“Un cuor solo e un’anima sola…” e la ricetta?

Mi ha sempre colpito la incredibile capacità della prima comunità cristiana di avere  un cuor solo e un’anima sola ed è questo che mi ha spinto ad abbracciare il cristianesimo con entusiasmo. Ma non sapevo che tale bellezza non è per noi il punto di partenza , ma il punto di arrivo dopo un lungo cammino; che poi deve essere mantenuto e accresciuto dalla nostra libera scelta. Gli strumenti con i quali si può agevolmente fare il cammino li ha indicati Papa Benedetto in questi giorni e li propone in modo interessante – soprattutto in relazione alla comunicazione -, il nuovo editoriale di SOL:

 

Cercatore di perle

anteprima

Il cercatore di perle. Per una comunicazione nella verità
Ci sono interessi che superano il particolare della vita individuale e privata. C’è, in noi, il desiderio che la società rispetti quei valori che fondano le ragioni personali del vivere. C’è il desiderio di influire sul modo di vivere, perché ci sembra che, seguendo il ragionamento di Kant, sarebbe buona cosa che il principio della vita personale potesse essere criterio della comune convivenza.

[«Non compiere alcuna azione secondo una massima diversa da quella suscettibile di valere come legge universale, cioè tale che la volontà, in base alla massima, possa considerare contemporaneamente se stessa come universalmente legislatrice». (Immanuel Kant, Fondazione della metafisica dei costumi)]. C’è il desiderio di vedere trionfare il bene, e che finisca la stagione dell’odio e della divisione.

A questo proposito, sembra che le parole di Papa Francesco alla Messa del 9 aprile siano un suggerimento straordinario. Ne riporto alcune: «Erano un cuor solo e un’anima sola, grazie allo Spirito che li aveva fatti rinascere a una “vita nuova”. Ciò che all’anno zero della Chiesa ha saputo essere la prima comunità cristiana è modello intramontato e intramontabile per la comunità cristiana di oggi. […] Dobbiamo “fare di tutto perché quella vita si sviluppi nella vita nuova”, “è un laborioso cammino”, che “principalmente dipende dallo Spirito” e insieme dalla capacità di ciascuno di aprirsi al suo soffio. […] Una dimensione oggi da riscoprire è la “mitezza nella comunità”, virtù “un po’ dimenticata”. La mitezza ha “tanti nemici”. Il primo sono le “chiacchiere”. “Quando si preferisce chiacchierare, chiacchierare dell’altro, bastonare un po’ l’altro – sono cose quotidiane, che capitano a tutti, anche a me – sono tentazioni del maligno che non vuole che lo Spirito venga da noi e faccia questa pace, questa mitezza nelle comunità cristiane”. “Sempre ci sono queste lotte”: in parrocchia, in famiglia, nel quartiere, tra amici. “E questa non è la vita nuova”, perché quando lo Spirito viene “e ci fa nascere in una vita nuova, ci fa miti, caritatevoli”. Ecco il comportamento giusto per un cristiano. Primo, “non giudicare nessuno” perché “l’unico Giudice è il Signore”. Poi “stare zitti” e se si deve dire qualcosa dirla agli interessati, a “chi può rimediare alla situazione”, ma “non a tutto il quartiere”. “Se, con la grazia dello Spirito riusciamo a non chiacchierare mai, sarà un gran bel passo avanti” e “ci farà bene a tutti”.»

Senso di responsabilità per il mondo e amore per la mitezza mi sembrano i suggerimenti giusti per l’oggi, con tutte le sue drammatiche condizioni.
Perché allora non farlo diventare il programma della vita e della comunicazione?
Oggi sembra che la comunicazione abbia come riferimento principale non il bene comune, ma un progetto egemonico che cancella ogni soffio di novità. Credo che il mondo della rete debba costituire uno spazio privilegiato perché si esprima una novità: quella novità cui troppo spesso i media non danno ospitalità. Le «chiacchiere» e le censure sono la fine del bene comune.
Si dia vita, finalmente, ad una informazione che sappia guardare alla realtà secondo la totalità dei suoi fattori. Si dia voce alla «società civile», non pretendendo di ingabbiarla e di manipolarla a proprio uso e consumo. E questa voce si cerchi anche quando non è un grido, uno slogan, una sceneggiata pubblica. Non è società civile e certamente non è volta al bene comune la propaganda alle Femen; non è società civile la rincorsa vergognosa a Grillo; non è società civile una propaganda per la Bonino al Quirinale, che nasconda la verità di ciò che è stata la Bonino negli anni, facendola passare per «colei che ha sempre difeso i diritti umani»…
Ripeto quello che Papa Francesco ha detto a chi opera nella comunicazione: «Il vostro lavoro necessita di studio, di sensibilità, di esperienza, come tante altre professioni, ma comporta una particolare attenzione nei confronti della verità, della bontà e della bellezza; e questo ci rende particolarmente vicini, perché la Chiesa esiste per comunicare proprio questo: la Verità, la Bontà e la Bellezza “in persona”. Dovrebbe apparire chiaramente che siamo chiamati tutti non a comunicare noi stessi, ma questa triade esistenziale che conformano verità, bontà e bellezza.»
Spero che si possa aprire un serio confronto tra tutti coloro che operano nei mezzi di comunicazione, e non solo tra gli addetti ai lavori. Perché – e questa è certo una chance offerta dalla rete in questi tempi – si stanno aprendo spazi nuovi. Bisogna che la nostra ottusità e il senso del privilegio non li chiudano.

Ricordo di avere letto la definizione del giornalista come colui che si immerge nelle profondità del mare per portare alla luce le bellissime perle che vi si trovano, così che tutti ne possano godere. E anche se sembrano avere più audience le notizie tragiche, o i balletti della politica, o i sondaggi che fintamente rendono protagonista il pubblico, ma lasciano il tempo che trovano, vogliamo essere come quei pescatori di perle per i nostri fratelli uomini, che si meritano ben altro dalla vita che le noiose notizie che tolgono ragioni e speranze.

Cultura Cattolica  socio di SamizdatOnLine

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