Vogliono trasformarci in un popolo senza storia e senza cultura…

Un popolo senza storia e senza cultura non è un popolo, ma una massa da manovrare…

Questo ho pensato al leggere il post dell’amico Crocevia che ci ripropone un’intervsta a C. Langone:

ELIMINARE DANTE?

E’ IL PRIMO PASSO DELL’ONU PER ABOLIRE LA BIBBIA

Intervista a Camillo Langone, giornalista di Libero e del Foglio, sulla proposta dell’Onu di cancellare la Divina Commedia dai programmi scolastici: «Perché non abbattiamo anche il Colosseo e San Pietro? L’Onu vuole esportare il nichilismo e il cinismo a livello mondiale, ma io propongo che l’Italia esca dall’Onu e dal suo relativismo».
di Daniele Ciacci
Tratto da Tempi del 13 marzo 2012
Per Valentina Sereni, presidentessa dell’associazione di consulenza speciale per l’Onu “Gherush92”, bisognerebbe «espungere la Divina Commedia dai programmi scolastici ministeriali». Alcuni luoghi del testo sarebbero, infatti, islamofobi, omofobi, sessisti e antisemiti. Un concentrato di elementi diseducativi nel libro più studiato di tutta la letteratura italiana. Tempi. it ne discute con Camillo Langone, giornalista del Foglio e di Libero.
Insomma, vogliono toglierci Dante.
Mi aspettavo che si sarebbe arrivati a una mossa del genere. C’è una grande coerenza in questo modo di ragionare. Poco tempo fa, si voleva coprire l’affresco della Basilica di San Petronio a Bologna che raffigurava Maometto precipitato nel’Inferno. Un’immagine tratta chiaramente dal poema dantesco. Ci furono molte discussioni, e anche qualche minaccia. Ma la cosa non mi stupisce: nel momento in cui non si crede più in niente, nulla vale.
La proposta è di Gherush92, un’associazione che è consulente speciale dell’Onu.
L’Onu vuole esportare il nichilismo e il cinismo a livello mondiale. Oggi cercano di inquisire Dante, poi si scaglieranno contro la Bibbia. La Divina Commedia è un poema biblico, quindi è il primo passo per abolire Bibbia e Vangeli. Ma già adesso si vedono i primi sintomi. A Bologna è stata rimossa un’insegnante di religione perché insegnava l’Apocalisse, uno tra i più scomodi libri della Bibbia. È meglio non citare neanche il Genesi, che è difficile da trattare pubblicamente.
Quindi, è l’Onu che ci sta educando al nichilismo.
Sono per l’uscita dell’Italia dall’Onu, dall’Unione europea e da qualsiasi altra associazione che cerchi di distruggere culturalmente il nostro paese incentivando l’ideologia relativista. Se niente ha un valore assoluto, è giusto togliere tutti i libri scomodi. Noi viviamo in uno stato di censura, mille cose non si possono dire. Ma perché? Perché ce lo impongono delle sovrastrutture nazionali che si fanno a carico di direttive mondiali. E che, tra l’altro, dipendono dai nostri fondi di povere provincie. Io sono per la sovranità nazionale, e che un’entità sovranazionale dica quello che si deve e non deve fare in ambito scolastico nei singoli paesi mi infastidisce. Adesso, poi, con il governo Monti ci siamo resi vassalli del governo europeo, che è capace di farci digerire qualsiasi follia. L’Italia ha sempre avuto una certa abitudine al servilismo. Quindi, è giusto che tolgano la Divina Commedia, che è la cosa più grande che ha prodotto l’Italia. Già che ci siamo, abbattiamo il Colosseo o San Pietro.
Come si può reagire?
Non con le parole. Bisogna togliere i fondi, affamare la bestia. Associazioni come Gherush92, dedite alla distruzione della nostra cultura, devono essere liquidate eliminando qualsiasi sostegno economico. Da dove vengono i soldi per le loro ricerche? Temo da noi contribuenti. Inizio a credere che l’evasore, se riesce ad affrontare e superare i meccanismi sovranazionali, sia un eroe.
La censura della Divina Commedia non le sembra una lesione della libertà culturale?
È molto peggio. Io sono per la libertà di stampa. A mio parere, è giusto anche pubblicare il Mein Kampf. Ma, a differenza del libro di Hitler, io condivido in toto la Divina Commedia. La condivido in tutto e per tutto. La libertà d’espressione va preservata sempre, anche Ahmadinejad si può pubblicare, ma costui, Dante, ci rappresenta, è il nostro poeta.

Chi non conosce la storia è destinato a ripeterne gli errori..

Così recita un proverbio ormai dimenticato. Perché la storia è anche memoria di quel che siamo stati e quel che possiamo essere.
Per questo mi ha colpito il post di qualche giorno fa del mio amico diavolaccio, Berlicche, che rilancio molto volentieri nell’intento di recuperare un pezzo di verità storica e di attualità:

150: Far cassa

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La situazione finanziaria dello Stato è spaventosa. Il deficit è un abisso incolmabile. Il popolo è esasperato dalle nuove tasse, la crisi economica fa il gioco delle opposizioni. La folla assalta l’abitazione del Presidente del Consiglio. Colpiti sono soprattutto i poveri. Cosa fare allora?
Semplice: abolire gli ordini religiosi, incamerarne le proprietà, tassare il resto dei beni ecclesiastici e smettere di pagare le congrue al clero.

Come forse avrete capito non siamo ai giorni nostri: è il 1853, in quello che è ancora il Regno sabaudo.
Non è un caso che il Piemonte sia in fortissimo deficit. Più di metà del suo bilancio va a coprire le spese di un esercito enorme e sproporzionato. I debiti contratti e che contrarrà per l’avventura della Crimea strozzeranno gli italiani per molti decenni a venire.
Per coprire almeno in parte l’immenso buco il Presidente del Consiglio – Cavour, sì, proprio lui – decide di rivalersi appunto sulla Chiesa.
La famiglia del conte deve in gran parte la sua prosperità proprio dall’avere acquistato a prezzo stracciato le proprietà ecclesiastiche che Napoleone a suo tempo aveva requisito e svenduto per far cassa. Il colpo si può ripetere con quanto ancora rimane: cancellando quella congrua che lo stato si era accollato per sfamare il clero a cui erano stati sottratti i beni dai francesi e sopprimendo le congregazioni incamerandone i beni.

Parte la campagna di stampa; vengono fatte, con gran risonanza, “petizioni pubbliche”; il Governo, prima ancora di esaminare il caso, dà già per cancellate le congrue dal bilancio. L’opinione pubblica viene convinta che sia doveroso, legittimo, atto dovuto espropriare una Chiesa “troppo ricca” di quanto possiede.

Boncompagni, il guardasigilli che ha già sforbiciato in precedenza le congrue, così giustifica il suo operato: “La Chiesa è un grande istituto di beneficienza (…) concetto che meglio corrisponde all’idea del suo fondatore.” La Chiesa “ha sui beni stabili quei diritti che lo Stato trova conveniente concederle“, e quando lo Stato decidesse di assumere su di sé il provvedere ai poveri…i beni ecclesiastici non dovrebbero forse passare anch’essi al Governo?
In Commissione si delibera che una comunità religiosa è un ente morale che non esiste in natura e quindi non si può arrogare la pretesa di possedere dei diritti naturali. Se non esiste in natura, allora è lo Stato che gli permette di esistere: “Lo Stato crea, lo Stato può distruggere quello che ha creato”. Peccato che lo Stato, storicamente, sia l’ultimo arrivato che scambia per concessioni sue le creazioni del popolo cristiano. Che lo scopo sia appunto quello di schiacciare la Chiesa rendendole molto più difficile proseguire la sua opera, più che di fare cassa, risulta evidente quando viene rifiutata la proposta dei vescovi di provvedere loro stessi alla congrua.

E’ interessante leggere quello che dice Solaro della Margherita sugli analoghi provvedimenti fatti in passato dai governi che Cavour plaude come “illuminati”: “Il ministro (…) doveva dirci che i tesori immensi da Arrigo VIII derubati in una somma uguale a 46 milioni di nostre lire di rendita furono dissipati in pochi anni, e sul finir del suo regno l’erario era nella più estrema penuria. Doveva dirci che sotto il regno di Elisabetta undici leggi dovè promulgare il parlamento per sollevare le migliaia di poveri, resi miseri dello spoglio dei beni della Chiesa. Doveva dirci che la Francia ebbe in mercede la dilapidazione delle finanze, la guerra civile, l’universale miseria; avremmo allora meglio apprezzati i rari benefizi che questa legge prepara al paese.

Parole profetiche: la soppressione degli ordini religiosi nel 1855 e la susseguente tassazione dei beni ecclesiastici contribuiranno a creare quella situazione di arretratezza ed estrema povertà che causerà l’emigrazione di tanti nostri concittadini negli anni seguenti.

Una cosa del genere non potrebbe accadere ai giorni nostri. Ormai è chiaro a tutti il principio che il non profit debba essere aiutato e non ostacolato perchè fornisce un servizio inestimabile alla società, servizio che sarebbe ben più costoso e inefficace se fosse fornito direttamente dal governo. Il principio di sussidiarietà: non è lo Stato a provvedere a tutto, ma lo Stato stesso sostiene discretamente coloro che fanno senza sostituirsi ad essi.
Con bene chiari i disastri dello statalismo nessuno sarebbe tanto folle da…non è vero?

 

Ideologia, giornalisti, storia

Saranno giornalisti iscritti all'ordine, ma cosa significhi scrivere la storia e riferirla in modo onesto e leale non è certo il loro mestiere perché i fatti sono fatti e devono essere riferiti come fatti, non hanno bisogno di essere coloriti da ideologie varie che sono castranti e devianti…

Questo ho pensato alla lettura di questo articolo de "L'Occidentale": 

Non basta leggere Rep. per ricostruire veramente la storia d'Italia

In questi anni sono state pubblicate molte ricostruzioni della crisi italiana che hanno una matrice comune ben percepibile: il viscerale antiberlusconismo.

In altri termini, abbondano libri e pamphlet che riportano tutti i mali della vita pubblica italiana alle attività dell'imprenditore milanese. Diciamo subito che il volume di Guido Crainz che qui discutiamo (Autobiografia di una repubblica. Le crisi dell’Italia attuale, Roma, Donzelli, pp. 243, € 16,50) non appartiene a questo genere letterario. Intendiamoci, l'autore è convinto che la "discesa in campo" di Berlusconi sia stata una iattura, però Crainz non si limita a travestire da analisi lucide le proprie simpatie umorali, ma si sforza di offrire una ricostruzione equilibrata degli ultimi decenni della storia italiana. Di questa intenzione euristica occorre dargli atto. Al tempo stesso, però, bisogna chiedersi se il tentativo può considerarsi riuscito. A nostro avviso la risposta dev'essere negativa, per due difetti di fondo che caratterizzano la ricostruzione.

In primo luogo abbiamo un pregiudizio moralista che condiziona l'analisi. Così avvenimenti come la Resistenza o il dopoguerra sono ricostruiti non come accadimenti di drammatica intensità, nei quali si manifestano spinte contraddittorie da interpretare e da capire nel loro determinarsi, ma vengono letti come delle occasioni perdute per un intrinseco difetto di tensione etica dei protagonisti e della società italiana. In sostanza, una recriminazione implicita su quello che avrebbe potuto essere e non è stato percorre l'esposizione, accompagnando la lettura come una sorta di basso continuo.

In secondo luogo troviamo quello che si può definire un pregiudizio sociologico. L'idea, cioè, che per spiegare le vicende politiche sia sufficiente riportarsi alle evoluzioni e alle modificazioni della società, trascurando l'ambito relativo ai rapporti di potere. Soprattutto, ed è questa una dimenticanza gravida di conseguenze, non si fa quasi cenno alle vicende internazionali che tanto hanno contato nel condizionare la politica italiana.

Tali difetti si rispecchiano anche nell'apparato critico che sostiene l'esposizione. Per supportare il suo discorso Crainz allinea, infatti, un buon numero di dati statistici, ma fa ricorso a un ancora più nutrito gruppo di citazioni riprese da fonti giornalistiche. I dati numerici servono a illustrare particolari aspetti e risultano certo utili, ma non spiegano tutto. Le citazioni, però, non aiutano a colmare questo vuoto perché costituiscono una sorta di controcanto alla narrazione, che rafforza il pregiudizio moralistico. Non casualmente tra gli autori più citati troviamo Eugenio Scalfari, che sull'indignazione pelosa ha costruito le proprie fortune di commentatore politico.

Questi difetti di fondo si accentuano man mano che l'esposizione avanza cronologicamente. A parere di Crainz il punto di svolta della vita italiana si colloca negli anni ottanta del secolo scorso. A datare da questo momento la società italiana conoscerebbe una irredimibile crisi etica da cui non riesce più a risollevarsi. L'egoismo sociale trionfa e permea di sé anche l'universo politico, dove, in questo clima di incalzante regressione civile, emerge la figura di Bettino Craxi. In sostanza, Crainz, prendendo come traccia della sua ricostruzione storica la vulgata messa in circolazione dal fondatore di Repubblica, assegna al segretario socialista un ruolo del tutto sproporzionato rispetto alla sua effettiva incidenza. Correlativamente assai poca attenzione è rivolta alle vere ragioni delle difficoltà italiane: la crisi di rappresentatività dei due grandi partiti, la Dc e il Pci. In particolare, se al Pci sono dedicate alcune riflessioni un po' generiche, della Dc non si dice quasi nulla. Basti dire che un personaggio chiave come Ciriaco De Mita, che della Dc è stato segretario negli anni del degrado preagonico del sistema, viene citato di sfuggita una sola volta.

A sua volta, la crisi etica degli anni ottanta è presentata come il necessario prologo in cielo di tangentopoli. Una volta descritta la società italiana come una sorta di sodoma e gomorra dove le peggiori nefandezze vengono considerate normali, le campagne del pool di Milano diventano una giusta nemesi, che spazza via il marcio. In questa lettura etico-sociale, il vero fattore destabilizzante della vita politica italiana, cioè la fine della guerra fredda che mette in libertà gli elettori non più costretti a turarsi il naso, non viene neanche evocato. Data una simile impostazione è logico che gli sviluppi successivi (in sostanza il successo di Berlusconi) vengano letti come una conferma della irredimibile condizione dell'Italia.

In sostanza questo libro, proprio per la sincerità d'intenti che anima il suo autore, è un sintomo preoccupante della crisi intellettuale della sinistra italiana. È come se gli avvenimenti degli ultimi vent'anni avessero portato a una rottura d'intelligibilità. Per quanto ci si sforzi di capire quello che accade, le categorie analitiche tradizionali non offrono più una bussola attendibile. Allora, per esorcizzare il negativo si cerca rifugio in una deriva moralistica, ma in questo modo si proietta sulla realtà una ulteriore cortina di nebbia.