Dalla Natura, il terrore della morte. Dalla grazia, l’audacia

Dalla Natura, il terrore della morte. Dalla grazia, l’audacia

 

E’ una frase di san Tommaso, il più grande teologo del suo secolo e uno dei più grandi di tutto il Cristianesimo.

Qualcuno dice che il Cristianesimo sia scaturito dalla paura… evidentemente non lo conosce. E per conoscere qualcosa occorre averla sperimentata nelle sue giuste dimensioni.

 Perché non si può dire che è deliziosa una crema pasticcera impazzita! (scusate l’esempio da casalinga, che comunque sa anche che la più bella fanciulla, in un momento di rabbia, diventa odiosa anche per l’uomo di cui lei si è presa una bella cotta!)

Questa riflessione mi è venuta in mente leggendo uno scritto pieno di livore, odio, falsità scritto da un ateo razionalista.

Non mi pare corretto giudicare quello che non si conosce nelle sue giuste dimensioni; perciò ho scovato questa conversazione tenutasi nel 1991 e ve la propongo, anche se può essere in alcuni punti difficile. Ma se ne può sempre parlare:

 

Appunti da una conversazione di don Giussani con un gruppo di universitari, agosto 1991:

 

1. La vita come movimento

 

La vita è «per», qualunque sia il contenuto di questo «per»: la vita è una tensione, una mossa, un movimento. Ma questo movimento è preso nell’ alternativa descritta dalla seguente frase: «Dalla natura scaturisce il terrore della morte. Dalla grazia scaturisce l’audacia» (non è di un esistenzialista moderno, bensì di san Tommaso d’Aquino, e sorge fino a noi dal pieno Medio Evo). Dalla natura che nostra madre ci dà scaturisce il terrore della morte, vale a dire: dalla natura, che è movimento, scaturisce un contromovimento che ne strozza l’impeto. Dalla grazia scaturisce invece, non «la felicità», ma l’audacia, cioè una definizione drammatica della vita, come cammino e come lotta. Ma che cos’è questa grazia che travolge la prima parte della frase («… il terrore della morte») e impone un’ altra versione della vita («… l’audacia»)? Fermiamoci anzitutto sulla parola audacia.L’audacia implica in primo luogo l’affermazione di uno scopo. Altrimenti non sarebbe audacia, ma stupidità. Se qualcuno lanciasse la sua macchina a 180 km/h, a cinque metri dall’abisso, non sarebbe audacia, ma stupidità. L’audacia implica un riconoscimento intelligente, la coscienza di uno scopo.

 

«Finito quel giorno Gesù disse ai suoi discepoli: “Passiamo all’altra riva”» (Mt 14,22). Ecco, questo passaggio – dalla riva dove i discepoli sembravano piantati – all’ altra riva, questa traversata è, «in azione», l’audacia: essa afferma qualcosa di più vero, afferma cioè che la verità della loro esistenza non era il bordo del lago su cui Cristo aveva sfamato la gente, ma un’ altra cosa, l’altra riva.C’è un nesso fra l’altra riva e la riva su cui Cristo aveva sfamato la gente: l’altra riva era lo scopo per cui li aveva sfamati. Mentre erano ancora tutti aggrappati al miracolo appena avvenuto, Cristo dice ai suoi: «Passiamo all’altra riva». Vale a dire: la verità, il senso di quello che abbiamo fatto e stiamo facendo, l’origine, la consistenza e il destino del miracolo avvenuto è un’ altra cosa, non quel pane, non quei pesci, non l’infatuazione di quella folla.

 

L’audacia, dunque, implica innanzitutto la coscienza di uno scopo, di un destino, che è «qualcosa d’altro» (Mistero, Altro) da quello che si conosce, si tocca, si fa. Ma non basta. L’audacia implica anche un impeto energico, un impeto che sostenga nel cammino, un’ energia che faccia fendere le acque e la nebbia nella navigazione verso il Mistero, verso l’altra riva.

 

Emblematica dell’ audacia è La navigazione di Andrea Pisano (una piccola scultura che abbiamo posto come immagine del Manifesto pasquale di quest’anno). Vi si stagliano due discepoli sulla barca che, fendendo le acque del lago, remano, tanto tesi quanto calmi e sicuri, verso l’altra riva: dietro di loro, sulla barca, c’è Gesù. Il cammino, il passaggio, la traversata verso il destino, diventa infatti possibile solo quando c’è una presenza (se uno fosse da solo a remare, gli si annebbierebbe la vista, subito si fermerebbe). Il cammino diventa semplice se c’è una presenza, cioè, diciamo subito la parola: se c’è una compagnia.

 

«Dalla grazia scaturisce l’audacia» vuol dire allora: da una Presenza diversa da noi scaturisce in noi l’audacia. La grazia è una Presenza da cui l’audacia scaturisce (come uno che ci venga dietro e ci spinga).

 

Se l’esistenza è movimento, occorre decidere per il movimento, cioè decidere per l’esistenza. Ma se la nostra stessa natura, che è movimento, produce un contromovimento che ne strozza l’impeto, mentre la grazia ci dà l’audacia, «decidere per l’esistenza» significa seguire la Presenza che fa insorgere l’ audacia, che rende la vita movimento continuo. Solo se l’uomo corre il rischio di questa decisione (come quei due discepoli sulla barca) cammina veramente verso l’altra riva, vale a dire aderisce veramente alla realtà, rende la vita un passaggio alla realtà; altrimenti va a fondo, poiché «dalla natura scaturisce il terrore della morte» (certo, c’è un modo semplice per evitar tutto ciò: «tagliarsi» la testa o «strapparsi» il cuore).

 

Vi è un corollario di quanto detto da porre in rilievo. Se i due navigatori scolpiti dal Pisano avessero vogato «calcolando», cioè, per esempio, dicendo: «Fra tre, trenta o trecento metri dobbiamo raggiungere la riva, ci deve essere la riva, dobbiamo trovare la realtà», si sarebbero dimostrati folli. Che ne sai tu del tuo destino? È giusto dire: «Vorrei vedere Dio!», come dice un nostro canto, «ma non è possibile».

 

Ha capito bene tutto ciò il nostro carissimo amico Giovanni (la sua morte è uno dei più gravi sacrifici che Dio ci ha chiesto). La prima frase del libro che ne raccoglie i pensieri (intitolato Si prospettano giorni felici) afferma: «La buona volontà e l’apertura del cuore non bastano più. Non si può illudersi di dare tutto. Infatti, si dà tutto secondo una misura propria del tutto.

 

Occorre una disponibilità all’immediata messa in moto di sé [come i due discepoli sulla barca, ad ogni istante disponibili alla messa in moto di sé, indefinitamente – non c’è nessun segno di termine prestabilito nelle loro mosse: dalla grazia scaturisce un’audacia che rende disponibili all’immediata messa in moto di sé]. Al tutto non si arriva mai. Non si tratta infatti di arrivare al tutto, ma di una costante ricerca di segni. C’è bisogno di un’ apertura che vada al di là di quella richiesta di fronte ai precetti religiosi, alle formule. Si deve partire per una avventura in cui chi calcola le cose non sei tu».

 

Questa è la vita, e chi non accetta questo non accetta il vivere: «Si deve partire per un’avventura in cui chi calcola le cose non sei tu». Ma c’è qualcosa che può farci abbracciar di più, che ci rende più uniti di questa incognita potente in cui la nostra audacia penetra in forza di una presenza? Vi è una intensità affettiva che nasce proprio dall’ impotenza a calcolare, che rivela che siamo nelle mani di un Altro.

 

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