P. Aldo: “il Mistero si serve del nostro letame, del nostro cuore freddo per fare rifiorire la vita o far nascere una vita nuova”

è davvero sorprendente il modo di attuare del Mistero che può servirsi della maggiore bestialità dell’uomo per far nascere un fiore. Ho qui davanti mentre vi scrivo due figlie mie. Lidia, andicappata mentalmente e fisicamente, ha 16 anni, è stata abusata e adesso è al 5 mese di gravidanza. Mi guarda con un sorriso divino. Le chiedo del suo bebè e con la mano mi indica le sua piccola pancia che fa intravedere la gravidanza. Sorride sempre. Ieri, domenica, festa di Cristo Re, l’ho battezzata insieme a David, il bambino impossibile che vive con me e che adesso non ha più crisi di isterismo come quando stava nella casetta di Belen 3 con gli altri bambini. Insieme a loro ho battezzato anche Anna, di 23 anni, gravemente ammalata di aids. Dalla strada alla gioia di essere cristiana. Pesa 30 kg, ma è felice. Ha fatto anche la prima Comunione. Pensate che gioia ricevere Gesù in quelle condizioni che le daranno la grazia di incontrare presto il Suo volto in Paradiso.

La seconda figlia che sta davanti a me è Anna. Fino a due anni fa era nella casa di Belen. Poi è scappata. Aveva 14 anni, ora ne ha 16. Quando è scappata dopo essere stata drogata si è svegliata in una camera e violentata. Ricordo il giorno in cui è tornata. Bella come sempre, piangendo e abbracciandomi. Tristemente è scappata di nuovo. Presa dalla polizia per spaccio di droga, è finita a 15 anni nel carcere femminile condannata ad un anno di prigione. Nel carcere è disperata, non vuole mangiare e piange in continuazione. Una della guardie, una buona signora, si commuove al vedere distruggersi questa bella e giovane ragazza. Chiede al giudice di poterla togliere dal carcere e portarla a casa sua assumendosi tutte le responsabilità. E così accadde. Tutto sembrava camminare bene, fino al giorno in cui la signora le permette di visitare suo padre, un uomo distrutto dall’alcool. Scappa di casa, va a convivere con un uomo e rimane incinta. Disperata vuole abortire. Questa mattina, la signora ha saputo che Anna è incinta e che è decisa ad abortire e viene a visitarmi in lacrime. Le chiedo il cellulare di Anna e la chiamo con il mio. Ascoltando la mia povera e rauca voce sento la sua allegria. Le chiedo di venire a trovarmi, in mezz’ora è già qui, accompagnata dalla signora. Rimango con Lidia, la ragazza violentata al quinto mese, e Anna, anche lei al quinto mese. Mi racconta la sua storia fatta di prostituzione e droga. “Mi prostituivo perchè mi piaceva e poi per i soldi”. Allora le dissi “Anna, ti ricordi quella domenica alle 6 del mattino che ti incontrai per la strada e mi dicesti che stavi tornando dal lavoro? In quel momento avrei preferito morire. Adesso sei incinta e quello che c’è in te è un dono di Gesù. Gesù si serve di tutto per convertirci. Lei mi risponde “Si padre, anch’io la penso così, perchè dopo tante relazioni solo adesso sono incinta”. Un dialogo breve e la decisione di non abortire. La invito, mentre aspetto che arrivi la signora a guardare la pancia di Lidia, che le sorride in continuazione e questo le sta facendo bene.

Amici, due settimane molto diverse. La prima, quella di Lidia, il letame dell’uomo che abusa e getta via mi ha fatto pensare ai prati del mio paesino, che in autunno un tempo si spargevano di letame. La neve dell’inverno trasformava tutto in un mantello bianco. Arrivendo le primavera si incominciava e rivedere il letame, nella poca neve rimasta. Però che sorpresa veder spuntare i bellissimi bucaneve! Così il Mistero si serve del nostro letame, del nostro cuore freddo per fare rifiorire la vita o far nascere una vita nuova.

P. Aldo

Annunci

P. Aldo: “Amici, ogni giorno vedo tanto dolore, tanta povertà”

Cari amici,

Che cos’é la mia malattia se non un piccolissimo dolore rispetto a ciò che accade ogni giorno nella clinica. A 66 anni é un dono del Signore per la mia conversione. Ieri mi chiamano da un villaggio a 50 km da qui. Una mamma, Laura di 35 anni, totalmente paralizzata per via di una malattia autoimmune che si chiama dermatomiosite è stata sfrattata dalla casetta dove viveva in affitto e si trovava tra quelle quattro mura in compagnia della sua bellissima bambina di 6 anni (vedi foto) e le poche cose che possedeva.

Quanto cattivo é il cuore dell’uomo quando non ha Gesù! Mando subito l’ambulanza a prenderla. Alla sera sono andato al terzo piano della clinica, già nessun letto é vuoto, per salutarla e darle il benvenuto. Mi guardò con i suoi bellissimi occhi azzurri e l’abbracciai: “Laura, sei sempre bella come quel primo maggio del 2004 quando abbiamo inaugurato la vecchia clinica e tu eri la prima e unica paziente. Che grazia rivederti anche se oggi riesci solo a parlare e a muovere gli occhi”. Poi mi racconta la storia dolorosa di questi dieci anni. L’unica persona rimastale accanto é la piccola figlia di 6 anni. “Sa, Padre, che lei mi aiutava a cambiarmi e mettermi il pannolone? Sa darmi al momento giusto le medicine, lei non mi  lascia mai.” Che miracolo questa bambina bellissima!

“Padre, adesso che faccio con la mia bambina che certamente non può vivere in ospedale con me?”. La casetta di Betlemme é strapiena e non c’é un posticino per lei; e poi perché metterla in una istituzione giudiziaria? Parlo con la geriatra proponendole di prendersela in casa. Pianse dalla gioia perché da tempo desiderava una bambina. Ne parlai con Laura che si dimostrò più che felice. Il distacco fu un po’ doloroso ma le parole della mamma aiutarono la bambina ad andarsene con la dottoressa. “Figlia mia, che Gesù e la Madonna ti benedicano. La tua mamita ti aspetta sempre con un regalo”. Che tenerezza in questo distacco!

Gustavo é un bambino di 12 anni che, da quando la giovane e bella mamma soffre di cancro, sta sempre al suo fianco. Sembra Marcellino del film. Sabato la mamma morì. Il primario mi disse: “Padre, sa che il bambino vedendo la mamma con l’ossigeno respirare sempre più affannosamente, pensando di aiutarla tolse l’ossigeno e si pose sopra la mamma per farle la respirazione bocca a bocca?”  Rimasi commosso per tanto amore. Una volta morta la mamma, incapace perfino di piangere per il dolore, si preoccupò di chiamare il sindaco della sua città, Hermandarios, al confine con il Brasile, chiedendogli che mandasse l’ambulanza con la bara. Ho celebrato la Messa con lui in prima fila e poi, dopo avergli dato il mio numero di cellulare, é partito con l’ambulanza a fianco della mamma morta.

Amici, ogni giorno vedo tanto dolore, tanta povertà, vedo Gesù che soffre, vedo Gesù risorto e capisco il valore e la bellezza della croce che mi ha posto sulle spalle. Non solo la croce fisica ma quella dell’amore che é molto più pesante ma che ti fa sentire un uomo vero, perché ti dà un cuore tenerissimo e mi impedisce di amare in modo “clericale”, parafrasando Peguy.

Con affetto,

P. Aldo

Il mistero di una vocazione e di una vita

 

Ci scrive P. Aldo:

Cari amici,

è proprio bello vedere come Gesù mi chiede tutto. Se fino a un po’ di  tempo fa mi ha usato come la sua cazzuola per mostrare al mondo attraverso le opere di carità la Sua infinita misericordia, adesso la Sua richiesta è che la mia persona viva solo per Lui. Non mi è stato facile accogliere il “calvario” di andare da un ospedale all’altro cercando quale tipo di malattia il buon Gesù avesse scelto per me, per capire cosa Lui voleva per me dopo tutti questi anni di missione. Così finalmente nell’ultimo viaggio in Italia, all’ospedale Sacco hanno riscontrato di che si tratta: Spondilopatia iperostosante dismetabolica. Sul momento non ho capito niente ma poi mi è stato spiegato e in quel momento mi sono venuti in mente alcuni dei miei ammalati, immobili nel letto, come Giuseppe totalmente immobile e per di più cieco, che ogni volta che mi avvicino mi testimonia una positività e amore alla realtà che mi rilancia continuamente nella passione per Cristo. Si, ho sentito tutta la mia impotenza nel fermare questa malattia che già da tempo sento che imprigiona il mio corpo che si fa sempre più pesante. Rendermi conto d’improvviso che i miei passi sono diventati lenti e faticosi e che per viaggiare debbo usare la sedia a rotelle per trasferirmi da un aeroporto all’altro, non è stata una cosa facile. Anzi, più volte ho provato un po’ di smarrimento: ma come? Fino a poco tempo fa ero come un trattore e adesso… d’improvviso? Domande umane che per una grazia divina si sono trasformate nella grazia di riconoscere che questo è la cosa migliore che il Signore mi dona in questo momento. La pace che respiro in tutto il mio cuore è indescrivibile. Mi sembra di essere un’altra persona, essendo la stessa. Nella situazione in cui sono posso fare ben poco. Il mio corpo non risponde alla mia volontà per cui pian piano sto assaporando il valore della pazienza, il valore del chiedere aiuto, di stare da parte, guardare, essere solo una presenza che più che parlare può solo testimoniare la grazia che mi è data. Davvero Gesù mi sta chiedendo tutto. Dapprima con un esaurimento pazzesco durato 23 anni, durante il quale la Divina Provvidenza si è servita di questo pazzerello per mostrare al mondo la Sua onnipotente misericordia e adesso con un’altra novità che sembra imprigionare il mio corpo, rendendo più libero, più grande il mio Sì a Gesù. Mi sento un privilegiato come i miei ammalati, i miei bambini che sempre più si stringono intorno a me. Ieri sera mi hanno chiesto che andassi a casa loro perché volevano avermi lì per la cena. Mi sono seduto sul sofà, i loro bacini  mi hanno commosso, poi mi hanno fatto dei canti e poi, quando è arrivato il momento di alzarmi, vedendo che facevo fatica, sono accorsi in mio aiuto per prendermi per le mani e aiutarmi. Cari amici, le sorprese della vita e nella vita sono tante come le cose belle e quelle dolorose ma “tutto posso in Colui che mi dà la forza”. Vorrei tanto che questa mia nuova condizione fosse di aiuto e conforto a quanti mi scrivono i loro drammi e spesso la loro disperazione. “Abbiate fiducia in me” ci dice in ogni momento Gesù e questo ci permette di camminare anche se le gambe sembrano bloccate.

Mi affido alla vostra preghiera. P. Aldo.

“Qualunque forma di violenza nasce dalla mancanza ti tenerezza”

Cari amici, non c’è niente di più bello che essere padri,
P.Aldo cioè manifestazione della misericordia di Dio. Che gioia tornare a casa la sera e trovare una letterina sul tavolo da parte di una delle proprie figlie e, in questo caso, la più grande!

Per: papà Aldo

Da: Ana Liz

Papà ti voglio dire che tu mi hai accolto e mi hai dato una casa dove vivere. Ti ringrazio di tutto ciò che fai per me e per tutti. Non ho mai avuto un papà come te che ci dà consigli per la nostra vita e per quella degli altri. Io non ho avuto la grazia di conoscere mio padre. Sono giunta in questa famiglia e ti ho conosciuto. Per me sei un grande papà.

TI VOGLIO TANTO BENE

Che Dio e la Madonna ti accompagnino e ti benedicano. Grazie di tutto papà .

Amici, vedere una ragazza di 16 anni che ha sofferto ogni forma di violenza da piccola, guardarmi come un papà, è per me davvero il segno di una tenerezza divina nei miei confronti. Da 5 anni vive con noi. Non dimentichiamo ciò che diceva Pavese: “qualunque forma di violenza – anche i rapporti clericali o il modo di trattarsi in famiglia – nasce dalla mancanza ti tenerezza”.
 Ripenso a come Papa Francesco ha guardato Paolino e me negli occhi stringendoci le mani, e mi diventa ancora più luminoso il cammino che percorriamo in questo piccolo angolo di paradiso (anche se è una valle di lacrime) che è la Fondazione San Rafael. Anche oggi un ragazzo di 14 anni e un giovane di 26 hanno raggiunto il Paradiso. A Giorgio (26) ho detto alcune ore prima di morire: “salutami Gesù e la Madonna e di loro che mi aiutino”. Che libertà questa amicizia con chi sta per morire!

P. Aldo

“A cosa servirà la vita? Perché tanto soffrire?”

Cari amici, da tempo Carrón ci sta provocando con la domanda di Pavese: “Per caso qualcuno ci ha mai promesso qualcosa? E allora, perché attendiamo?”  Passando ogni giorno tra i miei figli malati terminali la sfida di questo scrittore che mi ha sempre affascinato mi accompagna, risvegliando in me un potente desiderio di Infinito. Guardando quei letti bianchi, ben ordinati, penso ai corpi martoriati che vi stanno coricati. Ogni letto conserva, come il Tabernacolo Eucaristico, un Gesù con le membra piene di croste o putrefatte. Penso a Rodrigo, un uomo grande, arrivato da poco dall’Ospedale Nazionale dei Tumori. Il suo viso sfigurato da un cancro. Un giorno lo visito e vedo la bella e giovane infermiera Lilly al suo capezzale: “Padre, per favore, vieni qui, vicino a me.” Sono rimasto scioccato: con una pinza gli stava togliendo un centinaio di vermi che, grazie a un farmaco spray, spruzzato sulla garza che copriva il lato sinistro del viso, marcio, uscivano dal naso, dalle orecchie, dalla bocca, eccetera.. Per giorni è stato il lavoro principale delle infermiere. Guardando questo tabernacolo dello Spirito Santo soffrire e che, con l’unico occhio che aveva sano -il destro- mi guardava come chiedendo aiuto, sentivo crescere in me la domanda: a cosa servirà la vita? Perché tanto soffrire? Perché i poveri devono marcire per la malattia senza che nessuno li aiuti? Tuttavia, che senso di gratitudine verso il Signore che mi dà la grazia di condividere questo dolore che in ogni istante sveglia in me la coscienza che, tanto Rodrigo quanto me, siamo fatti per l’Infinito. La notte in cui è morto non c’era con lui nessun parente. Sono rimasto lì, in compagnia di un’infermiera, accarezzandolo mentre lottava con la morte. Il suo respiro era affannoso, come se l’anima volesse uscire per raggiungere il suo destino amoroso, mentre il corpo voleva ancora tenerla legata a sé. Alla fine ha vinto l’anima, non la morte, ed è rimasto il corpo di Cristo martirizzato. L’abbiamo baciato e l’abbiamo portato all’obitorio, dove il giorno dopo è stata celebrata la funzione funebre. Il suo viso, la parte sana, esprimeva una profonda pace. L’ho guardato a lungo, seduto al suo fianco e pregando per lui, certo che Qualcuno ci ha promesso qualcosa e per questo esiste questa clinica. Per questo il mio unico desiderio è condividere con loro il dolore e anche, quando Dio lo vorrà, la morte. Molte volte, nelle ore della notte, quando tutto è tranquillo, amo rimanere in silenzio, di fianco al cadavere coperto con un bel lenzuolo, pregando e contemplando il miracolo della Resurrezione. Un tempo avrei avuto paura, ora è uno dei momenti più belli del giorno, perché mi rimette alla ragione unica per la quale vale la pena di vivere. In realtà credo che accompagnare Cristo a morire sia il compito più importante della mia vita e soprattutto il Cristo delle favelas che arriva qua distrutto sia moralmente che fisicamente. Ognuno è come il servo di Javhè del quale parla Isaia: non ha né fama né bellezza. Ma è Gesù e allora, come non abbracciarlo, non baciarlo? Amici, pregate per me, affinché il mio sguardo sia lo sguardo di Cristo, come quello dell’infermiera Lilly che toglieva i vermi a Rodrigo con tanta tenerezza.

Con affetto,

P. Aldo

“ti offendi se ti chiamiamo papà?”

Carissimi amici,
i miei bambini sono davvero un miracolo dell’appartenenza. Dopo mesi di affetto, di pazienza, hanno incominciato a sorridere. Finalmente si sono sentiti amati. Alcuni giorni fa le adolescenti mi hanno chiesto: “ti offendi se ti chiamiamo papà?”  Lascio a voi immaginare la mia gioia, la mia commozione, perché in questa domanda sta tutto il valore della mia vocazione alla verginità che, se è vissuta come coscienza di essere tutto di Cristo, suscita in chi ti è vicino quella domanda. Si sono accorte della mia commozione per cui, dopo alcune ore, mi cercano per consegnarmi un invito a cena che vi allego. Il motivo è la prossima nascita del figlio di Laura che a soli 14 anni ha un pancione di 9 mesi e che avrà un parto naturale.  Questa sera mi hanno detto: “abbiamo preparato una cassettina in cui, chi viene a trovarci, deve depositare il cellulare perché o sta con noi o è meglio che non venga. Però il motivo principale sei tu, perché noi ti vogliamo qui solo per noi. Non possiamo stare bene con te se ogni 5 minuti ti chiamano e poi te ne vai”. Che bisogno di appartenenza! “Padre Aldo, ci educhi al bello, allora perché hai le scarpe sporche? O perché ci hai portato il gelato su un vassoio di legno i cui angoli erano sporchi di polvere e di briciole? Sabato c’è una grande festa a cui parteciperà il Presidente della Repubblica ed altre personalità. Le mie bambine hanno subito messo le mani avanti “non ci lascerai, come spesso capita, laggiù in fondo, con gente che non conosciamo, e tu a mangiare davanti con i tuoi amici?” Le ho guardate con tanta tenerezza e ho detto: “assolutamente no, voi starete con me nella stessa tavola e davanti a noi il Presidente della Repubblica con cui già abbiamo passato la notte di Natale, mangiando di tutto”. Tutta la violenza che hanno sofferto è come sfrattata di casa sentendosi tanto amate. Ogni sera mi aspettano per il bacino della buona notte. È proprio bella questa esperienza di paternità che ti fa gustare come la verginità sia l’unico cammino educativo perché ti porta nel cuore di questi piccoli “io”. Domani ci portano altri due bebè e così cominciamo l’anno con il pieno.
Pregate per questi piccoli Gesù bambino.
Cari saluti,
P. Aldo
tarjeta 1

“In fondo basta così poco per essere abbracciati dalla infinita Misericordia di Dio”

Di Aldo Trento, il Te Deum per Tempi :

“Cari amici, in questo fine anno desidero esclusivamente parlare della  Misericordia di Dio, del suo più bel dono. Per questo metto come premessa alle  mie parole il salmo 50. È il cantico alla carità, alla gratuità di Dio verso  ognuno di noi. L’autore di questo grido lo conosciamo tutti, come conosciamo il  peccato col quale macchiò la sua vita. Il re David un giorno perse la testa a  causa di una bella donna e arrivò fino a favorire la morte del marito per  impadronirsi di lei. Tuttavia, una volta realizzato il suo progetto dovette fare  i conti con Natan, il profeta, che gli rinfacciò la sua grave responsabilità e  la punizione di Dio. David riconobbe il suo peccato e il salmo 50 è il frutto di  questa coscienza. Guardando la mia vita, presto avrò 66 anni, rimango sempre più  commosso e colmo di pace per l’infinita pazienza con la quale il Signore mi  porta per mano in ogni momento. Non mi ha mai abbandonato, neanche quando ho  fatto di tutto per allontanarmi dalla Sua Presenza, seguendo ideologie o falsi  infiniti. Quante volte ho tentato di fuggire da Lui ma me lo sono sempre trovato  davanti! L’uomo nasce peccatore perché figlio di Adamo ed Eva. Gesù non è venuto  al mondo per fare una passeggiata, ma per salvarci dal peccato, per restituirci  la grazia persa. Cristo è la risposta di Dio al peccato dell’uomo.

Senza la “grazia” del peccato non avremmo potuto nemmeno pronunciare il dolce  nome di Gesù. A volte dico a me stesso: sì, il paradiso terrestre sarà stato  qualcosa di infinitamente meraviglioso, ma quanto più bello, benché riempia di  dolore e di fatica, è poter dire: “Tu, o Cristo mio”! Cosa c’è di più grande, di  più commovente del fatto del Figlio di Dio fatto carne? Lo abbiamo visto il  giorno di Natale nel presepe, lo vediamo tutti i giorni nei sacramenti e in  particolare nell’Eucaristia e nella Confessione. Lo vedo nella mia vita, lo vedo  nei miei figli che soffrono. San Paolo afferma: «Dove abbonda il peccato  sovrabbonda la grazia». La grazia per la quale l’uomo afferrato da Cristo è  cosciente e sperimenta la bellezza di quello che afferma il cantico di Isaia: «Il Signore dal seno materno mi ha chiamato, fin dal grembo di mia madre ha  pronunciato il mio nome». Che gioia riconoscere che io sto da sempre nel  pensiero di Dio e che, pur conoscendomi bene, conoscendo tutto quello che io  avrei combinato, mi ha scelto per essere ciò che sono. Mentre oggi tutti  ricorrono allo specialista per decidere se sono o non sono adatti per il regno  dei cieli, Dio mi ha voluto, mi ha scelto per essere quello che gli specialisti  non avrebbero ritenuto idoneo per me. Spesso dico che se dovessi entrare oggi in  seminario non mi accetterebbero perché sarei un caso patologico. Invece la  modalità di Dio nella sua relazione con l’uomo non ha niente a che vedere con i  criteri del mondo moderno.

O Gesù! Come vorrei che fosse la Tua misericordia a guidarci tutti. Durante  questo anno ho sofferto sulla mia carne e sulla carne di un amico sacerdote un  po’ di quello che Tu hai sofferto davanti a Pilato e a coloro che ti accusavano.  Non c’è stato giorno senza sentire il peso delle calunnie, della diffamazione. E  la tentazione della ribellione è stata grande. Tuttavia, guardandoti, sostenuti  da alcuni amici, abbiamo scelto il silenzio, obbedendo alle circostanze così  come si presentavano. Tutte le volte che vado alla Clinica Ti vedo, Gesù, in  ogni viso, e questa certezza mi dà l’energia per andare avanti, specialmente in  questo momento in cui il mio amico non sta più fisicamente condividendo il  cammino. Quando mi inginocchio e do un bacio a un malato di Aids, la cui vita è  stata disordinata, non mi fermo davanti al fatto che sia un travestito o che  l’omosessuale abbia al suo fianco il proprio compagno, bensì vedo in ognuno il  Tuo viso, o Gesù! Molti si scandalizzano quando dico queste cose, tuttavia, come  Tu ci hai detto nel capitolo 25 di Matteo, questa è la verità. Come è verità che  anche chi ha violato uno dei miei figli ed è in carcere è il Tuo viso, o Gesù!  Questa è l’unica certezza che mi permette di vivere con letizia la mia vita  quotidiana, una vita completamente dedita a chi è niente o è materiale inutile  per il mondo.

O Gesù, alla fine di quest’anno ti chiedo perdono per i miei peccati.  Chiederti perdono significa abbracciare tutte le persone che hanno sofferto  ingiustizie, hanno conosciuto il dramma della prigione. Che bella la  consolazione che deriva dalla certezza che tutti possono condannarmi e  giustamente (esistono il Paradiso, l’Inferno e il Purgatorio), ma tuttavia Dio  non si dimentica mai dei suoi figli. Ai miei pazienti terminali che non parlano  o parlano solo guaraní, chiedo se sono pentiti dei loro peccati e loro alzano il  pollice a conferma e allora do loro l’assoluzione…

In fondo basta così poco per essere abbracciati dalla infinita Misericordia  di Dio. Auguro a ognuno di voi di sperimentare la bellezza di questa  Misericordia, confessandosi ogni settimana, perché il sacramento della penitenza  è l’unico che può essere ricevuto in ogni momento. Se Dio nella mia vita ha  fatto quello che ha fatto, è stato grazie al mio sì al sacramento della  penitenza. La compagnia stessa, quella compagnia che ci rimanda al Destino, è  impossibile senza vivere intensamente questo sacramento. «In te, Domine,  speravi; non confundar in aeternum».”

…la vita sarà sempre un lamento, uno scaricare sulla realtà o sulle persone la propria rabbia (a meno che…)

Cari amici,

le circostanze, come ci ricorda continuamente don Julián Carrón, sono fattori costitutivi della propria vocazione. Se non riconosciamo esperienzialmente questa verità, la nostra autocoscienza sarà sempre vittima delle nostre emozioni, delle nostre reazioni. Per cui la vita sarà sempre un lamento, uno scaricare sulla realtà o sulle persone la propria rabbia.

In questi mesi non c’è stato un giorno in cui il Mistero non abbia risparmiato nè me, nè quanti mi sono più vicini. E non sempre mettendoci davanti circostanze molto difficili, ma anche banali.

L’altra sera, erano le 22, sono, come ogni notte, andato nella clinica per verificare come stavano i pazienti, se dormivano, se chi era grave stava per morire e per parlare un po’ con le infermiere, che sono quelle che portano il “peso” più duro.
Avevano appena terminato di pulire Gesù. Per cui ho chiesto loro con che sguardo siano state davanti a Lui. Betty, un’infermiera bella e magra, mi consegna un foglio dove scrive: “Caro padre Aldo, questa notte mi sono resa conto di cosa sia la verifica della fede. Ero di turno nel blocco N° 2 della Clinica, dove Gesù è particolarmente triturato dal cancro. Non avevo mai provato nei 7 anni di lavoro nella clinica, tanto ribrezzo nel pulire Maria. Le secrezioni che uscivano da questo corpo, ormai consumato dal cancro, riempivano la stanza con un odore ripugnante. A un certo punto mi ha preso un senso di vomito. Per cui sono andata in bagno, vomitando quello che avevo mangiato. Non sapevo se ritornare da Maria (Gesù) e continuare l’igiene. Dopo un attimo mi son ricordata che quella povera donna è Gesù che soffre, per cui sono andata da lei per terminare la sua pulizia. E l’ho fatto con tanto amore, vedendo Gesù che soffriva, non tanto per il cancro, ma per la puzza che neanche lei sopportava. Ho chiesto perdono per la mia prima reazione di nausea e vomito. E questa situazione la vivono anche le mie compagne di turno. Se non ci fosse il Santissimo esposto nell’Eucaristia, sarebbe per noi impossibile avere cura di questo Gesù, con il corpo in cui sono già visibili i segni della putrefazione. Per di più viviamo un grande dolore quando i malati stessi ci dicono di non sopportare l’odore che emana il proprio corpo. Guardando Maria (Gesù) mi chiedo: “come può un essere umano, così perfetto fisicamente, giungere alla decomposizione essendo ancora vivo? Non mi è facile questo compito e se Cristo non fosse la ragione della mia vita, me ne andrei. Però offro tutto sapendo che il paziente è Gesù, per cui continuo a lottare”.

Poi ci sono anche situazioni più semplici, come il mettere ogni mattino i fiori freschi sul comodino di ogni ammalato o lo stare seduto al fianco del moribondo accompagnandolo a morire. Spesso vedo arrivare già a notte fonda la direttrice medica o l’infettivologa. Chiedo loro il perché. E la risposta è molto semplice; “vengo a vedere come stanno i miei figli”. L’amore della specialista in AIDS, Cristina, è per me una provocazione continua a guardare in faccia Gesù. Amici, realmente Gesù mi ha fatto un dono grande nel creare questa clinica, in cui la morte è vinta dalla vita, cioè da Gesù. Il dolore è grande ma Gesù lo è infinitamente di più.

P. Aldo