Differenza tra Fraternità e SdC

Vediamo  innanzitutto la differenza tra la Scuola di comunità e la  Fraternità. La Scuola di comunità è uno strumento che  uno usa per approfondire l’esperienza del movimento.  La Fraternità è l’esperienza del movimento che diventa un ambito di vita che tende a investire tutta la vita.  La Scuola di comunità, se fosse ben vissuta, per degli  adulti dovrebbe diventare Fraternità. Ma la Fraternità  chiarisce e insiste sul fatto che quell’esperienza che per  grazia di Dio ci troviamo addosso e che vogliamo realizzare investa la totalità della vita.  Come mai ci si mette insieme per fare una Fraternità? Io ho sempre detto che il primo criterio per mettersi insieme è la facilitazione a vivere l’esperienza della fede che il movimento ci dà, una facilitazione a vivere questa esperienza come l’esperienza di tutta la vita, perciò una facilitazione a che tutti i criteri, in tutte  le cose che facciamo, siano ultimamente determinati e  dettati da questa esperienza.

Perciò una Scuola di comunità è una Fraternità  «mancata», cioè non è ancora Fraternità perché è più  alla superficie del nostro impegno: è un esercizio, più  che una vita; dovrebbe tendere – come abbiamo detto  presentando la Scuola di comunità – a diventare la vita di tutta la gente che è lì: allora sarebbe Fraternità.

Insomma, c’è un grande principio per imparare ad  applicare una legge, una legge morale, un ideale, l’ideale dell’amore all’altro: per imparare a vivere questo  ideale non si può saltare la necessità di quello che il  Vangelo chiama la prossimità. La prossimità è ciò che  il Signore ti mette vicino. Se ti infischi di trattare con  amore chi Iddio ti mette vicino, anche se decidi – per amore dei venezuelani, poniamo – d’andare a parlare ai poveri del Venezuela, anche se vai in Venezuela per  i più poveri del Venezuela, non è vero che tu applichi  la carità: applichi il tuo concetto di socialità, di umanitarismo, ma non è carità, perché la carità è amare l’altro per il mistero del suo rapporto con Dio.

Se Dio mi mette uno vicino, devo trattare lui: questa è la regola della prossimità. Soltanto che chi ci è più  vicino è anche più difficile che sia guardato con questo occhio, anche operativamente. Perché? O perché ci  sono fattori di attrattiva umana tali che soverchiano il richiamo all’ideale (l’affettività o l’interesse, per esempio) oppure, vivendo vicino, ci sono tali e tanti esempi dei limiti dell’altro che diventa veramente difficile  sopportarlo. Ecco allora il vantaggio di una vicinanza  creata non perché c’è attrattiva, non perché c’è un interesse: una vicinanza di persone che si accetta proprio  come una scuola, una scuola per amare l’altro, per imparare ad amare l’altro, per imparare a vivere una compagnia che ci faccia camminare verso il destino, così  che, imparando lì, si torni anche là dove c’è l’attrattiva naturale prevalente (come la famiglia!) o l’antipatia, la seccatura permanente (come la famiglia!) e si impari a guardare all’altro in un modo diverso, attraversando la simpatia e attraversando l’antipatia. Così che,  poi, l’esito è che il primo luogo dove uno veramente  vive questa carità è la sua famiglia, è sua moglie o suo  marito.

Ma ci vuole una certa strada. La regola è proprio la  compagnia di persone che si mettono insieme con questo unico scopo: in tal senso, potrebbero essere persone che non si sono mai viste, anzi, se è chiaro questo  scopo, l’estraneità iniziale diventa facilitante il lavoro.

Invece la conoscenza già avuta, la simpatia che già c’è,  l’amicizia che è in voga, facilita il mettersi insieme, anche sinceramente, per questo scopo, ma dal punto di  vista operativo ha anche gli svantaggi che ho citato prima per la famiglia. Perciò la scelta della Fraternità è l’analogo perfetto  di uno che va in convento. Perché uno va in convento?  Non per la tonaca o perché è più tranquillo, perché gli  piace lo studio, perché gli piace la vita di pietà, perché gli piace pregare, perché gli piace sentire cantare, perché è a posto anche per la vecchiaia. No, non è per  quello. Uno va in convento, va in un monastero, perché vuole essere in una compagnia, sceglie una compagnia che lo aiuti ad andare a fondo nell’amore a Cristo, nel vivere l’appartenenza a Cristo e nel testimoniare  al mondo. Va per quello, altrimenti sbaglia. Può sbagliare. Può andare sbagliando e può purificarsi stando.

 

Giussani Luigi , L’opera del movimento. La Fraternità di Comunione e Liberazione – San Paolo 2002
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2 commenti

  1. giovanni

     /  settembre 22, 2012

    Ciao Maria Vittoria
    grazie per questa bella segnalazione, molto utile e chiara.
    a presto.
    giovanni

    Rispondi
  2. 2. Scopo e natura del gruppo di Fraternità Il gruppo di Fraternità è un luogo di amicizia cristiana, ossia di richiamo e di memoria alla propria conversione; un luogo in cui sia più facile e più stabile la volontà di vivere per Cristo. È indubbiamente più facile essere corretti che correggersi, per questo è utile un luogo di richiamo. Il gruppo di Fratemità, come figura della Fraternità nel suo insieme, «è la coscienza esplicitata d’essere in cammino, d’avere un destino, e quindi un aiuto ad approfondire la coscienza, un aiuto all’approfondimento della conoscenza e della coscienza» (L. Giussani, L’opera del movimen¬to. La Fraternità di Comunione e Liberazione, San Paolo, Cinisello Balsamo 2002, p. 105). È «una vicinanza di persone che si accetta pro¬prio come una scuola, una scuola […] per imparare ad amare l’altro»(ibidem, p. 168). «Deve diventare un luogo che mobilita, che ci cambia» (ibidem, p. 39). Le fraternità aiutano nel perseguimento della santità personale e nella vocazione che si vive: «L’esigenza […] di vivere la fede e poi impegnar¬si con essa» (L. Giussani, «Lettera ai nuovi iscritti alla Fraternità», in ibidem, p. 249), così da contribuire all’opera di salvezza che Cristo ha introdotto nel mondo con la sua Chiesa.

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