«La scelta preferenziale del Vangelo – lo ricordino i troppo zelanti – è per gli ultimi non per i primi ministri…».

Già ero nauseata dal presuntuoso egocentrico di turno che però attira ascolti (ma gli italiani poi capiscono  quando vengono presi per i fondelli)  – oltre che prendere i nostri soldi che volentieri avrei devoluto in beneficenza a chi volevo io (non ho bisogno di delegare nessuno in questo campo … purtroppo! – e ora mi si dice che occorre pagare l’ICI anche sulle spalle dei poveri che personalmente mi stanno più a cuore, perché li conosco. Non so se sindacati o partiti e altre strutture simili debbano pagare anche loro l’ICI d’ora in poi, né mi interessa più di tanto visto che purtroppo ogni governo ci mette del suo per fare cose sgradevoli e ingiuste, ma ora proprio non ce la faccio più e mi esprimo riportando un passaggio da Tempi nell’articolo: Va bene non fare i furbetti dell’oratorio, ma su Ici e Chiesa cerchiamo di non passare per fessi:

«Il senso di responsabilità e la prudenza dei vescovi dinanzi all’annuncio di tasse sugli immobili della Chiesa non deve far dimenticare a nessuno che si tratta del denaro dei  poveri. – Lo afferma l’onorevole Renato Farina (Pdl). Questa osservazione che valeva ai tempi delle vacche grasse, è tanto più preziosa ora che a tante famiglie manca tutto. La scelta preferenziale del Vangelo – lo ricordino i troppo zelanti –  è per gli ultimi non per i primi ministri. Attenti a non cadere nella montilatria…».

 Leggi anche:

Gli strateghi della guerra dell’ICI contro la Chiesa

Chi non conosce la storia è destinato a ripeterne gli errori..

Così recita un proverbio ormai dimenticato. Perché la storia è anche memoria di quel che siamo stati e quel che possiamo essere.
Per questo mi ha colpito il post di qualche giorno fa del mio amico diavolaccio, Berlicche, che rilancio molto volentieri nell’intento di recuperare un pezzo di verità storica e di attualità:

150: Far cassa

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La situazione finanziaria dello Stato è spaventosa. Il deficit è un abisso incolmabile. Il popolo è esasperato dalle nuove tasse, la crisi economica fa il gioco delle opposizioni. La folla assalta l’abitazione del Presidente del Consiglio. Colpiti sono soprattutto i poveri. Cosa fare allora?
Semplice: abolire gli ordini religiosi, incamerarne le proprietà, tassare il resto dei beni ecclesiastici e smettere di pagare le congrue al clero.

Come forse avrete capito non siamo ai giorni nostri: è il 1853, in quello che è ancora il Regno sabaudo.
Non è un caso che il Piemonte sia in fortissimo deficit. Più di metà del suo bilancio va a coprire le spese di un esercito enorme e sproporzionato. I debiti contratti e che contrarrà per l’avventura della Crimea strozzeranno gli italiani per molti decenni a venire.
Per coprire almeno in parte l’immenso buco il Presidente del Consiglio – Cavour, sì, proprio lui – decide di rivalersi appunto sulla Chiesa.
La famiglia del conte deve in gran parte la sua prosperità proprio dall’avere acquistato a prezzo stracciato le proprietà ecclesiastiche che Napoleone a suo tempo aveva requisito e svenduto per far cassa. Il colpo si può ripetere con quanto ancora rimane: cancellando quella congrua che lo stato si era accollato per sfamare il clero a cui erano stati sottratti i beni dai francesi e sopprimendo le congregazioni incamerandone i beni.

Parte la campagna di stampa; vengono fatte, con gran risonanza, “petizioni pubbliche”; il Governo, prima ancora di esaminare il caso, dà già per cancellate le congrue dal bilancio. L’opinione pubblica viene convinta che sia doveroso, legittimo, atto dovuto espropriare una Chiesa “troppo ricca” di quanto possiede.

Boncompagni, il guardasigilli che ha già sforbiciato in precedenza le congrue, così giustifica il suo operato: “La Chiesa è un grande istituto di beneficienza (…) concetto che meglio corrisponde all’idea del suo fondatore.” La Chiesa “ha sui beni stabili quei diritti che lo Stato trova conveniente concederle“, e quando lo Stato decidesse di assumere su di sé il provvedere ai poveri…i beni ecclesiastici non dovrebbero forse passare anch’essi al Governo?
In Commissione si delibera che una comunità religiosa è un ente morale che non esiste in natura e quindi non si può arrogare la pretesa di possedere dei diritti naturali. Se non esiste in natura, allora è lo Stato che gli permette di esistere: “Lo Stato crea, lo Stato può distruggere quello che ha creato”. Peccato che lo Stato, storicamente, sia l’ultimo arrivato che scambia per concessioni sue le creazioni del popolo cristiano. Che lo scopo sia appunto quello di schiacciare la Chiesa rendendole molto più difficile proseguire la sua opera, più che di fare cassa, risulta evidente quando viene rifiutata la proposta dei vescovi di provvedere loro stessi alla congrua.

E’ interessante leggere quello che dice Solaro della Margherita sugli analoghi provvedimenti fatti in passato dai governi che Cavour plaude come “illuminati”: “Il ministro (…) doveva dirci che i tesori immensi da Arrigo VIII derubati in una somma uguale a 46 milioni di nostre lire di rendita furono dissipati in pochi anni, e sul finir del suo regno l’erario era nella più estrema penuria. Doveva dirci che sotto il regno di Elisabetta undici leggi dovè promulgare il parlamento per sollevare le migliaia di poveri, resi miseri dello spoglio dei beni della Chiesa. Doveva dirci che la Francia ebbe in mercede la dilapidazione delle finanze, la guerra civile, l’universale miseria; avremmo allora meglio apprezzati i rari benefizi che questa legge prepara al paese.

Parole profetiche: la soppressione degli ordini religiosi nel 1855 e la susseguente tassazione dei beni ecclesiastici contribuiranno a creare quella situazione di arretratezza ed estrema povertà che causerà l’emigrazione di tanti nostri concittadini negli anni seguenti.

Una cosa del genere non potrebbe accadere ai giorni nostri. Ormai è chiaro a tutti il principio che il non profit debba essere aiutato e non ostacolato perchè fornisce un servizio inestimabile alla società, servizio che sarebbe ben più costoso e inefficace se fosse fornito direttamente dal governo. Il principio di sussidiarietà: non è lo Stato a provvedere a tutto, ma lo Stato stesso sostiene discretamente coloro che fanno senza sostituirsi ad essi.
Con bene chiari i disastri dello statalismo nessuno sarebbe tanto folle da…non è vero?

 

“L’unica insidia di cui la Chiesa può e deve aver timore è il peccato dei suoi membri”.

 “L’unica insidia di cui la Chiesa può e deve aver timore è il peccato dei suoi membri”.
A tutto l’altro c’è sempre rimedio, perché l’uomo è capace di ragionare e di scoprire in sé risorse insospettate davanti alle difficoltà, di qualunque natura esse siano.
Quanto alla Chiesa l’unico vero grande problema è quello che così chiaramente e con semplicità ha sottolineato Benedetto XVI e Antonio Socci nel suo articolo del 10 dicembre su “Libero” ci aiuta a riflettere sulle recenti polemiche:

DIFENDESSERO LA FEDE IN GESU’ CRISTO (E I DOGMI) CON LA STESSA TENACIA CON CUI SI BATTONO PER ICI E OTTO PER MILLE… 

 La campagna sull’ “Ici della Chiesa” è stata lanciata dai radicali per anticlericalismo, ma gli ecclesiastici hanno dato una risposta così disastrosa che alla fine la Chiesa – oltre a doversi piegare sull’Ici – ne ha ricavato pure un grande danno di immagine e di credibilità.
 Parlavo di faziosità radicale. Scrive Marco Tarquinio, direttore di Avvenire, che la scorsa estate i radicali presentarono un emendamento alla manovra-bis che voleva colpire esclusivamente “gli enti religiosi cattolici”.  
 In modo da negare “soltanto ad essi i benefici stabiliti dalla legge” per le opere “senza fini di lucro. Neanche citati tutti gli altri soggetti (altre religioni, associazioni laiche, patronati, realtà politiche e sindacali)”.(Continua a leggere sul link indicato dal titolo)
 
Prezioso ancora il contributo dell’editorialie di Cultura cattolica:

Vincere la partita
Mi sono spesso posto questa domanda: «Come fare per far sì che le proprie ragioni siano ascoltate, più che i pregiudizi?», e, mentre riflettevo, mi è capitato di leggere su Internet questo articolo che, mi sono detto, fa al caso mio.
«Quanto conta per vincere una partita, uscendo vittoriosi da un match che ci dava scontatamente perdenti? Un esempio ci viene dalla nazionale femminile di calcio giapponese che ieri ha stracciato gli Stati Uniti, dati per favoriti, aggiudicandosi il titolo mondiale. Sian Beilock, docente di psicologia alla University of Chicago, ci illustra, andando oltre ovviamente le dinamiche di gioco, cos’altro può aver influito sul successo della squadra nipponica.
La capacità ed il modo di resistere alla pressione, la tenacia, la voglia di vincere per il loro Paese per riscattare la positività e la vita dopo i tragici eventi che hanno colpito il Giappone lo scorso 11 marzo: il violento terremoto, il conseguente devastante tsunami, la crisi nucleare di Fukushima.
Probabilmente, spiega la Beilock, in quel momento le giocatrici non stavano pensando a se stesse come a delle perdenti, perché era così che le si dipingeva prima del match: per gli Stati Uniti sarebbe stato semplicissimo battere il Giappone, secondo le previsioni. Piuttosto, prosegue la psicologa, pensavano di rappresentare una nazione, di essere lì per guadagnare al loro Paese una vittoria, in un momento difficile, in cui c’era assoluto bisogno di tornare a vincere, realizzando l’impossibile, sconfiggendo qualcosa di più grande: un avversario molto forte dato per favorito. [http://www.iovalgo.com/come-vincere-motivazione-9045.html]».
In questi giorni la vicenda dell’ICI della Chiesa pare avere scatenato una di quelle grosse battaglie mediatiche che rischiano di diventare mentalità comune (come le ricchezze del Vaticano o la pedofilia dei preti…). A questo siamo purtroppo abituati da tempo, soprattutto noi che abbiamo frequenti contatti con i giovani in età scolare. È uno dei tanti réfrain che risuonano negli ambienti laicisti.
E chissà perché, di fronte alle tante affermazioni degli uomini di Chiesa, per quanto in certi campi rispettati ed ascoltati, qui sembra che essi siano come bambini colti in fallo con le mani nella marmellata, le cui giustificazioni non fanno altro che confermare la loro colpevolezza.
Allora ripenso a quanto accaduto a proposito della sentenza che ha dato ragione al Vescovo di Grosseto contro il ricorso dell’UAAR, costituendo un punto giuridico di non ritorno, un riferimento per una «laicità positiva» che riconosca a tutti i soggetti – e quindi anche alla Chiesa – il diritto di parola negli ambienti educativi. La ragione mi pare questa: non abbiamo giocato, col sito CulturaCattolica.it, di rimessa, ma abbiamo saputo, in tempo, comunicare le nostre ragioni prima di ogni possibile intervento riduttivo e/o falsificante (dei vari Repubblica o Corriere della Sera).
Ci chiediamo allora: «Ma se questo metodo è fecondo, perché la Chiesa, i suoi rappresentanti, chi in essa svolge compiti di comunicazione, non agiscono in modo da creare la mentalità, non subendo il ricatto del mondo, ma ponendo con chiarezza le questioni?». Il Papa ci insegna (e lo abbiamo visto in moltissime occasioni, ancorché spinto dalla improvvida azione dei suoi collaboratori [il caso Williamson docet]) che la via migliore è la verità, senza trucchi o furbizie di sorta.
Chissà se riusciremo ad imparare la lezione?
Le calciatrici giapponesi sapevano che dovevano vincere per riscattare il loro paese dalla umiliazione subita con la tragedia dell’11 marzo. Ma noi – cristiani che hanno a cuore la bellezza della verità e l’esperienza gratificante della Chiesa – non abbiamo forse ragioni in più per «realizzare l’impossibile» di una comunicazione che sappia dire a tutti le ragioni di una presenza?
A proposito degli Indignados nostrani a Roma, abbiamo visto con sorpresa e dolore che il 90% dei giovani frequentano l’ora di religione cattolica (e questo sembra non incidere molto sulla loro mentalità), vediamo tante persone che ancora chiedono i sacramenti, al catechismo partecipa la stragrande maggioranza dei giovani (e spesso incontriamo i loro genitori): forse il caso di imparare la lezione dello staretz Giovanni (del Racconto dell’Anticristo di Soloviev) secondo cui: «Grande sovrano! Quello che noi abbiamo di più caro nel cristianesimo è Cristo stesso. Lui Stesso e tutto ciò che viene da Lui, giacché noi sappiamo che in Lui dimora corporalmente tutta la pienezza della Divinità». O di prendere sul serio la recente parola del Papa, secondo cui «l’unica insidia di cui la Chiesa può e deve aver timore è il peccato dei suoi membri», primo tra i quali la perdita della fede e la consapevolezza della presenza di Cristo. O, come ancora ricordava ai membri del Pontificio Consiglio dei Laici: «A volte ci si è adoperati perché la presenza dei cristiani nel sociale, nella politica o nell’economia risultasse più incisiva, e forse non ci si è altrettanto preoccupati della solidità della loro fede, quasi fosse un dato acquisito una volta per tutte. In realtà i cristiani non abitano un pianeta lontano, immune dalle «malattie» del mondo, ma condividono i turbamenti, il disorientamento e le difficoltà del loro tempo. Perciò non meno urgente è riproporre la questione di Dio anche nello stesso tessuto ecclesiale.»

Che cosa abbiamo di più caro?