Tra neo-lingua e LENA

coorwellp (2)Forse non lo saprete perché i quotidiani sono ben lungi dall’informarci su quello che accade sulle nostre teste. Non solo la neo-lingua di orwelliana memoria (http://www.ilgiornale.it/news/politica/governo-riscrive-litaliano-ora-vietato-dire-cittadini-1107961.html), ma l’informazione preconfezionata e sterilizzata dalle maggiori testate europee (http://www.samizdatonline.it/content/lena-questo-il-progresso) pendono su di noi come una spada dii Damocle.

E l’assoggettamento intellettuale degli europei diventa un giochino a tra le mani di poteri che si guardano bene dal farsi riconoscere perché vogliono sudditi e non uomini e donne liberi.

“Mandateci nudi ma non toglieteci la libertà di educare”

“Mandateci nudi ma non toglieteci la libertà di educare”, cosi’ diceva don Giussani e la prof. Carlotti spiegava qualche anno fa:
Copertina anteriore
«Per don Giussani –(…)– l’educazione è il rapporto tra due libertà: di chi educa e di chi è educato. Non ama chi, con la scusa della libertà dell’altro, non gli dice ciò che sente come vero, come bene, come giusto. E questo vuol dire correre un rischio, perché può essere solo proposto e non imposto, perché la libertà di chi educa deve dialogare con la libertà di chi è educato. In questo libro [Il rischio educativo ] don Giussani riassume tutta la dinamica educativa nella necessità che venga proposta la tradizione, una storia passata che è un’ipotesi di significato. Si tratta innanzitutto di proporre intelligentemente questa tradizione dentro cui nasciamo».  (link)
Perciò mi è sembrata utile la petizione che ho appena ricevuto e propongo ai lettori del blog:
ho appena sottoscritto la petizione
Matteo Renzi: LIBERI DI EDUCARE – DETRAZIONE FISCALE SCUOLE PARITARIE
su CitizenGO. 
Per noi è un argomento vitale e vorrei invitare tutti voi a partecipare a questa campagna.
Per saperne di piu, potete cliccare sul link sottostante: 
Un caro saluto a tutti,

Un ideale per cui vivere e per cui morire

Mi ha colpito l’immagine diffusa su facebook che ripropongo alla fine della breve riflessione.

Non mi piacciono le grandi manifestazioni che soddisfano il desiderio, in genere superficiale ed effimero, di mostrare solidarietà molto teorica e soprattutto impaurita.

Perché  quel che domina qui in Occidente è la paura, il terrore davanti alla ferocia demoniaca dei tagliatori di gole.

Purtroppo siamo incapaci di tener testa davanti a tanta barbarie non dico con le armi, – visto che, a quanto pare, siamo noi occidentali a fornire gran parte delle armi agli aguzzini -, ma con una motivazione convinta he spinga all’azione. Siamo smarriti perché abbiamo perso la coscienza della nostra identità.

È proprio vero che se non si ha un ideale per cui vivere, non si ha nemmeno un ideale per cui morire cioè dare la vita, fino all’effusione del sangue, come i nostri cari amici copti.

Cosi’ resterà un vago sentimento di solidarietà, un rimpianto, ma al fondo solo tanta, tanta paura.

Siamo solo come canne sbattute dal vento.

A meno che non recuperiamo, con il lavoro quotidiano su di noi, la nostra vera identità che è quella che ha spinto ad accogliere il martirio i nostri fratelli nella fede

foto di Associazione Nazionale Papaboys.

“Meglio la tv a colori perché si vede meglio il sangue”

Finalmente!

Oggi ho visto una foto agghiacciante su facebook (dei ragazzini chiusi in gabbia mentre una fiammata stava per raggiungerli) e mi hanno colpito i commenti del tenore ”no! Non mostrate tali atrocità!” Tutti erano concordi.

Allora mi chiedo: perché non ci si rende conto del fatto che non solo le foto agghiaccianti degli aguzzini, ma anche tutta la violenza quotidiana che i mass media ci rovesciano addosso non merita la libertà di informazione. Perché tale violenza raggiunge anche i cuori di chi non ha gli strumenti per giudicare ciò che è giusto e ciò che non lo è. E proprio i ragazzini sono le prime vittime.

Non dico che non si debba informare, ma enfatizzare la violenza non solo fisica (penso alla rabbia di certi volti propagandata quasi fosse un valore positivo), non aiuta di certo a costruire una società migliore.

Un semplice aneddoto. Quando introdussero il colore nel tv, chiesi ai ragazzi, miei alunni, cosa ne pensassero. Ricordo in particolare una che mi rispose: “Preferisco il colore perché si vede meglio il sangue”

Non credo siano necessari commenti… ma se un adolescente viene lasciato solo a godersi il sangue delle immagini televisive…

Per non parlare della globalizzazione dell’indifferenza, favorita da immagini quotidiane che ci abituano alle cose più orribili.

Insomma, la violenza purtroppo c’è, ma per combatterla è indispensabile fotografarla e enfatizzarla?

 

“Tutto sommato, alla fine, l’unica cosa che abbiamo davvero è Dio”

Il segreto del martirio cristiano di questi nostri drammatici anni, il segreto del martirio è nella lettera di Kayla Muller che, dalla prigione dell’Isis, cerca di scrivere una lettera in cui spiega ai suoi il suo cuore:
“A voi tutti. Se state ricevendo questa lettera, significa che sono ancora prigioniera mentre i miei compagni di cella (a partire dal 2 novembre 2014) sono stati rilasciati. Ho chiesto loro di contattarvi e farvi avere questa lettera. È difficile sapere cosa dire. Per favore, sappiate che sono in un luogo sicuro, completamente illesa e in salute (ho messo su qualche chilo, in effetti). Sono stata trattata con estremo rispetto e gentilezza. Volevo scrivervi una lettera ben pensata (ma non sapevo se i miei compagni di cella sarebbero partiti nei prossimi giorni o nei mesi successivi, restringendo il mio tempo) e potevo scrivere questa lettera solo un paragrafo alla volta, perché il solo pensiero di voi mi scatena un attacco di pianto. Se si può dire che io abbia sofferto in tutta questa esperienza è solo nel sapere quanta sofferenza ho causato a voi tutti. Non vi chiederò mai di perdonarmi poichè non merito il vostro perdono. Mi ricordo quando mamma mi diceva sempre che, tutto sommato e alla fine, l’unica cosa che abbiamo davvero è Dio. Sono arrivata a un punto in questa esperienza in cui, in ogni senso, mi sono arresa al nostro creatore perchè letteralmente non c’era nessun altro. Grazie a Dio e alle vostre preghiere, sono stata teneramente cullata, mi è stata mostrata la luce nell’oscurità e ho imparato che in ogni prigione si può essere liberi. Sono grata. Sono arrivata a vedere che c’è del buono in ogni situazione, a volte dobbiamo solo andare a cercarlo. Prego ogni giorno che anche voi, se non altro, abbiate sentito una certa vicinanza e vi siate arresi a Dio, così come abbiate formato un legame di amore e supporto l’uno con l’altro… Mi mancate tutti come se fosse passato un decennio dalla nostra separazione forzata. Ho trascorso lunghissime ore a pensare, pensare e ripensare a tutte le cose che farò, al nostro primo viaggio di famiglia in campeggio, al primo incontro all’aeroporto. Ho avuto molte ore per pensare a come, nella vostra assenza, a 25 anni ho finalmente compreso il vostro posto nella mia vita. Il regalo che è ognuno di voi per me e la persona che potrei o non potrei essere se voi non foste stati parte della mia vita, la mia famiglia, il mio sostegno. Io non voglio che i negoziati per la mia liberazione siano un vostro compito, se c’è qualsiasi altra opzione prendetela, anche se ciò occupasse più tempo. Questo non avrebbe mai dovuto essere un vostro peso. Ho chiesto a queste donne di aiutarvi, per favore cercate il loro consiglio. Se non lo avete ancora fatto, potete contattare chi può avere un certo livello di esperienza con questa gente. Nessuno di noi poteva sapere che le cose sarebbero andate così per le lunghe, ma so che sto lottando in tutti i modi di cui sono capace e ho molta fortezza ancora dentro di me. Non sto andando in pezzi e non cederò, non importa quanto tempo sarà necessario. Ho scritto una canzone qualche mese fa che dice: “La parte di me che soffre di più è anche quella che mi fa scendere dal letto, la vostra speranza che non sia lasciato indietro nulla”. Il pensiero della vostra sofferenza è la sorgente dalla mia, ma insieme la speranza della nostra riunione è la fonte della mia forza. Per favore siate pazienti, offrite la vostra sofferenza a Dio. So che vorreste che io sia forte. È esattamente ciò che sto facendo. Non abbiate paura per me. Continuate a pregare come faccio io, e con il volere di Dio presto saremo di nuovo insieme. Tutto il mio bene, Kayla”.
 

 

Dalla Sardegna

Da  Tracce:

SARDEGNA

Quel perché sporco di fango

di Niccolò De Carolis

22/11/2013 – Olbia è la provincia finora più colpita dal ciclone. Don Cristian ci ha sempre vissuto. Nel dolore per le vittime partono i primi aiuti, come la raccolta di detersivi e indumenti. «Che mi riempiono di gioia, perché sono segno di una Grazia»

  • Una strada allagata ad Olbia.Una strada allagata ad Olbia.

«È stato un miscuglio di sofferenza e grazia di Dio». Don Cristian, 31 anni, ha sempre vissuto nella provincia di Olbia, proprio dove il ciclone Cleopatra ha lasciato il segno più drammatico del suo passaggio. Ci racconta come ha vissuto quelle ore di emergenza, della sua corsa verso la parte alta della città, della visita alla gente rimasta senza tetto, della «gioia nel vedere la solidarietà e la voglia di aiutare del popolo sardo». Fino alle domande dei suoi parrocchiani, quei «perché» che non lo lasciano tranquillo.

Dov’era quando è iniziata l’alluvione?
La mia chiesa si trova a Porto San Paolo appena fuori Olbia, ma lunedì sera, quando ha iniziato a piovere forte, mi trovavo in città. Era da un po’ di giorni che faceva brutto tempo, ma in quella giornata le precipitazioni si sono fatte particolarmente intense e i fiumi hanno straripato riversandosi per le strade. Mi sono rifugiato in una zona rialzata dove ho aspettato fino a mezzanotte, quando le piogge si sono calmate e le principali vie di comunicazione sono state riattivate. A quel punto ho potuto raggiungere abbastanza facilmente la mia parrocchia, che per fortuna non aveva subito danni.

E il giorno dopo?
Appena mi sono svegliato sono tornato a Olbia per girare le vie più colpite e disperate. L’acqua, che era arrivata anche a superare i due metri di altezza, aveva fatto crollare alcune case, devastato irrimediabilmente numerosi appartamenti e per strada c’erano montagne di oggetti: da mobili antichi a televisori al plasma di ultima generazione. Tutto da buttare. Le persone comunque cercavano di recuperare il possibile, cose a cui erano legate da un particolare ricordo oppure comprate con grandi sacrifici. L’ultima volta che la città è stata allagata in questo modo risale a quasi quarant’anni fa, ma in quel caso non ci furono morti. Questa volta, purtroppo, nove vittime solo nella nostra provincia.

Ha colpito tutti la vicenda del papà morto con suo figlio mentre cercava di salvarlo. Come si fa a stare di fronte a un fatto così?
È quello che in questi giorni mi chiedono le persone che incontro: perché Dio fa accadere questo? Perché proprio i bambini e le famiglie che sono quelli più difesi da Gesù? Sono domande che mi faccio anch’io. Credo che la morte nell’uomo e questi cataclismi nella natura siano entrambi il grande segno di un’incompiutezza e ci ricordano che la pienezza sta solo in Dio. Alle persone con cui dialogo rispondo che sono anch’io in cammino per scoprire il senso di tutto questo. Forse non avremo una risposta completa finché Dio non ce la consegnerà quando saremo di fronte a Lui.

Cosa significa per lei “essere in cammino”?
Nella vita e nelle persone c’è un mistero che non si finisce mai di conoscere. Ogni giorno c’è la possibilità di fare un passo verso la scoperta di se stessi, di fronte a Dio.

Appena si sono ritirate le acque è partita la ricerca del colpevole. Il procuratore Riccardo Rossi invece ha detto: «Questo è il tempo della misericordia, poi arriverà quello della giustizia». Era una tragedia evitabile?
Concordo con il procuratore, la prima cosa da fare è dare calore umano a chi in questo momento sta soffrendo. Anche qui tra i miei compaesani c’è chi si lamenta perché bisognava arginare prima i fiumi o perché si dovevano ripulire meglio le vie di scolo. C’è un desiderio comprensibile di riuscire a evitare una catastrofe del genere, ma credo ci sia un innegabile elemento d’inevitabilità.

Qual è il fatto che l’ha scossa di più in questi giorni?
Mi vengono in mente due episodi. Il primo di grande sofferenza quando, prima di chiudere le bare, abbiamo salutato per l’ultima volta i due bambini morti. Ero con un altro prete francescano, insieme abbiamo voluto abbracciare le famiglie e dare una carezza alle vittime per manifestare anche solo un briciolo dell’amore che Dio ha per loro. Un amore che li ha accompagnati in vita e che li continuerà ad accompagnare adesso.

E l’altro?
Il secondo fatto è vedere il nostro popolo rialzarsi subito, spinto da un insopprimibile desiderio di aiutare gli altri. Sono nate tante organizzazioni di raccolta: per esempio di indumenti e di detersivo, perché il lavoro principale ora è ripulire le case dal fango. Alla chiesa della Sacra Famiglia vengono distribuiti pasti caldi alle centinaia di famiglie che lavorano da mattina a sera per rendere le loro abitazioni di nuovo agibili. Inaspettato è stato anche l’aiuto di tante persone ricche che non sono originarie della nostra isola ma che comunque hanno voluto mettere a disposizione le proprie strutture di vacanza. È stata davvero una sorpresa: noi sardi a volte li guardiamo come gente che vuole sfruttare la nostra terra. Tutti questi fatti mi riempiono di gioia perché sono segno di una Grazia.

Per sostenere le popolazioni colpite dall’alluvione CdO ha avviato una sottoscrizione. Sul sito www.cdo.it, gli estremi per contribuire

Comunicato Stampa de “I Giuristi per la vita”

Davanti a tale umiliazione della libertà di espressione e di pensiero garantita finora dalla Costituzione italiana riporto il Comunicato Stampa dei “Giuristi per la Vita” in merito alla vicenda “Barilla”:

COMUNICATO STAMPA 10-2013
L’Associazione Giuristi per la Vita esprime solidarietà all’industriale Guido Barilla per il linciaggio mediatico e relativa campagna di boicottaggio, causato dalle dichiarazioni rilasciate durante la trasmissione radiofonica La Zanzara su Radio 24.
In quell’occasione lo stesso imprenditore, pur dichiarando addirittura la propria posizione favorevole rispetto ai matrimoni omosessuali, ha affermato: «non farei mai un spot con una famiglia omosessuale, non per mancanza di rispetto ma perché non la penso come loro, la nostra è una famiglia classica dove la donna ha un ruolo fondamentale». Tanto è bastato per vedersi affibbiare il marchio infamante di
omofobo, seguito dall’inevitabile canea dei rancorosi e intolleranti omosessualisti.
I Giuristi per la Vita, pur non condividendo la posizione di Guido Barilla circa i matrimoni tra persone dello stesso sesso, apprezzano la scelta di una promozione commerciale attraverso l’immagine della famiglia naturale, al cui interno viene valorizzato il ruolo della donna-madre, e riconoscono il coraggio dimostrato dallo stesso Barilla nel difendere la famiglia formata da un uomo e una donna. Come ha
ricordato l‘onorevole Eugenia Roccella «gli attacchi forsennati delle associazioni gay e l’invito al boicottaggio nei confronti della Barilla dimostrano quanto siano fondati i timori per la libertà di espressione espressi da alcuni durante il dibattito parlamentare sull’omofobia». «Se avere un’idea del matrimonio diversa da quella dei militanti gay – si è chiesta la stessa onorevole Roccella – scatena tutto questo, cosa accadrebbe con una legge come quella appena votata dalla Camera?».
I Giuristi per la Vita difendono il diritto di Guido Barilla ad essere “diverso” rispetto al pensiero unico dominante che si vorrebbe imporre nella società italiana, e segnalano come le intolleranti reazioni che mirano a distruggere la libertà di opinione e di impresa vengano proprio da quelle associazioni e da quegli uomini politici che intendono trasformare in reato penalmente perseguibile il mero fatto di sostenere pubblicamente i principi sulla famiglia contenuti nella nostra Costituzione laica e
repubblicana.
Quella dell’industriale Guido Barilla tacciato di omofobia – pur essendo, oltretutto non
ostile ai matrimoni gay – è l’ultimo esempio della preoccupante ondata di intolleranza
e odio che proviene dalla lobby omosessualista.
IL PRESIDENTE
Avv. Gianfranco Amato

“Una Siria momentanea, irriconoscibile, aberrante” – #10forSyria

L’orrore di quanto accade in Siria è senza fine.

Chi può voler credere nella possibilità di una ricociliazione se non i cristiani?

Il cristiano sa che  a Dio nulla è impossibile e si offre per fornire a Dio l’opportunità di intervenire.

Ecco cosa leggo a questo link:

Padre François si sarebbe dovuto allontanare … per salvarsi ma non lo ha fatto, voleva presidiare i suoi luoghi sacri, chiese di una cristianità in fuga dalla Siria dei talebani. Una Siria momentanea, irriconoscibile, aberrante. Una Siria con i mesi contati perché i siriani non sono così. L’ho spiegato già in un precedente post in questo blog, i siriani odiano al Qaeda. Lo sapeva bene padre François che voleva ricostruire il tessuto sociale multiconfessionale siriano, ce lo spiegò col suo italiano pulito, fluido, non scalfito dai tanti anni passati lontano da Roma.

Ricordo che l’emergenza Siria è stata sottolineata da Papa Francesco e che AVSI si sta muovendo per affrontarla:

Fra Pierbattista Pizzaballa

“Basta violenze in Siria” lo ha invocato il Papa all’Angelus il 12 febbraio 2012. Dal Pontefice è arrivato “un pressante appello a porre fine alla violenza e allo spargimento di sangue” in Siria. “Invito tutti e anzitutto le autorità politiche in Siria – ha scandito Benedetto XVI dopo la preghiera dell’Angelus – a privilegiare la via del dialogo, della riconciliazione e dell’impegno per la pace”. Secondo il Papa, “è urgente rispondere alle legittime aspirazioni delle diverse componenti della Nazione, come pure agli auspici della comunità internazionale, preoccupata del bene comune dell’intera società e della Regione”.

Condividendo le parole del Santo Padre, AVSI raccoglie l’appello del Custode di Terra Santa per l’emergenza in Siria:“In questi mesi di grande tensione – scrive Fra Pierbattista Pizzaballa – quando la Siria è dilaniata da scontri interni e il conflitto sembra assumere, sempre più, le caratteristiche di guerra civile, i francescani, insieme a pochi altri esponenti della chiesa latina, sono impegnati a sostenere i bisogni della popolazione cristiana locale. La Custodia è presente in diverse zone del Paese: Damasco, Aleppo, Lattakiah, Oronte. I dispensari medici dei conventi francescani, secondo la tradizione della Custodia, diventano luogo di rifugio e accoglienza per tutti, senza alcuna differenza fra etnie di Alawiti, Sunniti, Cristiani o ribelli e governativi. Stare con la gente, accogliere e assistere chi si trova nel bisogno, senza distinzione di razza, religione e nazionalità. Garantire, con fiduciosa presenza, il servizio religioso ai fedeli perché comprendano l’importanza di restare nel proprio Paese. Questo rimane il senso della missione francescana. In tempi non così dissimili da quelli in cui Francesco si rivolgeva ai frati esortandoli a mantenere saldi i valori del Vangelo. Nelle sue semplici esortazioni Francesco rifletteva la grazia ricevuta dal Signore e, nell’esperienza di vita quotidiana, testimoniava l’accoglienza della fede, come il bene più caro e prezioso da coltivare e rinvigorire.”

“…AVSI per rispondere all’emergenza lancia dal 17 giugno al 31 agosto la campagna di raccolta fondi #10forSyria che invita a donare 10 euro per continuare a sostenere le popolazioni rifugiate:
Dona 10 euro e riempi una cisterna di 2.000 litri di acqua.
Dona 10 euro e compra 2 kg di fagioli, 2 di riso, 2 di zucchero e 2 lt di olio.
Dona 10 euro e paga 1 ora di corso di ripetizione per un bambino siriano. Web:

DONA ORA:

CREDITO VALTELLINESE – Sede Milano Stelline, Corso Magenta 59
Iban: IT04D0521601614000000005000
c/c intestato AVSI FONDAZIONE
Per bonifici dall’estero: BIC (Swift code): BPCVIT2S
Causale: Emergenza Siria

Ancora dal sito di AVSI

“C’è una drammatica emergenza umanitaria in queste zone. Abbiamo la responsabilità di intervenire e fare tutto ciò che è possibile”. Così racconta Giampaolo Silvestri, Direttore Esecutivo di AVSI in visita nei campi profughi in Libano e Giordania.

Ad oggi circa 800.000 persone sono fuggite dalla guerra in Siria, in particolare sono 306.356 i siriani in Giordania e 317.229 in Libanosecondo fonti dell’Alto Commissariato per i Rifugiati (UNHCR). Ogni giorno arrivano circa 1000 persone nuove in entrambi i paesi.

Giampaolo Silvestri  ha raccontato il 5 e 7 marzo la vita di questi profughi attraverso scatti su Twitter:

Qui siamo al Centro di registrazione dei rifugiati di AVSI/Caritas a Mafraq, in Giordania, dove arrivano ogni giorno oltre 150 persone.

Le strutture della Caritas e della Chiesa Cattolica sono essenziali nel fornire aiuti ai profughi siriani.

Una delle stufe distribuite a 990 famiglie di profughi siriani in Giordania, utili per scaldarsi e cucinare.

Centro distribuzione AVSI/Caritas per profughi siriani a Mafraq in Giordania; stufe, coperte e altri beni essenziali.

Amar, al centro della foto, rifugiato siriano è volontario del progetto AVSI/Caritas che ha un approccio non assistenzialista.

La maggior parte dei profughi siriani sono donne e bambini, gli uomini sono rimasti a combattere.

Le suore dorotee di Zarqa, Giordania, presso una scuola frequentata da cristiani e mussulmani. 250 bambini e ragazzi possono studiare grazie al Sostegno a distanza.

Suor Rima delle dorotee è morta nell’attentato all’Università di Aleppo il 15 gennaio. Il suo corpo non è stato trovato.

Potete vedere le altre foto a questo link

Siria: “Di questo passo non rimarrà nessun cristiano in queste zone”

Una delle notizie che altrove vengono taciute:

Siria. Ribelli attaccano un convento francescano a Ghassanieh: morto un religioso
Ribelli sarebbero entrati nel convento francescano di Ghassanieh e dopo averlo razziato lo hanno distrutto.
Nel raid avrebbero anche ucciso un eremita cattolico siriano, padre François Mourad. È quanto si apprende da una comunicazione, di padre Pierbattista Pizzaballa, Custode di Terra Santa, che riferisce parole del suo ministro regionale della Siria, padre Halim Noujaim.

Due le versioni riferite – riporta l’agenzia Sir – ma entrambe confermano l’uccisione del religioso eremita, che in un caso sarebbe stato ucciso da un proiettile vagante sparato dai ribelli. La seconda versione, invece, quella più attendibile, parla di ribelli entrati nel convento per rubare tutto e dell’uccisione del padre. Il racconto è avvalorato dalla testimonianza diretta di un francescano, padre Firas, che dalla località di Kanaieh avrebbe raggiunto Ghassanieh. Qui avrebbe parlato con le suore del convento e preso il cadavere di padre François per dargli degna sepoltura. “Vorrei che tutti sapessero – sono parole del Ministro regionale dei francescani di Siria, Halim Noujaim – che l‘Occidente nell‘appoggiare i rivoluzionari appoggia gli estremisti religiosi, e aiuta ad uccidere i cristiani. Di questo passo non rimarrà nessun cristiano in queste zone”. (R.P.)

Testo proveniente dalla pagina http://it.radiovaticana.va/news/2013/06/24/siria._ribelli_attaccano_un_convento_francescano_a_ghassanieh:_mort/it1-704253
del sito Radio Vaticana

 

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