Una nuova alleanza tra l’uomo e la donna nella catechesi di Papa Francesco

Mi ha molto colpito la catechesi di mercoledì scorso 16 settembre sulla famiglia. Mai ho sentito parlare in questi termini di questo istituto che è alla base di una società sana e ben guidata. Per troppo tempo (ripenso a me, mamma lavoratrice dipendente dello stato di due bambini, uno di sedici e uno di quattro mesi a cui venivano negati realisticamente quasi tutti i diritti di madre) la famiglia è stata trascurata, ignorata, maltrattata. Oggi invece si innalza la voce del Papa a ricordarci che senza famiglia non ci sarebbe società; e una società politicamente a servizio di tutti, soprattutto dei più deboli, è ora solo una vaga nostalgia di un tempo da me mai conosciuto.
Ecco il passaggio interessante e prezioso:
“L’attuale passaggio di civiltà, segnato dagli effetti a lungo termine di una società amministrata da una tecnocrazia economica. La subordinazione dell’etica alla logica del profitto dispone di mezzi ingenti, e di attacco mediatico enorme.
In questo scenario una nuova alleanza dell’uomo e della donna diventa necessaria non solo strategica per l’emancipazione dei popoli dalla colonizzazione del denaro.
Questa alleanza deve ritornare ad orientare l’economia, la politica, la convivenza civile. Essa decide l’abitabilità della terra, la trasmissione del sentimento della vita, i legami della memoria e della speranza”.

Per continuare la lettura e riflessione di questa catechesi andate al link: https://w2.vatican.va/content/francesco/it/audiences/2015/documents/papa-francesco_20150916_udienza-generale.html

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La famiglia di cui hanno bisogno i bambini

Ricevo dal sito Regina Mundi questo bell’augurio e lo metto in comune oggi che è la vigilia della festa della Sacra Famiglia e che la famiglia ha davvero tanto bisogno di incoraggiamento a vivere i disagi che tutti conosciamo:

 Auguri a tutte le famiglie

Non importano le comodità  esteriori:
Gesù è nato in una stalla e  come prima culla ha avuto una mangiatoia,
ma l’amore di Maria e di  Giuseppe
gli ha fatto sentire la  tenerezza e la bellezza di essere amato.
Di questo hanno bisogno i  bambini: dell’amore del padre e della madre.
E’ questo che dà loro  sicurezza e che, nella crescita, permette la scoperta del senso della  vita.
(Benedetto XVI – Angelus  26  dicembre 2011)
Raffaello  Sanzio, Sacra Famiglia con l’agnello, (realizzato con tecnica ad olio su tavola nel 1507 ,  misura 29 x 21 cm. e custodito nel Museo del Prado a  Madrid)
Amare la famiglia significa  saperne stimare i valori e le possibilità,
promuovendoli  sempre.
Amare la famiglia  significa individuare i pericoli ed i mali che la minacciano,
per poterli  superare.
Amare la famiglia  significa adoperarsi per crearle un ambiente
che favorisca il suo  sviluppo.
E, ancora, è forma eminente  di amore ridare alla famiglia cristiana di oggi,
spesso tentata dallo  sconforto e angosciata
per le accresciute  difficoltà,
ragioni di fiducia in se  stessa, nelle proprie ricchezze di natura e di grazia,
nella missione che Dio le  ha affidato.
«Bisogna che le famiglie  del nostro tempo riprendano quota!
Bisogna che seguano  Cristo!»
(Giovanni Paolo PP. II, – Familiaris Consortio)

“se l’unione europea e i suoi stati membri fossero considerati oggi come una famiglia…”

Come sempre, prezioso il suggerimento del nostro grande Papa che ama e conosce anche la musica. Ecco cosa ci riferisce l’Editoriale di ieri de “Il Sussidiario”:

L’Europa secondo Benedetto

venerdì 8 giugno 2012

L'Europa secondo BenedettoFoto: InfoPhoto

Sono tante le suggestioni e le immagini che restano scolpite nel cuore e nella mente dopo la visita del Santo Padre a Milano in occasione dell’incontro mondiale delle famiglie. In tutti i discorsi che Papa Benedetto XVI ha pronunciato a Milano c’è più di un riferimento alla situazione in cui si trova l’Europa. Il grande raduno delle famiglie è già di per sé un evento creato anche nella preoccupazione che desta la crisi della famiglia all’interno dell’Unione europea. Il Pontefice, nel suo discorso tenuto alla Scala dopo il concerto in suo onore, ha regalato all’Unione europea una meravigliosa interpretazione del suo inno ufficiale. Non si è trattato soltanto di un momento in cui ha dato un saggio della sua cultura sconfinata e del suo amore per la musica, ma anche un chiaro messaggio politico diretto a chi governa l’Europa e ai vertici dei suoi Stati membri. Parlando dell’Inno alla Gioia il Papa rivela l’importanza della presenza di Dio in uno dei simboli scelti per rappresentare il popolo europeo nel mondo. E non è il solo, anche la bandiera europea, (sfondo blu con dodici stelle in cerchio) ha infatti origini religiose: le stelle sono quelle dell’Apocalisse al dodicesimo capitolo: «Nel cielo apparve poi un segno grandioso: una Donna vestita di sole con la luna sotto i suoi piedi e sul suo capo una corona di dodici stelle». Benedetto XVI ha così descritto la gioia di Beethoven: “E’ una visione ideale di umanità quella che Beethoven disegna con la sua musica: «la gioia attiva nella fratellanza e nell’amore reciproco, sotto lo sguardo paterno di Dio» (Luigi Della Croce). Non è una gioia propriamente cristiana quella che Beethoven canta, è la gioia, però, della fraterna convivenza dei popoli, della vittoria sull’egoismo, ed è il desiderio che il cammino dell’umanità sia segnato dall’amore, quasi un invito che rivolge a tutti al di là di ogni barriera e convinzione”… “Non abbiamo bisogno di un discorso irreale di un Dio lontano e di una fratellanza non impegnativa. Siamo in cerca del Dio vicino. Cerchiamo una fraternità che, in mezzo alle sofferenze, sostiene l’altro e così aiuta ad andare avanti”.

Questa fraternità per cui ci si sostiene nei momenti difficili, come quello che stanno attraversando le popolazioni vittime del terremoto è anche il cardine su cui è stato costruito quel progetto chiamato Europa unita. E’ chiaro quindi il richiamo del Santo Padre alla situazione in cui versa l’Unione europea, al caos e alle divisioni prodotte dalla crisi. La questione europea verrà risolta soltanto se quell’inno alla Gioia sarà davvero un inno alla fratellanza e alla convivenza civile. E la gioia sarà la gioia di condividere le difficoltà, di mettersi insieme nel nome di un ideale di solidarietà e di amore per il destino di chi ci è accanto attraverso il quale si potranno sorpassare ostacoli di ogni tipo.   PAG. SUCC. >


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“Se la famiglia sta bene, la società sta bene”

Che meraviglia ieri vedere alcuni sprazzi dell’incontro di Benedetto XVI con i cresimendi o con le famiglie, con le loro domande e con la loro incontenibile festa. Un clima completamente diverso da quello che quasi ogni giorno ci propinano i media. Perciò oggi insisto ancora sulla famiglia, prima cellula vitale della società, riportando un articolo che mi è appena giunto, di Alessandro D’Avenia tratto da “La Stampa” di ieri:

Il vero spread è tra Stato e famiglia

(Nella foto mio padre con mio nipote – ©Marta D’Avenia)

Ci sono alcune parole che non appena le nomini ci si schiera, come se fossero la difesa di una certa posizione politica e ideologica. Una di queste parole è famiglia. Se la pronunci, subito sembra che tu debba schierarti tra i favorevoli e i contrari alla famiglia tradizionale. L’argomento famiglia non è un argomento di parte ma è un fatto, un fatto sociale e come tale va trattato. Ed è così sin dai tempi di Aristotele, che vi identificava il nucleo costitutivo della polis.

Il fatto che la famiglia sia la cellula fondamentale di ogni società è evidente. Lo dice chiaro la nostra Costituzione all’art. 29: «La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio. Il matrimonio è ordinato sulla eguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell’unità familiare». Questo lo sanno i sostenitori di nuclei familiari alternativi alla famiglia fondata sul matrimonio, tanto che ne chiedono un riconoscimento parificato, per goderne gli stessi benefici (che poi non ho ancora capito quali siano oggi in Italia). Un dato che ci accomuna tutti è che veniamo da una famiglia, più o meno fortunata, come tutte le famiglie. Senza la mia famiglia io non avrei imparato a rispettare gli altri (cominciando dai miei fratelli e sorelle), non avrei imparato le regole e l’amore per le regole, non avrei scoperto chi sono, limiti e pregi, con la forza che questo conferisce alla mia vita quotidiana.

Non avrei avuto almeno un luogo in cui tornare e nel quale non mi si giudicava o accettava per quello che apparivo, facevo o avevo, ma per quello che ero. Tutto ciò è una risorsa, non dico in sé, ma quanto meno potenziale ed è una risorsa per la società, indipendentemente dalle proprie convinzioni. Sostenere la famiglia è a beneficio di tutta la società, in quanto luogo primario e privilegiato di incontro tra le generazioni. Dove si impara a rispettare e curare gli anziani se non in famiglia? Dove si impara a spendersi per i giovani se non in famiglia? Almeno potenzialmente può essere così e spesso è stato ed è così. Non bastano le famiglie dell’orrore per buttare la famiglia tout court, anche perché ce ne sono altrettante non dell’orrore. Il quadro attuale ci parla però di una famiglia in crisi. Ma non mi sembra che la società stia meglio.

La crisi che stiamo vivendo è soltanto una crisi economica o è la crisi di una politica economica senza un bene comune maturato nelle singole famiglie e allargato poi a tutta la società? Dove si forma un buon cittadino (la scuola da sola non basta) se non in famiglia? Se non comincio dai genitori e dai fratelli perché dovrei rispettare condomini e compagni di classe? Se la famiglia sta bene, la società sta bene. Difficile negarlo. Prendersi cura della famiglia forse è la vera azione di risanamento economico e sociale che serve adesso. Lo dimostrano i dati della recentissima ricerca internazionale sulla «Famiglia risorsa della società», appena pubblicata da il Mulino, che in più di 350 pagine lo rileva con dovizia di dati e ricerche.

In moltissimi Paesi emergono tendenze simili: le relazioni famigliari si indeboliscono, nascono molti più bambini fuori dal matrimonio, i giovani hanno molta più difficoltà a sposarsi, anche quelli che vorrebbero. Ma di fronte a questa novità, comparando i vantaggi dei diversi modi di far famiglia non risulta emergere un nucleo famigliare più produttivo o vantaggioso rispetto a quello sancito dalla nostra Costituzione. Viene allora da chiedersi se la famiglia sia un’istituzione del futuro, più che del passato, ancora da fare più che fatta e già ammuffita. A questo proposito l’art. 31 della Costituzione recita che «La Repubblica agevola con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia e l’adempimento dei compiti relativi, con particolare riguardo alle famiglie numerose.

Protegge la maternità, l’infanzia e la gioventù, favorendo gli istituti necessari a tale scopo»: la Costituzione lo afferma perché i suoi estensori erano consapevoli che la famiglia descritta era ed è quella che produce più capacità sociali, più capitale umano, migliori possibilità di successo nella vita grazie ad un equilibrio personale statisticamente più rilevante rispetto ad altre realtà. Però questo tipo di famiglia si sta restringendo, e così diminuisce la coesione sociale. Nelle città i quartieri diventano più insicuri, perché le famiglie non sono aperte le une alle altre, a differenza di quanto succede nei paesi o in provincia. Sono in aumento tra i giovani: sfiducia, incapacità di affrontare i fallimenti, personalità più vulnerabili o narcisistiche, e per questo poco propense all’impegno e al bene comune. E posso testimoniare in classe, da 12 anni, il progressivo cambiamento.

La famiglia è la realtà che sembra poter relazionare le persone in maniera umana. Il matrimonio non è solo un patto, crea un valore aggiunto nella relazione sociale. Non è un’addizione 1+1, ma un moltiplicatore. Lo sa chiunque venga da una famiglia unita, seppur con tutte le sue imperfezioni. Basti pensare al valore sociale dei nonni e allo scambio tra generazioni, alla ricchezza potenziale di relazioni e apertura verso l’esterno in famiglie con due o più figli, alla capacità di connessione tra il privato e il pubblico. In questo momento però, a causa di una politica da troppo tempo poco attenta alla maggioranza del nostro tessuto sociale, la famiglia è più vittima che artefice, più bersaglio che risorsa. La famiglia è fonte di capitale sociale primario, ma se la famiglia è debole la responsabilità è dello Stato. I governi parlano spesso della famiglia come un rischio o un peso.

E non si tratta di fare la carità alle famiglie, ma di istituire un sistema equo, come accade per esempio nella laicissima Francia, dove avere due o tre figli significa quasi non pagare tasse. L’amore non è solo un bel sentimento, ma una relazione e la famiglia è luogo di relazioni capaci di sprigionare valore aggiunto. Anche se risolveremo lo spread non cureremo la ferita che indebolisce il nostro tessuto sociale. Non basta la ricchezza materiale a fare una società. Occorre ripensare le politiche famigliari, spesso attente soltanto alle situazioni più deboli. Questa però non è politica, ma carità. Non è giustizia sociale, ma elemosina. Solo da una famiglia forte può nascere una società civile forte. E non è questione di ideologie. Il nostro Paese è fatto soprattutto da famiglie così come la Costituzione le disegna, di certo nessuno Stato ci potrà mai costringere a costituire una famiglia così se non lo vogliamo, ma lo Stato va contro sé stesso e la sua Costituzione se non aiuta chi vuole farlo o lo ha già fatto.

La Stampa, 2 giugno 2012

La famiglia: il lavoro e la festa

Sa Il Sussidiario una riflessione di Eugenia Scabini :

Famiglia, così si impara a diventare uomini

Il titolo del VII Incontro Mondiale delle Famiglie suona così “La famiglia: il lavoro e la festa”. I due punti dopo la parola famiglia ci indicano che non si tratta di approfondire tre ambiti PAPA A MILANO/ Famiglia, così si impara a diventare uominiseparati di vita, quanto piuttosto di capire come lavoro e festa facciano parte intrinseca della vita della famiglia. Come viene detto infatti nella catechesi preparatoria, il lavoro e la festa sono modi con cui la famiglia abita lo “spazio” sociale e vive il “tempo” umano.

La semantica del lavoro si radica quindi nel famigliare e a partire da questo possiamo evidenziare alcuni aspetti relativi al tema dell’educazione al senso profondo del lavoro.

Un noto importante studioso della famiglia, Urie Bronfenbrenner, dice in proposito che “la famiglia rende umani gli esseri umani”. La famiglia umanizza ciò che da lei nasce e che in lei trova ospitalità e lo fa attraverso legami affidabili, cioè legami che esprimono le qualità affettive di fiducia e apertura verso l’altro e le qualità etiche di giustizia e lealtà. Queste qualità di base sono la risorsa simbolica della famiglia, che, se coltivate fanno crescere e, se tradite, generano abbandono e violenza.

Per divenire pienamente umani occorre perciò un luogo specifico e questo luogo è la famiglia. La famiglia si pone quindi come il contesto dei primi e insostituibili apprendimenti di umanità che funzioneranno da matrice per tutte le altre relazioni sociali.

James Heckmann, premio Nobel per l’economia nel 2000, sostiene e documenta empiricamente come la famiglia sia insostituibile per la formazione di quelle abilità socio-emotive e cognitive che sono decisive nella costruzione di personalità in grado di generare capitale umano, risorsa principe della società.

Da parte sua, la dottrina sociale della Chiesa frequentemente associa la parola scuola alla famiglia. La famiglia è “scuola di umanità più completa e ricca” si legge nella Gaudium et Spes (n. 52) e “famiglia prima scuola di quelle virtù sociali che sono l’anima della vita dello sviluppo della società stessa” si legge nella Familiaris Consortio (n. 42).

Il binomio famiglia e scuola compare peraltro anche a proposito del lavoro. La cosa è particolarmente interessante visto il tema dell’Incontro Mondiale. Al proposito assai significativa è questa affermazione presente nella Laborem Exercens (n. 10): “la famiglia è al tempo stesso una comunità resa possibile dal lavoro e la prima interna scuola di lavoro per ogni uomo”.

In che senso la famiglia è una scuola di lavoro? PAG. SUCC. >


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La famiglia, il Centro Educativo Edimar e il Sostegno a distanza.

In preparazione all’incontro internazionale delle famiglie con il Papa che avverrà in questi giorni a Milano, AVSI.org pubblica alcune testimonianze belle di condivisione dei bisogni. La prima bisognosa di   aiuto è la famiglia perché – come diceva recentemente un amico – è il più grosso ammortizzatore sociale. Ma da sola difficilmente ce la fa. Alcuni amici volontari di AVSI fanno questa esperienza alla periferia di Brasilia:

È contento Alex: inizierà il corso di football americano cui teneva tanto, come premio per essersi impegnato in questi ultimi anni e aver recuperato le difficoltà che presentava a scrivere e leggere.

A raggiungere questa meta ha contribuito un’equipe specialissima: la famiglia, il Centro Educativo Edimar e il Sostegno a distanza.

Durante i sei anni di affettuoso sostegno da parte dei suoi padrini, Alex ha potuto frequentare l’asilo Nossa Senhora Mae dos Homens prima e il Centro Edimar poi, con i quali AVSI collabora a Samambaia, periferia di Brasilia, Brasile.

Quando iniziò il suo percorso era un bimbo timido, molto intelligente ma con difficoltà di concentrazione che negli anni avevano determinato anche qualche problema di apprendimento.

L’accompagnamento delle educatrici ha risvegliato la curiosità di Alex e la paziente professionalità con cui è stato seguito ha dato ottimi frutti.

Anche la famiglia di Alex si è lasciata coinvolgere in questo rapporto con le educatrici del Centro e con i padrini…a distanza, così che tanti cambiamenti sono stati resi possibili.

Osservare la grande cura che persone estranee alla famiglia dedicavano ad Alex e alle sue sorelle ha fatto sì che i genitori si coinvolgessero sempre più nell’educazione, cercando un confronto con le responsabili del Centro che seguivano ogni giorno i loro figli. E pian piano sono fiorite scelte coraggiose per la propria vita, quali decidere di sposarsi, riaprire i libri (senza lasciare il lavoro!) per arrivare a conquistarsi una borsa di studio per l’Università, aprire un’attività.

Cleyde, la mamma di Alex, racconta:Il nido (del Centro, ndr) mi ha aperto l’orizzonte, perché mai avrei pensato di entrare all’Università. Quando i miei figli sono entrati al nido, avevo fatto solo le elementari, 4 anni qui in Brasile. A poco a poco le ragazze mi hanno incoraggiata a frequentare privatamente una scuola accelerata di recupero e oggi sono all’ Università!”.

Anche Carlos, il padre, si è giocato in prima persona scommettendo sulla propria esperienza e ha aperto un’officina da fabbro.

Durante la sua ultima visita nella residenza di Alex, Patricìa, coordinatrice locale del sostegno a distanza per AVSI a Brasilia, si è sorpresa di vedere il padre aiutare il figlio nel compito di matematica: una scena molto rara in questa realtà.

Il sostegno ad Alex ora volge al termine: la strada che la famiglia ha intrapreso è buona, possono e vogliono contare sulle proprie forze. E il primo passo è proprio accompagnare Alex a football, impegnandosi per tre giorni a settimana a permettergli questa attività, che il centro sportivo del quartiere offre gratuitamente.

Prendere sul serio i propri desideri e accorgersi di quelli dei figli, trovando il tempo e le energie per valorizzarli, è un grandissimo passo.

Il sostegno a distanza permette tante storie così belle, perché quando si scommette sull’educazione e sulla persona, quando si infonde coraggio e speranza, inevitabilmente lo sguardo si alza per volgersi un po’ più in là.

Sostegno a distanza:
un caffé al giorno, due lettere all’anno
e un sorriso per sempre!

Con un piccolo contributo economico (85 centesimi al giorno, 312 euro all’anno) un bambino in condizioni difficili può andare a scuola, ricevere aiuti materiali ed essere accompagnato da un adulto con la sua famiglia nel percorso educativo. E la tua famiglia accoglie un amico lontano.

Scopri il SAD!

Il “divorzio breve” indebolisce la famiglia

Il presidente della Cei lo ha detto nel corso dell’omelia tenuta a Locri. L’antipolitica? “Diseducativa”

Il cardinale Angelo Bagnasco«Se la famiglia è un bene per i suoi membri, lo è anche per la collettività. Per questo la società deve difenderla, sostenerla e promuoverla; e non deve contribuire a renderla fragile in nessun modo, ivi compreso il cosiddetto divorzio breve». A dirlo è stato oggi il presidente della Cei,card. Angelo Bagnasconell’omelia tenuta a Locri dove ha presieduto una concelebrazione eucaristica a conclusione della Settimana della famiglia organizzata dalla Diocesi retta dal vescovo Giuseppe Fiorini Morosini in vista dell’Incontro Mondiale che si terrà a Milano.

Il presidente della Cei si è soffermato anche sul tema della politica: «Ad allontanare sempre più i giovani dalle istituzioni è la cosiddetta antipolitica, aspetto questo negativo e diseducativo. Ci vuole quindi una netta inversione di tendenza».

Poi, è tornato sulla famiglia. «In una cultura del tutto provvisorio – ha proseguito il presule – l’introduzione di istituti che per natura loro consacrano la precarietà affettiva, e a loro volta contribuiscono a diffonderla, non sono un aiuto nè alla stabilità dell’amore, nè alla società stessa. La famiglia non è un aggregato di individui, o un soggetto da ridefinire a seconda delle pressioni di costume; non può essere dichiarata cosa di altri tempi. Essa affonda le proprie radici nella natura stessa dell’umano e quindi nella storia universale: vi troviamo, infatti, il vincolo dell’amore fedele tra un uomo e una donna che si scelgono, con il sigillo della comunità, grazie al quale la famiglia stabilisce un rapporto di reciprocità virtuosa, grembo della generazione dei figli, dono e ricchezza dei genitori come della società stessa».

«La famiglia – ha sostenuto il cardinale Bagnasco – nonostante le difficoltà che conosciamo, continua ad essere in Italia un punto di riferimento fondamentale, nonchè il presidio che regge il tessuto della società. Se la famiglia è solida il Paese sarà solido, se la famiglia è sostenuta con politiche efficaci, il Paese crescerà. C’è un legame inscindibile tra famiglia e società, e sottovalutare questo rapporto significa essere miopi, si mette a rischio l’oggi e il domani: veramente possiamo dire che senza famiglia non esiste futuro».

«In questo orizzonte – ha poi sostenuto – si colloca anche la domenica, giorno del Signore e della Chiesa, ma anche giorno dell’uomo, della famiglia e della società. Per le sue valenze anche antropologiche la domenica non può essere sacrificata a ragioni economiche: per questa strada non si risolve nessun problema pratico, ma si ottiene solo una società più agitata. Si perde in coesione sociale».

Il cardinale Bagnasco ha quindi ringraziato «il Pastore di questa Diocesi di Locri-Gerace, mons. Giuseppe Fiorini Morosini, per il cordiale e fraterno invito, certo che questa Convocazione porterà buoni frutti per questa Chiesa, ma anche per questa meravigliosa Regione che, nonostante ferite antiche e nuove, non cede alla rassegnazione e non rinuncia alla bontà del suo animo e alle nobili energie della sua indole. I Vescovi italiani guardano a questa terra con affetto e vicinanza».

Fuori dai blog, dentro il bisogno della famiglia

Un lettera a Tracce:

15/03/2012 – Manuali e istruzioni su come crescere i figli? Un’ostetrica racconta la sua esperienza. A partire da cosa significa essere genitori con una prospettiva diversa da quella dominante…

  • Vincent Van Gogh, <em>I primi passi</em>, 1890 

A proposito di famiglia: ho letto con interesse l’articolo apparso sul sito di Tracce la scorsa settimana, riguardante i blog sulla maternità e le informazioni divulgate da libri che mostrano le difficoltà che sorgono quando arriva un figlio. Spesso una donna non “ci sta più dentro” perché un figlio sconvolge l’esistenza e costringe a mettere a tema il senso. Non solo nell’accezione di significato ma anche di direzione della vita con i desideri, i bisogni, le domande, le attese. Spesso un figlio reale è diverso dal figlio immaginato, spesso il padre o la madre reali sono diversi dai padri e dalle madri immaginati. Si è genitori di fronte alla presenza di un figlio, non di fronte ad un’ipotesi astratta.

La mentalità dominante si nutre di “madri sull’orlo di una crisi di nervi”, che sognano di cambiare i nuovi ritmi per ricondurre le ore alla misura che avevano prima di quell’evento. Un figlio dà una misura che non è più quella di prima. Spesso dopo il parto, evento di per sé carico di mistero, di sorpresa, di dispendio energetico, si vivono i giorni successivi come se si fosse in una bolla di sonno, allattamento, pannolini e fatica. Il mondo pare rallentare,i ritmi sono dominati da una creatura che domanda accoglienza e mendica accudimento. Cosa c’è di bello in tutto questo? Cosa c’è di attraente in un piccolino con le coliche, che passa il suo tempo a mangiare, digerire, evacuare e piangere? Blog e testi cavalcano l’ipotesi di madri, difficilmente si parla di padri, in preda alla fatica, deluse dalle aspettative di un figlio modello “Cicciobello”, che si adegua immediatamente alla vita degli adulti, che non disturba il rapporto di coppia, che lascia invariate le relazioni. Insomma un accessorio in più in casa per qualche mese, che poi nel tempo dà soddisfazione perché sorride, simpatizza con tutti, sta dove lo metti, passa dalle braccia di tutti senza colpo ferire e si adatterà velocemente alla tata o al nido.

Vorrei raccontare di un’altra esperienza di maternità e di paternità: di un sostegno alla famiglia, in un luogo di Milano in cui lavoro come ostetrica, dopo anni passati in ospedale. Ho scelto di lavorare sul territorio, un po’ in frontiera, perché ho raccolto la sfida educativa. Partendo proprio dall’incontro e dall’accoglienza come fondamenti di una cultura della vita, della gioia dell’attesa e della nascita di un figlio. Lo sguardo di una madre e di un padre su di sé e sul loro bambino cambia se sono guardati da una presenza amorosa che li sostenga nel grande cambiamento. Il luogo in cui lavoro è una casa aperta alle famiglie dove a tema c’è l’io di tutti, con i bisogni, i limiti, gli errori e le gioie dell’attesa, la sorpresa di ciò che gira attorno a un neonato, il sostegno per un allattamento difficile, il riposo per chi ne ha bisogno. Le madri e i padri hanno bisogno di una compagnia attiva per raccontare di sé e condividere le paure e le ansie. Capita che si venga per dormire un paio d’ore, lasciando che il bambino sia accudito da noi ostetriche o da altre mamme. Capita che ci si trovi a mangiare insieme per festeggiare un evento o che si venga a domandare aiuto per un bisogno economico.

Il nostro è il consultorio “La Famiglia” di via Arese 18, a Milano, fondato anni fa come risposta sociale a sostegno della vita dopo l’approvazione della legge 194 sull’interruzione di gravidanza e che ha incarnato il metodo dell’incontro vissuto nell’esperienza di Cl. Con la collaborazione creativa di un’associazione di ostetriche, è presenza attiva e testimonianza di fede all’interno del quartiere e non solo. È la fede semplice di noi che accompagniamo una famiglia sostenendo la sua identità, indipendentemente dalla matrice religiosa o culturale ma certi della nostra identità cristiana, che ci apre a chiunque ci incontri. Accade che si passi il pomeriggio a casa di una madre al ritorno dall’ospedale, che si canti con bimbi di pochi mesi, si massaggi un bambino mentre si raccolgono indumenti per i bisognosi. O che si faccia ginnastica dopo il parto giocando e ballando con i bimbi, che si scoprano i passaggi dello sviluppo neuropsicologico di un bimbo, si vada insieme in piscina con le gravide o con i piccoli di pochi mesi. Noi viviamo dentro i bisogni delle famiglie, coscienti che dietro la necessità concreta di allattare, c’è molto di più: c’è il desiderio di essere felici.

Allora, pur giocando tutte le nostre capacità professionali, ci accorgiamo che non siamo certamente noi, con le nostre indicazioni e i nostri consigli, a rispondere al bisogno di compimento di chi viene da noi. Le esigenze dei padri, delle madri e dei bambini sono per noi un’occasione di andare a fondo del nostro bisogno di compimento e felicità. Spesso siamo spettatrici di piccoli miracoli, famiglie che accolgono creature non previste, giovani adolescenti che vivono la loro maternità con serenità, giovani spose che recuperano una buona relazione con il proprio sposo, padri che ritornano ad occuparsi della famiglia dopo periodi di crisi. Forse non siamo la gente dei blog, non abbiamo scritto libri ma spero di aver testimoniato l’esistenza di uno stile famigliare che grazie alla compagnia e ad un luogo di incontro e accoglienza, può fare la differenza. In un mondo dove fa notizia solo l’esibizione della noia e della fatica, dove si vive sempre nell’ipotesi dell’apparenza e dell’illusione, dove sembra sempre che la vita, la vera vita, sia ovunque tranne che nelle ore passate con un figlio totalmente dipendente che porta con sé, per tutti, una carica dell’altro mondo.

Rosaria Redaelli

La vera patrimoniale colpisce le famiglie

…chi ha sempre blaterato contro il parlamento dei nominati – così dicono – e  si è battuto a favore delle preferenze, e per il fattore famiglia, adesso si spella le mani, o al massimo tace vergognosamente, e se ne guarda bene dal protestare, di fronte a misure che penalizzano fortemente le famiglie, fatte da un governo mai votato da nessuno, ma nominato dal Presidente della Repubblica, neppure lui votato dal popolo direttamente.

Da Stranocristiano:

E’ vero quel che ha scritto Antonio Socci oggi su Libero. Purtroppo.

Leggete tutto, perché il momento è veramente difficile, e mai come adesso bisogna stare con gli occhi bene aperti.

P.S. ho appena sentito parte della conferenza stampa sulle misure del governo Monti.

Quando potremo leggere nel dettaglio i provvedimenti, li commenteremo con più attenzione, ma per ora è bene mettere a fuoco almeno una cosa: la tassa più pesante è quella sulla casa, che va a colpire le famiglie, tutte. E’ questa la vera patrimoniale, la tassa sulla casa di proprietà con la RIVALUTAZIONE DEL 60% DEGLI ESTIMI CATASTALI.

Si sa, l’ottanta per cento degli italiani ha la casa di proprietà, i risparmi delle nostre famiglie vanno tutti lì. E molto spesso la seconda casa non è un bene di lusso, ma piuttosto la casa dei genitori ereditata, magari quella del paese di origine, dove non l’avresti mai comprata ma la tieni perché era dei tuoi.

Colpire la casa significa colpire le famiglie.

Le imprese non sono colpite dalle tasse, per cui i patrimoni della Marcegaglia e di Montezemolo, tanto per capirsi, non saranno tassati, perché i loro beni sono intestati alle loro imprese, che non sono colpite dalla manovra Monti.

Bisogna esserne consapevoli: vorrei proprio sapere dove stanno gli amici che si stracciavano le vesti per il fattore famiglia (quello che costando 16.9 miliardi, non lo poteva fare nessun governo, e quando lo chiedevano sapevano che la risposta poteva essere solo NO. Perché non lo chiedono più, adesso? Forse perché non devono più attaccare Berlusconi?).

Adesso però di proteste non ce ne saranno, vedrete.

Le famiglie pagheranno un prezzo altissimo, ma pazienza. Intanto, tutti questi soldi saranno amministrati da un governo di non eletti, sostenuti innanzitutto da chi ha protestato perché vuole cambiare la legge elettorale e mettere di nuovo le preferenze.

E quindi, chi ha sempre blaterato contro il parlamento dei nominati – così dicono – e  si è battuto a favore delle preferenze, e per il fattore famiglia, adesso si spella le mani, o al massimo tace vergognosamente, e se ne guarda bene dal protestare, di fronte a misure che penalizzano fortemente le famiglie, fatte da un governo mai votato da nessuno, ma nominato dal Presidente della Repubblica, neppure lui votato dal popolo direttamente.

P.P.S. e magari faranno anche l’ultima presa in giro. Magari faranno anche sconti sulle tasse per famiglie numerose. Nel senso che anziché pagare 1000, paghi 998 se hai tanti figli. Così ci sarà anche il solito utile idiota a ringraziare e sottolineare l’attenzione per la famiglia……

P.P.P.S.: con un editoriale a doppia firma, addirittura sulla Voce del Padrone, cioè il Corriere della Sera, oggi si protestava che la manovra aveva troppe tasse. E suggerivano di tagliare, per esempio, qualcosa dagli oltre trenta miliardi (si proprio trenta) di euro all’anno che lo stato dà alle imprese.

P.P.P.P.S.: capisco che non si possono tassare le imprese in un momento di crisi. Ma se a noi ci ammazzano di tasse, poi le imprese a chi vendono i loro prodotti?

P.P.P.P.P.S.: dopo la nausea della “sobrietà”, adesso non se ne può più di sentire “equità”. Ma, dico io, ci voleva un governo di professoroni per aumentare le tasse? Non ne erano capaci tutti, dico io? Bastava solo avere il sostegno della stampa, e del compagno Napolitano. Ma prima non si poteva, c’era Berlusconi. Adesso, invece, con tanta equa sobrietà, l’idea geniale: servono soldi? Giù con le tasse alle famiglie

“L’esperienza della famiglia: una bellezza da riconquistare” (2)

VIDEO/ L’incontro di Julián Carrón a Verona da Il Sussidiario di mercoledì 5 ottobre 2011
Julián Carrón (Foto Imagoeconomica)
Alla Fiera di Verona il 5 ottobre alle 21:00 si è tenuto un incontro con Julián Carrón, presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione sul tema “L’esperienza della famiglia: una bellezza da riconquistare”. Il titolo è lo stesso del Family Happening, una manifestazione che si è svolta per la settimana volta nella città veneta e che è servita come sorta di tappa di avvicinamento all’Incontro mondiale delle famiglie che si terrà a maggio a Milano che vedrà anche la partecipazione di Benedetto XVI.
Quella di Carrón non è stata un’analisi sociologica della famiglia, quanto piuttosto una testimonianza dettata da una preoccupazione antropologica. Nel 2006 ebbe modo di partecipare all’incontro delle famiglie con il Santo Padre a Valencia e nell’occasione evidenziò come la crisi della famiglia non fosse altro che “una conseguenza della crisi antropologica nella quale ci troviamo”. “Gli sposi – aveva spiegato – infatti sono due soggetti umani, un io e un tu, un uomo e una donna, che decidono di camminare insieme verso il destino, verso la felicità. Come impostano il loro rapporto, come lo concepiscono, dipende dall’immagine che ciascuno si fa della propria vita, della realizzazione di sé. Ciò implica una concezione dell’uomo e del suo mistero. Per questo il primo aiuto che si può offrire a quanti vogliono unirsi in matrimonio è l'aiuto a prendere coscienza del mistero del loro essere uomini”.
Tra i principali sostenitori del Family Happening possiamo annoverare Paolo Biasi, presidente della Fondazione Cariverona, Paolo Bedoni, presidente di Cattolica Assicurazioni e Carlo Fratta Pasini, presidente del Consiglio di sorveglianza del Banco popolare e numero uno di Assopopolari, che
in un’intervista a ilsussidiario.net, ha così parlato dell’incontro: “Il titolo sorprende, perché sostituisce il consueto riferimento al valore o ai valori della famiglia con il riferimento alla sua bellezza, e ne indica un modello alto, dove le relazioni familiari possano essere vissute in intensità, pienezza e armonia”.
Con riferimento al ruolo che possono avere le famiglie di fronte alla situazione di crisi che vive il nostro Paese, Fratta Pasini ha spiegato che “relazioni gratuite, bene comune, capacità di rinunciare oggi per costruire un futuro migliore, propensione alla vita come nascita e crescita, solidarietà, giusto ruolo del merito e del bisogno, orizzonte di lungo periodo, superamento dei conflitti generazionali: tutto ciò che è proprio della famiglia sembra oggi necessario e mancante alla nostra comunità politica e sociale”.
Alla pagina seguente trovate il video dell'incontro di Julián Carrón.  
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