziare a comprendere l’altro secondo una prospettiva nuova».

Questa situazione storica è un’opportunità eccezionale per tutti: anche per i cristiani. L’Europa può costituire un grande spazio per noi, lo spazio per la testimonianza di una vita cambiata, piena di significato, capace di abbracciare il diverso e di destare la sua umanità con gesti pieni di gratuità.

Invitando i cristiani ad alimentare il desiderio della testimonianza, papa Francesco ha sottolineato che «solo così si può proporre nella sua forza, nella sua bellezza, nella sua semplicità, l’annuncio liberante dell’amore di Dio e della salvezza che Cristo ci offre. Solo così si va con quell’atteggiamento di rispetto verso le persone». Ma noi cristiani crediamo ancora nella capacità della fede che abbiamo ricevuto di esercitare un’attrattiva su coloro che incontriamo e nel fascino vincente della sua bellezza disarmata?

“Tutto sommato, alla fine, l’unica cosa che abbiamo davvero è Dio”

Il segreto del martirio cristiano di questi nostri drammatici anni, il segreto del martirio è nella lettera di Kayla Muller che, dalla prigione dell’Isis, cerca di scrivere una lettera in cui spiega ai suoi il suo cuore:
“A voi tutti. Se state ricevendo questa lettera, significa che sono ancora prigioniera mentre i miei compagni di cella (a partire dal 2 novembre 2014) sono stati rilasciati. Ho chiesto loro di contattarvi e farvi avere questa lettera. È difficile sapere cosa dire. Per favore, sappiate che sono in un luogo sicuro, completamente illesa e in salute (ho messo su qualche chilo, in effetti). Sono stata trattata con estremo rispetto e gentilezza. Volevo scrivervi una lettera ben pensata (ma non sapevo se i miei compagni di cella sarebbero partiti nei prossimi giorni o nei mesi successivi, restringendo il mio tempo) e potevo scrivere questa lettera solo un paragrafo alla volta, perché il solo pensiero di voi mi scatena un attacco di pianto. Se si può dire che io abbia sofferto in tutta questa esperienza è solo nel sapere quanta sofferenza ho causato a voi tutti. Non vi chiederò mai di perdonarmi poichè non merito il vostro perdono. Mi ricordo quando mamma mi diceva sempre che, tutto sommato e alla fine, l’unica cosa che abbiamo davvero è Dio. Sono arrivata a un punto in questa esperienza in cui, in ogni senso, mi sono arresa al nostro creatore perchè letteralmente non c’era nessun altro. Grazie a Dio e alle vostre preghiere, sono stata teneramente cullata, mi è stata mostrata la luce nell’oscurità e ho imparato che in ogni prigione si può essere liberi. Sono grata. Sono arrivata a vedere che c’è del buono in ogni situazione, a volte dobbiamo solo andare a cercarlo. Prego ogni giorno che anche voi, se non altro, abbiate sentito una certa vicinanza e vi siate arresi a Dio, così come abbiate formato un legame di amore e supporto l’uno con l’altro… Mi mancate tutti come se fosse passato un decennio dalla nostra separazione forzata. Ho trascorso lunghissime ore a pensare, pensare e ripensare a tutte le cose che farò, al nostro primo viaggio di famiglia in campeggio, al primo incontro all’aeroporto. Ho avuto molte ore per pensare a come, nella vostra assenza, a 25 anni ho finalmente compreso il vostro posto nella mia vita. Il regalo che è ognuno di voi per me e la persona che potrei o non potrei essere se voi non foste stati parte della mia vita, la mia famiglia, il mio sostegno. Io non voglio che i negoziati per la mia liberazione siano un vostro compito, se c’è qualsiasi altra opzione prendetela, anche se ciò occupasse più tempo. Questo non avrebbe mai dovuto essere un vostro peso. Ho chiesto a queste donne di aiutarvi, per favore cercate il loro consiglio. Se non lo avete ancora fatto, potete contattare chi può avere un certo livello di esperienza con questa gente. Nessuno di noi poteva sapere che le cose sarebbero andate così per le lunghe, ma so che sto lottando in tutti i modi di cui sono capace e ho molta fortezza ancora dentro di me. Non sto andando in pezzi e non cederò, non importa quanto tempo sarà necessario. Ho scritto una canzone qualche mese fa che dice: “La parte di me che soffre di più è anche quella che mi fa scendere dal letto, la vostra speranza che non sia lasciato indietro nulla”. Il pensiero della vostra sofferenza è la sorgente dalla mia, ma insieme la speranza della nostra riunione è la fonte della mia forza. Per favore siate pazienti, offrite la vostra sofferenza a Dio. So che vorreste che io sia forte. È esattamente ciò che sto facendo. Non abbiate paura per me. Continuate a pregare come faccio io, e con il volere di Dio presto saremo di nuovo insieme. Tutto il mio bene, Kayla”.
 

 

Razionalismo e ragionevolezza

Ora ho capito!

Non riuscivo a cogliere la differenza tra razionalità e ragionevolezza. Oggi ho sentito una trasmissione a radio Maria, “Percorsi di fede”, in cui si leggeva e commentava un passo di “Perché la Chiesa”.

C’è stata una domanda al conduttore a cui ha risposto con in esempio che riporto.

Devo prendere l’autobus e ci salgo perché devo andare al lavoro. Non mi chiedo prima di salire se l’autista ha la patente, se non è ubriaco, se ha tutti i documenti in regola, ma vedo che tutto è tranquillo, che non c’è una sparatoria in corso e salgo.

Ebbene, chi vuol essere razionale a rigore dovrebbe verificare, controllare tutti i documenti… e se procedessimo in questo modo in ogni cosa che facciamo, non riusciremo a combinare niente.

Mentre è ragionevole nelle condizioni suddette prendere l’autobus.

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 84 follower