“Chi ha l’ardire di chiamare sfigato un ragazzo cosi’?”

Se avessi letto prima questo capolavoro di D’Avenia, avrei gustato e conosciuto meglio il grande Leopardi e avrei aiutato di più i miei alunni ad apprezzarlo per il suo genio.
Sono appena agli inizi e il libro si presenta come una serie di lettere scritte dall’autore al Poeta, con tutte le domande che ci portiamo sopite nel cuore, sotto il cumulo dei detriti che gli anni hanno depositato sui desideri dell’adolescenza e della giovinezza.
Ad ogni pagina mi dicevo: questo è verissimo e bello e andavo avanti, ma a un certo punto mi sono fermata perchè non mi sembrava giusto che gli amici del web non conoscessero la preziosità di un suggerimento incredibile ma vero che si può trarre dalle parole del Poeta, che dal particolare, spesso doloroso, sapeva trasformare il tutto in … poesia e bellezza eterna.
Ma leggete voi stessi le righe che mi hanno commosso:

Da “L’arte di essere fragili” di D’Avenia, pag. 39
“Questa ed altre misere circostanze ha posto la fortuna intorno alla mia vita, dandomio una cotale apertura d’intelletto perch’io lo vedessi chiaramente, e m’accorgessi di quello che sono, e di cuore perch’egli conoscesse che a lui non si conviene l’allegria, e, quasi vestendosi a lutto, si togliesse la malinconia per compagna eterna e inseparabile”
(Lettera a Poetro Giordani, 2 marzo 1818)

Chi ha l’ardire di chiamare sfigato un ragazzo così, capace di accettare e trasformare le sue sventure in trampolino per aprire la testa e il cuore? Chi è capace come lui di affrontare la vita con questo coraggio e avere la malinconia come compagna di cammino, e nonostante questo creare così tanta bellezza? Mi fermo e chiedo: riuscireste voi a trasformare in canto il dolore della vita, i vostri fallimenti, la vostra inadeguatezza? A nutrirvi del vostro destino, più o meno fortunato che sia, per farne un capolavoro immortale?

La mia passione per l’iconografia

Quasi non sapevo cosa fosse. Poi, il mio giovanissimo Parroco mi invitò con insistenza a frequentare un corso propedeutico di iconografia. Dissi di si’ più per fede che per convinzione, non considerandomi all’altezza di un’impresa che mi appariva sovrumana, io che a malapena sapevo tenere una matita tra le mani.

Non era necessario alcun prerequisito di carattere artistico, se non la volontà di fare un percorso soprattutto di fede.

Si’, perchè l’iconografia cristiana, dopo lotte tremende per affermarsi come Bibbia a colori, è stata comune a tutta la cristianità che precede la grande scissione dell’undicesimo secolo.

Ma all’inizio la religione si manteneva integra grazie ai vari concili e ai Papi che hanno mantenuto  il Depositum Fidei. Le vicende successive hanno provocato una divaricazione per motivazioni soprattutto politiche e umane; perchè i contenuti essenziali della fede sono quasi identici.

Ecco perchè si può parlare di una iconografia cristiana che ha  sempre valore liturgico se obbedisce a dei canoni ben precisi.

Queste cose non le sapevo, ma al terzo anno di corso dell’Accademia di Iconografia di Mandas (Cagliari), sono davvero orgogliosa di aver fatto questo percorso, teologico e artistico che mi permette di “scrivere” un’icona, che è patrimonio comune della cristianità cattolica e ortodossa e che contribuisce in qualche modo un ecumenismo dal basso,

capace di incoraggiare un ecumenismo ben più grande. Finchè non si realizzi il desiderio di Cristo :”ut unum sint”.

L’ultimo lavoro che stiamo facendo in Accademia è la copia di un’icona del quindicesimo secolo, naturalmente a mano libera, con innumerevoli studi e prove  di difficoltà sempre crescenti, che rappresenta  la Vergine della Passione. Il primo esercizio preparatorio, dopo innumerevoli prove, è questo di cui vado orgogliosa, anche se devo confessare il mio stupore davanti al risultato…

Eh si’, almeno la mia esperienza è la preparazione adeguata al lavoro che spesso dura mesi, poi, il risultato è sempre una sorpresa, innanzitutto per me.

Vi mostro il primo esercizio preparatorio che ho iniziato ad ottobre dell’anno scorso:

Per conoscere bene la storia dell’iconografia cristiana, dal punto di vista teologico e liturgico, più le numerose implicazioni anche di carattere morale vi rimando al sito del Maestro Ziccheddu. 

Comunione e Liberazione: il significato riscoperto

Stamane ho preso il libro di don Giussani “Alla ricerca del volto umano” e, contrariamente al solito, mi sono soffermata sull’introduzione perché era di Von Balthasar.

Dopo poche righe ho sussultato al leggere quanto segue, anche perché io per prima, che sono nel Movimento dal ’75 non avevo mai compreso in questi termini, che ora invece comprendo, le parole Comunione e Liberazione. Ma, dal libro nell’edizione del 1974 leggo a pag. 5:

“… Comunione non va intesa innanzitutto ( credo che innanzitutto sia da sottolineare) come un legame sociale tra i membri o anche tra tutti i cristiani, ma – pienamente in linea con Sant’Agostino –  come comunione del singolo con il Cristo sempre presente, che è sintesi di tutte le vie di Dio con la sua creatura e con la sua chiesa. Già l’analisi dell’antica alleanza introduce a questa riflessione centrale: Dio sceglie sempre un individuo ben preciso – Abramo, questo singolo popolo, questo profeta – per divenire, tramite lui, concreto per tutti. Le divinità dei Popoli sono astrazioni, solo Javè è vivo, l’unico Dio e questa concretezza di Dio culmina dell’incarnazione del suo Figlio Gesù Cristo, che in questo modo diventa anche il senso di tutto il mondo. L’uomo è creato in vista di Cristo, quindi per l’altro, nel quale solamente il suo io, la sua persona, la sua libertà trovano adempimento nella donazione, nell’obbedienza e nella disponibilità.

Se manca questa trascendenza che sola garantisce la “Liberazione”, l’uomo resta chiuso in se stesso. Annega nel moralismo e nel fariseismo.”

Finora ero profondamente convinta che solo dalla comunione e condivisione tra veri amici, cioè amici in nome di Cristo, potesse nascere la liberazione. Ma queste parole del teologo Von Balthasar mi aprono una prospettiva nuova, forse intuita,ma mai esplicitata in modo cosi’ chiaro e convincente.

I nuovi “forni crematori”

Come si sa, dal Parrucchiere, in genere si fa provvista di pettegolezzi … fino alla seduta successiva.

In genere non do peso a quanto viene detto anche perché non conosco le persone di cui si mormora in modo così sventato.

Ieri però ho sentito qualcosa che mi ha abbastanza impressionato e fatto riflettere sul tipo di rapporto che si instaura con le persone. Una giovane signora raccontava la sua disavventura su un social. Scambiava delle battute con un’amica su una conoscente comune, battute forse un po’ pesanti senza naturalmente dire il nome dell’interessata.

La quale però ha capito subito di essere l’oggetto della discussione e allora: apriti cielo! Discussioni e accuse a non finire… e poi non conosco il seguito.

Ho voluto dirlo perché noto spesso tra i molti contatti che ho nei vari social, mi capita spesso di vedere lamentele e critiche su persone che non conosco e penso con dispiacere a come devono sentirsi gli interessati se vengono a conoscenza di essere oggetto di ludibrio in un social.

Credo che sia giusto controllare i propri malumori contro terzi riservandosi caso mai di parlarne in separata sede con chi può capire; anzi, l’ideale è parlare direttamente con la persona o semplicemente tacere perché in fondo uno può sbagliare anche in buona fede.

Ma tutto questo discorso vale nel senso che abbiamo dimenticato che la maldicenza, la calunnie, la mormorazione sono estremamente pericolose se si vuole una società pacifica.

E nessuno ce lo dice.

Io ne ho sentito parlare solo una volta qualche anno fa da un giovane prete che definiva le nostre linguacce maldicenti come i nuovi forni crematori (che distruggono la reputazione e la serenità delle persone), ed ora per fortuna il Papa non smette mai di invitarci a guardarci da tante parole inutili.

A proposito della gioia:”Non ci credete? Invece è cosi'”

Da “La fragilità che è in noi “ di Eugenio Borgna, pag. 24 e ss.:

“La felicità ha il suo contrario nell’infelicità, la gioia non ha contrario, per questo è il più puro dei sentimenti, la pietra di paragone dell’animo. Saper gioire, com’è immensamente diverso dall’essere felici, com’è irrevocabile, sottratto ad ogni pericolo (…)!

Ed è una dimostrazione perché qui avviene la vera prova di forza; qui, nella gioia, si mostra il vero stato, la vera portata del cuore”.

La gioia come immagine del cuore, e il cuore come immagine della gioia: l’una e l’altra così fragili.

(…)la gioia è un’ emozione che nasce in noi solo quando il nostro cuore si sottrae agli avvenimenti di ogni giorno e recupera le sorgenti intatte del nostro aprirci agli altri: nella dedizione e nella solidarietà. La gioia è un’emozione friabile e fragilissima, come la stella del mattino che si intravede un attimo, e poi scompare fra la notte e l’alba.(…) La gioia è un’emozione di indescrivibile leggerezza che ci fa riflettere fino in fondo sul mistero della condizione umana: sulla sua estrema fragilità che resiste nondimeno alle situazioni dolorose della vita, quando nasca, e così è sempre, dal cuore. La gioia è un’emozione impalpabile fuggitiva, e non è facile raggiungerla, trattenerlo. Suscita fra le dita, e tuttavia come coda di cometa continua a vivere in noi, nella nostra memoria e nel nostro cuore.

Ma la gioia testimonia di un’arcana nostalgia di un infinito che non si spegne nemmeno nelle condizioni di straziato dolore e di quotidiana attesa della morte; come sono state quelle vissute da Etty Hillesum a Westerbork, il campo di concentramento olandese nel quale è stata confinata dal 1941 al 1943: nell’attesa (…) di essere mandata a morire ad Auschwitz . (…) La gioia, una gioia di inesprimibile tenerezza, rinasce in Etty Hillesum con parole che non si possono citare se non con il cuore in gola: “Ma cosa credete?, che non veda il filo spinato, non veda il dominio della morte, si’, ma vedo anche uno spicchio di cielo, e questo spicchio di cielo ce l’ho nel cuore, e in questo spicchio di cielo che ho nel cuore io vedo libertà e bellezza. Non ci credete? Invece è così.

La fragilità che è in noi

Stravanati e S’AGGIUDANTI

L’altro giorno passavo in macchina nella strada che porta al capoluogo e ho notato un bel cartello scritto in grande: FRUTTA E VERDURA di stagione veramente… (non riuscivo a capire la parola che seguiva, poi l’ho individuata) STRAVANATI.

Inutile dire che mi è venuto subito il sorriso e il pensiero che un eventuale turista non avrebbe capito una parola sarda (stravanau, che significa fantastico, bellissimo, eccezionale) italianizzata.

Come quando durante una supplenza in una scuola media di un paesino del centro Sardegna, quarantacinque anni fa, un ragazzino mi disse che non voleva essere interrogato “perché aveva la gola tutta serregata”. Non capendo il nuorese, perché sono campidanese, gli chiesi cosa significasse e Matteo mi rispose: “Professoressa, sono tutto raucato!”

Avrete capito il significato di certo, ma stravanati era proprio una chicca!

Allora mi sono ricordata della promessa fatta ad un anziano paziente in fila con me dallo specialista qualche mese fa.

Aveva scritto una sorta di vocabolarietto campidanese-italiano intitolato  “S’Aggiudanti” (letteralmente significa l’aiutante).

Mi ha chiesto di scriverne in internet e grazie alle verdure stravanate me ne son ricordata e mantengo la promessa.

Se qualcuno vuole mettersi in contatto con lui, mi ha dato il suo recapito telefonico e glielo darò privatamente se me ne fa richiesta con un commento che non pubblicherò ( per la privacy).

2016-08-06 11.10.04

 

 

 

Una domanda bruciante

Cosa prevale in me?

“Il sospetto che l’altro possa fregarmi per sgozzarmi e per “conquistarmi” o la certezza che io sono stato già “conquistato” da Cristo?

Quest parole cosi’ brucianti mi hanno colpito nell’articolo di Pichetto che vi invito a leggere.

Credo che se non rispondiamo con sincerità a tale domanda, tutto sarà sempre più confuso e incomprensibile.

Le lacrime non riescono a dare speranza

francia_fisica

Ogni parola è superflua. c’è posto solo per il dolore e le lacrime. Ma il cuore desidera poter sperare ancora.

Personalmente non credo ci sia spazio per dar senso a questo misterioso male che sta divorando il mondo.

Eppure, l’unica spiegazione che può dare speranza e possibilità di riscatto l’ho trovata leggendo  questo link.

“…La maggior parte di noi non cerca Cristo”

Un’altra passo importante da “La vita di don Giussani” di Savorana. Pag. 996 e seg.:

“… la maggior parte di noi non cerca Cristo. Con tutto il rispetto, con tutta la devozione, con tutta, addirittura, l’emozionabilità possibile, con certa tenerezza che a volte si può provare… ma ciò che prevale è quello che dovrebbe essere provvisorio anticipo analogico”. [don Giussani] Confessa che da tempo aveva in animo di dirlo. Ecco, allora, il suo avvertimento: “Stiamo attenti che Gesù tra noi può essere l’origine di tutto il mondo di umanità, pieno di letizia e di amicizie, di ragioni formalmente ineccepibili e di aiuto, formalmente, ma anche materialmente concreto che è pronto a darci (…), però Gesù potrebbe essere ridotto al “ritratto di una bella donna scolpito nel monumento sepolcrale della medesima”. Continua: “Se Gesù venisse qui in silenzio (…) e si sedesse su una sedia li’ vicino a costei, e tutti a un certo punto ce ne accorgessimo, non so in quanti di noi lo stupore, la gratitudine, la gioia… non so in quanti di noi l’affezione sarebbe veramente spontanea, pur conservando una certa coscienza di sè. Potrebbe essere spontanea, un’enfasi entusiasta, se davanti a Gesù uno ritornasse come bambino. Ma se uno portasse con se’ il contenuto della coscienza di tutti i giorni passati (…) Non so se non ci sentiremo coperti da una coltre di vergogna (…) , se ci accorgessimo che non abbiamo mai detto TU (cosi’ come lo diciamo tra noi…), se tentassimo di vivere seriamente il nostro non totale naufragio nel nostro io collettivo del suo Io personale.

“Il Mistero e il segno di esso sono la stessa cosa”

Un’altra frase dal significato incerto per me ha trovato una spiegazione nella biografia di don Giussani a cura di Savorana a pag. 950:

È importante rilevare come Giussani non tollera alcuna riduzione della fede a una dimensione meramente spiritualistica o moralistica: “Cristo non è nel Cielo tra legioni degli angeli e sulla terra indice di valori morali da rispettare! Cristo è dentro il mio rapporto con qualunque cosa, con qualunque persona, in qualunque caso; Cristo è dentro come criterio ultimo, come sole che deve riflettersi nel rapporto stesso. Il rapporto con le cose e le persone è una lente che riflette la presenza, una presenza!”. In questo senso” il Mistero e il segno sono la stessa cosa; l’azione, il momento umano ed esistenziale è segno dell’eterno, dice il rapporto con l’eterno, rimanda all’eterno ”. Infatti, tutto ciò che il cristiano fa ”attinge al grande pozzo della presenza di Cristo. Guardo in faccia Cristo, allora guardo in faccia te veramente”, È il trionfo di uno sguardo che ama, per cui” è lo sguardo alla faccia di Cristo che mi permette di guardare la tua faccia con rispetto amoroso come non avrei mai pensato di fare. E per quanto riesca, so che sarà imperfetto l’esito, ma tutto in me è teso alla perfezione”. In che senso? “Mentre tratto con te, amico mio, ti tratto e tratto con te chiedendo nel cuore, senza dirlo, senza farlo sentire da te con parole espresse: chiedo a Cristo di riuscire, chiedo a Cristo la perfezione”.