Il “Detective Monk” e la TV che censura la malattia vera

La tv ha un disperato bisogno del “matto”

di Carlo Bellieni
“Detective Monk” narra le vicende di Adrian Monk (Tony Shalhoub),ex poliziotto sospeso dal servizio a causa di una serie di disturbi ossessivi-compulsivi, con tratti autistici, aggravatisi a seguito della tragica morte della moglie Trudy, uccisa da una bomba che si ritiene destinata a Monk. Nonostante i problemi relazionali che lo affliggono, la polizia ricorre alla collaborazione di Monk quale consulente esterno nei casi più difficili, contando sul  suo grande spirito di osservazione e la sua intelligenza. Ed è un genio nel suo campo. In realtà la serie «Monk» parte bene, ma si «imborghesisce» per strada. E non poteva essere diversamente, dato che la legge della TV è di non shoccare nessuno. Sì, si vorrebbe shoccare con nudi e baci gay, ma in realtà nessuno ci fa più caso, non perché la gente li accetti, ma perché ormai si sa inconsciamente distinguere tra la realtà e la TV: alla TV non crede più nessuno. E continuano con le presunte provocazioni che non provocano più nessuno, col sangue a fiumi che tutti sanno che è cattivo sugo di pomodoro e con le trasmissioni sui bisturi estetici che fanno solo tristezza, perché fanno le facce tutte uguali.
Insomma la Tv vorrebbe provocare per fare «share» e fare soldi, ma invece la gente ormai scappa. L’unica provocazione che funzionerebbe è la realtà, far vedere quello che tutti i giorni siamo, e in questo rientra Monk, che poteva essere una bellissima provocazione : il «matto» (e non lo stravagante) che risolve i casi difficili; ma in TV la malattia mentale è tabù, e si deve far diventare «stravaganza»; invece la malattia mentale è sofferenza, emarginazione, abbandono da parte delle istituzioni e dei familiari. E non più disegnato come malato, Monk ha perso forza. Perché in TV non si vedono mai malati? Sarebbe una bella provocazione, non per fare soldi, ma per far vedere alla gente cosa è la realtà, per mostrare che la realtà immaginata fa più paura della realtà reale.
Più disabili veri in TV? Ma come capire se le poche volte che compaiono in TV, i disabili vengano trattati in modo adeguato? Semplicemente vedendo se il conduttore si comporta con fare disinvolto o è a disagio; quello vero è il secondo comportamento, perché la disabilità è sconcertante e chi si comporta con spigliatezza mostra – o vorrebbe mostrare- di non aver subìto lo smacco di trovarsi a contatto con qualcuno che progressivamente va perdendo «diritto di cittadinanza» nella società postmoderna, cioè con dei sopravvissuti; e chi non mostrerebbe emozione a trovarsi a contatto con Anna Frank? Ricordiamo con nostalgia la storica serie TV «Cin-Cin» («Cheers» in originale) in cui il personaggio dell’Allenatore (Nicholas Colasanto) si comportava da disabile perché aveva davvero problemi di salute che lo avrebbero portato a morte proprio nel mezzo della serie. Ed era azzeccatissimo anche per come le persone attorno a lui si comportavano: con naturale sconcerto. E’ memorabile la puntata in cui parla alla figlia disperata perché è brutta e lui, nella sua semplicità alterata dice la cosa più sincera che si può dire ad una figlia, che si lamenta di rassomigliare alla madre (precocemente morta): «Sì è vero lo vedo solo ora: sei proprio come tua madre. E lei… era ogni giorno più bella: lo vedevano tutti». E’ una sincerità disarmante che colpisce e che viene solo da chi non deve costruirsi una maschera: il disabile mentale spesso è la memoria per tutti della necessità di non indossare una maschera. Anche per questo è una risorsa, e per questo ci rattrista una TV che censura la malattia vera.
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2 commenti

  1. ..sono un’appassionata del “giallo” in tutte le… salse…ma il “detective Monk”…le supera tutte e… in tutti i “sensi”…compreso quello della “sorridente ed intelligente ironia” che si alterna ad altre manifestazioni che commuovono jl fondo dell’animo umano…..grazie…MONK…

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