Ciò che dovunque altrove è una frustrazione…

Charles Peguy è un cristiano sui generis, un convertito che ha dovuto vivere sempre, con profonda umiltà e dolore, soprattutto perché incompreso dagli intellettuali contemporanei suoi amici, ai bordi della Chiesa. Ha scritto delle cose bellissime, come solo un vero povero di spirito, che si sente profondamente bisognoso della misericordia del Padre, può sentire e vivere. 

Ieri mi è capitato di leggere alcune parole da lui scritte. Le riporto.
Ciò che dovunque, altrove, è una frustrazione, qui non è che una dolce e lunga obbedienza; ciò che dovunque, altrove, è costrizione e regola, qui non è che punto di partenza e movimento di abbandono; ciò che dovunque, altrove, è una lunga usura e logoramento, qui non è che sostegno e occasione di crescita; ciò che dovunque, altrove, è confusione, qui non è altro che l’apparire sull’orizzonte della bella avventura.[1]

Sembrano parole misteriose e incomprensibili, ma sono profondamente vere se il
qui di cui Peguy parla è riferito alla Chiesa, come corpo mistico di Cristo, come prolungamento della Sua presenza amorosa, tenera e misericordiosa, per non lasciarci mai soli.

Pensavo sconsolata a come molte realtà di Chiesa, attualmente, non sono dei luoghi dove tali parole vengano verificate. Però la Chiesa autentica, quella dei poveri di spirito, che hanno come unica, vera grande ricchezza, la certezza della preghiera, della domanda, della mendicanza a Chi tutto può; ecco la Chiesa autentica è quella che trasforma una apparente frustrazione (uso l’aggettivo apparente, perché tutto nel Cristianesimo è segno di una realtà più profonda… solo che noi ci fermiamo alla superficialità, all’apparenza), in una lunga e dolce obbedienza. E’ quella che trasforma quel che appare costrizione e regola in un punto di partenza e movimento di abbandono. Ma  abbandono a chi? Punto di partenza per che cosa? E perché l’usura e il logoramento diventano occasione di dostegno e di crescita? E cos’è questa bella avventura?

Io partirei dalla bella avventura.
La bella avventura è la vita in tutta la sua interezza, in tutto il suo incontenibile desiderio di felicità e di soddisfazione; l’avventura della vita, se vissuta dentro una Chiesa conforme al volere di Colui che l’ha inventata, anche se vissuta da pochi, da un piccolo resto, (quel “piccolo resto” di cui parlava Paolo VI), è proprio l’unica occasione che abbiamo per vivere la dolcezza dell’obbedienza, per sperimentare la sicurezza dell’abbandono tra le braccia di un Padre onnipotente, per un ripartire con baldanza ingenua e lieta, dopo ogni delusione o sconfitta, per poter crescere anche attraverso l’usura e il logoramento e la confusione.

Ma una realtà ecclesiale così bisogna cercarla con tutto il cuore, se teniamo veramente alla nostra felicità. E Dio non permetterà, se lo vogliamo veramente, di restare delusi. Perché realtà di Chiesa così ce ne sono; basta solo cercarle. E probabilmente non c’è bisogno di andare molto lontano. Forse basta soltanto aprire occhi, orecchie e cuore.

 


 

[1] Cfr. Preghiera di residenza, in C. Peguy,  Lui è qui, BUR, Milano 1997, pp. 387-392

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12 commenti

  1. I profeti videro nella distruzione del tempio e nella deportazione a Babilonia la punizione di Dio verso un popolo infedele. Ma il “ritorno” non sarà semplicemente un ritorno alla Terra Promessa, ma un ritorno a quel Dio comunque “fedele” al suo popolo rappresentato da quei pochi rimasti fedeli a Lui anche nella prigionia. Appunto quel “piccolo resto” proprio come recita Isaia (16,14): Ma ora il Signore dice: «In tre anni, come gli anni di un salariato, sarà deprezzata la gloria di Moab con tutta la sua numerosa popolazione. Ne rimarrà solo un resto, piccolo e impotente»; ed il profeta Baruc: «Se voi non darete ascolto alla mia voce, questa moltitudine che ora è così grande sarà ridotta a un piccolo resto in mezzo alle nazioni fra le quali io la disperderò…” E’ questa davvero un’immagine deliziosa cui ha fatto eco Gesù quando disse:” … Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro ..”. (Mt. 18,20) . Bastano due per fare Chiesa.

    Il pensieo di Peguy arriva dentro al cuore, perché va a toccare davvero l’essenza dell’appartenenza a questo nuovo popolo sempre così maltrattato, spesso deriso e perseguitato tra “le nazioni”: ciascuno di noi si può fare “piccolo resto” con la propria fedelta e con la testimonianza della propria vita diventando luce e voce che grida la salvezza.

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  2. Sai Natanaele, a me colpiva invece l’abbandono che genera dolcezza anche nella sofferenza…
    La sofferenza o ci vede ribelli a rigirarci nelle nostre piaghe (e allora soffriamo di più) oppure ci spinge ad urlare il nostro dolore ad un Altro che ascolta e conforta.
    E lo fa attraverso delle persone concrete che sono appunto la sua chiesa. Oppure, se anche esse si dimenticano di te (può accadere quando la malattia è molto lunga) ti manda delle persone insospettate che ti aiutano (io li chiamo angeli mandati da Lui senza che se ne rendano conto) .

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  3. Sono proprio d’accordo con le parole di Nataneale e non meno con le tue, cara Anna.
    Abbandono è una parola chiave nella Fede, è lo stato che apporta consolazione e conforto.
    Una fiducia incondizionata in Dio, nel suo aiuto, nel suo Amore, ci auta a superare i mali della vita, che delle volte possono anche trasformarsi in grazie, alla luce dell’abbandono in Lui.
    Grazie per questo stupendo spunto di riflessione e bellissima l’espressione “…genera dolcezza anche nella sofferenza”.
    un abbraccio

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  4. Ciao cara Anna. Chissà come stai?
    Ti faccio i miei migliori auguri, tanto la nostra festa dura 50 giorni, posso permettermi il ritardo di uno. 🙂

    Un abbraccio in Cristo risorto.

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  5. Ciao Anna e gli auguri che avevo lasciato a te..dove son finiti?
    Ti chiedevo tra l’altro come stessi.
    Grazie per le tue parole. E’ vero servono occhi buoni.

    Un abbraccio e ancora tanti auguri per una Pasqua Vera.

    Upi

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  6. Ma gli auguri ci sono… boh! sono comparsi adesso chissà come! misteri di splinder! o, chissà, avrò fatto pasticci io!
    Guarda non so nemmeno come faccio a mandare avanti il blog…
    vado tutta ad intuizioni e poi me ne dimentico!
    Comunque ricambio di cuore gli auguri.
    Diciamo che sto un po’ meglio perché mi hanno ridotto il gesso, però ho un piedonzolo gonfio gonfio che mi impedisce di tentare di camminare.. poco fa per poco non me lo slogavo…
    Speriamo bene! Che Dio ci benedica e ci dia la Sua pace come solo Lui la sa dare.
    Coraggio comunque, che’ l’avventura della vita riserva sempre qualche imprevisto che ci allevia il dolore… proprio quando ci sembra che tutto ci debba cadere addosso.
    Anzi, appena posso ti copio la preghiera della positività di don Giussani.
    Ti abbraccio

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  7. Quante persone vivono ai bordi… troppe. Ci accorgiamo troppo tardi della loro infinita grandezza… ed è troppo tardi.

    Un caro abbraccio.

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  8. Già Dark.
    Ma non pensi tu che questo abbandono non venga messo in conto dal buonDio?

    Io credo che tutto ha un senso, anche se non lo comprendiamo; e alla fine vedremo tutto con chiarezza e scopriremo con gioia che tutto, anche l’abbandono, l’incomprensione, l’amarezza è stato per un bene più grande.

    Rispondi
  9. Sono daccordissimo con quello che scrivi… tutto ha un senso per il Signore, anche i matrimoni tra i gay e l’inseminazione artificiale, l’aborto e la pedofilia. Ai suoi occhi tutto ha un senso e riporta ad un bene più grande. Allora perchè combattere?

    Un abbraccio nel Signore.

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  10. Chissà se il Signore sarà d’accordo che si stravolga così il progetto buono che ha immaginato…

    A me sembra che debba essere molto amareggiato per quello che stiamo costruendo lontano da Lui.

    So però che il male non avrà l’ultima parola. Perchè Lui vuole il bene e la gioia per i suoi figli, che siamo noi tutti.

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  11. Ma scusa, se noi riconosciamo che Dio ha un progetto buono e se tutto ha un senso, perchè dovrebbe amareggiarsi?
    Non sono polemico, cerco solo di capire.

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  12. No, non penso tu sia polemico.

    Ed io cerco di dirti quello che mi sembra di capire.

    Vedi per conoscere il buon Dio abbiamo un modo semplicissimo: conoscere Gesù (che ha detto “chi vede me vede il Padre”).

    Gesù ha pianto su Gerusalemme che sapeva destinata alla distruzione (nel 70 dopo Cristo), Gesù ha pianto nel Getsemani per l’atrocità della paura e della sofferenza che l’attendeva, Gesù si è commosso davanti alla vedova di Nain, Gesù rimproverava i suoi amici, gli apostoli, perché “ancora non avevano capito”, Gesù aveva uno sguardo penetrante e misericordioso per i peccatori pentiti, mentre era estremamente duro con quegli Scribi e Farisei che erano ipocriti.

    Insomma aveva un cuore d’uomo, ma anche un cuore divino.

    E provava i sentimenti che anche noi proviamo.

    E se tu, io soffriamo davanti all’ingratitudine o al dolore e all’insuccesso dei nostri figli; se ci addoloriamo per il fatto che spesso non capiscano e magari fanno scelte sbagliate che non li rendono felici; perchè Gesù, che è scoppiato di dolore nella croce per le nostre cattiverie (la causa della morte è stato l’infarto – secondo le recenti acquisizioni scientifiche -, infarto per crepacuore), dovrebbe essere impassibile davanti alla sorte delle creature più preziose, fatte a sua immagine e somiglianza?

    Chi assume certi comportamenti andando contro la legge naturale, sancita anche dai comandamenti, non cammina nella strada che rende veramente felici; e un Padre può essere contento se i figli si avviano in una strada di infelicità?

    Certo Lui è buono e ci inseguirà finché non capiamo il male che facciamo e ci pentiamo. Ma ha deciso di dipendere dalla nostra libertà (poteva anche farne a meno, ma ha deciso di rischiare sulla nostra libertà) e come un padre terreno trepida per la sorte dei figli che riconosce liberi di fare le loro scelte.

    Meno male che Lui , a differenza del padre terreno, ricostruisce tutto con il suo perdono: basta che l’uomo riconosca di aver fatto scelte sbagliate e gli chieda perdono!

    Il Figlio prodigo viene riaccolto con tutti gli onori! perchè il Padre aspetttava solo il suo rinsavimento e il suo ritorno libero.

    E per conoscere Gesù – e quindi il Padre – basta vivere dentro il luogo in cui ha deciso di essere presente in modo particolare: nella Sua Ciesa che è il luogo in cui coloro che lo amano cercano di seguirlo guidati dal “dolce Cristo in Terra” (come l’ha definito Santa caterina da Siena) che è il Papa.

    Preciso che “vivere dentro la Sua Chiesa” porta alla comprensione dei misteri della sua amicizia di sicuro; ma i tempi , che possono essere anche molto lunghi, li decide Lui. (questo l’ho imparato standoci dentro, con tutte le difficoltà e le contraddizioni che una realtà umana – che però è anche divina – comporta)

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