Siria: «Domani altro sangue. Lo uniamo a quello di Cristo»

Da Tracce.it:

«Domani altro sangue. Lo uniamo a quello di Cristo»

30/08/2013 – «Vedi i contadini lavorare, i genitori comprare i quaderni della scuola… E pensi che domani hanno deciso di bombardarci». Solo perché «è ora di fare qualcosa». Le trappiste del monastero di ‘Azeir chiedono di pregare (da Oraprosiria.it)

Le trappiste di ‘Azeir (Homs), piccolo villaggio 
vicino al confine con il Libano.

Oggi non abbiamo parole, se non quelle dei Salmi che la preghiera liturgica ci mette sulle labbra in questi giorni: «Minaccia la belva dei canneti, il branco dei tori con i vitelli dei popoli… O Dio disperdi i popoli che amano la guerra…». «Il Signore dal cielo ha guardato la terra, per ascoltare il gemito del prigioniero, per liberare i condannati a morte…». «Ascolta o Dio la voce del mio lamento, dal terrore del nemico preserva la mia vita; proteggimi dalla congiura degli empi, dal tumulto dei malvagi. Affilano la loro lingua come spada, scagliano come frecce parole amare… Si ostinano nel fare il male, si accordano per nascondere tranelli, dicono: “Chi li potrà vedere? Meditano iniquità, attuano le loro trame… Un baratro è l’uomo, e il suo cuore un abisso“. Lodate il mio Dio con i timpani, cantate al Signore con cembali, elevate a Lui l’accordo del salmo e della lode, esaltate e invocate il suo nome. Poiché il Signore è il Dio che stronca le guerre. “Signore, grande sei tu e glorioso, mirabile nella tua potenza e invincibile”».

Guardiamo la gente attorno a noi, i nostri operai che sono venuti a lavorare tutti come sospesi, attoniti: «Hanno deciso di attaccarci». Oggi siamo andate a Tartous… Sentivamo la rabbia, l’impotenza, l’incapacità di formulare un senso a tutto questo: la gente cerca di lavorare, come può, di vivere normalmente
Vedi i contadini bagnare la loro campagna, i genitori comprare i quaderni per le scuole che stanno per iniziare, i bambini chiedere ignari un giocattolo o un gelato… Vedi i poveri, tanti, che cercano di raggranellare qualche soldo, le strade piene dei rifugiati “interni” alla Siria, arrivati da tutte le parti nell’unica zona rimasta ancora relativamente vivibile… Guardi la bellezza di queste colline, il sorriso della gente, lo sguardo buono di un ragazzo che sta per partire per militare, e ci regala le due o tre noccioline americane che ha in tasca, solo per «sentirsi insieme»… E pensi che domani hanno deciso di bombardarci… Così. Perché «è ora di fare qualcosa», così si legge nelle dichiarazioni degli uomini importanti, che domani berranno il loro thé guardando alla televisione l’efficacia del loro intervento umanitario… Domani ci faranno respirare i gas tossici dei depositi colpiti, per punirci dei gas che già abbiamo respirato?

La gente qui è davanti alla televisione, con gli occhi e le orecchie tesi: «Si attende solo una parola di Obama»!!! Una parola di Obama? Il premio Nobel per la pace farà cadere su di noi la sua sentenza di guerra? Aldilà di ogni giustizia, di ogni buon senso, di ogni misericordia, di ogni umiltà, di ogni saggezza? 

Parla il Papa, parlano Patriarchi e Vescovi, parlano innumerevoli testimoni, parlano analisti e persone di esperienza, parlano persino gli oppositori del regime… E tutti noi stiamo qui, aspettando una sola parola del grande Obama? E se non fosse lui, sarebbe un altro, non è questo il problema. Non si tratta di lui, non è lui “il grande”, ma il Maligno che in questi tempi si sta dando veramente da fare…
Il problema è che è diventato troppo facile contrabbandare la menzogna come nobiltà, gli interessi più spregiudicati come una ricerca di giustizia, il bisogno di protagonismo e di potere come “la responsabilità morale di non chiudere gli occhi”… E a dispetto di tutte le nostre globalizzazioni e fonti di informazioni, sembra che nulla sia verificabile, che un minimo di verità oggettiva non esista… Cioè, non la si vuole far esistere; perché invece una verità c’è, e gli uomini onesti potrebbero trovarla, cercandola davvero insieme, se non fosse loro impedito da coloro che hanno altri interessi.

C’è qualcosa che non va, ed è qualcosa di grave… Perché la conseguenza è la vita di un popolo… è il sangue che riempie le nostre strade, i nostri occhi, il nostro cuore.
Ma ormai, a cosa servono ancora le parole? Una nazione distrutta, generazioni di giovani sterminate, bambini che crescono con le armi in mano, donne rimaste sole, spesso oggetto di vari tipi di violenza… distrutte le famiglie, le tradizioni, le case, gli edifici religiosi, i monumenti che raccontano e conservano la storia e quindi le radici di un popolo… 

Domani, dunque (o domenica? bontà loro…) altro sangue. 

Noi, come cristiani, possiamo almeno offrirlo alla misericordia di Dio, unirlo al sangue di Cristo che in tutti coloro che soffrono porta a compimento la redenzione del mondo. Cercano di uccidere la speranza, ma noi a questo dobbiamo resistere con tutte le nostre forze.

A chi ha un vero amore per la Siria (per l’uomo, per la verità…) chiediamo tanta preghiera… tanta, accorata, coraggiosa…

Azeir – Syria, 29 agosto 2013

 

“Una Siria momentanea, irriconoscibile, aberrante” – #10forSyria

L’orrore di quanto accade in Siria è senza fine.

Chi può voler credere nella possibilità di una ricociliazione se non i cristiani?

Il cristiano sa che  a Dio nulla è impossibile e si offre per fornire a Dio l’opportunità di intervenire.

Ecco cosa leggo a questo link:

Padre François si sarebbe dovuto allontanare … per salvarsi ma non lo ha fatto, voleva presidiare i suoi luoghi sacri, chiese di una cristianità in fuga dalla Siria dei talebani. Una Siria momentanea, irriconoscibile, aberrante. Una Siria con i mesi contati perché i siriani non sono così. L’ho spiegato già in un precedente post in questo blog, i siriani odiano al Qaeda. Lo sapeva bene padre François che voleva ricostruire il tessuto sociale multiconfessionale siriano, ce lo spiegò col suo italiano pulito, fluido, non scalfito dai tanti anni passati lontano da Roma.

Ricordo che l’emergenza Siria è stata sottolineata da Papa Francesco e che AVSI si sta muovendo per affrontarla:

Fra Pierbattista Pizzaballa

“Basta violenze in Siria” lo ha invocato il Papa all’Angelus il 12 febbraio 2012. Dal Pontefice è arrivato “un pressante appello a porre fine alla violenza e allo spargimento di sangue” in Siria. “Invito tutti e anzitutto le autorità politiche in Siria – ha scandito Benedetto XVI dopo la preghiera dell’Angelus – a privilegiare la via del dialogo, della riconciliazione e dell’impegno per la pace”. Secondo il Papa, “è urgente rispondere alle legittime aspirazioni delle diverse componenti della Nazione, come pure agli auspici della comunità internazionale, preoccupata del bene comune dell’intera società e della Regione”.

Condividendo le parole del Santo Padre, AVSI raccoglie l’appello del Custode di Terra Santa per l’emergenza in Siria:“In questi mesi di grande tensione – scrive Fra Pierbattista Pizzaballa – quando la Siria è dilaniata da scontri interni e il conflitto sembra assumere, sempre più, le caratteristiche di guerra civile, i francescani, insieme a pochi altri esponenti della chiesa latina, sono impegnati a sostenere i bisogni della popolazione cristiana locale. La Custodia è presente in diverse zone del Paese: Damasco, Aleppo, Lattakiah, Oronte. I dispensari medici dei conventi francescani, secondo la tradizione della Custodia, diventano luogo di rifugio e accoglienza per tutti, senza alcuna differenza fra etnie di Alawiti, Sunniti, Cristiani o ribelli e governativi. Stare con la gente, accogliere e assistere chi si trova nel bisogno, senza distinzione di razza, religione e nazionalità. Garantire, con fiduciosa presenza, il servizio religioso ai fedeli perché comprendano l’importanza di restare nel proprio Paese. Questo rimane il senso della missione francescana. In tempi non così dissimili da quelli in cui Francesco si rivolgeva ai frati esortandoli a mantenere saldi i valori del Vangelo. Nelle sue semplici esortazioni Francesco rifletteva la grazia ricevuta dal Signore e, nell’esperienza di vita quotidiana, testimoniava l’accoglienza della fede, come il bene più caro e prezioso da coltivare e rinvigorire.”

“…AVSI per rispondere all’emergenza lancia dal 17 giugno al 31 agosto la campagna di raccolta fondi #10forSyria che invita a donare 10 euro per continuare a sostenere le popolazioni rifugiate:
Dona 10 euro e riempi una cisterna di 2.000 litri di acqua.
Dona 10 euro e compra 2 kg di fagioli, 2 di riso, 2 di zucchero e 2 lt di olio.
Dona 10 euro e paga 1 ora di corso di ripetizione per un bambino siriano. Web:

DONA ORA:

CREDITO VALTELLINESE – Sede Milano Stelline, Corso Magenta 59
Iban: IT04D0521601614000000005000
c/c intestato AVSI FONDAZIONE
Per bonifici dall’estero: BIC (Swift code): BPCVIT2S
Causale: Emergenza Siria

Ancora dal sito di AVSI

“C’è una drammatica emergenza umanitaria in queste zone. Abbiamo la responsabilità di intervenire e fare tutto ciò che è possibile”. Così racconta Giampaolo Silvestri, Direttore Esecutivo di AVSI in visita nei campi profughi in Libano e Giordania.

Ad oggi circa 800.000 persone sono fuggite dalla guerra in Siria, in particolare sono 306.356 i siriani in Giordania e 317.229 in Libanosecondo fonti dell’Alto Commissariato per i Rifugiati (UNHCR). Ogni giorno arrivano circa 1000 persone nuove in entrambi i paesi.

Giampaolo Silvestri  ha raccontato il 5 e 7 marzo la vita di questi profughi attraverso scatti su Twitter:

Qui siamo al Centro di registrazione dei rifugiati di AVSI/Caritas a Mafraq, in Giordania, dove arrivano ogni giorno oltre 150 persone.

Le strutture della Caritas e della Chiesa Cattolica sono essenziali nel fornire aiuti ai profughi siriani.

Una delle stufe distribuite a 990 famiglie di profughi siriani in Giordania, utili per scaldarsi e cucinare.

Centro distribuzione AVSI/Caritas per profughi siriani a Mafraq in Giordania; stufe, coperte e altri beni essenziali.

Amar, al centro della foto, rifugiato siriano è volontario del progetto AVSI/Caritas che ha un approccio non assistenzialista.

La maggior parte dei profughi siriani sono donne e bambini, gli uomini sono rimasti a combattere.

Le suore dorotee di Zarqa, Giordania, presso una scuola frequentata da cristiani e mussulmani. 250 bambini e ragazzi possono studiare grazie al Sostegno a distanza.

Suor Rima delle dorotee è morta nell’attentato all’Università di Aleppo il 15 gennaio. Il suo corpo non è stato trovato.

Potete vedere le altre foto a questo link

Siria: “Di questo passo non rimarrà nessun cristiano in queste zone”

Una delle notizie che altrove vengono taciute:

Siria. Ribelli attaccano un convento francescano a Ghassanieh: morto un religioso
Ribelli sarebbero entrati nel convento francescano di Ghassanieh e dopo averlo razziato lo hanno distrutto.
Nel raid avrebbero anche ucciso un eremita cattolico siriano, padre François Mourad. È quanto si apprende da una comunicazione, di padre Pierbattista Pizzaballa, Custode di Terra Santa, che riferisce parole del suo ministro regionale della Siria, padre Halim Noujaim.

Due le versioni riferite – riporta l’agenzia Sir – ma entrambe confermano l’uccisione del religioso eremita, che in un caso sarebbe stato ucciso da un proiettile vagante sparato dai ribelli. La seconda versione, invece, quella più attendibile, parla di ribelli entrati nel convento per rubare tutto e dell’uccisione del padre. Il racconto è avvalorato dalla testimonianza diretta di un francescano, padre Firas, che dalla località di Kanaieh avrebbe raggiunto Ghassanieh. Qui avrebbe parlato con le suore del convento e preso il cadavere di padre François per dargli degna sepoltura. “Vorrei che tutti sapessero – sono parole del Ministro regionale dei francescani di Siria, Halim Noujaim – che l‘Occidente nell‘appoggiare i rivoluzionari appoggia gli estremisti religiosi, e aiuta ad uccidere i cristiani. Di questo passo non rimarrà nessun cristiano in queste zone”. (R.P.)

Testo proveniente dalla pagina http://it.radiovaticana.va/news/2013/06/24/siria._ribelli_attaccano_un_convento_francescano_a_ghassanieh:_mort/it1-704253
del sito Radio Vaticana

 

«No all’escalation militare in Siria»

Leggo in Tracce: 

Monsignor Tomasi: «No all’escalation militare in Siria»

30/05/2013 – L’Unione Europea ha cancellato il bando sull’export di mezzi militari all’opposizione siriana. A Ginevra l’osservatore della Santa Sede all’Onu chiede l’interruzione dell’invio delle armi e l’apertura dei negoziati di pace

  • Profughi siriani in fuga.Profughi siriani in fuga.

Ginevra (AsiaNews) – Contro «l’inutile e distruttiva tragedia» che sta sbriciolando la Siria e il Medio oriente, la via da seguire non è «l’intensificazione militare del conflitto armato, ma il dialogo e la riconciliazione». È l’appello di mons. Silvano Tomasi, osservatore della Santa Sede all’Onu di Ginevra, lanciato ieri durante l’incontro della Commissione delle Nazioni Unite per i diritti umani, sul tema “Il deterioramento della situazione dei diritti umani nella Repubblica araba siriana e le recenti uccisioni di Al Qusayr”.

Le parole di mons. Tomasi vanno in totale controtendenza con le richieste dell’opposizione siriana, che chiede all’occidente aiuti militari contro il regime di Assad. L’urgenza di tali richieste è motivata dal rischio che la città di Al Qusayr, assediata da tempo, torni nelle mani dell’esercito regolare.

Proprio nei giorni scorsi l’Unione europea ha cancellato il bando sull’export di mezzi militari all’opposizione siriana. Secondo alcuni osservatori, tale bando non è mai stato attuato: nei quasi due anni di guerra civile in Siria, diversi Paesi europei hanno venduto armi ad Arabia saudita, Qatar e Abu Dhabi, alleati del Free Syrian Army, maggior forza di opposizione al governo siriano.

Per giustificare la fine ufficiale del bando agli aiuti militari, le diplomazie europee – soprattutto Francia e Gran Bretagna –a denunciare la presenza di migliaia di Hezbollah libanesi in Siria, a sostegno di Assad. Nessuna parola sulle altrettante migliaia di combattenti jihadisti che da tutto il Medio oriente (e anche dall’Europa) vanno a combattere contro l’esercito siriano

LEGGI L’ARTICOLO SU ASIANEWS.IT

Siria, si aggrava la situazione dei profughi:Appello dell’AVSI

Da Tracce.it

 Sono più di 600mila gli sfollati che fino a oggi sono scappati dalla guerra civile. «Questa gente ha bisogno di tutto: di vestiti, di cibo e di una voce amica». Ecco la richiesta di aiuto della Ong italiana che opera al confine libanese

  • Profughi siriani.Profughi siriani.

La guerra civile in Siria sta avendo ripercussioni notevoli sui paesi confinanti, in particolare Libano e Giordania dove migliaia di famiglie in fuga dal conflitto si sono rifugiate e continuano ad arrivare ogni giorno lasciandosi alle spalle case distrutte, violenza e spesso parte della famiglia. Ad oggi sono 306.356 i siriani in Giordania e 317.229 in Libano secondo fonti dell’Alto Commissariato per i Rifugiati (UNHCR). Ogni giorno arrivano circa 1000 persone nuove in entrambi i paesi.

L’inverno sta mettendo a dura prova i profughi in cerca di protezione, migliaia di rifugiati stanno intirizziti chiusi in tende di fortuna o nel migliore dei casi tra quattro mura di cemento senza luce e senza riscaldamento.

Tuttavia il freddo non è l’unica preoccupazione. La comunità umanitaria internazionale ha identificato come prioritaria la protezione dell’infanzia ed il supporto scolastico per le famiglie siriane: le Nazioni Unite stimano che il 50% dei profughi vittime della crisi siano bambini.

È in questo contesto che AVSI interviene in partnership con l’UNHCR, l’agenzia dell’Unione Europea ECHO, UNICEF, COR UNUM e la Fondazione svizzera San Camille.

In Libano e in Giordania sono circa 3.500 le famiglie di siriani fuggiti da Damasco e Homs aiutate attraverso la distribuzione di kit invernali con coperte, stufe e vouchers per l’acquisto di carburante.

Inoltre il team d’urgenza di AVSI ha dato vita ad un intervento a favore di 900 bambini attraverso attività in quattro scuole pubbliche ad alta prevalenza di studenti siriani. Saranno organizzati corsi di recupero scolastico settimanali e un “Child Friendly Bus”, ovvero un autobus equipaggiato a misura di bambino, che si sposterà tra le varie comunità rurali e sobborghi più poveri dove hanno trovato sistemazione le famiglie di profughi siriani, per organizzare attività ricreative e supporto psico-sociale alle persone più bisognose.

Dal campo, Marco Perini, responsabile AVSI in Libano, racconta: «Questa gente ha bisogno di tutto: di vestiti, perché sono scappati così com’erano, e di cibo. Poi c’è un altro tipo di bisogno: quello di una voce amica, non è un aiuto quantificabile, mascalda il cuore e strappa un sorriso che da queste parti non è poco».

Per aiutare a sostenere l’iniziativa, info sul sito – www.avsi.org

L’AVSI in Siria

foto ATS pro Terra Sancta

“Basta violenze in Siria”aveva invocato il Papa nel febbraio 2012 durante l’Angelus . “Invito tutti e anzitutto le autorità politiche in Siria a privilegiare la via del dialogo, della riconciliazione e dell’impegno per la pace”. Condividendo le parole del Santo Padre, AVSI aveva raccolto l’appello del Custode di Terra Santa Fr. Pierbattista Pizzaballa per l’emergenza in Siria: “In questi mesi di grande tensione quando la Siria è dilaniata da scontri interni e il conflitto sembra assumere, sempre più, le caratteristiche di guerra civile, i francescani, insieme a pochi altri esponenti della chiesa latina, sono impegnati a sostenere i bisogni della popolazione cristiana locale”. In questi mesi, grazie ai fondi raccolti, AVSI, ha svolto attività a sostegno della popolazione in fuga dall’emergenza in Libano e Giordania, e alla popolazione che vive nel conflitto in Siria, aiutando i monasteri francescani che diventano luoghi di accoglienza e aiuto.

Poiché la crisi continua, proseguono le necessità.  Sostieni AVSI per rispondere all’emergenza umanitaria in Siria.

DONA ORA

Credito Artigiano – Sede Milano Stelline, Corso Magenta 59
IBAN IT 68 Z0351201614000000005000
c/c intestato AVSI FONDAZIONE
Per bonifici dall’estero: BIC (Swift code): ARTIITM2
Causale: Emergenza Siria

 

Attività svolte

Siria

I dispensari medici nei monasteri francescani, seguendo la tradizione della Custodia di Terra Santa, sono diventati luoghi di rifugio e ospitalità per tutti, senza distinzione di etnia, religione e nazionalità.

Il progetto in corso ha aiutato a garantire il mantenimento di quattro centri di accoglienza già presenti nelle città di Damasco, Aleppo, Latakia e Knaye fornendo beni di prima necessità alla popolazione sia quella locale sia quella che in queste città ha cercato rifugio.

Grazie al sostegno di AVSI e dell’ONG ATS pro Terra Sancta, i frati stanno sostenendo la popolazione in difficoltà fornendo cibo (sia pasti offerti nei centri che la possibilità di acquistare cibo presso negozianti locali tramite un sistema di voucher alimentari ) che articoli non alimentari (coperte, vestiti, medicine, prodotti per l’igiene).

 

Per le altre numerose attività vai al sito

Siria, la sapienza di Benedetto

Da Il sussidiario un contributo sulla drammatica e confusa situazione siriana offerto da Mario Mauro
Siria, la sapienza di Benedetto

Da quando è iniziata la guerra civile in Siria, lo scorso mese di giugno è stato il più sanguinoso in termini di vite umane. Segno che l’escalation di violenza non si ferma e siamo purtroppo molto lontani da una soluzione pacifica.  “La sapienza del cuore” per “un’adeguata soluzione politica del conflitto”: in questo modo Benedetto XVI, durante l’angelus di domenica scorsa si è appellato alla comunità internazionale, sbigottito per la situazione in Siria.

Le proporzioni che sta assumendo la crisi siriana, in corso ormai da oltre un anno, devono indurci a cercare soluzioni più che mai rapide ed efficaci nei confronti del regime di Assad.  L’emergenza umanitaria è ormai incontrollabile: sono più di 19mila le vittime, oltre 200mila i profughi interni, 40mila i rifugiati in paesi come la Turchia, il Libano, la Giordania. Per quanto riguarda le migliaia di violazioni dei diritti umani commesse dal regime, non c’è neppure bisogno di consultare i rapporti ufficiali degli organismi internazionali competenti. Ci bastano le inequivocabili immagini televisive in cui si vede la popolazione, i manifestanti, trattati come un esercito invasore e armato fino ai denti. Dobbiamo mettere fine allo sterminio.

Il piano in 6 punti presentato da Kofi Annan che è stato avallato qualche mese fa dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu può avere successo anche grazie al ruolo dell’Unione europea e all’influenza che riusciremo a dimostrare nei confronti del regime. Influenza che non potrà che coincidere con l’inasprimento delle sanzioni già in atto e della sospensione degli accordi vigenti. Dobbiamo fare in modo che nel più breve tempo possibile vengano implementati i punti B e C del piano di Annan. Ovvero un cessate il fuoco immediato con l’inizio del ritiro delle forze armate dai centri urbani e assicurare il tempestivo afflusso degli aiuti umanitari verso le aree colpite, con l’accettazione di una tregua umanitaria quotidiana di due ore. Kofi Annan ha addirittura incassato l’appoggio iraniano al suo piano. Ma giovedì 19 luglio presso il Consiglio di sicurezza dell’Onu si è assistito all’ennesimo veto della Cina e della Russia su una risoluzione che avrebbe potuto prefigurare sanzioni contro il regime di Assad.

Le Nazioni Unite si sono dimostrate ancora una volta incapaci di proporre una soluzione unitaria e condivisa. Il sanguinario Assad sembra non capire la portata degli eventi. Non si ferma, continua a bombardare le città in mano ai ribelli, che rispondono con azioni di guerriglia come quella messa in atto ieri all’aeroporto militare di Menagh, forti anche del contributo di intelligence statunitense. Anche l’attentato del 18 luglio scorso ha contribuito a indebolire il dittatore: durante un incontro tra vertici politici e militari, presso uno dei quartier generali della Sicurezza nazionale, un’esplosione ha ucciso il ministro della Difesa, il cognato del presidente e suo vice, il capo della Sicurezza nazionale e il luogotenente.   PAG. SUCC. >

«La guerra è una via senza uscita»

Un’inutile strage era stata definita da un Papa ed ora, tra le urla assordanti di molti non si vuole ascoltare querllo stesso grido che arriva con parole diverse dalla Siria, come ci testimonia Tracce:

20/07/2012 – Di fronte all’escalation della crisi di Damasco, anche il Consiglio delle Conferenze episcopali europee è intervenuto invitando «tutti i cristiani d’Europa a moltiplicare il loro impegno di preghiera per la pace» (da News.va)

  • Profughi siriani in fuga verso i confini.
    Profughi siriani in fuga verso i confini.

«La guerra è una via senza uscita»: è quanto afferma in una dichiarazione il Consiglio delle Conferenze episcopali d’Europa (Ccee) intervenendo sul conflitto in Siria. Nel testo, a firma dei cardinali Péter Erdo e Angelo Bagnasco, rispettivamente presidente e vicepresidente del Ccee, si esprime l’auspicio che «le autorità del Paese, la popolazione e tutti i credenti, di qualunque religione essi siano» possano guardare a Dio e trovare «il cammino che faccia cessare tutte le ostilità, deporre le armi e intraprendere la via del dialogo, della riconciliazione e della pace. Questo conflitto – si sottolinea – non può che portare con sé inevitabilmente lutti, distruzioni e gravi conseguenze per il nobile popolo siriano». «La felicità non può che essere raggiunta insieme, mai nella prevaricazione degli uni contro gli altri». «I prossimi giorni – prosegue la dichiarazione – possono essere decisivi per gli esiti di questa crisi». I vescovi europei esortano quindi «tutti i cristiani d’Europa a moltiplicare il loro impegno di preghiera per la pace in quella regione. La nostra fede ci porta a sperare che sia possibile una soluzione alla crisi, leale e costruttiva, rispettosa degli interessi di ognuno». Ma «è necessario trovare di nuovo lo spazio per un dialogo di pace; non è mai troppo tardi per comprendersi, per negoziare e costruire insieme un futuro comune». La dichiarazione del Ccee quindi conclude: «Siamo certi che, con l’aiuto di Dio, il buon senso può prevalere e recare una convivenza pacifica nella verità, nella giustizia, nell’amore, nella libertà e nel rispetto di tutte le minoranze, in particolare dei cristiani del Paese».
(da News.va)

  • Il testo della dichiarazione Ccee Il testo della dichiarazione Ccee (388,29 KB)

Drammatiche notizie dalla Siria

Ci sentiamo indignati e impotenti di fronte al tipo di informazioni che circolano in Europa e fanno opinione, sostenendo le sanzioni internazionali

da “Avvenire”  – TESTIMONIANZE – 11 aprile 2012

Maalula, Monastero S. Tecla

Viviamo in Siria da più di sette anni, amiamo questo Paese e il suo popolo. Ci sentiamo indignati e impotenti di fronte al tipo di informazioni che circolano in Europa e fanno opinione, sostenendo le sanzioni internazionali, una delle armi più inique che l’Occidente usa per tenersi le mani pulite e dirigere comunque la storia di altri popoli. Pulite fino a un certo punto: si moltiplicano le segnalazioni della presenza di personale militare inglese, francese (e di altri Paesi) a fianco degli insorti per organizzare le azioni di guerriglia, grave violazione internazionale che passa sotto silenzio.
Sono state raccolte firme e fondi per aiutare la “primavera” del popolo siriano.

Ma chi ha dato – in perfetta buona fede – offerte e sostegno della “liberazione” della Siria deve sapere che ha finanziato assassini inumani, procurando loro armi, contribuito alla manipolazione dell’informazione, fomentato una instabilità civile che richiederà anni per essere risolta. Sconvolgendo l’equilibrio in un Paese dove la convivenza era pane quotidiano. Perché intervenendo senza conoscere la realtà non siamo più liberi, ma funzionali ad altri interessi che ci manipolano.

Non è nostro compito fornire una lettura socio-politica globale della vicenda siriana, altri lo stanno facendo meglio di noi. E chi lo vuole davvero può trovare informazioni alternative. Noi ci limitiamo a raccontare solo ciò che i nostri occhi vedono, qui nel piccolo villaggio di campagna dove viviamo. E dove, quasi ogni notte, i soldati presenti nella piccola guarnigione che lo presidia sono attaccati. Sia dagli insorti presenti nella zona, sia da bande mercenarie che passano il confine siriano nel tentativo di sopraffare l’esercito e aprire un varco per il flusso di armi e combattenti. I militari rispondono? Certo, e la gente ne è contenta perché di armi e mercenari il Paese è già pieno.

Sta per scadere l’ultimatum per il ritiro dell’esercito, che qui nessuno – nel senso letterale del termine – vuole. La gente si sente sicura solo quando i militari sono presenti. Ormai le violenze compiute dai cosiddetti liberatori nelle città, nei villaggi, sulle strade, sono tante e così brutali che la gente desidera solo vederli sconfitti. Gli abusi sono continui: uccisioni, case e beni requisiti o incendiati, persone, bambini usati come scudi umani. Sono i ribelli a bloccare le strade, a sparare sulle auto dei civili, a stuprare, a massacrare e rapire per estorcere denaro alle vittime. Invenzioni? La notte del Venerdì Santo, non lontano da dove abitiamo, hanno ucciso un ragazzo e ne hanno feriti altri due: tornavano alle loro case per celebrare la Pasqua. Il ragazzo morto aveva 30 anni ed era del nostro villaggio. Non sono i primi tra la nostra gente a pagare di persona. Ormai prima di spostarsi a fare la spesa o anche solo per andare a lavorare ci si assicura che l’esercito controlli la zona. Anche a noi è capitato di trovarci bloccati dalle sparatorie per tre ore in un tratto di autostrada e siamo riusciti a ripartire solo quando si è formato un corridoio di carri armati che proteggevano gli automobilisti in transito dai tiri dei rivoltosi.

Perché di tutto questo non si parla? Perché non si parla dei tanti militari assassinati in vari agguati, gli ultimi ieri ad Aleppo? Sono tanti i drammatici esempi che potremmo citare. Il fratello di un nostro operaio, tenuto prigioniero a Homs dai ribelli insieme ad altri civili, è ormai considerato morto, due padri di famiglia del nostro villaggio sono stati sempre a Homs dai rivoltosi perché compravano e distribuivano pane a chi era rimasto isolato. La questione che qui, però, ci preme sottolineare e per la quale invitiamo tutti a mobilitarsi è quella delle sanzioni internazionali. Chi sta pagando e pagherà ancora di più fra poco, è la gente povera.
Non c’è lavoro, non ci sono le materie prime e le esportazioni di prodotti locali, come bestiame e uova, sono ferme. Quel poco che c’è, poi, si vende a prezzi esorbitanti.

Tra le principali urgenze c’è quella del latte per i bambini. I prezzi dei cartoni sono raddoppiati, passando da 250 lire siriane a 500 (la paga giornaliera di un operaio è di 7-800 lire). Scarseggia il mangime per il bestiame: le poche confezioni disponibili sono passate da 650 a 1850 lire. Mancano i medicinali specialistici, scarseggia l’elettricità perché i ribelli hanno fatto saltare più volte le centrali e le linee di conduzione. Non c’è gasolio (e l’inverno è stato molto freddo quest’anno), perché la Siria non può più esportare il suo greggio in cambio di petrolio raffinato. I trattori quindi sono fermi e non si può lavorare la terra. Sono bloccati perfino i camion che prelevano la spazzatura. Ci sono problemi con l’acqua perché le pompe funzionano col gasolio. Il nostro villaggio e quello vicino – che condividono lo stesso pozzo – hanno acqua un unico giorno alla settimana e solo per 3-4 ore. Si rischia una vera carestia per l’avvenire: presto mancherà il grano e quindi anche il pane, il solo alimento che, per ora, il governo riesce a distribuire a un prezzo calmierato, anche ai più poveri. E poi si protesta perché la Croce Rossa non può portare aiuti. È possibile arrivare a sanzionare addirittura l’importazione di pannolini per i lattanti?

Tutto questo è profondamente ingiusto. Non si è riusciti a rovesciare il governo con le armi, lo si vuole fare esasperando la gente. Certo, è proprio questa la logica delle sanzioni. Quando, però, una grande maggioranza della popolazione – che piaccia o meno – non vuole un cambiamento violento della situazione, tale sistema diventa una vera sopraffazione. Chiediamo con forza a chi può fare qualcosa di sospendere le sanzioni e di intervenire. Che la nostra tanto osannata democrazia si dimostri capace di servire il vero bene del popolo.

Un gruppo di italiani che vive in Siria (Testo raccolto da Giorgio Paolucci)

Pubblicato da

In Siria: «Dopo ogni messa i fedeli si dicono addio»

Da Tracce:

Siria, i cristiani sono tra due fuochi.

Alla luce degli ultimi fatti di cronaca e della drammatica situazione della comunità cristiana in Siria, pubblichiamo di seguito il comunicato stampa di Aiuto alla Chiesa che Soffre con le parole dell’arcivescovo maronita di Damasco, monsignor Samir Nassar.

«La Siria è in un vicolo cieco. E non vi è alcuna soluzione all’orizzonte». L’arcivescovo maronita di Damasco, monsignor Samir Nassar, descrive così ad ACS-Italia l’attuale momento siriano.
«E’ l’undicesimo mese di crisi e la violenza raddoppia d’intensità» racconta il presule dipingendo una Chiesa «impotente e sopraffatta dai bisogni della comunità» che superano abbondantemente i suoi modesti mezzi. Il sostegno psicologico dei cittadini è ormai parte integrante del servizio pastorale ed alle necessità dei rifugiati iracheni si aggiungono prepotentemente quelle dei, sempre più numerosi, profughi siriani. «Con il ritiro degli ambasciatori arabi ed occidentali – spiega monsignor Nassar – ottenere un visto è praticamente impossibile: un incubo soprattutto per gli iracheni bloccati a Damasco».
Il morale dei cittadini è pessimo e il futuro talmente incerto che «alla fine di ogni messa i fedeli si dicono addio». La svalutazione della lira siriana ha ridotto di oltre il 60% il potere d’acquisto dei cittadini e l’embargo economico ha colpito soprattutto la gente comune: inflazione, povertà, forte aumento della disoccupazione; mentre la penuria di gas, elettricità e carburante rendono l’inverno molto più rigido. «Traiamo forza dai nostri valori evangelici – racconta monsignor Nassar – e dalle parole del Santo Padre che invita costantemente al dialogo e alla non violenza». Recentemente monsignor Antoine Audo, eparca di Aleppo e presidente della Caritas siriana, ha recentemente invitato la comunità internazionale a favorire il dialogo fra le varie realtà, anziché alimentare lo spirito di vendetta. «Monsignor Audo vede la sofferenza del suo popolo – commenta l’arcivescovo di Damasco – e come tutti noi cerca una speranza, un po’ di luce in questa notte buia».
Il 23 dicembre scorso, nella capitale siriana sono scoppiati due ordigni. E poco più di un mese fa, il 6 gennaio, un kamikaze si è fatto esplodere a soli 900 metri dall’arcivescovado uccidendo 25 persone. Solo poche decine di fedeli hanno assistito alla messa di Natale e i bambini che frequentano il catechismo non sono che una ventina. Una fonte interna alla Chiesa maronita locale, che per motivi di sicurezza preferisce rimanere anonima, ha dichiarato ad ACS-Italia che durante l’ultima riunione del consiglio presbiterale perfino i sacerdoti si sono chiesti se il prossimo anno saranno ancora in Siria, mentre la disoccupazione giovanile continua a «nutrire l’esodo dei cristiani d’Oriente». «La crisi ha raggiunto uno stadio in cui possiamo più permetterci di rimanere neutrali – aggiunge la fonte – Ma la Chiesa potrà continuare a giocare un ruolo di mediatore tra le due fazioni islamiche?».