Vacanza e sacrificio (sacrum facere)

Perché si va in vacanza?Dal temperamento un metodo
Per il motivo per cui ci si alza al mattino!
Perché si va al lavoro? Per il motivo per cui si prega!
È la stessa risposta: per il desiderio di essere di più, di camminare di più verso l’ideale, di camminare di più verso il nostro destino, di entrare sempre di più nella conoscenza e nell’amore a Cristo, perché questa è la definizione ultima, no?
Uno vive per quello! Essere chiamati alla verginità vuol dire ricordare a tutto il mondo che si vive per Cristo.
Perché vivere bene, in pace, moralmente a posto, facendo tutte le proprie pratiche bene, da sposati, non colpisce nessuno. E parlare di tensione ideale significa implicare un impegno col sacrificio.
Non esiste tensione ideale se non implica sacrificio.
La nettezza nel sacrificio, la decisione e la nettezza nel sacrificio è essenziale per dire che si vive quel rapporto idealmente, con tensione ideale.
Il nostro carisma sottolinea l’aspetto “resurrezionale” della vita cristiana: la vita cristiana porta. una vita più vera, più lieta e più gioiosa, più piena. Ma proprio nella misura di questa sottolineatura, bisogna che consegua la sottolineatura del sacrificio, perché senza sacrificio non c’è resurrezione.
LUIGI GIUSSANI – DAL TEMPERAMENTO UN METODO
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“Senza croce la preferenza non è verità”

La preferenza è l’esperienza di qualcosa che salva. Quanto più hai l’esperienza di qualcosa che salva, tanto più quello è oggetto di preferenza. «Salvare» nel senso vero e pieno del termine: parlare di felicità, di bellezza, di giustizia, di verità è parlare di salvezza. Perciò la preferenza, invece che omologare tutto, ti fa balzare viva la personalità dell’Essere, che è verità, bellezza, amore, giustizia.

Ma la verifica che è una reale preferenza – cioè che è quello che ho detto: l’identificarsi del destino, l’identità del destino, non una omologazione panteista – è che non puoi non volere che tutti si salvino, cioè che tutti partecipino della verità rivelata da quella preferenza, che tutti entrino in quella preferenza, o che quella preferenza abbracci tutto.

Quella preferenza è il punto in cui insorge il tuo amore a tutto, cioè la scaturigine attraverso cui l’acqua della tua salvezza giunge a tutti, può giungere a tutti. E in questo senso la preferenza, che è il sommo possesso, si «spossessa»,  si sacrifica, diventa sacrificio.

Perciò senza croce la preferenza non è verità, bellezza, felicità, ma la preferenza è l’artiglio che prende, anzi che tenta di prendere

L. Giussani, “L’attrattiva Gesù”, BUR

“lo splendore supremo di un’amicizia, di un amore, ha la forma di un sacrificio”

La tensione all’ideale: è una tensione!

Il contrario della tensione, l’opposto della tensione è proprio la dimenticanza, l’abbandonare la «volontà di». Insomma, lo splendore supremo di un’amicizia, di un amore ha la forma di un sacrificio.

È tremendo che sia così, è paradossale: non è contraddizione, è paradosso.

Annamaria, paradosso sai cosa vuol dire? È una parola che viene dal greco: parà e dokeìn. Son vicine due cose che sembrano opposte: morte/vita, vita/sacrificio, gusto/sacrificio. Son due cose opposte, eppure sono una cosa sola.

Lo splendore, la purità, diciamo la parola più giusta, la verità di un’affezione, di un amore sta nel sacrifìcio che si abbraccia per esso («Nessuno ama tanto come chi dà la vita per il suo amico»): dire questo capovolge la mentalità con cui siamo tentati di vivere tutti; la capovolge, perché nessuno al mondo direbbe che il vertice, proprio la vertigine di un’affezione, la vetta di una preferenza è un sacrificio, si esprime con un sacrificio.

Ma quanto più hai paura del sacrificio, tanto più si rende opaca l’affezione, tanto più senti il disagio di un residuo di bugia nel dire: «Ti voglio bene».

È paradossale, eppure è vero.
Perché è vero? Perché è una legge, è la condizione in cui Dio ha fatto il mondo.

Tant’è vero che Dio venuto nel mondo è morto, che è la contraddizione più inconcepibile che ci sia, cioè il paradosso più grande che ci sia: non esiste possibilità per noi di pensare, di immaginare una frase più paradossale di questa.

Luigi Giussani, “Tu” o dell’amicizia, BUR

Il sacrificio: esperienza bestiale o interessante? (2)

Ora che lo rileggo, trovo  che mi piace!
Stranezze!
Però sono orgogliosa del fatto che sia stato pubblicato, proprio come primo articolo per
l'ECO di Bonaria , un mio contributo che mi accorgo di avere già pubblicato nel blog:

 Il sacrificio, esperienza bestiale o interessante?  

Sacrificio e gioia

Un'amica scrive di un suo problema e a un certo punto dice:

La notte l'ho trascorsa a ripetere al Signore "Mi fido di te, mi fido di Te, mi fido di Te…" ma la preoccupazione non diminuiva. A un certo punto ho capito che solo la preghiera – come mi ha insegnato Socci nel libro "Caterina"  – poteva sostenere quella difficoltà e soprattutto la preghiera e l'offerta di chi soffre, come ci dice la SdC sul sacrificio. Così mi sono rivolta ad una amica  che sta davvero soffrendo tantissimo e lei mi ha assicurato la sua preghiera. Poi ho chiesto anche ad altri. Ma questa prima richiesta di aiuto mi ha fatto pensare ad alcuni amici della mia comunità che hanno avuto un problema simile al mio e a loro  mi sono rivolta.

Incredibile! il giorno dopo, quell'abbraccio del Signore di cui tanto parliamo senza averlo in fondo veramente sperimentato, ha preso carne nei volti di queste due coppie amiche.
Ieri sono venuti a trovarmi ed è stato incredibilmente un incontro vero! Man mano che riferivo il mio cruccio, mi rendevo conto che in fondo nulla era cambiato rispetto alla posizione originale di "aver fiducia" nel buon Dio, ma questa fiducia era affidata alla condivisione di queste due coppie amiche .
Allora ho incominciato a capire meglio che Dio ci abbraccia attraverso il volto umano degli amici veri (per il Destino), e se  il suo aiuto se non giunge fino a questa familiarità, non può dare gioia.
E questo è il sacrificio in fondo che ci viene chiesto: riconoscere la Sua adorabile Presenza nei volti di coloro che ci aiutano ad arrivare a Lui.
Sono davvero grata al buon Dio perché,attraverso questo fatto, pur non eliminando il problema, mi dà una gioia inspiegabile, mi rafforza e mi rende serena nello star di fronte a questo fatto che richiede anche la mia dedizione, fosse solo quella di continuare a pregare.
A proposito! A un certo punto ho deciso di pregare come Gesù ci ha insegnato e mi sono accorta che nel Padre Nostro (per la prima volta l'ho capito!) ci sono tutte le preghiere e i desideri del nostro cuore… perciò lo dico ora con più gusto e anche l'Ave Maria è la supplica alla Madre di Dio perché preghi con noi.
Il risultato di questa piccola tempesta  è la gioia, cioè la vittoria di Gesù su quella tempesta. E se non ci fosse stata non avrei potuto attraversarla così come mi è stato dato e non saprei cosa significa quello che la SdC ci dice.
Ecco perché sono grata: se non ci fossero queste piccole o grandi tempeste, se non ci fossero le piccole o grandi difficoltà saremmo chiusi nel nostro torpore e non capiremmo come Dio le permetta unicamente perché comprendiamo meglio che solo Lui può farci condividere la Sua vittoria se ci affidiamo a Lui. Ecco perché dal sacrificio vissuto davanti al buon Dio nasce la gioia.

Una predilezione all'infinito…

Insomma, non potete dire: «Una cosa è bellissima», se non implicate una scelta permanente, cioè una scelta divina. Tant'è vero che dici: «Ti adoro». È proprio vero che la fede, quando governa la mossa dell'io come sacrificio, non solo non toglie niente, ma esalta la verità del rapporto. Un uomo, per adorare il sole che nasce, deve stare in ginocchio lontano. Così una persona può dire: «Ti adoro» veramente a un'altra persona, quando il rapporto è totalmente sacrificato, cioè totalmente vero, quando il rapporto è guardato e vissuto come segno del rapporto con Cristo. Allora può dire: «Ti adoro». Se uno dice questo, non può fermarsi a questo, non si può fermare. In una parola sola: uno desidera la santità. Desidera la santità, perché il rapporto con ciò che predilige, nel sacrificio, possa diventare vero all'infinito. ( L.GIUSSANI, AFFEZIONE E DIMORA) 
 

"Per lasciarci abbracciare non abbiamo bisogno di un’energia particolare…"

Quando ho presentato questo articolo al direttore del mensile cui collaboro mi ha detto che lo trovava molto difficile. Non capuivo. E lui mi ha detto che non riusciva a concepire il sacrificio legato alle cose banali e ripetitive di ogni giorno. Mi ha detto che gli sarebbe piaciuto approfondire.
Mercoledì scorso in occasione di un incontro si è proprio parlato di questo (
il testo sbobinato dell'assemblea è QUI
) e trascrivo un passaggio che mi pare importante:

[intervento] Da quando la Scuola di comunità richiama al valore del sacrificio, mi alzo tutte le mattine dicendomi perché vale la pena e facendo memoria di Cristo. Questo, paradossalemente, mi sono accorta che mi fa fare più fatica che non alzarmi e fare tutto senza pensare; mi costringe, mi fa sentire il mio bisogno in maniera prepotente, un bisogno che spesso non vorrei sentire perché è scomodo per me e per chi mi sta vicino. Dopo un po’ di tempo ho capito finalmente il perché ci è più facile stringere moralisticamente i denti. Fare sacrifici senza pensarci è paradossalmente meno pesante che accettare di fare la fatica per Cristo, perché accettare di farlo per Cristo significa abbandonarmi a Lui. È qui il punto: la paura di abbandonarsi al disegno di un Altro, perché accettare che la vita è Sua significa smascherare l’illusione di avere le redini in mano. Capisco quindi che la mia resistenza al sacrificio è una debolezza di fede, come se non credessi che abbandonandomi e lasciando che la vita sia condotta da Lui sia meglio di quando decido da me e delle mie immagini (che poi sono quelle stereotipate dettate dal mondo). L’ho capito di più leggendo questo pezzo del Gius: «La libertà si trova proprio nel gioco della fatica e della mortificazione. Abbiamo paura della fatica. Tutto il mondo è così, quanto più noi abbiamo paura di questa fatica, di questa mortificazione, tanto più siamo perentori e doveristici nel chiedere agli altri di osservare le nostre parole. L’alternativa a questo impeto della libertà o fatica della mortificazione è l’imposizione doveristica a noi stessi e agli altri, uno sforzo artificioso per superare la paura». Ti chiedo una mano per capire come superare questa paura e resistenza, che non sia in uno sforzo artificioso e moralista, ma in un abbandono.

[Risposta] Tu dici alla fine che desideri superare questa paura e resistenza non con lo sforzo artificioso e moralistico. Che cosa vuol dire questo? Che noi prima riduciamo quello che siamo, e allora l’unica cosa che ci resta è lo sforzo doveristico. Ma è evidente che uno resiste, che ha paura di questo! La questione è che tu e io siamo molto di più di quello a cui noi ci riduciamo; e se uno capisce che il problema non è quello a cui noi ci riduciamo, ma questo desiderio sconfinato che ci troviamo addosso, questa sproporzione, la questione diventa come sia possibile vivere senza il riconoscimento della presenza di Cristo. Se uno capisce che senza di Lui tutto diventa veramente pesante, allora incomincia a intravedere che la vera soluzione a questa nostra tentazione di autonomia è l’abbandonarsi, che l’abbandonarci è quello che più ci conviene: non occorre uno sforzo moralistico, ma lasciarci abbracciare da un Altro. E questo non è un problema di sforzo, ma di libertà, perché per lasciarci abbracciare non abbiamo bisogno di un’energia particolare (che invece servirebbe per non so che razza di sforzo): occorre semplicemente cedere. La questione vera è capire che questo ci conviene, che questo non soltanto non è un sacrificio, che questo è la verità di me più di quello che io riesco a fare.

Il sacrificio: esperienza bestiale o interessante?

Se ne parla in modo rivoluzionario e persuasivo in "Si può vivere così" di L. Giussani, e dopo una discussione tra amici ho scritto per un mensile locale quanto segue: 

Il sacrificio.  Non ha oggettivamente nulla di affascinante o di gratificante. Perché la natura umana è fatta per la felicità, è fame di felicità e il sacrificio ci appare come qualcosa che nega questo nostro indomabile desiderio di bene, A meno che… a meno che uno non lo faccia per una persona amata.
Ma poi la persona amata si ammala, muore. E noi non possiamo fare nulla per lei. Ed ecco una nuova sorgente di infelicità. Un sacrificio intollerabile.

Noi abbiamo bisogno di amare qualcuno che non muoia mai. Siamo fatti per l’eternità. Ma la nostra impotenza davanti a questo desiderio di eternità e felicità è destinata a naufragare nella tristezza. Ese ci pensiamo bene la nostra giornata è un susseguirsi di sacrifici che spesso facciamo controvoglia solo perché non ne possiamo fare a meno …. Alzarsi la mattina in una gelida giornata invernale, preparare un bel pranzo, girare in mezzo al traffico caotico a cercare parcheggio…

Si tratta di sacrifici inevitabili che non cambiano se non in peggio il nostro umore. Semplicemente non ne prendiamo coscienza e viviamo quasi per inerzia nell’illusione di soffrire di meno. Ma c’è un momento in cui uno si stanca e allora cerca di evadere distraendosi. Ma è possibile che la vita debba passare da un sacrificio inevitabile e incosciente di sé a una distrazione desiderata altrettanto inconsapevole di sé?

In cosa saremmo diversi dagli animali se continuiamo a vivere dimentichi di noi? Avrebbe allora ragione Pavese quando definiva il sacrificio come  bestiale? Non sarebbe più interessante scoprire che il sacrificio, anche quello di ogni giorno ripetitivo e noioso, può avere un significato positivo?
 
 Non credo che potremmo scoprirlo se Dio stesso non avesse deciso, vista la nostra incapacità e insipienza, di venire tra noi per  insegnarci che l’unica via che porta alla gioia della risurrezione è proprio il sacrificio. Non esiste altra via.

  C’è da chiedersi come mai occorra morire per risorgere, morire nel sacrificio di ogni giorno o nel sacrificio di una grave malattia o sofferenza morale. La risposta che la saggezza della tradizione cristiana ci ha insegnato è che all’origine della nostra umana vicenda c’è un cataclisma spaventoso che allarga la sua ombra su tutta l’umanità di sempre e che definiamo “peccato originale” .
Tale peccato offusca la nostra intelligenza e solo Dio, facendosi uomo come noi, poteva indicarci la via della Risurrezione. Per questo, con un amore assolutamente imprevedibile e imprevisto da tutti coloro che hanno preceduto la Sua incarnazione, ha deciso di farsi nostro compagno di strada.
 
Da allora, dal momento in cui il Dio incarnato è sceso tra noi, il sacrificio ha acquistato un significato ed è diventato interessante per la vita di ciascuno. Perché il peccato originale ha gravemente inficiato la nostra personale vita anche se le sue origini annegano nella  notte dei tempi e le sue conseguenze ci raggiungono con spaventosa e insopportabile quotidianità e, per riscattarlo, occorre uno che sappia e possa espiare totalmente… Ma  l’unico modo per rimediare a questa catastrofe della nostra vita è accogliere la modalità misteriosa con cui Dio ha deciso di sopperire con la Sua incarnazione, crocifissione, morte e risurrezione, e lasciarci accompagnare in un dialogo grato con il Signore della vita nella strada che Lui  ha scelto per noi per la nostra personale salvezza e per quella di tutta l’umanità. Ecco allora che il sacrificio vissuto così in un gesto di offerta e collaborazione alla croce di Cristo diventa interessante e genera letizia anche nel dolore più atroce.
Non sono parole astratte: se si vive il sacrificio di ogni gesto piccolo o grande come riconoscimento che tutto è donato  per un misterioso disegno di risurrezione; se lo si vive senza proteste   o lamentele, ma consapevoli che quella è l’unica strada per arrivare alla risurrezione; se uno ci sta, supplicando che dentro quel dolore Dio si manifesti finalmente e ci renda partecipi della Sua gloria, è inevitabile poi che nel cuore nasca e esploda la gioia. Bisogna solo verificarlo nell’esperienza di tutti i giorni.

Non c'è niente che diventi bello e grande, se non attraverso il sacrificio.

"Chicca, col papà e la mamma come va?
 
Bene. Mi commuovono perché accettano la situazione.
 
Non c'è niente che diventi bello e grande, se non attraverso il sacrificio. Se hai in mano una cosa bella, se la
guardi veramente, la prima cosa che ti vien da fare, la prima, più che baciarla, è quella di fare un sacrificio, pensare il sacrificio che ti richiede.
Perché, Valeria, secondo te?

Perché il sacrificio rende vero.
 

E perché il sacrifìcio rende vero?
 
Perché mi costrìnge a guardare l'ultima cosa che fa quello che ho davanti.
 
Metà della tua frase è proprio giusta: perché ti costringe, ti spreme l'attenzione verso l'«ultimo» – l'ultimo nel senso neutro del termine -, verso l'ultimo della cosa. E perché l'«ultimo della cosa» – il valore ultimo della cosa, il gusto ultimo della cosa – non vien fuori semplicemente dal guardarla, dal fissarla?
 
Per il peccato originale, perché ultimamente uno vuole possedere quello che ha davanti.
 
Sì, il peccato originale che tenta di alterare il motivo: il motivo per cui tu vuoi la cosa non è adeguato al valore ultimo
della cosa. Però la vera ragione, secondo me, è perché Iddio ha creato il disegno delle cose così, e Dio per salvare deve morire, è dovuto morire. E infatti, se tu vuoi bene bene bene a una cosa, ti viene uno struggimento da morire, ti viene proprio la voglia di morire.
 
Eh sì, morire è perdere, e allora? Insomma, pensateci."
(L. Giussani, Tu o dell'amicizia)

La gioia soltanto è madre del sacrificio

Il segno di una vita che cammina nell’affezione a Cristo, che cioè aderisce e partecipa alla Sua compagnia, è la letizia. «Vi ho detto queste cose affinché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena» ha affermato Cristo poco prima di morire. 
La gioia soltanto è madre del sacrificio: non è ragionevole il sacrificio se non è attirato dalla bellezza del vero. È la bellezza – «splendore del vero» – che chiama al sacrificio. Come dice la Bibbia nel libro del Siracide: «Un cuore felice è anche sereno davanti ai cibi, quello che mangia egli gusta». 
Questa gioia e questa letizia stanno anche nel fondo del dolore più acuto, che a un certo punto non si può evitare: il dolore del proprio male. Appartenere alla nostra compagnia significa anzi cominciare a presentire che il dolore più grande è quello del proprio male, del peccato. Nessuno può dire: «Non commetterò più il peccato», perché la coerenza alla legge di Dio, cioè il seguire Cristo, è un miracolo della grazia, non è una capacità nostra. Per questo il punto in cui la libertà del Mistero e la libertà dell’uomo s’abbracciano è la domanda. 

( LUIGI GIUSSANI, agosto 1989)