Per sperare, occorre essere molto felici

Per sperare occorre essere molto felici…
…Bisogna avere ottenuto, ricevuto,una grande grazia, dice Peguy.
La speranza che la nostra vita quotidiana sia investita in ogni sua piega da Cristo viene dall’essere molto felici. Viene dall’aver ricevuto questa vrande grazia.
Siamo cristiani perchè a un certo momento c’è stato qualcosa di inesprimibile, c’è stata una percezione, un presentimento, un’emozione, c’è stato un accento persuasivo: questa è la grande grazia che abbiamo ottenuto, secondo tutta la discrezione con cui normalmente Dio si muove nella vita dell’uomo, secondo la discrezione con cui la libertà di Dio rispetta la nostra libertà. Ci è stato fatto il dono della fede. Occorre essere molto felici di questo!
La nostra speranza consiste sempre nel fatto che, avendo Egli iniziato, porti sino in fondo la Sua opera in noi.
Soltanto che bisogna lasciarlo entrare per un pertugio, una spaccatura del nostro cuore memore di quel primo incontro e della sua grazia.
Ma come si fa ad avere sempre coscienza di quella Presenza da cui ci aspettiamo quel tutto , quella pienezza presentita nel primo incontro?
Ripetendo gesti di coscienza. E di ricordare questo il più possibile. stando attenti al luogo in cui Cristo stesso ci desta la coscienza.
La prima indicazione per il cammino è dunque ripetere gesti di consapevolezza. Innanzitutto la preghiera, cioè il domandare, il mendicare e il ricordare, il riprendere continua coscienza di quello che si è, una sola cosa con Cristo.
Rendermi cosciente di questo; ricordare questo il più possibile nella giornata. È questa la preghiera.
È così che l’uomo diventa uomo: ripetendo continuamente gesti di consapevolezza.
(liberamente tratto dagli Essrcizi di Rimini)

 

Annunci

A proposito della gioia:”Non ci credete? Invece è cosi'”

Da “La fragilità che è in noi “ di Eugenio Borgna, pag. 24 e ss.:

“La felicità ha il suo contrario nell’infelicità, la gioia non ha contrario, per questo è il più puro dei sentimenti, la pietra di paragone dell’animo. Saper gioire, com’è immensamente diverso dall’essere felici, com’è irrevocabile, sottratto ad ogni pericolo (…)!

Ed è una dimostrazione perché qui avviene la vera prova di forza; qui, nella gioia, si mostra il vero stato, la vera portata del cuore”.

La gioia come immagine del cuore, e il cuore come immagine della gioia: l’una e l’altra così fragili.

(…)la gioia è un’ emozione che nasce in noi solo quando il nostro cuore si sottrae agli avvenimenti di ogni giorno e recupera le sorgenti intatte del nostro aprirci agli altri: nella dedizione e nella solidarietà. La gioia è un’emozione friabile e fragilissima, come la stella del mattino che si intravede un attimo, e poi scompare fra la notte e l’alba.(…) La gioia è un’emozione di indescrivibile leggerezza che ci fa riflettere fino in fondo sul mistero della condizione umana: sulla sua estrema fragilità che resiste nondimeno alle situazioni dolorose della vita, quando nasca, e così è sempre, dal cuore. La gioia è un’emozione impalpabile fuggitiva, e non è facile raggiungerla, trattenerlo. Suscita fra le dita, e tuttavia come coda di cometa continua a vivere in noi, nella nostra memoria e nel nostro cuore.

Ma la gioia testimonia di un’arcana nostalgia di un infinito che non si spegne nemmeno nelle condizioni di straziato dolore e di quotidiana attesa della morte; come sono state quelle vissute da Etty Hillesum a Westerbork, il campo di concentramento olandese nel quale è stata confinata dal 1941 al 1943: nell’attesa (…) di essere mandata a morire ad Auschwitz . (…) La gioia, una gioia di inesprimibile tenerezza, rinasce in Etty Hillesum con parole che non si possono citare se non con il cuore in gola: “Ma cosa credete?, che non veda il filo spinato, non veda il dominio della morte, si’, ma vedo anche uno spicchio di cielo, e questo spicchio di cielo ce l’ho nel cuore, e in questo spicchio di cielo che ho nel cuore io vedo libertà e bellezza. Non ci credete? Invece è così.

La fragilità che è in noi

Perchè non entrare anche noi in questo fiume di gioia?

Dell’esortazione apostolica Evangelii gaudium, n.5:

“Rallegrati” è il saluto dell’angelo a Maria (Lc.1,28 ). La visita di Maria ad Elisabetta fa sì che Giovanni salti di gioia nel grembo di sua madre (Lc 1,41). Nel suo canto Maria proclama:” Il mio spirito esulta in Dio mio Salvatore (Lc 1,47).

Quando Gesù inizia il suo ministero, Giovanni esclama: “Ora questa mia gioia è piena” (Gv 3,29). Gesù stesso “esultò di gioia nello Spirito Santo” (Lc 10,21). Il suo messaggio è fonte di gioia: “Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena” (Gv 15,11).

La nostra gioia Cristiana scaturisce dalla fonte del suo cuore traboccante. Egli promette ai suoi discepoli: “Voi sarete nella tristezza, ma la vostra tristezza cambierà in gioia” (Gv 16,20). E insiste: “Vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno potrà togliervi la vostra gioia” (Gv 16,22). In seguito essi, vedendolo risorto, “gioirono” (Gv 20,20). Il libro degli Atti degli Apostoli narra che nella prima comunità “prendevano cibo con letizia” (2,46). Dove i discepoli passavano “vi fu grande gioia” (8,8),ed essi, in mezzo alla persecuzione “erano pieni di gioia” (13,52). Un eunuco, appena battezzato, pieno di gioia seguire la sua strada”(8,39), e il carceriere “fu pieno di gioia insieme a tutti i suoi per aver creduto in Dio” (16,34).

Perché non entrare anche noi in questo fiume di gioia?

 

 

“faccia da peperoncini all’aceto”?

Simpaticissimo il Papa quando ha detto: Alcune volte questi cristiani malinconici hanno più faccia da peperoncini all’aceto che proprio di gioiosi che hanno una vita bella. Però il discorso è davvero bello e contiene il segreto della vera gioia cristiana. Traggo il contributo da radio Vaticana:

Il Papa: la gioia del cristiano non è l’allegria di un momento, ma un dono di Gesù

“Il cristiano è un uomo e una donna di gioia”: è quanto sottolineato da Papa Francesco nella Messa alla Casa Santa Marta. Il Papa ha affermato che la gioia del cristiano non è l’allegria che viene da motivi congiunturali, ma è un dono del Signore che riempie dentro. Alla Messa, concelebrata dall’arcivescovo di Mérida, Baltazar Enrique Porras Cardozo, e dall’abate primate dei benedettini Notker Wolf, ha preso parte un gruppo di dipendenti della Radio Vaticana accompagnati dal direttore generale, padre Federico Lombardi. Il servizio di Alessandro Gisotti:RealAudioMP3 

Il cristiano sia un testimone della vera gioia, quella che dà Gesù. E’ quanto affermato da Papa Francesco che, nella sua omelia, ha messo l’accento sull’atteggiamento gioioso dei discepoli, tra l’Ascensione e la Pentecoste:

“Il cristiano è un uomo e una donna di gioia. Questo ci insegna Gesù, ci insegna la Chiesa, in questo tempo in maniera speciale. Che cosa è, questa gioia? E’ l’allegria? No: non è lo stesso. L’allegria è buona, eh?, rallegrarsi è buono. Ma la gioia è di più, è un’altra cosa. E’ una cosa che non viene dai motivi congiunturali, dai motivi del momento: è una cosa più profonda. E’ un dono. L’allegria, se noi vogliamo viverla tutti i momenti, alla fine si trasforma in leggerezza, superficialità, e anche ci porta a quello stato di mancanza di saggezza cristiana, ci fa un po’ scemi, ingenui, no?, tutto è allegria … no. La gioia è un’altra cosa. La gioia è un dono del Signore. Ci riempie da dentro. E’ come una unzione dello Spirito. E questa gioia è nella sicurezza che Gesù è con noi e con il Padre”.

L’uomo gioioso, ha proseguito, è un uomo sicuro. Sicuro che “Gesù è con noi, che Gesù è con il Padre”. Ma questa gioia, si chiede il Papa, possiamo “imbottigliarla un po’, per averla sempre con noi?”:

“No, perché se noi vogliamo avere questa gioia soltanto per noi alla fine si ammala e il nostro cuore diviene un po’ stropicciato, e la nostra faccia non trasmette quella gioia grande ma quella nostalgia, quella malinconia che non è sana. Alcune volte questi cristiani malinconici hanno più faccia da peperoncini all’aceto che proprio di gioiosi che hanno una vita bella. La gioia non può diventare ferma: deve andare. La gioia è una virtù pellegrina. E’ un dono che cammina, che cammina sulla strada della vita, cammina con Gesù: predicare, annunziare Gesù, la gioia, allunga la strada e allarga la strada. E’ proprio una virtù dei grandi, di quei grandi che sono al di sopra delle pochezze, che sono al di sopra di queste piccolezze umane, che non si lasciano coinvolgere in quelle piccole cose interne della comunità, della Chiesa: guardano sempre all’orizzonte”.

La gioia è “pellegrina”, ha ribadito. “Il cristiano canta con la gioia, e cammina, e porta questa gioia”. E’ una virtù del cammino, anzi più che una virtù è un dono:

“E’ il dono che ci porta alla virtù della magnanimità. Il cristiano è magnanimo, non può essere pusillanime: è magnanimo. E proprio la magnanimità è la virtù del respiro, è la virtù di andare sempre avanti, ma con quello spirito pieno dello Spirito Santo. E’ una grazia che dobbiamo chiedere al Signore, la gioia. In questi giorni in modo speciale, perché la Chiesa si invita, la Chiesa ci invita a chiedere la gioia e anche il desiderio: quello che porta avanti la vita del cristiano è il desiderio. Quanto più grande è il tuo desiderio, tanto più grande verrà la gioia. Il cristiano è un uomo, è una donna di desiderio: sempre desiderare di più nella strada della vita. Chiediamo al Signore questa grazia, questo dono dello Spirito: la gioia cristiana. Lontana dalla tristezza, lontana dall’allegria semplice … è un’altra cosa. E’ una grazia da chiedere”.

Oggi, ha poi concluso Papa Francesco, c’è un motivo bello di gioia per la presenza a Roma di Tawadros II, Patriarca di Alessandria. E’ un motivo di gioia, ha sottolineato, “perché è un fratello che viene a trovare la Chiesa di Roma per parlare”, per fare assieme “un pezzo di strada”.

Testo proveniente dalla pagina http://it.radiovaticana.va/news/2013/05/10/il_papa:_la_gioia_del_cristiano_non_%C3%A8_l%E2%80%99allegria_di_un_momento,_ma_u/it1-690729
del sito Radio Vaticana

“L’odio lasci il posto all’amore…”

L’odio lasci il posto all’amore, la menzogna alla verità, la vendetta al perdono, la tristezza alla gioia” 

queste parole dette a Papa Francesco il giorno di Pasquetta hanno fatto il giro del mondo. E sembrano così nuove…eppure son antiche come antico ed eterno è il cuore dell’uomo.

Mi chiedevo chi è che consapevolmente e con piena coscienza – anche tra i non credenti – non dà l’assenso a queste affermazioni così necessarie in questo momento di confusione, amarezza, disinganno, sfiducia totale che caratterizzai nostri giorni.
Mi pareva proprio impossibile che ci fosse qualcuno che considera queste solo pie illusioni.
Perché abbiamo troppo bisogno di uno che ridica con forza queste aspirazioni profonde del nostro cuore: uno che più che maestro sia testimone. E Papa Francesco è il testimone tenero e deciso che il buon Dio ha voluto donarci. Non solo per i cristiani ma per tutti.
Ma se tutti (proprio tutti!) abbiamo questo desiderio inestirpabile nel cuore perché viviamo proprio in modo opposto e scindiamo l’aspirazione bella, buona eterna con il nostro vivere quotidiano fatto di … odio, menzogna,  tristezza, vendetta?
Ho capito in questi giorni che aveva ragione Gesù quando invocava: “Padre, perdonali perché non sanno quello che fanno”
Siamo così immersi nella menzogna che non ci rendiamo nemmeno conto di quante incrostazioni e detriti deve liberarsi il nostro cuore per non confondere per esempio il desiderio di giustizia con il desiderio di vendetta, la naturale antipatia come… “la colpa è sua che è intrattabile” , la tristezza come conseguenza del fatto che le cose non vanno secondo il nostro progetto, ma secondo un progetto molto più misterioso e bello che noi non aspettiamo si realizzi perché abbiamo fretta…
Ma mi fermo qui per ribadire che forse sarebbe utile e proficuo per tutti, non solo per “gli altri”, che meditassimo queste parole che senza imporsi, suscitano lo struggimento che incanta il cuore di tutti gli uomini.

 

“un uomo vi si imbatte e vi sorprende un presentimento nuovo di vita, qualcosa che aumenta la sua possibilità di certezza, di positività, di speranza e di utilità nel vivere e lo muove a seguire”

Il movimento è il dilatarsi di un avvenimento, dell’avvenimento di Cristo. Ma come si dilata tale avvenimento? Qual è, cioè, il fenomeno iniziale, originale, per cui della gente rimane colpita e attratta e si coagula? È una catechesi – quello che noi chiamiamo “Scuola di comunità” -? No, ogni catechesi viene dopo, è strumento di sviluppo di qualcosa che viene prima.
La modalità con cui il movimento – l’avvenimento cristiano – diventa presente è l’imbattersi in una diversità umana, in una realtà umana diversa, che ci colpisce e ci attrae perché – sotterraneamente, confusamente, oppure chiaramente – corrisponde a un’attesa costitutiva del nostro essere, alle esigenze originali del cuore umano.
L’avvenimento di Cristo diventa presente “ora” in un fenomeno di umanità diversa: un uomo vi si imbatte e vi sorprende un presentimento nuovo di vita, qualcosa che aumenta la sua possibilità di certezza, di positività, di speranza e di utilità nel vivere e lo muove a seguire.
Gesù Cristo, quell’uomo di duemila anni fa, si cela, diventa presente, sotto la tenda, sotto l’aspetto di una umanità diversa. L’incontro, l’impatto, è con una umanità diversa, che ci colpisce perché corrisponde alle esigenze strutturali del cuore più di qualsiasi modalità del nostro pensiero o della nostra fantasia: non ce lo aspettavamo, non ce lo saremmo mai sognato, era impossibile, non è reperibile altrove. La diversità umana in cui Cristo diventa presente sta propriamente nella maggior corrispondenza, nell’impensabile e impensata maggiore corrispondenza di questa umanità in cui ci imbattiamo alle esigenze del cuore – alle esigenze della ragione -.
Quest’imbattersi della persona in una diversità umana è qualcosa di semplicissimo, di assolutamente elementare, che viene prima di tutto, di ogni catechesi, riflessione e sviluppo: è qualcosa che non ha bisogno di essere spiegato, ma solo di essere visto, intercettato, che suscita uno stupore, desta una emozione, costituisce un richiamo, muove a seguire, in forza della sua corrispondenza all’attesa strutturale del cuore. «Poiché in realtà – come dice il cardinal Ratzinger – noi possiamo riconoscere solo ciò per cui si dà in noi una corrispondenza» (Il Sabato, 30.1.93). È nella corrispondenza il criterio del vero.
L’imbattersi in una presenza di umanità diversa viene prima non solo all’inizio, ma in ogni momento che segue l’inizio: un anno o vent’anni dopo. Il fenomeno iniziale – l’impatto con una diversità umana, lo stupore che ne nasce – è destinato a essere il fenomeno iniziale e originale di ogni momento dello sviluppo. Perché non vi è alcuno sviluppo se quell’impatto iniziale non si ripete, se l’avvenimento non resta cioè contemporane0.

Come, nell’impatto che sempre si rinnova con una presenza di umanità diversa, la sorpresa, la speranza e il presentimento che ne nascono e muovono a seguire, possono essere educati, “tratti fuori”? Lo strumento principale di questa educazione è ciò che noi chiamiamo “Scuola di comunità”; ed è principale perché sistematico e coerente, e perciò esplicativo e unificante. La “Scuola di comunità” è lo strumento di sviluppo – come coscienza, come affezione e come istigazione mobilitante nell’uso dei rapporti – di quel “qualcosa che viene prima”, dell’esperienza di incontro con una realtà umana diversa.
Nello svolgimento del lavoro implicato dalla “Scuola di comunità”, l’aspetto essenziale è allora il rendersi “ragione” delle parole che si usano. E “ragione” significa: esperienza della corrispondenza tra la realtà in cui ci si impatta e le esigenze strutturali del cuore.
Ma allora l’aspetto innanzitutto importante della “Scuola di comunità” è qualcuno che “insegni”: qualcuno – o alcuni – in cui l’impatto iniziale si rinnovi e si dilati, offrendosi come spunto per il ripetersi in altri della prima sorpresa. Occorre che chi guida la “Scuola di comunità” comunichi una esperienza nella quale si rinnovi lo stupore iniziale e non invece svolga un ruolo o un “compito”. Non può essere comunicazione di un’esperienza quella che parte da una coscienza di se stessi come ruolo, che muove da una visione di sé come padronanza e superiorità, con la pretesa di insegnare. Perché chi insegna è soltanto lo Spirito di Dio: è lo Spirito che dà il primo sussulto e che lo rinnova.
Chi, guidando la “Scuola di comunità”, comunica un’esperienza nella quale riaccade la sorpresa iniziale, svolge questa comunicazione dando ragione delle parole che vengono usate. Dar ragione delle parole che si usano vuol dire infatti comunicare l’esperienza della corrispondenza tra l’avvenimento di una Presenza e quello che il cuore originalmente attende, con la luce e il calore che quelle parole proiettano e offrono. Così la ragione data di ogni parola fa, come dice san Paolo, «passare di luce in luce», introduce alla scoperta sempre più chiara del vero, perché ogni parola usata chiarisce una risposta a un bisogno del cuore che è alla ricerca del proprio destino.

Fino a non molto tempo fa queste erano semplici parole da vivisezionare, capire, imparare.
Ora sono realtà: tamente sconvolgente che uno fatica a credere che la realtà sia così incredibilmente affascinante e che il buon Dio riesca  a far nascere delle presenze così prepotentemente e umilmente imponenti che uno , se chiude un attimo gli occhi, è solo per riaprirli al nuovo stupore. Davvero, incredibilmente, dopo diversi decenni, sto procedendo di stupore in stupore…
E’ difficile da far capire; si può solo invitare a condividere la stessa esperienza: vieni e vedi. E’ davvero una cosa inimmaginabile e mai immaginata prima in queste dimensioni.
Il Cristianesimo sta diventando  così per mela realtà più affascinante e coinvolgente della vita.

“Allora non c’è più niente di futile”

La presenza è proprio una dimensione umana nuova dentro l’ambiente, dentro il mondo nella sua concretezza. Insisto sulla parola ambiente, che molti nel movimento non comprendono e non considerano. La maturità ha, infatti, come condizione oggettiva l’impatto con l’ambiente, altrimenti si potrà avere gente adulta per età, ma gravemente ottusa o come mutilata, come è stato per molti il modo di vivere il cristianesimo in questi ultimi tempi. Questa dimensione nuova ha una punta, un lievito di baldanza: «La giustizia è la fede», «Questa è la vittoria che vince il mondo, la fede» o, come diceva san Paolo: «Sovrabbondo di gioia nelle mie tribolazioni». Il sintomo più bello e grande è l’accendersi della persona di fronte al particolare, alla banalità dell’istante.
Allora non c’è più niente di futile.
Altro che dire: «Se avessi, se non avessi queste cose o queste persone»: saresti tale e quale, perché il problema è un altro. È vivere la fede in una Presenza.
Dobbiamo ricordarci che il movimento è la realtà, l’insieme di queste presenze, non è un lungo elenco di nominativi degli appartenenti alle varie comunità o di iniziative che queste fanno (così la vita si inaridisce); il movimento è l’insieme di queste capacità di presenza e l’unità ne è il risultato. Ma troppo spesso noi contattiamo la gente nei nostri ambienti, ma non la contagiamo, non facciamo passare una vita.

Che desiderio abbiamo di diventare questa presenza?
Certe discussioni su diversità nelle comunità (Cle, Clu, Cll, insediamenti) o sulla propria comunità stessa sono discorsi associativi.
La comunità – e l’unità del movimento – è una determinata condizione umana attaccata dall’esperienza della fede.

C’è un solo mezzo perché si possa essere educati a questa presenza, per essere sostenuti nella fede fino al punto in cui essa finalmente ci fa diventare presenza e testimonianza, non agitati o agitatori in una associazione, ma presenza attraverso cui Cristo dimostra la sua e cambia la nostra, secondo una modalità di cui l’uomo è incapace (perché la struttura di tale presenza è l’unità riconosciuta tra di noi). Questo modo con cui possiamo imparare la presenza è la sequela. Non la impari tu, da solo, ma seguendo e imitando la comunità in cammino.
È stato così con Cristo, perché gli apostoli l’hanno imparato seguendolo; così la fede è arrivata fino a noi attraverso la tradizione, che è la sequela di alcuni che hanno seguito i primi e così via lungo i secoli.

La guida è colui che esprime lo scopo a cui il popolo tende e a cui deve essere educato. Il mezzo con cui la guida si fa sentire è uno solo: la sua vissuta tensione allo scopo. Solo se uno vive la tensione allo scopo a cui guida, a cui vuole guidare gli altri, è serietà seguirlo, altrimenti si può anche andare con l’uno e con l’altro, ma è puro personalismo. Non c’entra affatto la persona, c’entra l’esperienza di Dio che faccio seguendo la sua esperienza. La sequela non è sottoporre domande o chiedere permessi, ma è imparare a vivere assimilando una esperienza più matura, cioè i motivi e i modi di una sensibilità nel vivere.

Dunque l’obbedienza riguarda il cambiamento di sé, mentre noi obbediamo molto di più a una organizzazione; ma l’obbedienza all’organizzazione, se non nasce da questa imitazione che cambia il mio cuore, distrugge la creatività.

Perciò la sequela è un ascolto denso di vita (e noi non sappiamo ascoltare, sentiamo le parole come ripetizioni), immedesimazione con l’esperienza che la parola vuole esprimere.
La conseguenza della vera sequela è che la persona impara sempre più a far da sé, a giudicare, a essere affezionata, a condividere, ad annunciare da sé: non individualisticamente, perché se uno vive la coscienza della propria appartenenza a Cristo, diventa capace di portare la comunione in se stesso. Inoltre la vera sequela rende capaci di intervenire nella vita della comunità non per contestazioni, ma per suggerimenti, per osservazione critica, per inventività. Perciò innanzitutto chi guida una comunità o una diaconia deve interessarsi a questo richiamo e valorizzarlo.

Questa sequela fa capire che io non seguo delle persone o una comunità perché sono quelle persone o quella comunità, ma per l’esperienza di fede cui io desidero sempre più partecipare e immedesimarmi, e che nella sua modalità storica, attraverso incontri che ci hanno chiamati e sollecitati, chiamiamo movimento.

Il movimento è questa esperienza di fede, perciò il movimento è il luogo adeguato della sequela; certo, è attraverso la tale o le tali persone che l’educazione avviene, ma non sono esse il luogo educativo: esso sta nell’oggettività del movimento. Allora c’è un test molto semplice per capire se una persona merita la sequela: se veramente lui segue, se lui per primo vive la sequela al movimento.

Così come il movimento non diventa luogo educativo, se esso stesso non vive la sequela della Chiesa.
Ciò a cui tutti vogliamo mirare è la crescita della nostra persona e il Signore ce ne ha indicato il termine nel capitolo 15 di Giovanni: «Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena», poiché la gioia è il segno dell’umano vero.

Crescere nella fede vuol dire crescere nella possibilità della gioia, liberamente, dentro qualsiasi condizionamento, e crescere nella possibilità della gioia vuol dire realizzare la verità della nostra persona. Ricordiamoci che il Signore ha identificato il suo programma, lo scopo per cui si muoveva e faceva tutto con la parola “beati”, cioè gioiosi.
«Siate pieni di gioia, ve lo ripeto, siate pieni di gioia»: questo può essere un criterio per l’esame di coscienza tutte le sere.

Appunti da una conversazione di Luigi Giussani con un gruppo di adulti Milano, 1977

Sacrificio e gioia

Un'amica scrive di un suo problema e a un certo punto dice:

La notte l'ho trascorsa a ripetere al Signore "Mi fido di te, mi fido di Te, mi fido di Te…" ma la preoccupazione non diminuiva. A un certo punto ho capito che solo la preghiera – come mi ha insegnato Socci nel libro "Caterina"  – poteva sostenere quella difficoltà e soprattutto la preghiera e l'offerta di chi soffre, come ci dice la SdC sul sacrificio. Così mi sono rivolta ad una amica  che sta davvero soffrendo tantissimo e lei mi ha assicurato la sua preghiera. Poi ho chiesto anche ad altri. Ma questa prima richiesta di aiuto mi ha fatto pensare ad alcuni amici della mia comunità che hanno avuto un problema simile al mio e a loro  mi sono rivolta.

Incredibile! il giorno dopo, quell'abbraccio del Signore di cui tanto parliamo senza averlo in fondo veramente sperimentato, ha preso carne nei volti di queste due coppie amiche.
Ieri sono venuti a trovarmi ed è stato incredibilmente un incontro vero! Man mano che riferivo il mio cruccio, mi rendevo conto che in fondo nulla era cambiato rispetto alla posizione originale di "aver fiducia" nel buon Dio, ma questa fiducia era affidata alla condivisione di queste due coppie amiche .
Allora ho incominciato a capire meglio che Dio ci abbraccia attraverso il volto umano degli amici veri (per il Destino), e se  il suo aiuto se non giunge fino a questa familiarità, non può dare gioia.
E questo è il sacrificio in fondo che ci viene chiesto: riconoscere la Sua adorabile Presenza nei volti di coloro che ci aiutano ad arrivare a Lui.
Sono davvero grata al buon Dio perché,attraverso questo fatto, pur non eliminando il problema, mi dà una gioia inspiegabile, mi rafforza e mi rende serena nello star di fronte a questo fatto che richiede anche la mia dedizione, fosse solo quella di continuare a pregare.
A proposito! A un certo punto ho deciso di pregare come Gesù ci ha insegnato e mi sono accorta che nel Padre Nostro (per la prima volta l'ho capito!) ci sono tutte le preghiere e i desideri del nostro cuore… perciò lo dico ora con più gusto e anche l'Ave Maria è la supplica alla Madre di Dio perché preghi con noi.
Il risultato di questa piccola tempesta  è la gioia, cioè la vittoria di Gesù su quella tempesta. E se non ci fosse stata non avrei potuto attraversarla così come mi è stato dato e non saprei cosa significa quello che la SdC ci dice.
Ecco perché sono grata: se non ci fossero queste piccole o grandi tempeste, se non ci fossero le piccole o grandi difficoltà saremmo chiusi nel nostro torpore e non capiremmo come Dio le permetta unicamente perché comprendiamo meglio che solo Lui può farci condividere la Sua vittoria se ci affidiamo a Lui. Ecco perché dal sacrificio vissuto davanti al buon Dio nasce la gioia.

Dolore, gioia, dono

La vita è più dolore che gioia, anche se la gioia spesso riesce a colmare e far dimenticare per poco il dolore. Ma allora, come il dolore sembra eterno, così pure la gioia è esperienza di eternità e di felicità.
L’altro giorno un’amica blogger raccontava delle difficoltà attuali e di come certe parole, frutto di esperienza vissuta, possano consolare e si riferiva ad una pagina del "Candido" di Guareschi riproponenedo un acosa incredibile  e … inverosimile: 
 
In una pagina del Candido ho trovato questa frase "Il dolore è il dono che Dio fa agli uomini", lui lì raccontava della sua esperienza di prigionia dovuta alla politica (oggi, su quella falsariga, non basterebbe galera per chiudere tutti i cornacchioni che straparlano… lui poi era pure in buona fede ma tant’è, così va il mondo), queste parole però me le sento calzare come un guanto e, come un guanto, me ne sento riscaldata… 
Questi mesi sono per la mia famiglia esperienza di un dolore grande, di uno strappo che ti lacera la carne ed io ho fatto mio il proposito di Guareschi nel lager : "Non muoio neanche se mi ammazzano" e cerco di trovare o di essere quel passerotto che spezzerà la durezza della trave d’acciaio… 
Ma come si fa a SAPERE che il dolore non è una crudeltà bensì un dono? è il problema di tutti noi… per me è una evidenza, una di quelle cose che "se non ci passi non puoi capire" dicono…
 
Poi da AnnaVercors ho letto questa lettera di padre Aldo Trento ed è stato più chiaro… io posso vivere il dolore come diceva Guareschi, come dono, solo se per me è certa la bontà di Dio, solo se ne riconosco la Paternità che abbraccia e consola, solo se mi riconosco figlia, solo se riconosco che Lui è "Tu che mi fai". 
E’ il lavoro che ci viene chiesto per tutta la vita, ma per meno di questo vale la pena vivere? 
Io dico di no. 
Il che è sempre bello ed istruttivo… 
 

Come i Cherubini: eternamente gioiosi e giocosi

   Nella sua news letter Sguardo Leale ha proposto questo splendido post che copio molto volentieri perchè anche voi lo vediate!

I bambini Down vanno scomparendo, se ne vedono sempre meno.
Guardiamoli con attenzione e tenerezza, per sfatare i pregiudizi di una mentalità che, in nome di una perfezione di cui noi uomini non siamo capaci, fa fuori i "diversi".
Mamme coraggiose hanno festeggiato la "Festa della mamma" con una iniziativa originale e bellissima: ha pubblicato un fantastico fotoalbum, una carrellata di bimbi Down con le loro mamme.
 
                                                                                                                  [NeQuidNimis] –  [Altre foto]