È proprio “quasi un nulla” la condizione per iniziare a capire tutto

«È il  di Simone. Il  di Simone è l’aspetto più totalizzante: è senza sponde. Ha soltanto un orizzonte dove sempre sorge, sta per sorgere il sole. Ed è la più tenera espressione che l’uomo possa concepire. È la forma più forte con cui si impone e si confessa la propria necessità di riconoscere l’amore che ci tocca. Io vi augurerei di poter meditare questo, pensando alla situazione di tutte le esistenze che conoscete: tutte le esistenze che conoscete cedono a dire “sì” esclusivamente di fronte alla tenerezza suscitata da una forza amorosa che si propone al cuore dell’io. È proprio “quasi un nulla” la condizione per iniziare a capire tutto». 
 

(Luigi GIUSSANI, L'attrattiva Gesù) 

I fiori di campo dicono il loro sì al sole "primaverile" del 6 gennaio

Perchè ai Magi è apparso?

Perchè ai Magi è apparso?
Non per nulla l’Epifania è sempre stata nella storia della Chiesa la festa missionaria per eccellenza; e non per nulla il Natale era identificato con l’Epifania, cioè il primo manifestarsi del Dio nato tra noi, del Dio-uomo al mondo. 

La vita di Cristo non era sua, era per la missione. La vita di Maria non fu sua, ma per la missione. Quella vita dei pastori che, prima di vederlo, di ricevere l’annuncio, era loro, non fu più loro, ma era missione; anche se rimasero a casa loro con le loro mogli, con i loro figli e con il loro gregge. Il loro messaggio nel loro entourage, il messaggio nel paese dove erano, il messaggio che riferivano, che narravano a se stessi e agli altri, qual era? Quella vita, che per i Magi fu loro fino a quel momento, non divenne più loro.
Pensate, allora, come si capisce bene il brano di san Giovanni di ieri sera, che parla tutto di amore ai fratelli! Dice: «Non turbatevi se il mondo vi odia» , il mondo vi deve per forza odiare; l’odio inteso innanzitutto come l’estraneità totale, perché il vero odio è l’estraneità. Proviamo a immedesimarci con tutta la gente attorno a Maria, con tutta la gente attorno ai Magi, con tutta la gente attorno ai pastori. Come li giudicavano? Impazziti. Come li giudicavano? Strambi. Li sentivano d’un altro mondo, un mondo dissolto, un mondo fantasioso, vano.
Così la nostra vita non è più nostra, ma la nostra vita è missione, è il comunicare ciò che ci è accaduto.
Comunicare ciò che ci è accaduto, rendere perciò comunione la nostra presenza, rendere comunione le presenze in cui ci imbattiamo, rinnovare il miracolo della sua Presenza, rinnovare il suo avvenimento, rinnovare con gli altri l’avvenimento che Egli ha realizzato con noi: con gli altri e con le cose, con tutto.
Come è suggestivo e tremendo nello stesso tempo renderci conto – come raramente facciamo, perché ne abbiamo un’istintiva paura, mentre è proprio lo sforzo di immedesimazione di cui sto parlando che ci dà in un modo copioso la percezione precisa del volto nuovo che è in noi – di come, tanto quanto viviamo queste cose, cerchiamo di vivere queste cose, gli altri ci sentono estranei! Tutti gli altri, quasi tutti gli altri; sto parlando anche di quelli del movimento, di quasi tutti quelli del movimento, per i quali il movimento continuerà a essere (e il cristianesimo continuerà a essere) il fare iniziative o il fare discorsi, oppure una sentimentalità buona di vicinanza, di compagnia, di  fraternità o di aiuto, ma non l’avvenimento nuovo.
Non si sono ancora visti «tendere le braccia per precipitarsi sul suo seno e piangere dirottamente e comprendere tutto». È per questo che non sentono, come l’espressione suprema della propria persona, del sentimento di sé: «Venga il tuo regno», come invece la “delinquente” Sonia: «O Signore, venga il tuo regno».
Questa è la domanda che brucia dalla radice tutta la pula e la paglia, per lasciare solo l’oro della nostra persona; tutta la pula e la paglia dei nostri desideri come nostri, dei nostri progetti come nostri.
Dunque, quello che ci è accaduto è perché la nostra vita sia missione, missione nella carne, missione nella nostra carne: badate che non c’è soluzione di continuità tra il tornio e le mani che lo fanno andare, non c’è soluzione di continuità fra la macchina per scrivere e il cuore e la faccia nostre, perché tutto è corpo dell’uomo!
Missione vuole dire, perciò, rendere presente quello che si è reso Presenza a noi, dove siamo, dovunque siamo. ( LUIGI GIUSSANI) 

Gentile da Fabriano - L' adorazione dei Magi

Dice un'orazione finale della liturgia: «La Tua luce – cioè la Tua gloria, la Tua visibilità, la memoria della Tua visibilità che è il primo aspetto della Tua gloria, e la visibilità del Tuo mistero nel mondo, la Tua Chiesa, il mistero del Tuo Corpo nel mondo -, o Dio, ci guidi in ogni passo della vita e ci doni di penetrare con sguardo puro e cuore libero il mistero di cui ci hai resi partecipi»

Il Mistero, di cui ci ha resi partecipi, cos'è? Cos'è questo avvenimento? È Dio che è entrato nel mondo . per ricapitolare tutto in Se stesso, come diceva san Paolo. Perciò ci doni di ricapitolare in Lui, di penetrare con la fede tutto ciò che facciamo.
Il cuore puro è il cuore non centrato su di sé e il cuore libero è il possesso verginale delle persone e delle cose.
Il nostro rapporto con Dio e, perciò, il nostro rapporto col Dio che si è reso avvenimento, il nostro rapporto con questa Presenza sovranamente nuova e diversa, il nostro rapporto con Cristo è nell'avvenimento, cioè nella circostanza dell'istante, ora, non un minuto prima o un minuto dopo: nell'istante amare l'essere, nell'istante amare il Dio vivente, nell'istante amare Cristo. Il rapporto con Cristo è nell'istante! Dio si è reso avvenimento e «penetrare con sguardo puro e cuore libero» vuol dire vivere l'avvenimento, le circostanze, l'istante, questo punto del tempo e dello spazio contingente, effìmero, passeggero, viverlo nella fede, cioè nel riconoscimento della Presenza: adorare l'istante.( LUIGI GIUSSANI) 

Ringrazio il carissimo amico Gianni M. che mi manda spesso queste perle di saggezza!

Gli occhi di Marcellino


 

Ti auguro di avere gli occhi di Marcellino… e dei dodici Frati! Perchè in fondo i dodici frati hanno gli stessi occhi di Marcellino. Questo film è proprio l'inno alla morale cattolica, che è guardare lasciandosi attrarre. Perchè Marcellino, tra l'altro, faceva tutte le corbellerie: tirava via le mele, eccetera. È come Simone, che ne faceva di tutti i colori, però diceva: 'Signore, ti amo. Tu lo sai che ti amo'. Così Marcellino e i dodici frati (specialmente fra Pappina!).
(…) Marcellino ne faceva di tutti i colori, ma l'ultimo pensiero era guardare a quel che faceva! Guardava Cristo. Allora questo, col tempo, si matura a sentire gli errori, a percepire le direzioni falsi, a scegliere le cose vere, gli aspetti veri, le posizioni vere. … L'accanimento del guardare Cristo vince sull'accanimento del fare quel che si vuole.(Luigi Giussani, Dal temperamento un metodo)
 

[scopro che, prima di me, ha già citato queste righe Graciete!]

La novità in qualcosa che accade ora

«La vita come novità infatti si sperimenta molto più nell'accadimento di qualcosa che si attende che non nella differenza come tale di un presente da un passato.»
 
«Il tempo si fa breve». Non c'è nessuna verità che più di questa  

punga il nostro umano orgoglio, ma anche la nostra sete di vita. E se un  
altro orizzonte non s'aprisse sul breve orizzonte di tutti i nostri giorni,  
grave sarebbe la pesantezza, il peso della vita stessa.  
«Il tempo si fa breve». E come dice il canto: «Troppo perde il tempo 
chi ben non t'ama». Ma chi, tra noi, ben t'ama, o Gesù? Chiunque si  
illudesse: «Non ho peccato», sarebbe un mentitore. Anzi, farebbe mentitore Dio. Perché Dio ha rivelato l'essenza ultima della sua natura  
come misericordia, esprime la sua onnipotenza nel perdono. Non capisce questo Mistero chi fosse facilmente distratto, non attento, a ciò che 
Gesù ci ha fatto e ci fa pervenire attraverso quell'angelo che ci annuncia tutti i giorni la Sua presenza, che si chiama Chiesa, si chiama compagnia nostra – perché la Chiesa è fatta anche della nostra compagnia.  
In tale compagnia, nella vita della Chiesa, davanti al Mistero ultimo di  
misericordia e di perdono che ci conforta, che ci rassicura, che ci fa  
riprendere mille volte al giorno, tutti i giorni, stiamo attenti, alle parole  
forse più note del Vangelo: «Vigilate, state all'erta!». Non siamo  
distratti! Ma perché la nostra compagnia s'è fatta? Perché si sostiene?  
Perché ci tolleriamo reciprocamente, se non per richiamarci a questa 

vigilanza che è la saggezza del vivere, che è la ricchezza del tempo e  

che è scoperta continua del nostro destino, la fortuna del nostro destino? 

( LUIGI GIUSSANI, 1994)

Un amico mi invia questo brano e… con gratitudine riconosco che oggi mi è accaduto qualcosa che conferma queste righe…

Nulla è inutile!

D: che cosa significa che, dentro le circostanze quotidiane, «il compito è partecipare al sacrificio redentore e trionfale di Cristo morto e risorto»
 
Giussani: Qual è l'antropologia cristiana, la concezione cristiana dell'uomo, dell'esistenza? Qual è la concezione dell'esistenza secondo il cristianesimo? Dio è diventato uno di noi, nato da una ragazza di diciassette anni. Dio, il Mistero, è nato dalle viscere di una ragazza semita! Diventa grande, nessuno lo conosce, incomincia a parlare, incomincia a destar sospetti; dopo tre anni viene condannato come un assassino, peggio che un assassino! Dal sacrificio di quell'uomo – che è Dio fatto carne – scatta la possibilità di salvezza per tutti gli uomini. Il mondo incomincia a diventare diverso; è come un seme che penetra la terra e investe tutto: ciò che è rinasce in Lui e per Lui; si compie qualcosa che compie tutto!
Ogni uomo che, per la fede in Lui, seguendo Lui, compie anche il più piccolo gesto di sacrificio, consapevolmente legandolo alla sua morte ingiusta d'uomo giusto, questo piccolo uomo che compie la più piccola opera in raccordo con la sua morte grande diventa un grande uomo – «santo», si dice -, diventa uomo adeguato al suo destino. Perciò non c'è nulla che possa essere inutile nella vita: basta che questo intendimento – espressione del «sì» di Pietro, dello stupore che Lo riconosceva nei primi che gli sono andati dietro -, basta che questo «sì», comunque sia fatto ciò che viene fatto, sia inteso come offerta, connessione col mistero di quell'uomo che è Dio e che è morto per salvare tutti. Anch'io preparando la cucina, levando gli avanzi della mensa, collaboro alla salvezza del mondo. Nulla è inutile! 
( LUIGI GIUSSANI) 

*********
Ricordo che una volta Don Giussani espresse un concetto che cito a memoria. Diceva che ogni giorno gli capitava di vedere la mamma di un disabile accudirlo con tanta tenerezza e tanto amore per tanti anni e che si diceva: "Ecco, se questa donna sapesse il valore di quel che fa, sarebbe una santa"

Discepoli o figli?

Una affermazione di Péguy coglie bene il punto: «Quando l’allievo non fa che ripetere non la stessa risonanza ma un miserabile ricalco del pensiero del maestro; quando l’allievo non è che un allievo, fosse pure il più grande degli allievi, non genererà mai nulla. Un allievo non comincia a creare che quando introduce egli stesso una risonanza nuova (cioè nella misura in cui non è un allievo). Non che non si debba avere un maestro, ma uno deve discendere dall’altro per le vie naturali della figliazione, non per le vie scolastiche della discepolanza».
Questo è il bisogno della nostra compagnia, perché essa sia sorgente di missione in tutto il mondo: non discepolanza, non ripetitività, ma figliolanza. L’introduzione di un’eco e di una risonanza nuova è propria del figlio che ha la natura del padre. Ha la stessa natura, ma è una realtà nuova. Tant’è vero che il figlio può far meglio del padre e il padre può guardare tutto felice il figlio che è diventato più grande di lui. Ma quello che il figlio fa è più grande proprio e solo in quanto realizza di più quello che il padre ha sentito. Perciò, per l’organicità vivente della nostra compagnia, non esiste niente di più contraddittorio che, da un lato, l’affermazione della propria opinione, della propria misura, del proprio modo di sentire e, dall’altro, la ripetitività. È la figliazione che genera: il sangue dell’uno – del padre – passa nel cuore dell’altro – del figlio – e genera una capacità di realizzazione diversa. Così si moltiplica e si dilata il grande Mistero della Sua presenza, affinché tutti Lo vedano dando gloria a Dio.

 

( LUIGI GIUSSANI, 1989)  

Quanti saranno gli aghi di pino?

La formula del centuplo. Senza ritorno.

Senza ritorno. Cioè è un allargare le braccia, come la figura di san Francesco nel libro di padre Gemelli: «Quid animo satis?».
Io ho mio padre, grande, grande, ma non mi basta; e ho figli, ma non mi bastano; e ho la donna, ma non mi basta: «Quid animo satis?». Questa è la formula del centuplo.

 Ma io volevo chiedere perché mi trovo in questa posizione: anche sapendo che, se lascio questa cosa, l'amo cento volte tanto, non è mai questo che mi convince a fare il sacrificio, ma solo per amore a Cristo.

Cristina, ti ringrazio, perché oggi mi hai già dato due prove di come il Signore ti stia manipolando: lasciati «manipolare», perché la strada della felicità è questa, ed è già in questo mondo, cento volte tanto, l'esito. Capisci?
Persuaso che se lascio questa compagnia è per una cosa più grande – che giudico, so che è più grande -, che se io uomo non prendo questa donna è per un motivo d'azione, di comportamento più grande, oggettivamente più grande, comunque non è per questo che riesco a lasciarla, ma per amore a Gesù. Perché Gesù è la vita eterna, è il compimento, è già il compimento. L'eterno è già in questa vita – Evangelium vitae -, l'eterno è già esperienza di questa vita e si chiama Gesù; è Gesù il problema, cioè è Gesù il termine. È questa vita e la vita eterna, nello stesso  tempo. E il centuplo in questa vita… per san Pietro, per san Giovanni o per Andrea, quell'uomo lì era il centuplo quaggiù: era cento volte la loro moglie e i loro figli, cento volte! E, oltre le cento volte, c'era un abisso dentro quella persona: era Lui. Ma questo sacrificio senza ritorno aveva un grande ritorno: si trovavano a pensare alle loro mogli, ai loro figli, ai loro amici con una tenerezza che non avevano mai provato, e che in certe pagine si sente, come la pagina bellissima del centurione e del suo servo: è umano o no il paragone di un signore che abbia un servo che ami come se stesso? Che ama di più che un figlio, perché è più che figlio, fedele a lui più che un figlio, no?
Per capire, comunque, il significato di questa parola «centuplo» bisogna guardare in faccia le nostre esperienze di uomini. È un'esperienza umana quella da cui capisci cos'è il tuo rapporto con Gesù: «Pur vivendo nella carne, io vivo nella fede del figlio di Dio». 
( L. GIUSSANI, VIVENDO NELLA CARNE) 

"Per lasciarci abbracciare non abbiamo bisogno di un’energia particolare…"

Quando ho presentato questo articolo al direttore del mensile cui collaboro mi ha detto che lo trovava molto difficile. Non capuivo. E lui mi ha detto che non riusciva a concepire il sacrificio legato alle cose banali e ripetitive di ogni giorno. Mi ha detto che gli sarebbe piaciuto approfondire.
Mercoledì scorso in occasione di un incontro si è proprio parlato di questo (
il testo sbobinato dell'assemblea è QUI
) e trascrivo un passaggio che mi pare importante:

[intervento] Da quando la Scuola di comunità richiama al valore del sacrificio, mi alzo tutte le mattine dicendomi perché vale la pena e facendo memoria di Cristo. Questo, paradossalemente, mi sono accorta che mi fa fare più fatica che non alzarmi e fare tutto senza pensare; mi costringe, mi fa sentire il mio bisogno in maniera prepotente, un bisogno che spesso non vorrei sentire perché è scomodo per me e per chi mi sta vicino. Dopo un po’ di tempo ho capito finalmente il perché ci è più facile stringere moralisticamente i denti. Fare sacrifici senza pensarci è paradossalmente meno pesante che accettare di fare la fatica per Cristo, perché accettare di farlo per Cristo significa abbandonarmi a Lui. È qui il punto: la paura di abbandonarsi al disegno di un Altro, perché accettare che la vita è Sua significa smascherare l’illusione di avere le redini in mano. Capisco quindi che la mia resistenza al sacrificio è una debolezza di fede, come se non credessi che abbandonandomi e lasciando che la vita sia condotta da Lui sia meglio di quando decido da me e delle mie immagini (che poi sono quelle stereotipate dettate dal mondo). L’ho capito di più leggendo questo pezzo del Gius: «La libertà si trova proprio nel gioco della fatica e della mortificazione. Abbiamo paura della fatica. Tutto il mondo è così, quanto più noi abbiamo paura di questa fatica, di questa mortificazione, tanto più siamo perentori e doveristici nel chiedere agli altri di osservare le nostre parole. L’alternativa a questo impeto della libertà o fatica della mortificazione è l’imposizione doveristica a noi stessi e agli altri, uno sforzo artificioso per superare la paura». Ti chiedo una mano per capire come superare questa paura e resistenza, che non sia in uno sforzo artificioso e moralista, ma in un abbandono.

[Risposta] Tu dici alla fine che desideri superare questa paura e resistenza non con lo sforzo artificioso e moralistico. Che cosa vuol dire questo? Che noi prima riduciamo quello che siamo, e allora l’unica cosa che ci resta è lo sforzo doveristico. Ma è evidente che uno resiste, che ha paura di questo! La questione è che tu e io siamo molto di più di quello a cui noi ci riduciamo; e se uno capisce che il problema non è quello a cui noi ci riduciamo, ma questo desiderio sconfinato che ci troviamo addosso, questa sproporzione, la questione diventa come sia possibile vivere senza il riconoscimento della presenza di Cristo. Se uno capisce che senza di Lui tutto diventa veramente pesante, allora incomincia a intravedere che la vera soluzione a questa nostra tentazione di autonomia è l’abbandonarsi, che l’abbandonarci è quello che più ci conviene: non occorre uno sforzo moralistico, ma lasciarci abbracciare da un Altro. E questo non è un problema di sforzo, ma di libertà, perché per lasciarci abbracciare non abbiamo bisogno di un’energia particolare (che invece servirebbe per non so che razza di sforzo): occorre semplicemente cedere. La questione vera è capire che questo ci conviene, che questo non soltanto non è un sacrificio, che questo è la verità di me più di quello che io riesco a fare.

La densità dell'istante

Da TRACCE:

L' inizio, prima che nel seme, è nella terra, quando tutto è determinato dall'attesa e l'uomo non ha in mano niente, neanche il seme da buttare dentro l'orto, e perciò è alla mercé dell'onnipotenza del Mistero che fa tutte le cose. L'attesa è il luogo di chi ha fame e sete, e stende la mano: attende, tende a ciò che lo fa vivere, a ciò per cui potrà vivere.

Non c'è niente di più refrigerante ed equilibrante la coscienza dell'uomo che l'accorgersi della sua povertà, del suo non possedere nulla. Refrigerante ed equilibrante, perché è la verità, semplicemente la verità. E l'uomo sta nel suo equilibrio e risente, anche in mezzo ai peccati propri, la freschezza della vita solo se sta nella verità, o, per usare un termine dissueto in questi tempi, se vive l'umiltà.

L'inizio del nuovo anno liturgico è totalmente dominato dall'idea della fine. Forse una preghiera dell'Avvento ambrosiano è la più sinteticamente espressiva di quello che vorrei comunicare: Declinant anni nostri et dies ad finem. Quia tempus est, corrigamus nos ad laudem Christi. Lampades sint accensae, quia excelsus Iudex venit iudicare gentes.

Gli anni nostri se ne vanno, declinano verso la fine. Mentre abbiamo ancora del tempo,corrigamus nos - parola difficile da tradurre nella sua forza latina, letteralmente: correggiamoci. Correggiamoci per l'amore di Cristo, reggiamoci insieme, sosteniamoci l'un l'altro; per l'amore di Cristo sosteniamoci, perché la nostra vita sia gloria di Cristo. Le nostre lampade siano accese: siamo vigilanti, non abbiamo a dormire, non siamo distratti o smemorati, perché l'eccelso Giudice, il Giudice supremo - excelsus Iudex - viene a giudicare gli uomini, a giudicare la società.

Dante dice che l'uomo deve seguire il proprio essere, e l'essere proprio di un uomo è la ragione: coscienza di ciò a cui si va, cioè lo scopo dell'azione. Il richiamo della liturgia, all'inizio dell'Avvento, è semplicemente il richiamo ad essere ragionevoli, vale a dire coscienti che in ogni inizio bisogna essere pieni della fine; cosicché sia piena anche la coscienza dei propri passi. 
Ecco il punto: l'inizio dev'essere gravido della fine, perché solo così accende realmente un cammino, altrimenti non è neanche un inizio, è niente. Bene, questo inizio si chiama "istante". Questa è la parola che segna la sezione aurea del tempo, del tempo del vivere: l'istante. Al di fuori di questo termine non esiste niente, niente, vale a dire, esistono soltanto i padiglioni tumidi – direbbe Pascoli in una sua poesia, Il Cieco - dei nostri risentimenti, dei nostri ricordi aridi, infecondi, o dei nostri progetti inconsistenti, dei nostri sogni, perché è nell'istante che tu sei, ed è nell'istante che tu vivi, ed è nell'istante che le cose ci sono, per te. La ponderosità, la forza creativa, la suggestività e l'attrattiva del vivere stanno tutte quante pigiate nell'istante.
L'istante è come l'Avvento, poiché l'istante non è ancora il compimento. E se è già compiuto, perché Cristo è venuto, se l'istante porta nel suo grembo un "già", anche in questo senso è ancora attesa del compimento, o meglio, è attesa che si manifesti ciò che è già avvenuto, e che esso porta nel suo grembo.
La parola più amica dell'istante, perciò, è la parola "Avvento". E il sentimento che domina l'istante e lo fa diventare ricco di pace, carico di vigilanza e produttivo, è proprio l'attesa.
Age quod agis - fa' quello che fai, fa' quello che stai facendo – è la norma suprema dell'agire, non ve n'è di più inevitabile. Ma questa è anche la formula dell'istante. Una vita d'uomo cristianamente affrontata, una vita vissuta nella fede, è donazione dell'istante, amore all'istante, riconoscimento della preziosità dell'istante. 
Non sto parlando dell'istante vuoto o cronologico, ma dell'istante umano: di te che lavi i piatti, o di te che stai accendendo l'auto che non parte per il freddo, o di te che ti senti ribollire entrando a casa e vedendo che tua moglie – o tuo marito – non ha fatto una certa cosa.
La prima coordinata di questa risultante che è l'istante è, dunque, la coscienza della fine, cioè la coscienza del fine, perché la fine è il fine. Il frutto del tempo, infatti, che cosa è? Il compiersi dell'uomo, il realizzarsi dell'uomo, che cosa è? Il frutto della vita è Cristo, perché tutto, tutto quello che stai facendo, non ha che uno scopo: realizzare Cristo. Vale a dire, il Dio dentro la realtà, il Dio attraverso la realtà: Dio, ciò di cui tutta la realtà consiste e nella quale si rivela. «Tutto è vostro, ma voi siete di Cristo» dice san Paolo: tutto ciò che sei e fai appartiene a Cristo. La coscienza di questo, che è memoria di Cristo, genera l'istante.
La seconda coordinata dell'istante è la circostanza, ciò di cui è totalmente segnato, cosicché esso non è più tuo, poiché è tutto determinato, compresa la grande circostanza della tua libertà. Per vivere l'istante devi accoglierlo e abbracciarlo. Abbracciare una cosa che non è tua, affinché sia la tua vita, questa è obbedienza. Nell'istante l'uomo obbedisce a Dio, perciò abbraccia ciò che attende come felicità sua. La stessa cosa che l'istante attende, ciò che desidera, che ama, proprio questo l'uomo deve obbedire: nell'istante l'uomo aderisce a ciò che avverrà.
Non esiste niente di più saggio, di più esaltante, di più grande di questa norma suprema dell'ascesi, o del cammino dell'uomo verso il suo Destino: il vivere l'istante con la coscienza del fine che è Cristo. Tanto che un uomo, per essere se stesso, cioè degno del suo Destino, degno di Dio, degno dell'eternità, non avrebbe bisogno di nient'altro se non dell'istante. L'istante procura, merita, costruisce l'eterno, perché è il punto d'arrivo di tutta la storia. 
Come esercizio impariamo il valore dell'istante, utilizzando queste settimane che ci separano dal Natale! Ma impariamolo anche nelle settimane successive, perché il Natale è l'esempio supremo del valore assoluto dell'istante.
Luigi Giussani


Il sacrificio: esperienza bestiale o interessante?

Se ne parla in modo rivoluzionario e persuasivo in "Si può vivere così" di L. Giussani, e dopo una discussione tra amici ho scritto per un mensile locale quanto segue: 

Il sacrificio.  Non ha oggettivamente nulla di affascinante o di gratificante. Perché la natura umana è fatta per la felicità, è fame di felicità e il sacrificio ci appare come qualcosa che nega questo nostro indomabile desiderio di bene, A meno che… a meno che uno non lo faccia per una persona amata.
Ma poi la persona amata si ammala, muore. E noi non possiamo fare nulla per lei. Ed ecco una nuova sorgente di infelicità. Un sacrificio intollerabile.

Noi abbiamo bisogno di amare qualcuno che non muoia mai. Siamo fatti per l’eternità. Ma la nostra impotenza davanti a questo desiderio di eternità e felicità è destinata a naufragare nella tristezza. Ese ci pensiamo bene la nostra giornata è un susseguirsi di sacrifici che spesso facciamo controvoglia solo perché non ne possiamo fare a meno …. Alzarsi la mattina in una gelida giornata invernale, preparare un bel pranzo, girare in mezzo al traffico caotico a cercare parcheggio…

Si tratta di sacrifici inevitabili che non cambiano se non in peggio il nostro umore. Semplicemente non ne prendiamo coscienza e viviamo quasi per inerzia nell’illusione di soffrire di meno. Ma c’è un momento in cui uno si stanca e allora cerca di evadere distraendosi. Ma è possibile che la vita debba passare da un sacrificio inevitabile e incosciente di sé a una distrazione desiderata altrettanto inconsapevole di sé?

In cosa saremmo diversi dagli animali se continuiamo a vivere dimentichi di noi? Avrebbe allora ragione Pavese quando definiva il sacrificio come  bestiale? Non sarebbe più interessante scoprire che il sacrificio, anche quello di ogni giorno ripetitivo e noioso, può avere un significato positivo?
 
 Non credo che potremmo scoprirlo se Dio stesso non avesse deciso, vista la nostra incapacità e insipienza, di venire tra noi per  insegnarci che l’unica via che porta alla gioia della risurrezione è proprio il sacrificio. Non esiste altra via.

  C’è da chiedersi come mai occorra morire per risorgere, morire nel sacrificio di ogni giorno o nel sacrificio di una grave malattia o sofferenza morale. La risposta che la saggezza della tradizione cristiana ci ha insegnato è che all’origine della nostra umana vicenda c’è un cataclisma spaventoso che allarga la sua ombra su tutta l’umanità di sempre e che definiamo “peccato originale” .
Tale peccato offusca la nostra intelligenza e solo Dio, facendosi uomo come noi, poteva indicarci la via della Risurrezione. Per questo, con un amore assolutamente imprevedibile e imprevisto da tutti coloro che hanno preceduto la Sua incarnazione, ha deciso di farsi nostro compagno di strada.
 
Da allora, dal momento in cui il Dio incarnato è sceso tra noi, il sacrificio ha acquistato un significato ed è diventato interessante per la vita di ciascuno. Perché il peccato originale ha gravemente inficiato la nostra personale vita anche se le sue origini annegano nella  notte dei tempi e le sue conseguenze ci raggiungono con spaventosa e insopportabile quotidianità e, per riscattarlo, occorre uno che sappia e possa espiare totalmente… Ma  l’unico modo per rimediare a questa catastrofe della nostra vita è accogliere la modalità misteriosa con cui Dio ha deciso di sopperire con la Sua incarnazione, crocifissione, morte e risurrezione, e lasciarci accompagnare in un dialogo grato con il Signore della vita nella strada che Lui  ha scelto per noi per la nostra personale salvezza e per quella di tutta l’umanità. Ecco allora che il sacrificio vissuto così in un gesto di offerta e collaborazione alla croce di Cristo diventa interessante e genera letizia anche nel dolore più atroce.
Non sono parole astratte: se si vive il sacrificio di ogni gesto piccolo o grande come riconoscimento che tutto è donato  per un misterioso disegno di risurrezione; se lo si vive senza proteste   o lamentele, ma consapevoli che quella è l’unica strada per arrivare alla risurrezione; se uno ci sta, supplicando che dentro quel dolore Dio si manifesti finalmente e ci renda partecipi della Sua gloria, è inevitabile poi che nel cuore nasca e esploda la gioia. Bisogna solo verificarlo nell’esperienza di tutti i giorni.

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