O trasfigurati o tristi..

…La gioia della fede fa scaturire un desiderio di cambiamento. Ma non si tratta di nulla di automatico. Per Zacheo, come per tutti coloro che Gesù chiamò e coinvolse con sè, non lo fu. Zaccheo, dice don Giussani, era pieno di quello sguardo, e dopo, come comseguenza, pensa : “Ecco, io do via titto quello che ho preso”. Ma è una conseguenza che è durata tutta la vita, perchè non è automatico”. Il desiderio di appartenergli è totale fin dall’inizio. Ma il suo svolgimento non è automatico, e infatti continua per tutta la vita. Ma quello che rende ormai la nostra vita trasfigurabile è diventato un fatto”.

Abbiamo già il “virus” – un virus benefico evidentemente – dentro di noi. La sua presenza ha già fatto breccia nella nostra vita .
È il contrario dell’episodio del giovane ricco, uno a cui Cristo dice:”vieni con me”, cioè voglio stare vicino a te. E il Vangelo dice: “E quello se ne andò triste”: il giovane ricco , triste.
Ecco allora l’alternativa che emerge da tutto questo e che vediamo spesso nel nostro mondo: “O trasfigurati, o tristi, perchè non si può rimanere al posto di prima quando Cristo ha chiamato, ci è venuto incontro, non possiamo rimanere come prima: “O trasfigurati, o tristi…. o si diventa più tristi o ci si trasfigura” per quella novità che Cristo ha introdotto nella vita.
(Esercizi di Rimini 2017, pag. 61)

Tornare al primo amore

Da http://it.clonline.org/default.asp?id=743&id_n=20786

Omelia durante la Veglia pasquale nella Notte Santa – Testi di Francesco

19/04/2014 – Basilica Vaticana

Il Vangelo della risurrezione di Gesù Cristo incomincia con il cammino delle donne verso il sepolcro, all’alba del giorno dopo il sabato. Esse vanno alla tomba, per onorare il corpo del Signore, ma la trovano aperta e vuota. Un angelo potente dice loro: «Voi non abbiate paura!» (Mt 28,5), e ordina di andare a portare la notizia ai discepoli: «È risorto dai morti, ed ecco, vi precede in Galilea» (v. 7). Le donne corrono via subito, e lungo la strada Gesù stesso si fa loro incontro e dice: «Non temete; andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea: là mi vedranno» (v. 10). “Non abbiate paura”, “non temete”: è una voce che incoraggia ad aprire il cuore per ricevere questo annuncio. Dopo la morte del Maestro, i discepoli si erano dispersi; la loro fede si era infranta, tutto sembrava finito, crollate le certezze, spente le speranze. Ma ora, quell’annuncio delle donne, benché incredibile, giungeva come un raggio di luce nel buio. La notizia si sparge: Gesù è risorto, come aveva predetto… E anche quel comando di andare in Galilea; per due volte le donne l’avevano sentito, prima dall’angelo, poi da Gesù stesso: «Che vadano in Galilea, là mi vedranno». “Non temete” e “andate in Galilea”. La Galilea è il luogo della prima chiamata, dove tutto era iniziato! Tornare là, tornare al luogo della prima chiamata. Sulla riva del lago Gesù era passato, mentre i pescatori stavano sistemando le reti. Li aveva chiamati, e loro avevano lasciato tutto e lo avevano seguito (cfr Mt 4,18-22). Ritornare in Galilea vuol dire rileggere tutto a partire dalla croce e dalla vittoria; senza paura, “non temete”. Rileggere tutto – la predicazione, i miracoli, la nuova comunità, gli entusiasmi e le defezioni, fino al tradimento – rileggere tutto a partire dalla fine, che è un nuovo inizio, da questo supremo atto d’amore. Anche per ognuno di noi c’è una “Galilea” all’origine del cammino con Gesù. “Andare in Galilea” significa qualcosa di bello, significa per noi riscoprire il nostro Battesimo come sorgente viva, attingere energia nuova alla radice della nostra fede e della nostra esperienza cristiana. Tornare in Galilea significa anzitutto tornare lì, a quel punto incandescente in cui la Grazia di Dio mi ha toccato all’inizio del cammino. E’ da quella scintilla che posso accendere il fuoco per l’oggi, per ogni giorno, e portare calore e luce ai miei fratelli e alle mie sorelle. Da quella scintilla si accende una gioia umile, una gioia che non offende il dolore e la disperazione, una gioia buona e mite. Nella vita del cristiano, dopo il Battesimo, c’è anche un’altra “Galilea”, una “Galilea” più esistenziale: l’esperienza dell’incontro personale con Gesù Cristo, che mi ha chiamato a seguirlo e a partecipare alla sua missione. In questo senso, tornare in Galilea significa custodire nel cuore la memoria viva di questa chiamata, quando Gesù è passato sulla mia strada, mi ha guardato con misericordia, mi ha chiesto di seguirlo; tornare in Galilea significa recuperare la memoria di quel momento in cui i suoi occhi si sono incrociati con i miei, il momento in cui mi ha fatto sentire che mi amava. Oggi, in questa notte, ognuno di noi può domandarsi: qual è la mia Galilea? Si tratta di fare memoria, andare indietro col ricordo. Dov’è la mia Galilea? La ricordo? L’ho dimenticata? Cercala e la troverai! Lì ti aspetta il Signore. Sono andato per strade e sentieri che me l’hanno fatta dimenticare. Signore, aiutami: dimmi qual è la mia Galilea; sai, io voglio ritornare là per incontrarti e lasciarmi abbracciare dalla tua misericordia. Non abbiate paura, non temete, tornate in Galilea! Il Vangelo è chiaro: bisogna ritornare là, per vedere Gesù risorto, e diventare testimoni della sua risurrezione. Non è un ritorno indietro, non è una nostalgia. E’ ritornare al primo amore, per ricevere il fuoco che Gesù ha acceso nel mondo, e portarlo a tutti, sino ai confini della terra. Tornare in Galilea senza paura. «Galilea delle genti» (Mt 4,15; Is 8,23): orizzonte del Risorto, orizzonte della Chiesa; desiderio intenso di incontro… Mettiamoci in cammino!

© Copyright – Libreria Editrice Vaticana

Sto a vedere…

Non ho mai capito quella frase di Gesù alla Madre nel film di Mel Gibson, The Passion.

Si risollevava da una caduta sotto la pesante croce in una maschera di sangue e Maria addolorata e premurosa gli si avvicinava per sostenerlo quasi; e Lui: “Ecco: io faccio nuove tutte le cose”

Una risposta per me a lungo enigmatica: come può uno in quelle condizioni dire una frase così?

L’altro ieri, improvvisamente, mentre sentivo parlare un amico della bellezza e della gioia della vita cristiana, dopo tanti anni, ecco tornarmi alla mente quella frase.

Sì, il Cristianesimo che non è altro che la sequela di Cristo, è l’esperienza della continua novità. E me ne accorgevo mentre sentivo per l’ennesima volta una canzone molto bella sentita e cantata tante volte , Il viaggio di C.Chieffo, ma mai capita davvero.

Quelle parole descrivevano in modo impressionante la mia esperienza ed io prima non potevo capirle perché un’esperienza simile non l’avevo proprio fatta; l’avevo solo immaginata. E tra lo struggimento del desiderio e la certezza di un’esperienza fatta e confermata c’è la grande differenza della gioia che si attua.

Sul momento,presa dall’incalzare delle testimonianze belle che ho udito, non mi sono soffermata su questa strana sensazione di novità. Poi, prima della pizzata, mentre a occhi chiusi per un improvviso malore, finivo di ascoltare P. , la frase enigmatica “Ecco, Madre, io faccio nuove tutte le cose” si è, dopo anni,illuminata: davvero tutto è nuovo se  si segue quell’Uomo-Dio che consola la madre con quelle misteriose parole.

Nuovo come il tono con cui una persona che stimo legge e parla (che strano ! sembra proprio diverso!), nuovo il tono della mia stessa voce quando leggo a voce alta là dall’ambone, nuovo il modo di guardare le faccende in cucina o il riprendermi dopo una caduta inevitabile. Tutto può essere nuovo davanti a Uno che è venuto per fa nuove tutte le cose. Il segreto ineffabile è riconoscerlo ed amarlo.

E tutto diventa fonte di una gioia segreta che penso non tarderà a venir fuori in modo straripante… perchè è come se ti scoppiase dentro..

Mah! Sto a vedere!

“Ecco: Io faccio nuove tutte le cose”

“Ecco: Io faccio nuove tutte le cose” (e mi veniva in mente un fotogramma di The Passion di Gibson)

Non so a che proposito – forse ascoltando una testimonianza bella di P. – ma durante la conversazione conviviale, mi è venuta in mente questa frase di Gesù. Proprio dopo che io avevo avuto un malore durato per fortuna pochi minuti.

Dio mio! Deve proprio essere un segno, se ora quella frase ora risuona continuamente nella mia mente e mi ridice ad ogni istante, anche dopo una stupida caduta, “rialzati! perché Io faccio nuove tutte le cose. E ogni istante ti è dato perché tu mi riconosca”

E’ una cosa bellissima: tutto diventa nuovo e bello perché appartiene a Colui che rinnova la vita continuamente.

Amare l’altro

Ricevo questo contributo da Gianni Mereghetti e mi pare molto bello:

“Amare veramente l’altro incomincia solo a questo punto: quando tu accetti che l’altro è altro; ma non solo accetti che l’altro è altro, l’accetti veramente: vale a dire, accetti veramente che abbia il suo destino e il suo disegno.
Allora si capisce che se il suo disegno deve incontrare il tuo disegno, se la sua strada deve incontrare la tua strada, non è per l’opera né tua né sua, ma di un Altro: di chi origina il disegno dell’uno e dell’altro, vale a dire è il destino dell’uno e dell’altro.
Comunque, incominciando a percepire la consistenza irreversibile e ineludibile, inevitabile del tu, solo incominciando a capire questa alterità, uno incomincia a percepire la consistenza di se stesso, incomincia a percepire che anche lui ha una consistenza”

“Chiamami, parlami, raccontami…”

“Chiamami, parlami, raccontami…”


Che cosa può dire Gesù, che cosa può raccomandare o suggerire ad un suo sacerdote o ad un semplice fedele che si metta in atteggiamento di preghiera? Gaston Courtois, nel suo “Il Maestro parla al cuore” , immagina che il Signore parli così…


Chiamami in aiuto, con dolcezza, con calma, con amore.
Non credere che io rimanga insensibile alle delicatezze dell’affetto. Tu mi ami, certamente; ma provamelo di più.

Raccontami la tua giornata. Certo io già la conosco, ma mi piace sentirtela narrare, come alla madre piace il chiacchierio del suo bambino al ritorno da scuola. Esponimi i tuoi desideri, i tuoi progetti, i tuoi fastidi, le tue difficoltà. Forse che non sono in grado di aiutarti a superarli?

Parlami della mia Chiesa, dei vescovi, dei confratelli, delle missioni, delle suore, delle vocazioni, dei malati, dei peccatori, dei poveri, degli operai; sì, di quella classe operaia che ha troppe virtù per non essere cristiana, almeno nel fondo del cuore…

Parlami di tutti coloro che soffrono nello spirito, nella loro carne, nel loro cuore, nella loro dignità. Parlami di tutti coloro che muoiono in questo momento, di quelli che stanno per morire e lo sanno e ne sono terrorizzati, oppure sono sereni, e di tutti coloro che stanno per morire e non lo sanno.

Parlami di me, della mia crescita nel mondo e di quella che io opero nell’intimo dei cuori; e di ciò che realizzo in cielo a gloria del Padre mio, di Maria e di tutti i beati.

Hai domande da farmi? Non esitare. Io sono la chiave di tutti i problemi. Non ti darò la risposta immediatamente, ma se la tua domanda parte da un cuore che ama, la risposta, verrà nei con giorni successivi, sia per l’intervento del mio Spirito, sia attraverso gli avvenimenti.

(Gaston Courtois, Il Maestro parla al cuore, pp. 18-19 )


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«O sole adorabile, hai versato i tuoi raggi in una stanza vuota: il padrone dell’alloggio era sempre fuori»

«Dov’è la Vita che abbiamo perduto vivendo?» , si domanda Eliot ne I Cori da «La Rocca».

 Quasi senza rendercene conto perdiamo la vita vivendo.

Ci rendiamo conto di quanto l’abbiamo persa solo quando accade qualcosa che ci rende consapevoli, altrimenti potremmo continuare senza quasi accorgercene.

(…)

il fatto che noi siamo stati come risvegliati da una distrazione mortale che cosa dimostra?

 Che ci eravamo addormentati – è semplice! –, che vivacchiavamo, che aveva preso il sopravvento una piattezza, un grigiore, ed eravamo caduti in questa situazione senza neanche rendercene veramente conto. Per questo si capisce bene la frase di Eliot:

«Dov’è la Vita che abbiamo perduto vivendo?».

È la drammatica situazione che descrive un personaggio di Graham Greene in Fine di una storia , quando dice: «Per me il presente non è mai ora»

  Terribile! Questa è la caratteristica del mondo moderno di cui noi facciamo parte, come ci ricorda Péguy: «Il mondo moderno opera un immenso, totale scarico del presente», per questo siamo sempre “fuori”.

E come descrive Pascal: «Non ci atteniamo mai al tempo presente. Anticipiamo l’avvenire come [se fosse] troppo lento a venire, […] o richiamiamo il passato per fermarlo come [se fosse] troppo spedito, imprudenti al punto da errare nei tempi che non sono affatto nostri e non pensare minimamente al solo che ci appartiene. […] È che di solito il presente ci ferisce. Lo nascondiamo alla nostra vista perché ci affligge, e se lo troviamo piacevole, rimpiangiamo di vederlo sfuggire […]. Noi non pensiamo quasi affatto al presente e, se ci pensiamo, è solo per averne luce circa le disposizioni per l’avvenire».

Per questo stiamo sempre “fuori”: «O sole adorabile, hai versato i tuoi raggi in una stanza vuota: il padrone dell’alloggio era sempre fuori», scrive Ibsen.

Leggi tutta la riflessione QUI 

Alcune Massime agostiniane per l’anno nuovo

Adtendite non praesumere de pecunia, de amico homine, de honore et iactantia saeculi.
State attenti a non riporre la vostra fiducia sul denarosulle amicizieumane e sugli onori o le vanità del secolo(En. in ps. 13125)

Noli foras ire, in teipsum redi, in interiore homine habitat veritas. Et si tuam naturam mutabilem inveneris, trascende et teipsum. Illuc ergo tende, unde ipsum lumen rationis accenditur.
Non uscire fuori, rientra in te stesso: nell’uomo interiore abita la verità. E se scoprirai mutevole la tua natura, trascendi anche te stesso. Tendi là dove si accende la stessa luce della ragione. (De vera rel. 39, 72

Superbia parit discissionem, caritas unitatem. 
La superbia produce discordiamentre l’amore produce l’unione(Serm. 4618) 

Qui noluerit servire caritati, necesse est ut serviat iniquitati.
Chi non vuol servire alla caritàsarà inevitabilemete servo dell’iniquità(En. in ps. 18II15) 

Adde ergo scientiae caritatem, et utilis erit scientia; non per se, sed per caritatem.
Alla scienza unisci la caritàe la scienza ti sarà utilenon da sé sola ma a motivo della carità(In Io. Ev. tr. 275)

Qui novit veritatem novit eam; qui novit eam, novit aeternitatem. Caritas novit eam. O aeterna veritas, et vera caritas et cara aeternitas! Tu es Deus meus; tibi suspiro die ac nocte.
Chi conosce la verità, la conosce. Chi la conosce, conosce l’eternità. La carità la conosce. O eterna verità e vera carità e cara eternità! Tu sei il mio Dio; a te sospiro giorno e notte. (Confess. 7, 10, 16)
 

Faciliusque dubitarem vivere me, quam non esse veritatem, quae per ea quae facta sunt intellecta conspicitur.
Avrei più facilmente dubitato della mia personale esistenza che di quella della verità, che si può intravedere con la mente attraverso le cose che sono state fatte. (Confess. 7, 10, 16)
 
Sicut amici adulantes pervertunt, sic inimici litigantes plerumque corrigunt.
Come gli amici corrompono con le loro adulazioni, così i nemici per lo più correggono con le loro offese. (Confess. 9, 8, 18)
 
 
 Quidquid  enim vis potes fugere, homo, praeter conscientiam tuam
O uomopuoi fuggire lontano da tutto ciò che vuoima non dalla tua coscienza. (En. in ps. 30II, d. 18) 

Inter omnes tribulationes humanae animae, nulla est maior tribulatio quam conscientia delictorum.
Tra tutte le tribolazioni umane non ve n’è una più grande della coscienza delle proprie colpe. (En. in ps.453)
 
Non est diu quod habet extremum.
Non è lungo ciò che ha un termine. (En. in ps. 30, II, d. 1, 8)
 
Quid enim desideres tu nosti; quid tibi prosit ille novit.
Tu sai che cosa desiderima egli solo sa che cosa ti giova(Serm. 801) 
 
Si potes, cape; si non potes, crede.
Se puoi, capisci; se non puoi, credi. (In Io. Ev. tr. 35, 5)

Diligendo proximum purgas oculum ad videndum Deum.
Amando il prossimo purifichiamo gli occhi del cuore per arrivare a vedere Dio. (In Io. Ev. tr. 17, 8)

Nonne vides quia perdidisti quod non dedisti?
Non ti accorgi che hai perso quello che non hai donato? (En. in ps. 36, 3, 8)
  
Sapiens eris, si te non esse credideris.
Sarai sapiente, se non ti crederai tale. (De an. et eius or. 3, 1, 1)

La sfida più potente

“… possiamo dire anche oggi, davanti alla morte di un amico caro, che la realtà è sempre ultimamente positiva? Da quali segni nell’esperienza lo possiamo dire?

Capite che, di fronte a questa domanda, ci giochiamo la vita. Sono qui con il desiderio che possiamo aiutarci a guardare le urgenze che sono emerse”.

 

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Il sì di Pietro

“Signore, lo sai che ti amo”

Così disse Pietro dopo che per tre volte Gesù gli aveva chiesto: “Simone di Giovanni, mi ami tu?”. E la risposta – sappiamo – era ancora più accorata della domanda e carica del dispiacere che Gesù quasi non gli credesse:  “Gesù,  tu sai tutto, tu sai che ti amo”

Ricordiamo l’episodio evangelico: Pietro e i suoi amici, ormai tornati al lavoro consueto, dopo la sconvolgente morte dell’amico Maestro, tornano alla riva dopo una notte di pesca e trovano Gesù che ha preparato per loro la colazione. E, come si fa tra veri amici, dopo il pasto il discorso si fa serio: “Pietro, mi ami tu?” dice Gesù con quella domanda bruciante che abbracciava tutta l’umiliazione di chi sapeva di aver tradito l’amico più caro.

Ma, per quanto grande fosse l’umiliazione, la vergogna, il dolore, Gesù con quel suo sguardo che penetrava fin le più profonde fibre e lo abbracciava tutto nella sua fragile umanità, gli fa quella domanda diretta, senza preavviso.

Immaginiamo lo stato d’animo di Pietro, quando vede quello sguardo amico, che però lui percepisce come indagatore… certamente sapeva di meritare un rimprovero: “…E sì, però l’hai combinata grossa! Mi hai tradito per ben tre volte… e con chi? Con una donnetta e con degli ubriaconi… “.
No, niente di tutto questo, solo: “Pietro, mi ami tu?”

Cosa poteva rispondere lui, umile e ardente pescatore della Galilea, se non la verità a Uno che era e chiedeva la Verità?
Certo non poteva rispondere di no, anche se l’aveva tradito e apparentemente i fatti erano contro di lui.
Perché, anche se non lo capiva, anche se non riusciva a spiegarlo a se stesso, sapeva che a quella domanda diretta non poteva rispondere diversamente da come ha risposto.

Ma cosa significava, cosa significa quel Tu lo sai che ti amo?

Credo che per capirlo dobbiamo cambiare le nostre categorie mentali, figlie di una cultura materialista e ipocrita, per poter comprendere tutta la profondità di tale affermazione.

Amare dal punto di vista di Gesù – e da allora per tutti i cristiani – non ha quelle sovrastrutture di significato cui siamo abituati.

Amare – per Pietro e per tutti i discepoli di Gesù – è riconoscere che di quella presenza affascinante, misteriosa, tenera, serena, decisa,  misericordiosa, equilibrata uno non poteva e non può fare a meno. Se Tu non cammini con  noi, non ci muoveremo di qua diceva Mosé nella Bibbia; e molto più recentemente un teologo affermava: Io non potrei più vivere se non lo sentissi ogni giorno parlare.

Ecco: questo significa, anche per Pietro.

 Più che una decisione volontaristica è un riconoscimento del fatto che quell’amico, che aveva imparato a chiamare Messia, era Uno senza il quale la vita era insopportabile, senza di Lui non si poteva vivere.

Anche per me, per te può essere così: c’è un momento, un’esperienza, che la Misericordia del Mistero prima o poi ci fa incontrare, che è così affascinante e totalizzante che uno non può continuare a vivere se non restando semptre attaccato alla presenza fisica di colui o coloro che gli hanno fatto conoscere la tenerezza di un Dio, che si offre a noi come compagno di strada nel percorso della vita.

Il Cristianesimo non è un insieme di regole e prescrizioni, ma un Dio amico a cui rispondere con il trasporto di Pietro (non deciso volontaristicamente, ma scoperto con stupore anche dentro di sé) in qualsiasi momento della giornata: “Sì, lo sai che ti riconosco, lo sai che senza di Te non potrei vivere; perché Tu sei il mio tutto. Non so perché sono pieno di fragilità, di distrazione , di limite… ma tutta la mia preferenza umana è per Te”.

E’ questa la forma suprema di moralità, perché a Dio non importa se siamo imperfetti o quanto ancora peccheremo. Gesù continuerà fino alla fine a chiedere alla nostra umanità confusa e umiliata per il nostro limite: “mi ami tu?”