“La guerra segna sempre il fallimento della pace, è sempre una sconfitta per l’umanità”

Il Papa durante la veglia per la Siria: «Vorrei chiedere al Signore che ogni uomo e donna di buona volontà gridasse con forza: la violenza non è mai la via della pace!»

ANDREA TORNIELLI Per Vatican Insider – La Stampa
CITTÀ DEL VATICANO

«Finisca il rumore delle armi! La guerra segna sempre il fallimento della pace, è sempre una sconfitta per l’umanità». Il Papa durante l'adorazione eucaristicaPapa Francesco ha il volto serio, teso. Ha guidato la prima parte della veglia penitenziale, ha accolto e venerato l’icona della Salus Populi Romani, ha recitato il rosario e prima di iniziare la lunga adorazione eucaristica tiene una meditazione. Davanti a lui, in una piazza San Pietro ormai all’imbrunire, ci sono alcuni ambasciatori, i delegati di altre religioni, politici e uomini delle istituzioni, ma soprattutto tanti semplici fedeli, circa 100mila.

Lo spunto per l’omelia papale è il racconto biblico della Genesi, della creazione: «Dio vide che era cosa buona». Parole, spiega Francesco, dalle quali si comprende che «questo nostro mondo nel cuore e nella mente di Dio è la “casa dell’armonia e della pace”» e che «gli umani, fatti ad immagine e somiglianza di Dio, sono un’unica famiglia, in cui le relazioni sono segnate da una fraternità reale non solo proclamata a parole».  Un mondo in cui «ognuno si sente responsabile dell’altro, del bene dell’altro». «Questa sera, nella riflessione, nel digiuno, nella preghiera, ognuno di noi, tutti pensiamo nel profondo di noi stessi: non è forse questo il mondo che io desidero?».

Ma il mondo in cui viviamo ci sono anche «la violenza, la divisione, lo scontro, la guerra». E questo avviene «quando l’uomo, vertice della creazione, lascia di guardare l’orizzonte della bellezza e della bontà, si chiude nel proprio egoismo. Quando l’uomo pensa solo a sé stesso, ai propri interessi e si pone al centro, quando si lascia affascinare dagli idoli del dominio e del potere, quando si mette al posto di Dio, allora guasta tutte le relazioni, rovina tutto; e apre la porta alla violenza, all’indifferenza, al conflitto».

Anche a noi, dice il Papa, è rivolta la domanda che Dio rivolge a Caino dopo il primo omicidio della storia: «Dov’è Abele tuo fratello?». «È rivolta questa domanda e anche a noi farà bene chiederci: Sono forse io il custode di mio fratello? Sì, tu sei custode di tuo fratello! Essere persona umana significa essere custodi gli uni degli altri! E invece, quando si rompe l’armonia, succede una metamorfosi: il fratello da custodire e da amare diventa l’avversario da combattere, da sopprimere».

«Quanta violenza viene da quel momento, quanti conflitti, quante guerre hanno segnato la nostra storia! Basta vedere la sofferenza di tanti fratelli e sorelle. Questa è la verità: in ogni violenza e in ogni guerra noi facciamo rinascere Caino. Noi tutti! E anche oggi – afferma Francesco – continuiamo questa storia di scontro tra fratelli, anche oggi alziamo la mano contro chi è nostro fratello. Anche oggi ci lasciamo guidare dagli idoli, dall’egoismo, dai nostri interessi; e questo atteggiamento va avanti: abbiamo perfezionato le nostre armi, la nostra coscienza si è addormentata, abbiamo reso più sottili le nostre ragioni per giustificarci. Come se fosse una cosa normale, continuiamo a seminare distruzione, dolore, morte! La violenza, la guerra portano solo morte, parlano di morte! La violenza e la guerra hanno il linguaggio della morte!».

Il no alla guerra, all’intervento armato dalle incalcolabili conseguenze in Siria, ma anche il no all’indifferenza, al voltare lo sguardo dall’altra parte, è evidentemente sottointeso da queste drammatiche parole. «È possibile percorrere un’altra strada?», si domanda il Papa. «Possiamo uscire da questa spirale di dolore e di morte? Possiamo imparare di nuovo a camminare e percorrere le vie della pace? Invocando l’aiuto di Dio, sotto lo sguardo materno della Salus populi romani, Regina della pace, voglio rispondere: Sì, è possibile per tutti! Questa sera vorrei che da ogni parte della terra noi gridassimo: Sì, è possibile per tutti! Anzi vorrei che ognuno di noi, dal più piccolo al più grande, fino a coloro che sono chiamati a governare le nazioni, rispondesse: Sì, lo vogliamo!».

Poi Francesco parla della croce. «Come vorrei che per un momento tutti gli uomini e le donne di buona volontà guardassero alla croce! Lì si può leggere la risposta di Dio: lì, alla violenza non si è risposto con violenza, alla morte non si è risposto con il linguaggio della morte. Nel silenzio della croce tace il fragore delle armi e parla il linguaggio della riconciliazione, del perdono, del dialogo, della pace. Vorrei chiedere al Signore, questa sera, che noi cristiani, i fratelli delle altre religioni, ogni uomo e donna di buona volontà gridasse con forza: la violenza e la guerra non è mai la via della pace!».

Francesco chiede ad ognuno di «guardare nel profondo della propria coscienza» e ascoltare «quella parola che dice: esci dai tuoi interessi che atrofizzano il cuore, supera l’indifferenza verso l’altro che rende insensibile il cuore, vinci le tue ragioni di morte e apriti al dialogo, alla riconciliazione: guarda al dolore del tuo fratello… penso soltanto ai bambini… e non aggiungere altro dolore, ferma la tua mano, ricostruisci l’armonia che si è spezzata; e questo non con lo scontro, ma con l’incontro!».

Omelia del Santo Padre PAPA FRANCESCO

«La guerra è una via senza uscita»

Un’inutile strage era stata definita da un Papa ed ora, tra le urla assordanti di molti non si vuole ascoltare querllo stesso grido che arriva con parole diverse dalla Siria, come ci testimonia Tracce:

20/07/2012 – Di fronte all’escalation della crisi di Damasco, anche il Consiglio delle Conferenze episcopali europee è intervenuto invitando «tutti i cristiani d’Europa a moltiplicare il loro impegno di preghiera per la pace» (da News.va)

  • Profughi siriani in fuga verso i confini.
    Profughi siriani in fuga verso i confini.

«La guerra è una via senza uscita»: è quanto afferma in una dichiarazione il Consiglio delle Conferenze episcopali d’Europa (Ccee) intervenendo sul conflitto in Siria. Nel testo, a firma dei cardinali Péter Erdo e Angelo Bagnasco, rispettivamente presidente e vicepresidente del Ccee, si esprime l’auspicio che «le autorità del Paese, la popolazione e tutti i credenti, di qualunque religione essi siano» possano guardare a Dio e trovare «il cammino che faccia cessare tutte le ostilità, deporre le armi e intraprendere la via del dialogo, della riconciliazione e della pace. Questo conflitto – si sottolinea – non può che portare con sé inevitabilmente lutti, distruzioni e gravi conseguenze per il nobile popolo siriano». «La felicità non può che essere raggiunta insieme, mai nella prevaricazione degli uni contro gli altri». «I prossimi giorni – prosegue la dichiarazione – possono essere decisivi per gli esiti di questa crisi». I vescovi europei esortano quindi «tutti i cristiani d’Europa a moltiplicare il loro impegno di preghiera per la pace in quella regione. La nostra fede ci porta a sperare che sia possibile una soluzione alla crisi, leale e costruttiva, rispettosa degli interessi di ognuno». Ma «è necessario trovare di nuovo lo spazio per un dialogo di pace; non è mai troppo tardi per comprendersi, per negoziare e costruire insieme un futuro comune». La dichiarazione del Ccee quindi conclude: «Siamo certi che, con l’aiuto di Dio, il buon senso può prevalere e recare una convivenza pacifica nella verità, nella giustizia, nell’amore, nella libertà e nel rispetto di tutte le minoranze, in particolare dei cristiani del Paese».
(da News.va)

  • Il testo della dichiarazione Ccee Il testo della dichiarazione Ccee (388,29 KB)

“quando scoppia una guerra la prima vittima è la verità”.

Da Il Sussidiario una riflessione di Robi Ronza

"Saddam vive, a morte Gheddafi", il ribaltone culturale dell'Occidente 

Mano a mano che diventano evidenti da un lato la capacità di resistenza di Gheddafi,  e dall’altro la confusione e l’assenza di obiettivi chiari e condivisi che regnano nel campo delle potenze coalizzate contro di lui, si  rafforza l’ipotesi di far tacere le armi lasciando invece campo aperto alla diplomazia.  Ieri Berlusconi ha lanciato un appello che suona più o meno così: Gheddafi ordini il cessate il fuoco in modo che si possa così aprire una fase di mediazione diplomatica. Assumendo questa posizione Berlusconi ha fatto compiere al nostro Paese un primo passo sulla strada giusta, impresa non facile tenuto conto dell’entità delle pressioni in senso contrario.

Dobbiamo essergliene grati, ma pure augurarci che riesca inoltre a fare l’indispensabile passo successivo: l’appello a che non solo Gheddafi ma anche tutte le altre parti in causa depongano le armi, a padella  Cirenaica.  Soltanto un generale cessate il fuoco (o meglio un armistizio generale, per dirla con un’espressione italiana e non con un calco dall’inglese) può aprire la via alla ricerca di soluzioni diplomatiche.  Non è facile dire a uno “se smetti di sparare trattiamo” senza garantirgli che nessuno continui a sparare contro di lui.

Ciò detto, sulla sostanza della questione non avrei molto da aggiungere a quando scrissi su Il Sussidiario già lo scorso 7 marzo , prima cioè che la Francia desse il via agli attacchi aerei sul territorio libico senza nemmeno attendere che scendesse in campo la coalizione chiamata (sic) “dei volonterosi”. L’intervento armato che allora si paventava è avvenuto, anche se  ad opera della Francia invece che degli Stati Uniti; e si sono puntualmente attuate tutte le sue prevedibili conseguenze, compresa la morte e il ferimento di civili indifesi.

Il vuoto d’iniziativa dell’Italia allo scoppio della  crisi e nelle sue primi fasi è stato riempito da altri nel peggiore dei modi, ma ora sembra che stiamo riguadagnando il tempo perduto, e non si può che compiacersene. Frattanto vale la pena di tentare un’analisi delle debolezze profonde che la gestione della crisi libica ha fatto emergere: delle debolezze l’urgenza di porre rimedio alle quali va anche oltre tale crisi, quale che ne sarà l’esito finale. Secondo un vecchio proverbio inglese, diffusosi nel secolo scorso al tempo delle guerre mondiali, “quando scoppia una guerra la prima vittima è la verità”.

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Ma … è la guerra che vogliamo?

Mi chiedo a cosa stiano pensando certi parlamentari quando decidono della guerra scatenata in Libia e aizzata da chi ha interessi oscuri che non sono certo la difesa degli insorti (altrimenti si dovrebbe intervenire con caccia-bombardieri e risoluzioni ONU per molte altre situazioni e per diffondere la democrazia nella maggior parte del mondo conosciuto che ne è privo).

Io, come italiana, voglio che ci sia pace, una pace realistica e non inventata in un videogioco, come un video gioco sembrano essere le incursioni aeree che hanno come esito cenitinaia di morti. Con il pretesto di difendere la democrazia, si ammazzano tante persone e la nostra Italia viene invasa non tanto da profughi, quanto da clandestini e, per quanto li si voglia accogliere adeguatamente, mi pare davvero difficile per esempio la situazione di Lampedusa.

Insomma non è facile mantenere un equilibrio tra le varie esigenze di tanti popoli che con la globalizzazione fanno sentire le loro giuste istanze e non deve essere lo scontro armato a deciderne il rispetto perché le guerre si sa sempre quando iniziano e non si sa quando finiscono (la sanguinosa storia dell'Occidente a noi ha insegnato che la democrazia è frutto di secoli di guerre e di morti… e chi si affaccia ora alle nuove possibilità della globalizzazione non può pretendere tutto e subito senza lottare per anni come è successo a noi attraverso migliaia di errori e di morti innocenti). E intanto quello che nessuno vuole accade: la morte fisica delle persone e se questo tipo di morte ci minaccia da vicino, come capita a noi, in Italia, ne capiamo di più il dramma; e chi ha il compito di decidere non dovrebbe farlo con i distinguo propagandistici che tanto piacciono a certi parlamentari che credono di salvarsi la faccia giocando al puffo contrario (dal mio canto non ho molta stima per i comportamenti ambigui e strumentali per non perdere la poltrona). C'è un'emergenza nazionale e internazionale e allora i parlamentari dovrebbero fare ciò per cui sono stati eletti: salvaguardare la pace possibile al di là dei giochetti da propaganda elettorale; perché qui c'è in gioco davvero tutto quello che in anni almeno noi in Italia siamo riusciti a conquistare, anche se poco (per alcuni) e sicuramente in pace.

ps: aggiungo le parole e la musica di una canzone che sempre più spesso in questi giorni mi accompagna:
 

La guerra
parole e musica di Claudio Chieffo

Nella mia guerra contro la falsità,
contro l’ingiustizia, contro la povertà,
ho imparato soltanto ad ingannar me stesso,
ho imparato soltanto la viltà.

La mia terra non l’ho difesa mai,
sono fuggito ancora io fuggo sempre sai,
ho imparato soltanto ad ingannar me stesso,
ho imparato soltanto la viltà.

A questo mondo non ci sarà dunque giustizia?
A questo mondo non ci sarà dunque giustizia?

Ho trascinato tutti i pensieri miei
nell’illusione di quello che vorrei,
i nemici di un tempo tornan vincitori:
è una guerra perduta per me.

Nelle mie mani non è rimasto che
terra bruciata, nomi senza perché,
i nemici di un tempo tornan vincitori:
è una guerra perduta per me.

Con le mie mani non potrò mai fare giustizia.
Con le mie mani non potrò mai fare giustizia.

Ora son solo a ricordare che
mi son perduto quando ho creduto in me:
resta solo il rimpianto di un giorno sprecato
e forse l’attesa di Te,
resta solo il rimpianto di un giorno sprecato

e resta l’attesa di Te.

 
 Se volete sentire e vedere il video:
http://www.youtube.com/watch?v=zNREs0pCMSw