Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno

Quegli sguardi dei martiri copti…

C’è una serenità, una pace…

Sono morti decapitati in riva al mare.

Alla fine, il grido che urlava dentro è scoppiato:

Aiutami, Gesù.

(ricordo che erano quelle le parole che, nei momenti più difficili dopo l’intervento chirurgico, urlavo sottovoce)

E, subito dopo, mi son ricordata una delle sette parole di Gesù in croce.

“Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno”

 

Serve la nascita di un “io”

Non è che voglia sminuire la testimonianza eroica e vera contenuta nell’articolo,  che riporto tratto da Tracce.it; anzi proprio non vorrei distrarre i lettori eventuali dal contenuto fondamentale che è la “rinascita dell’io” , però c’è una frase a conclusione del tutto che mi fa riflettere.

Mi chiedo: ma i governi, più o meno democraticamente eletti, ci tengono al popolo o vogliono tutelare gli interessi dei venditori di armi?

Le armi che hanno in mano queste persone assetate di sangue, mica si trovano per strada o si raccolgono come funghi.

Certo è meglio, molto meglio, che rinasca l’io, ma se le armi non sono disponibili, c’è un minimo di facilitazione perché ciò avvenga.

 

Ecco l’articolo:

«Ciò che serve è la nascita di un “io”»

di Alessandro Caprio

Wael Farouq aveva deciso di non partecipare più all’incontro in programma ieri sera, a Rimini, sui fatti di Parigi. Troppo grande la tristezza per quanto accaduto in Libia in questi giorni, con l’assassinio di 21 cristiani egiziani copti, suoi connazionali, per mano dei terroristi dell’Isis. A fargli cambiare idea è stata, però, l’immagine di uno dei condannati (qui a fianco) che, proprio nel momento prima di morire, «ha avuto uno sguardo di speranza, senza paura. Io sono qui per questa speranza», ha esordito. Perché il problema non è «cosa facciamo con l’Isis, ma cosa facciamo qui dove siamo. Dobbiamo aiutare il bene a venire fuori da ciascuno di noi». Come ha fatto quella insegnante, racconta Farouq, di fronte alla decisione del preside di non fare il presepe vivente a scuola, per non “offendere” 18 alunni musulmani: «Mi è venuta a chiedere cosa dice l’islam su questo. E io: “Non ti preoccupare di cosa dice l’islam, ma di cosa dicono i loro genitori”. Hanno detto tutti di sì. Anzi, le hanno detto: “Se tu ci vuoi così bene grazie a questo, vogliamo partecipare anche noi”». Alla fine il Bambino Gesù l’ha fatto un musulmano. «Non esistono musulmani buoni o cattivi, esistono dei protagonisti: questa insegnante è stata una protagonista nella storia perché ha dato spazio ai genitori per vivere la loro umanità. Se non avesse lasciato questo spazio sarebbe rimasto solo il pregiudizio sui musulmani cattivi. Puoi discutere anni sulla religione, ma non puoi discutere sul fatto di uno che ti vuole bene». Tutti crediamo nei valori, anche l’Isis. Ma questi valori sono quasi sempre staccati dalla realtà. «La stessa parola “Islam” significa “pace”, “bene”. Crediamo in questo, ma chi lo vive? Tutti i leader islamici hanno condannato i fatti di Parigi, ma la condanna può essere un modo per lavarsi la coscienza e basta». Manca un giudizio. «Tanti musulmani devono chiedere tutto ai propri imam. Ma Dio dice che l’ultimo riferimento è il tuo cuore, solo che il cuore è in vacanza!». E lo stesso accade in Occidente: «Come posso dare un giudizio sui musulmani senza conoscerne uno? Il problema è questo vuoto di significato. Tutti adesso vogliono fare guerra all’Isis ma per combatterlo non servono bombe ma valori vissuti. Servono persone, come quell’insegnante. La nascita di un “io” in una esperienza. Di una fede come quella del ragazzo decapitato». O come quella di Ahmed, il poliziotto musulmano francese ucciso dai terroristi islamici per difendere la libertà di giornalisti satirici di prendere in giro la sua religione. «Caspita se c’è ancora qualcosa di vero nella nostra Europa!», incalza Alessandro Banfi, direttore di TgCom: «Oggi si uccide in nome di Dio, ma la mostruosità è che nessuno è più davvero religioso. Perché il senso religioso è il contrario di una fede che possiedo». E cita lo storico incontro, contemporaneo alle crociate, tra san Francesco e il sultano. «Cosa si sono detti? La cosa certa è che si sono stimati: Francesco ha visto un uomo che aveva il senso di Dio, ed è stato visto per quello che era: un grandissimo uomo che amava il Signore. Ecco, in quel momento, il cuore non era andato in vacanza, ma era diventato una fortuna, per i cristiani era diventato una grazia». Com’è possibile, oggi, un incontro tra questi due mondi? Per Farouq, al centro c’è l’amore: non il “peace and love“, ma un amore realista, che porta al discernimento. «Non è vero che l’amore è cieco. Anzi, l’amore ti permette di vedere oltre i difetti dell’altro. Con questo sguardo possiamo capire anche quanti falsi messaggi riceviamo di continuo. L’Isis non potrebbe continuare un solo giorno senza gli aiuti di chi compra il petrolio e vende le armi. Centinaia di migliaia di persone in Iraq hanno scelto di non rinnegare la propria fede e di morire per questo, ma per i mass media tutto ciò non fa notizia. Occorre, allora, trasformare l’informazione in conoscenza. C’è tanta informazione, ma poca conoscenza. Abbiamo lo spazio per esistere ma non per essere: ed essere è un rapporto. Chiediamo allo spazio pubblico di poter far entrare la nostra identità. E la verità, come dice Papa Francesco, è un rapporto».

 

 

Distendere la vita, momento per momento, in sacrifici imperfetti

In una discussione con amici sulla gravità della situazione dell’Italia pericolosamente minacciata da attacchi dell’ISIS, abbiamo rispolverato un brano di don Giussani che mi era particolarmente caro, ma non sapevo dove trovare.

Al di là dei miei gusti personali, mi piace sottolineare la situazione particolarmente drammatica che vide nel 1571 a Lepanto trionfare i cristiani che si coalizzarono perché c’era un’identità cristiana ben definita. Ora non so se tale identità sia cosi chiara e queste parole scritte nei primi anni 90 mi paiono davvero profetiche:

“(…) (E’) ancora la questione dell’esito e della tensione, del dare la propria vita fino alla morte, che significa distenderla momento per momento in sacrifici imperfetti. Imperfetti.

E’ paradossale: per essere disposti a morire per te adesso, “adesso”, devo distendere nel tempo questa mia volontà, questo mio amore, che deriva direttamente dalla coscienza che siamo una cosa sola in Cristo, siamo di Lui – perché questo” di Lui” mette pace ovunque -, devo distenderlo nell’approssimazione di ogni momento: così che quando mi chiedi una cosa io ti tralascio e corro avanti, e tu ci resti male.

Eh, certo! Questo paradosso è il paradosso della nostra vita che riconosce Cristo dentro ogni rapporto: la Grande Presenza in ogni rapporto, che di ogni rapporto detta l’ideale e il sacrificio.

Per l’ideale bisogna dare tutto subito.

Non si può, di fronte all’ideale, dare metà: se è l’ideale, bisogna dare tutto.

Ma per realizzare questo tutto, o l’ideale stesso, Cristo stesso, entra e decide la morte subito (un colpo di scimitarra, come quando ci volessero travolgere gli integralisti islamici e non ci saranno più una Lepanto e una Vienna, perché non ci sarà più la gente che avrà ideali per resistere, mi spiego?); o, se non la morte fisica, quella morte che è l’umiliazione, amara e benevola e quasi tenera verso se stessi, di sentirsi arrestare in un’approssimazione, ma in un’approssimazione che è salvata nella speranza, la quale è la certezza che nel futuro questa totalità avverrà.

E infatti avviene: la certezza che nel futuro avverrà, la fa avvenire adesso.”

Il brano è tratto da qui:

http://www.testielettronici.org/Documenti/Lettere,Interventi,Interviste/Don%20Giussani%20Luigi/Fede%20%E8%20un%20cammino%20dello%20sguardo-30081995%20%28assemblea%20internazionale%20universitari%20di%20CL%29.htm

Ricordo che allora nel 1571 chi non poteva prendere le armi aveva un’arma invincibili che è il Rosario.

Ebbene, l’unico contributo che, data l’età e le condizioni di salute, posso dare è dire il Rosario insieme a chi se la sente.

Crediamo ancora nella capacità della fede di esercitare un’attrattiva su coloro che incontriamo e nel fascino vincente della sua bellezza disarmata?

 

Oggi Il Corriere della Sera ospita un contributo di don Julian Carròn che indica una strada percorribile da noi europei per stare di fronte alle spaventose sfide che l’attualità ci pone. Soprattutto per lasciare un’Europa vivibile per i nostri figli:

La sfida del vero dialogo dopo gli attentati di Parigi

13/02/2015

Caro direttore, si è parlato molto dei fatti di Parigi, da quando sono accaduti. Nessuno ha potuto evitare un contraccolpo di smarrimento o paura. Le molte analisi hanno offerto spunti di riflessione interessanti per capire un fenomeno così complesso. Ma un mese dopo, quando il tran tran della vita quotidiana ha preso di nuovo il sopravvento, che cosa è rimasto? Che cosa può impedire che questi fatti, pur così sconvolgenti, siano rapidamente cancellati dalla memoria? Per aiutarci a ricordare occorre scoprire la vera natura della sfida che gli attentati di Parigi rappresentano.

Noi europei abbiamo ciò che i nostri padri hanno desiderato: un’Europa come spazio di libertà, in cui ciascuno può essere ciò che vuole. Così il Vecchio Continente è diventato un crogiuolo di culture, religioni e visioni del mondo le più diverse.

I fatti di Parigi documentano che questo spazio libero non si preserva da sé: può essere minacciato da chi teme la libertà e vuole imporre con la violenza la propria visione delle cose. Che risposta dare a una simile minaccia? Occorrerà difendere quello spazio con tutti i mezzi legali e politici, a partire dal dialogo con i Paesi arabi disponibili a impedire un disastro che danneggerebbe anche loro e da una adeguata cornice giuridica che garantisca un’autentica libertà religiosa per tutti. Ma ciò non basta, e la ragione è ovvia. Gli esecutori della strage di Parigi non vengono da oltre i confini, sono immigrati di seconda generazione, nati in Europa, istruiti e formati come cittadini europei, come moltissimi altri che da tempo vivono nei nostri Paesi. È un fenomeno in fieri, in virtù dei costanti flussi migratori e della crescita demografica delle popolazioni che giungono qui da tutte le parti del mondo, spinte da disagi e povertà.

Per questo il problema è anzitutto interno all’Europa e la partita più importante si gioca in casa nostra. La vera sfida è di natura culturale e il suo terreno è la vita quotidiana. Quando coloro che abbandonano le loro terre arrivano da noi alla ricerca di una vita migliore, quando i loro figli nascono e diventano adulti in Occidente, che cosa vedono? Possono trovare qualcosa in grado di attrarre la loro umanità, di sfidare la loro ragione e la loro libertà? Lo stesso problema si pone in rapporto ai nostri figli: abbiamo da offrire loro qualcosa all’altezza della domanda di compimento e di senso che essi si trovano addosso? In tanti giovani che crescono nel cosiddetto mondo occidentale regna un grande nulla, un vuoto profondo, che costituisce l’origine di quella disperazione che finisce in violenza. Basti pensare a chi dall’Europa va a combattere nelle file di formazioni terroristiche. O alla vita dispersa e disorientata di tanti giovani delle nostre città. A questo vuoto corrosivo, a questo nulla dilagante, bisogna rispondere.

Di fronte ai fatti di Parigi è sterile la contrapposizione in nome di un’idea, pur giusta. Abbiamo imparato, dopo un lungo cammino, che non c’è altro accesso alla verità se non attraverso la libertà. Perciò abbiamo deciso di rinunciare alla violenza che pure ha segnato momenti della storia passata. Oggi nessuno di noi coltiva il sogno di rispondere alla sfida dell’altro con l’imposizione di una verità, qualunque essa sia. Per noi l’Europa è uno spazio di libertà: che non vuol dire spazio vuoto, deserto di proposte di vita. Perché del nulla non si vive. Nessuno può stare in piedi, avere un rapporto costruttivo con la realtà, senza qualcosa per cui valga la pena vivere, senza una ipotesi di significato.

Questo è allora il vero elemento che deciderà del futuro dell’Europa: se essa saprà diventare finalmente il luogo di un incontro reale tra proposte di significato, pur diverse e molteplici. Come è accaduto per secoli in alcuni Paesi del Medio Oriente, ove culture e religioni diverse hanno saputo convivere in pace, mentre ora i cristiani sono costretti ad abbandonare la loro terra perché la situazione ha reso loro la vita impossibile. In questo modo, però, il problema non si risolve, semplicemente si sposta.

Ora inizia la verifica per l’Europa. Spazio di libertà vuol dire spazio per dirsi, ognuno o insieme, davanti a tutti. Ciascuno metta a disposizione di tutti la sua visione e il suo modo di vivere. Questa condivisione ci farà incontrare a partire dall’esperienza reale di ciascuno e non da stereotipi ideologici che rendono impossibile il dialogo. Come ha detto papa Francesco, «al principio del dialogo c’è l’incontro. Da esso si genera la prima conoscenza dell’altro. Se, infatti, si parte dal presupposto della comune appartenenza alla natura umana, si possono superare pregiudizi e falsità e si può iniziare a comprendere l’altro secondo una prospettiva nuova».

Questa situazione storica è un’opportunità eccezionale per tutti: anche per i cristiani. L’Europa può costituire un grande spazio per noi, lo spazio per la testimonianza di una vita cambiata, piena di significato, capace di abbracciare il diverso e di destare la sua umanità con gesti pieni di gratuità.

Invitando i cristiani ad alimentare il desiderio della testimonianza, papa Francesco ha sottolineato che «solo così si può proporre nella sua forza, nella sua bellezza, nella sua semplicità, l’annuncio liberante dell’amore di Dio e della salvezza che Cristo ci offre. Solo così si va con quell’atteggiamento di rispetto verso le persone». Ma noi cristiani crediamo ancora nella capacità della fede che abbiamo ricevuto di esercitare un’attrattiva su coloro che incontriamo e nel fascino vincente della sua bellezza disarmata?

Razionalismo e ragionevolezza

Ora ho capito!

Non riuscivo a cogliere la differenza tra razionalità e ragionevolezza. Oggi ho sentito una trasmissione a radio Maria, “Percorsi di fede”, in cui si leggeva e commentava un passo di “Perché la Chiesa”.

C’è stata una domanda al conduttore a cui ha risposto con in esempio che riporto.

Devo prendere l’autobus e ci salgo perché devo andare al lavoro. Non mi chiedo prima di salire se l’autista ha la patente, se non è ubriaco, se ha tutti i documenti in regola, ma vedo che tutto è tranquillo, che non c’è una sparatoria in corso e salgo.

Ebbene, chi vuol essere razionale a rigore dovrebbe verificare, controllare tutti i documenti… e se procedessimo in questo modo in ogni cosa che facciamo, non riusciremo a combinare niente.

Mentre è ragionevole nelle condizioni suddette prendere l’autobus.

“Preferisco che il mio nome sia scritto nei Cieli”

Mi ha colpito il messaggio del Vescovo Luigi Nervi i cui giudizi sulla denatalità causa della crisi economica sono giunti anche negli USA, diffuso  ella sua Diocesi.

Perché il compito di un Vescovo è soprattutto di educare alla fede – lo dice anche lui nel  messaggio – ma ci sono momenti tragici in cui una Vescovo ha il diritto di proclamare ciò che ritiene bene per la comunità chiamato a guidare.

Il piano politico e quello religioso sono ben diversi, in quanto la religiosità è propria di ogni uomo ed è il desiderio innato di bene, di bellezza, di giustizia, di verità, senza il quale veramente regrediamo allo stato bestiale. Mentre la politica è altamente opinabile: riguarda la convivenza civile che obbedisce a regole che spesso ignorano il livello religioso originario o addirittura lo calpestano, lo ignorano o lo umiliano. Come è accaduto a Cristo e accade tutt’ora a molti cristiani.

Ma, quello che ci salva, quello che ci permette di stare di fronte a tutte le sfide, è lo sviluppo e la cura della religiosità originaria che permette un rapporto personale con Cristo, comunicato e condiviso con tutti.

Ecco perché ho apprezzato questo comunicato di un Pastore della Chiesa Cattolica che vuole soprattutto educare alla fede perché questa è la sua vocazione sacerdotale.

Essi cercano di evadere dal buio esteriore e interiore…

La citazione completa dai Cori dalla Rocca  di T.S.Eliot è: “Essi cercano sempre di evadere/ dal buio esteriore e interiore/ sognando sistemi talmente perfetti che più nessuno avrebbe bisogno d’esser buono”.

Ne ho parlato in un altro post di qualche tempo fa, ma lo riprendo perché mi pare davvero attuale.

C’è una grande confusione in mezzo al male che sembra voglia sommergerci da tutte le parti e noi ci dibattiamo con mille congetture, riflessioni, analisi, ma il buio sembra prevalere sempre.

Ora mi pare di intuire che la lotta buona di alcuni per avere delle buone leggi rischia di diventare una lotta ideologica, prescindendo dall’impegno irrinunciabile di ciascuno ad “esser buono”. Ormai il problema di “esser buono” sembra non se lo ponga più nessuno, o almeno son pochi che manifestano esplicitamente tale impegno, quasi che il desiderare il bello, il giusto, il buono sia secondario rispetto all’imporre alla libertà degli altri la nostra libertà.

Insomma diventa una questione di potere.

Ho l’impressione che ci siamo induriti e ci rifugiamo nella legittima e doverosa difesa dei valori a prescindere dal cuore quasi la nostra salvezza fosse nella vittoria politica.

In realtà non bastano delle leggi giuste per renderci migliori.

Perché siamo liberi e la nostra libertà in ogni momento può fare delle scelte che nemmeno ci immaginavamo. Come conferma questo passaggio della Spe Salvi:

“Poiché  l’uomo rimane sempre libero e poiché la sua libertà è sempre anche fragile, non esisterà mai in questo mondo il regno del bene definitivamente consolidato. Chi promette un mondo migliore che durerebbe irrevocabilmente per sempre, fa una promessa falsa; anzi, egli ignora la libertà umana”. Anzi “se ci fossero strutture che fissassero in modo irrevocabile una determinata – buona – condizione del mondo, sarebbe negata la libertà dell’uomo, e, per questo motivo, non sarebbero per nulla  delle strutture buone(…) In altre parole: le buone strutture aiutano, ma da sole non bastano. L’uomo non può essere mai redento semplicemente dall’esterno” (Spe salvi, 24,45)

Guareschi: Tra “frontagni” e “trinariciuti” un sorriso

Ridendo mores castigat

Ho appena finito di leggere “Mondo Candido 1946-48” e sono debitrice a Guareschi di… almeno un Requiem (ma spero sia già in Paradiso) per avermi fatto sorridere … e insieme riflettere sulla condizione umana che non muta negli anni e nei secoli.

Come penso sia noto, il libro è una raccolta di articoli e riflessioni del papà di Alberto e Carlotta Guareschi tratti per lo più da “Il Candido”, giornale su cui Giovannino scriveva.

Ciò che più mi ha impressionato è soprattutto la lotta politica che in quegli anni si combatteva per la democrazia in Italia.

Si tratta di eventi davvero preoccupanti per la violenza gratuita che non si limitava a semplici bastonate, ma arrivava a fucilate, qualche bomba che andava ad esplodere qua e là; bugie spaventose in vista del fatidico 18 aprile, giorno delle elezioni, per ingannare le mamme che aspettavano i figli reduci dalla guerra appena conclusa e ancora prigionieri (in realtà morti) in URSS, l’uso sacrilego della religione praticata dai più per propagandare ideologie atee (sì, veramente non avrei mai immaginato che un “frontagno” [sintesi tra fronte democratico e compagno] potesse iniziare il suo comizio con il segno della Croce o invitasse i fedeli, durante il comizio ad andare ai vespri per continuare dopo la preghiera il comizio stesso).

La cosa più interessante è stata sapere il significato del simpatico appellativo (che varrebbe la pena di rispolverare anche per i nostri tempi) “trinariciuto”. Ma qui copio dal glossario del libro. [il trinariciuto è chi ha la terza narice]. La Terza narice “Non è prerogativa dei comunisti, ma di tutti coloro che rinunciano a pensare con la propria testa a favore delle “direttive del partito”.

E cito testualmente le parole di Guareschi a pag. 221

“… nel mio concetto base, la terza narice ha la sua funzione completamente indipendente dalle altre due: serve da scarico in modo da tener sgombro il cervello dalla materia grigia e permette nello stesso tempo l’accesso al cervello delle direttive di partito che, appunto, debbono sostituire il cervello che appartiene ormai a un altro secolo. Non dico a un’altra era perche’ la terza narice esisteva anche nell’altra era, ma era proibito mostrarla, e tutti dovevano portarla abilmente mascherata.”

Se togliamo la parola partito e ci mettiamo gli intellettuali, i leader, i giornali più in voga, le cose non mi sembrano molto diverse da quegli anni drammatici. Anche molti di noi, inconsapevolmente, rischiamo di “versare il cervello all’ammasso”, secondo l’espressione forse coniata dallo stesso Guareschi e per noi abituale nel linguaggio.

Mentre ciò che ci rende umani è proprio usare l’intelligenza e la sensibilità che ci ritroviamo addosso per scegliere ciò che è buono, bello e giusto.

E staremmo tutti meglio.

Un segreto bellissimo solo per te.

La mia prima nipotina ha solo quattro mesi e per me è una gioia vederla. Oggi ho voluto scriverle una letterina:

Come sei bella, Chiara, quando dormi. È il sonno del giusto non offuscato da nessuna nube.

Come sei bella quando ridi felice perché il papà o la mamma giocano con te.

Un giorno scoprirai, vedendoti nei piccoli video che il tuo papà mi manda, di esser stata molto felice.

E avrai nostalgia di quella felicità senza macchia. Che Dio ti benedica.

In uno dei video però non sei felice: sei tu davanti a un aggeggio strano che indovino essere uno smartphone, tenuto dal tuo papà, che rivela tutte le tue reazioni nei momenti in cui non sei impegnata passivamente nel gioco. Hai l’aria sorpresa, con gli occhioni che non smettono di cercare qualcosa… non sai neppure tu cosa… non trovi quello che cercavi e allora porti la manina in bocca felice di ciucciare.

Credo che tu voglia sempre essere impegnata a gioire, cioè a giocare con mamma e papà, o ciucciare…. Tra qualche settimana imparerai a prendere bene tra le manine i vari giocattoli che ti circondano e potrai studiarteli bene, sotto il controllo di papà o mamma. Perché il tuo cuoricino sembra non voglia sprecare un attimo di questa vita meravigliosa che è tutta una promessa per te. Tutta una sorpresa. Tutta una gioia.

Arriveranno le prime delusioni e i primi dolori e forse arriverai ad essere triste. Ma sarai triste perché hai conosciuto la felicità. Una felicità che è tutta esterna, inconsapevole, donata gratuitamente.

Ma devi sapere che quella felicità, quella promessa di felicità per sempre sarà realizzata, se imparerai a vivere il presente gustandolo come allora: quando lo scoprivi con i tuoi grandi occhi scuri.

Se la tua nonna ci sarà ancora, ti insegnerà il segreto della felicità consapevole di se’, che non ha prezzo… e cosi’ potrai sempre essere lieta di un segreto bellissimo destinato solo a te.

 

Arriva il momento

Arriva il momento dell’Ineffabile.

Arriva il momento in cui scopri che tutto è dato.

Arriva il momento in cui il tuo cuore esplode di gratitudine.

Arriva il momento in cui niente più conta se non il primo grande Amore.

Arriva il momento in cui vorresti gridarlo a tutto il mondo.

Arriva il momento in cui ogni istante diventa nuovo.

Arriva il momento in cui ogni istante è prezioso.

Arriva il momento in cui gli occhi non ti bastano per vedere tutto.

Arriva il momento senza età in cui ti aspetti un meraviglioso futuro anche se hai decenni sul groppone.

Arriva il momento in cui Tu vieni, Signore.

E la cosa più bella che possa capitare è riconoscere e custodire questo momento.

 

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