Per il giorno della memoria

Un bel po’ di anni fa, quando era in corso una campagna contro Hitler e il nazismo, comprensibilmente – e si parlava della disumanità di quella “teoria” che ha fatto ammazzare tanti ebrei, semplicemente perché applicava queste idee; perché il nazismo ha anticipato tutte queste idee: infatti, se il benessere del mondo è nel sangue della razza tedesca, tutto ciò che non può essere assimilato al sangue della razza tedesca deve essere eliminato -, ecco, proprio in quell’epoca apparvero sul Corriere della Sera quattro mezze colonne del fratello di quel romanziere citato prima, Huxley, in cui, dopo aver rivolto un’accusa a Hitler, si diceva: «Bisogna, proprio per evitare gli Hitler e tutte le Auschwitz di questo mondo, che noi troviamo un sistema genetico per far nascere uomini, con cui si eliminino, prima che nascano, tutti i difetti. La genetica, come scienza, può arrivare a questo, e così avremo una razza perfetta». Vale a dire, Huxley, combattendo il signor Hitler, applicava lo stesso identico sistema; soltanto che per Hitler l’ideale discriminante era il sangue della razza tedesca, per Huxley la razza perfetta ottenuta mediante la scienza. La scienza, cioè uno strumento applicato da certi uomini, da certe correnti di pensiero, perché la scienza è anch’essa, come la politica, tutta divisa in correnti. 
Allora, come “pena del contrappasso”, in questo momento di aberrazione suprema, dove l’ideale umano sembra quello di distruggere l’uomo per creare un altro tipo di essere, proprio in questo tempo il sentimento religioso emerge più potente che mai. Mai il senso religioso è stato così animosamente presente, rendendo irrequieto l’uomo di tutte le razze e di tutte le età, mai è stato così vivo come oggi: impreciso, confuso, terribilmente sconcertato, ma mai così potentemente presente nell’animo dell’uomo come oggi. 

Sentimento religioso, senso religioso: ma che cosa intendiamo? Repetita iuvant. Il senso religioso è quella irriducibile caratteristica del cuore umano, della natura ultima dell’uomo, per cui egli non può essere soddisfatto, perfezionato, compiuto, da niente che tu gli dia e gli offra – salvo l’illusione del momento -. L’uomo ha qualcosa per cui non riesce a “quadrare”, non riesce ad essere completo, perché l’uomo è rapporto con qualcosa di infinito: chiamiamolo come vogliamo, la storia delle religioni l’ha chiamato Dio, ma l’uomo è per sua natura rapporto con qualcosa di incommensurabile con sé. Qualunque cosa l’uomo afferri, mentre la stringe, essa gli dice: «Addio!» – osserva il poeta Clemente Rebora, di cui abbiamo commemorato il centenario -, e tanto più quanto più la stringe. È come se questo uomo avesse un destino strano. È per questo che sono diventate di moda le fughe in tutti i rivoli dei tentativi di mistica indiana, orientale, e sorgono sette religiose a centinaia e migliaia: è per questo sentimento proprio del cuore dell’uomo, per questa irrequietezza irrisolvibile, segno di un destino più grande che neanche tutti i progetti delle sue opere; è per questo senso religioso, che si desta proprio mentre l’uomo sta per essere strozzato dal potere (non per cinismo, con metodo cinico, ma per far “star bene”, per far “star meglio” l’umanità!). Proprio in questo momento, l’uomo, sentendosi ribollire il cuore, non sa dove andare a parare , non sa leggere in questa inquietitudine, non sa identificare il contenuto dello scopo, il traguardo a cui viene spinto, a che serve tutto questo.

( Appunti da una conversazione di Luigi Giussani con un gruppo di adulti di Comunione e Liberazione. Cesena, 6 ottobre 1986)

 

Per salvarci dalla «decadenza dell’uomo»: la memoria

«Decadenza dell’uomo» vuole dire che l’uomo si rattrappisce, che l’uomo diventa meschino. E, infatti, quando quello che si guarda o i rapporti che si stabiliscono rispondono esclusivamente alla reazione che è provocata e che si afferma in noi, oppure quando i giudizi o i rapporti nascono dal tentativo – sempre, in fondo in fondo, un po’ isterico – di affermare i propri progetti (nel rapporto con la ragazza o col ragazzo, nella famiglia, nel lavoro, nello studio o nella vita culturale, oppure nella politica), la meschinità significa che uno è come imprigionato, l’orizzonte non è più aperto e il tempo diventa giudice, perché uno si annoia di quello che ha fatto e di quello che fa, non può sostenere niente e niente può durare, anche se al momento può dare un certo gusto. Occorre che il limite della nostra prigionia venga spaccato. E – ecco l’aspetto della liberazione – la nostra prigionia viene spaccata soltanto se il muro si apre ed entra dentro l’infinito. È per questo che Sua Eminenza ha detto: chi rifiuta Dio, o ne perde e ne sminuisce il senso, allora decade. Perché la libertà è come senza confini, e senza confini è il rapporto con Dio. Ma quanta fatica per l’uomo!
Come noi ammiriamo tutti gli sforzi che gli uomini hanno fatto per aderire a Dio, per immaginarselo, per stabilire un rapporto affettivo con Lui e per esprimere esteticamente l’emozione che questo pensiero destava in loro – vale a dire, le varie religioni -! Ma la Madonna l’aveva lì, il Mistero infinito era lì, mentre mangiava e beveva, mentre vegliava e quando si coricava. Che dimensioni diverse per lei avevano tutte queste cose! Non poteva, in qualsiasi momento, dimenticare quel rapporto che la legava a quella creatura, prima che nascesse, dopo che era nato, vedendolo diventare grande. In lei dominava la memoria.
La “memoria”: è questa la grande parola che rinverdisce continuamente e libera continuamente la nostra vita, che altrimenti continuamente sarebbe tentata, cioè sarebbe schiacciata in un limite di prigionia, in un peso. È questa memoria, infatti, che libera dal peso dell’esistenza. Come quando Gesù vide quel funerale tra i campi – come abbiamo ricordato tante volte tra noi – e sentì gridare quella donna, gridare disperata, e allora s’informò, fece un passo in avanti e le disse: «Donna, non piangere!»7, che – come abbiamo notato tante volte – è un controsenso, sembra un controsenso, perché come si fa a dire a una mamma che ha il figlio morto: «Donna, non piangere!»? Ma è la più grande, la più bella espressione di quella tenerezza, cioè di quella passione per l’uomo, senza della quale, senza sentire la quale, senza renderci conto della quale, è impossibile capire il Signore. In questo senso il Signore è venuto per pietà dell’uomo, e l’origine della sua mossa non è quindi una origine, starei per dire, di “religione”, ma di umanità. Questa memoria come rendeva diverse tutte le azioni che la Madonna faceva! Dio tra di noi è diventato una realtà presente. 
Come dobbiamo raccogliere dalla Madonna questo invito che essa ci fa, che la sua figura ci fa? Abbiamo una devozione grande, un’attenzione grande a tutto ciò che ci richiama alla memoria Cristo: dal grande mistero della Chiesa tutta, al mistero vivente e concreto della nostra Chiesa particolare, della nostra parrocchia, della comunità di amici, delle persone della famiglia: sono veramente – dopo l’adorazione a Dio, dopo la gratitudine a Dio – la gratitudine più grande della nostra vita. Quasi un’adorazione deve andare a questa realtà umana in cui la memoria di Cristo, vale a dire in cui il ricordo della Sua presenza ci è richiamato, perché da soli siamo distratti; possiamo anche studiare teologia, ma qui si tratta di un sentimento, di una coscienza, ma una coscienza che investe, tende a investire tutta la nostra affettività, che deve come qualificare un modo con cui guardiamo tutte le cose e quindi il modo con cui trattiamo tutte le cose.
Che grazia, che grazia questo segno della Sua presenza, l’umanità che ci richiama a Lui: dalla Chiesa alla famiglia, all’amico, all’amico personale. Questa è la vera amicizia. Io ho sempre sentito vivamente questo valore che l’icona di Maria richiama alla nostra coscienza, fin da quando ero ancora ragazzetto di ginnasio e, durante i cammini del giovedì, durante le uscite dal seminario – in fila, allora, a tre a tre -, specialmente con due miei compagni, mi sentivo sempre richiamato a queste cose e sognavamo. La gloria di Cristo è più grande e sfonda tutti i limiti dell’immaginazione con cui noi cerchiamo di dargli omaggio, ma ricordarlo, ricordarlo – di qualunque forma il ricordo possa ornarsi -, ricordarlo è, nella nostra vita, il punto in cui la nostra vita si libera: si apre la prigione dell’affezione, la prigione della compagnia, la prigione del lavoro, la prigione della fatica, la prigione di se stessi. 
Ora, questa memoria, proprio perché non è il ricordo del Mistero immaginabile e ineffabile, ma è il ricordo di una umanità presente (il Mistero è diventato un uomo, e 
«Sono con voi – Egli ha detto – tutti i giorni, fino alla fine del mondo»8), si chiama “fede”. Quando ella ha detto: «Fiat», «Sì», ha espresso nel modo più breve, sintetico e grandioso la fede di tutti i tempi.

Appunti dall’intervento di Luigi Giussani durante il pellegrinaggio dei giovani al Santuario di Caravaggio, promosso dalla diocesi di Milano in occasione dell’Anno Mariano. 18 giugno 1988)  calcHeight();

« Termine fisso d’eterno consiglio»:

È il dramma supremo che l’Essere domandi di essere riconosciuto dall’uomo. Questo è il dramma della libertà che deve vivere l’io: l’adesione al fatto che l’io deve essere continuamente esaltato da una rinascita del reale, da una ri-creazione che nella figura della Madonna diventa commossa dall’Infinito. La figura della Madonna è il costituirsi della personalità cristiana.
Il principio fondamentale del cristianesimo è la libertà, che è l’unica traduzione dell’infinitezza dell’uomo. E questa infinitezza si scopre nella finitezza che l’uomo sperimenta.
La libertà dell’uomo è la salvezza dell’uomo. Ora, la salvezza è il Mistero di Dio che si comunica all’uomo. La Madonna ha rispettato totalmente la libertà di Dio, ne ha salvato la libertà; ha obbedito a Dio perché ne ha rispettato la libertà: non vi ha opposto un suo metodo. Qui è la prima rivelazione di Dio.
L’Essere “si coestende” al suo comunicarsi totale, l’Essere arriva a toccare tutto ciò che lo circonda e per cui è stato fatto, ed è proprio nel suo comunicarsi totale che questo (la coestensione) avviene e si realizza, ti raggiunge. Per questo la verginità – «Vergine madre» – coincide con la natura dell’essere reale nella formula della totalità del suo svelarsi. La verginità è l’essere reale. «Vergine madre»: vergine perché eterna. «Nel ventre tuo si raccese l’amore/ per lo cui caldo nell’eterna pace…». Per lo cui caldo: ma chi è quel poeta che usa un termine così concreto? È dalla Verginità eterna che sorge la verginità della maternità. Così «Vergine madre» indica la modalità eterna con cui Dio comunica la Sua natura. Vergine viene prima di madre: vergine è secondo la natura dell’Essere, lo splendore dell’Essere; madre è lo strumento usato dall’Essere per comunicarsi.
Vergine: non esiste nulla di più perentoriamente e definitivamente suscitato da Dio come creatore di tutto – sarà bello andare a leggere i brani dell’Esodo, del Deuteronomio, del Siracide, di Isaia – della verginità. La prima quota del valore di un io, del creato, di qualunque cosa creata, l’assoluto è la verginità. La prima caratteristica in cui l’Essere si comunica è la verginità. È il concetto di purità assoluta, la cui conseguenza di vorticosità assoluta è la maternità. La verginità è materna, è madre del creato. È maternità la verginità. Qui è la consistenza espressa e raggiunta dell’Essere: la perfezione che ha come suo punto luminoso la verginità, il calore della verginità, la ricchezza della maternità.
La Madonna è il metodo a noi necessario per una familiarità con Cristo. Lei è lo strumento che Dio ha usato per entrare nel cuore dell’uomo. E Dante è il più grande poeta della nostra stirpe: egli fa una teologia di Maria come nessuno ha mai fatto. O si sente la prima terzina di Dante crescere in cuore o essa diventa una pietra che schiaccia. Il Mistero dal quale procede, nel quale viene mantenuto e si esaurirà il creato, è la Madonna. «Vergine madre, figlia del tuo Figlio»: questo verso indica il significato totale del creato come accettabile dall’uomo, cioè offerto all’uomo. Così nel grembo di Maria è venuto a galla lo Spirito creatore, l’evidenza dello Spirito.
« Termine fisso d’eterno consiglio»: questa è la parola che definisce la natura delle cose che sono; nella sua definitività è l’espressione della potenza creativa di Dio. Quel “fisso” non rappresenta un blocco della libertà di Maria, perché il termine fisso è un suggerimento che viene dall’Eterno, che conferma l’opera di Dio. Per questo la prima parte dell’inno di Dante è l’esaltazione dell’eterno. È questo che bisogna rinfocolare nell’animo nostro e in quello dei credenti: l’amore a Cristo, a Cristo che è l’eterno consiglio. Tutto appartiene all’eterno. Termine fisso d’eterno consiglio: questo è il disegno ultimo, primo e ultimo del creato. È un eterno consiglio, è una cosa che vibra e che si chiama eternità.
Ragionando sulla lettera del Papa per il ventennale della Fraternità mi si è chiarita la questione: lo Spirito Santo è l’attuarsi provvidenziale del termine ultimo d’eterno consiglio: è il punto fisso definito della creazione dello Spirito, del genio di Dio.
“ Consiglio” è percepire la dimensione infinita, inarrivabile, invincibile dello Spirito Santo. Questo rivela la ragione che giustifica il metodo dell’Incarnazione. Senza questo passaggio la Madre di Cristo non si capirebbe.
All’uomo tutto questo non può apparire se non come supremo metodo della libertà di Dio: la libertà di Dio è l’infinito potere che fissa – stabilisce – nel suo sguardo l’opera dello Spirito: Veni Creator Spiritus, mentes tuorum visita…
Queste cose qui bisogna leggerle anche con umiltà, perché Dio ti destina all’eterno, ti fa eterno, perché ti destina a capire chi tu sia e questo avviene negli spazi infiniti del tempo

( LUIGI GIUSSANI, 2003) 


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Il metodo di una Presenza

Da 30Giorni del gennaio 2003

      Il testo del contributo di Luigi Giussani sull’uso del Catechismo della Chiesa cattolica e del Direttorio generale per la catechesi, in occasione del “Congresso catechistico internazionale”, tenutosi nell'Aula nuova del Sinodo, Città del Vaticano, mercoledì 9 ottobre 2002

     
"Ego sum via, veritas et vita. Le parole di (della) vita, le parole vive non si possono conservare che vive, / Nutrite vive, / Nutrite, portate, scaldate, calde in un cuore vivo. / Per nulla conservate ammuffite in piccole scatole di legno o di cartone. / Come Gesù ha preso, è stato costretto a prendere corpo, a rivestire la carne / per pronunciare queste parole (carnali) e per farle intendere, / Per poterle pronunciare, / Così noi, ugualmente noi, a imitazione di Gesù, / Così noi, che siamo carne, dobbiamo approfittarne, / Approfittare del fatto che siamo carnali per conservarle, per scaldarle, per nutrirle in noi vive e carnali"1.
     Il genio poetico di Péguy ci offre una prospettiva per accostare il rapporto articolato tra catechismo – inteso come libro della fede — e catechesi — intesa come azione ecclesiale complessiva di educazione alla fede —.
      
     1. È decisivo in merito il paragone con la nascita e la diffusione del Vangelo, che non è mai stata la mera proclamazione di un contenuto dottrinale, ma la proposta di una esperienza di vita, all’interno di una comunità umana, la quale certamente ospitava e custodiva con fedeltà tutto il contenuto rivelato, guidata dall’autorità degli apostoli. La felice formula conciliare gestis verbisque intrinsece inter se connexis (Dei Verbum n. 2) è diventata un vero riferimento per vagliare le modalità di trasmissione della divina rivelazione2.
     Perciò sulla scia della Dei Verbum occorre valorizzare l’impostazione metodologica del Direttorio Generale per la Catechesi, quando sostiene che "i discepoli hanno fatto esperienza diretta dei tratti fondamentali della pedagogia di Gesù, indicandoli poi nei Vangeli" (n. 140). A partire dall’incontro con Gesù si sviluppa "un qualificato cammino educativo … [che] da una parte, aiuta la persona ad aprirsi alla dimensione religiosa della vita e, dall’altra, propone a essa il Vangelo in maniera tale che penetri e trasformi i processi di intelligenza, di coscienza, di libertà, di azione, così da fare dell’esistenza un dono di sé sull’esempio di Gesù Cristo" (n. 147). Di conseguenza, si respinge ogni "contrapposizione o artificiale separazione o presunta neutralità fra metodo e contenuto… il metodo è al servizio della rivelazione e conversione" (n. 149).
     Così, quasi a commento di queste preziose indicazioni del Direttorio, possiamo affermare che la Chiesa non è tanto la Verità, quanto il metodo attraverso cui Dio dona la Verità al mondo e che, in questo senso, la Chiesa è la continuazione nella storia della Persona di Cristo3. Il problema che sempre si ripropone alla Chiesa sarà, dunque, quello di vivere il metodo che Cristo ha usato. Questo metodo non si esplicita più attraverso la ricerca di senso propria della religiosità naturale, ma nell’incontro con un uomo, Gesù Cristo, che offre al tentativo religioso dell’uomo la possibilità di realizzarsi compiutamente. Dal giorno dell’incarnazione di Gesù di Nazareth la metodologia religiosa è totalmente capovolta: se prima era ricerca affidata alla genialità e all’iniziativa dell’uomo, ora è innanzitutto questione di obbedienza a un Fatto storicamente percepibile. Presentando dieci anni fa il testo del nuovo Catechismo il cardinale Joseph Ratzinger affermò che "San Paolo ci dice che la fede è un’obbedienza di cuore a quella forma di insegnamento, alla quale siamo stati consegnati"4. Per cui nell’inevitabile ricerca umana del senso esauriente di tutto, l’incontro con Cristo non può essere ricondotto all’esito di uno studio o di una nostra interpretazione, ma esso si presenta come evidenza di una nostra esperienza; l’incontro non è una costruzione intellettuale, non è una teoria, ma un fatto ineludibile.
     Per questa ragione abbiamo accolto con gratitudine commossa e con senso di grande responsabilità le parole che il Santo Padre ci ha indirizzato in occasione del ventennale dell’approvazione pontificia della nostra Fraternità: "L’uomo non smette mai di cercare […]. L’unica risposta che può appagarlo acquietando questa sua ricerca gli viene dall’incontro con Colui che è alla sorgente del suo essere e del suo operare. Il movimento, pertanto, ha voluto e vuole indicare non una strada, ma la strada per arrivare alla soluzione di questo dramma esistenziale. La strada […] è Cristo. Egli è la Via, la Verità e la Vita, che raggiunge la persona nella quotidianità della sua esistenza. La scoperta di questa strada avviene normalmente grazie alla mediazione di altri esseri umani. Segnati mediante il dono della fede dall’incontro con il Redentore, i credenti sono chiamati a diventare eco dell’avvenimento di Cristo, a diventare essi stessi "avvenimento". Il cristianesimo, prima di essere un insieme di dottrine o una regola per la salvezza, è pertanto l’"avvenimento" di un incontro"5.
      
     2. Di fronte alla ripresentazione dell’avvenimento del Vangelo di Gesù Cristo per quello che esso è — così come la Chiesa lo presenta, in particolare nella liturgia e in tutte le altre manifestazioni della sua vita —, l’indicazione educativa che traduce l’obbedienza è quella di seguire. Per comprendere l’annuncio del Vangelo bisogna seguire la realtà umana di Gesù, secondo l’invito persuasivo con cui Egli stesso si rivolge ai suoi discepoli dall’inizio della sua vita pubblica: ""Seguimi!". Egli, alzatosi, lo seguì"6 fino alla fine: "Tu seguimi!"7. Infatti nella dinamica evangelica il comprendere si attua soltanto quando il riconoscimento arriva all’adesione, all’amare la Presenza incontrata. Lo ha ben messo in rilievo il Catechismo quando afferma che "tutta la sostanza della dottrina e dell’insegnamento deve essere orientata alla carità che non avrà mai fine. Infatti sia che si espongano le verità della fede o i motivi della speranza o i doveri dell’attività morale, sempre e in tutto va dato rilievo all’amore di nostro Signore, così da far comprendere che ogni esercizio di perfetta virtù cristiana non può scaturire se non dall’amore, come nell’amore ha d’altronde il suo ultimo fine" (n. 25). È questo il metodo seguito da tutti i grandi evangelizzatori ed educatori nella fede8.
      
     3. La trasmissione della fede in quanto fenomeno educativo può essere strutturata secondo i seguenti fattori:
     a) In primo luogo, una proposizione adeguata del passato, perché senza una adeguata presentazione del passato il presente resta privo di un contesto e sottratto alla ricchezza della realtà. La grande parola che esprime la testimonianza del passato è la parola tradizione;
     b) questa tradizione, tuttavia, resterebbe ignota, se non fosse comunicata dentro un vissuto presente, dentro una realtà che la renda presente e che la viva sottolineando la sua corrispondenza con le esigenze ultime del cuore: esigenze di bellezza, di verità, di bontà, di giustizia, di felicità;
     c) ma c’è un terzo fattore da sottolineare: non si capirebbe il richiamo alla proposizione adeguata del passato e neanche l’esigenza di un vissuto che lo renda presente senza la preoccupazione che tutto questo sia volto a una educazione alla criticità. La nostra è stata sempre un’insistenza su una educazione critica, in grado di mettere la persona nelle condizioni di paragonare la proposta cristiana con il proprio cuore e di dire: "È vero", "Non è vero". Così facendo, con l’aiuto di una compagnia guidata, si assume nel tempo la fisionomia di uomo adulto.
     Possiamo declinare questo itinerario educativo integrale per la persona in alcune direttive pedagogiche: innanzitutto, la necessità di affrontare seriamente e vivere coscientemente la propria umanità; in secondo luogo, la presa di coscienza del fatto che la nostra umanità da sola non riesce a trovare le risposte esaurienti, e che dunque deve vivere tutto a partire dal senso della propria dipendenza da qualcosa che va oltre noi stessi; infine, occorre impegnarsi ad agire secondo l’ipotesi cristiana in tutte le circostanze, così che possa darsi la verifica personale dell’incontro fatto. Quanto più è libera l’esperienza personale tanto più è incisiva, e può quindi diventare una mentalità stabile, vale a dire, operare una efficace trasformazione della ragione e libertà della persona fino all’offerta di sé, in cui tutto l’io si sintetizza di fronte al Tu.
      
     II
      
     All’interno del processo di trasmissione della fede occupa un luogo privilegiato in questi ultimi dieci anni il Catechismo della Chiesa Cattolica.
      
     1. Il Catechismo è un libro della fede, che mette facilmente a disposizione di chiunque una presentazione sintetica e chiara della dottrina cattolica, e offre una risposta alle domande che possono nascere in tanti cristiani rispetto al contenuto rivelato. Risulta, quindi, evidente l’utilità dello strumento per la chiarezza di chi vuole essere fedele alla Chiesa. Da una parte, opera come garanzia di fronte al pericolo sempre latente di interpretazioni particolari dei singoli e, dall’altra, suppone una garanzia anche per la libertà catechetica della Chiesa, di fronte a eventuali imposizioni di atteggiamenti non concordi col Magistero.
     Secondo la pedagogia divina ricordata nel Direttorio, il libro della fede deve essere sempre presentato da un testimone e accompagnato da una esperienza, così da poter cogliere la coincidenza fra contenuto e metodo tipica della rivelazione cristiana. Parafrasando Emmanuel Mounier, questo cammino di fede, spesso iniziato nel rapporto con la propria madre che introduce a Gesù in modo elementare, deve essere percorso attraverso tappe pazienti, i cui tempi non si possono stabilire, piene di gioia per la sicurezza della meta: "È dalla terra, dalla solidità, che deriva necessariamente un parto pieno di gioia […] e il sentimento paziente dell’opera che cresce, delle tappe che si susseguono, aspettate quasi con calma, con sicurezza"9. "Occorre soffrire perché la verità non si cristallizzi in dottrina, ma nasca dalla carne"10. Le verità del catechismo diventano così, attraverso la carne del testimone, non dottrina cristallizzata, ma eco di un avvenimento vivente, di un incontro totalizzante che rende possibile la permanenza incidente del Mistero di Cristo nella storia11.
     Chi rimane fedele ai sacramenti e al dogma, anche attraverso un uso intelligente e affettuoso del Catechismo, custodito dalla memoria, può essere facilitato nel riconoscimento della Realtà vivente espressa dai dogmi attraverso un incontro personale, che avviene secondo tempi e modalità che solo il Signore conosce.
      
     2. Riguardo ai contenuti dottrinali del Catechismo si deve ancora ricordare quanto autorevoli commentatori ebbero a sottolineare ai tempi della sua pubblicazione. La struttura stessa del testo mostra il primato dell’avvenimento della grazia di Cristo, come libera iniziativa divina, dalla quale consegue tutta la vita morale del cristiano, come libera risposta al dono della grazia12. Essendo lo scopo della vita dell’uomo conoscere il Padre, l’unico vero Dio, e Colui che Egli ha mandato, Gesù Cristo13, il Catechismo privilegia un cammino di introduzione alla comunione viva con Lui, come vero nucleo della fede e come inizio di tutta la vita cristiana.
     Oggi, in questo mondo ferito da tante miserie, risulta d’estrema efficacia nella proposta della fede al popolo di Dio la proclamazione dell’inconcepibile misericordia del Padre, che si riflette nel volto del Figlio e ci viene personalmente comunicata dal Suo Spirito. Come Gesù si commosse davanti all’amico Lazzaro e alla vedova di Nain, alla quale disse: "Non piangere!"14 ancor prima di risuscitarle il figlio, il Signore si è chinato su di noi quando eravamo ancora peccatori15 e ci ha chiamati amici, amandoci fino alla fine16 con una sovrabbondanza di vita e di perdono che ha dato inizio alla nostra felicità in questa terra e ci ha aperto per sempre il cammino verso le porte del Paradiso17.    

“Siate uomo , Pietro, siate degno della fiamma che vi consuma”

Uno dei protagonisti di "L'Annuncio a Maria" di Paul Cludel è Pietro di Craon, che chiamato arendere un altro servizio all'umanità del suo tempo – costruire templi – a un certo punto del dramma incontra la donna amata che non potrà mai essere sua ed ecco il dialogo di quet'uomo eroico:

Pietro: O immagine della Bellezza eterna, tu non sei mia 
Violaine: Non sono un'immagine io: Non è modo di dir le cose questo

Pietro: Un altro si impossessa in voi di ciò ch'era mio
Violaine: Resta l'immagine Pietro: Un altro mi toglie Violaine, e mi lascia questa carne infetta e lo spirito devastato
Violaine: Siate uomo, Pietro. Siate degno della fiamma che vi consuma. E se bisogna essere divorati, sia ciò su un candelabro d'oro come il Cero Pasquale in mezzo al coro per la gloria di tutta la Chiesa
Pietro: Tanti pinnacoli sublimi! E non vedrò mai io quello della mia piccola casa in mezzo agli alberi? tanti campanili che segnano via via l'ora sulla città con la loro mobile ombra. E non farò mai io il disegno d'un forno o d'una stanza per bimbi?
Violaine: Non dovevo io prendere per me sola ciò che è di tutti

 

 
Si tratta di un dialogo la cui profondità affonda nel mistero della vocazione cristiana. L'uomo è chiamato ad un compito nella vita e non ha tregua se non nella purità cui è stato destinato (don Giussani). Il che può destare una profonda nostalgia o anche rimpianto, ma la gioia del compito realizzato è, èer chi arriva a realizzrlo, davvero impagabile.
 C'è un brano interessante che l'amico Gianni mi invia e che descrive assai bene questa concezione della vita come compito che già da ora concede il centuplo promesso da Cristo:

La differenza è quella stessa del cristiano rispetto al pagano: l'amore a Cristo, il riconoscimento della sua presenza e lo stupore grato per il suo permanere nella storia. Una disponibilità maggiore al servizio dei propri fratelli è, e deve essere, una conseguenza normale per chi non è costretto a sacrificare le sue energie fisiche ed affettive per fare una famiglia ed educare dei figli. Non è però questo, assolutamente, il motivo della verginità cristiana. Anche un militante rivoluzionario potrebbe imporsi la rinunzia alla famiglia per una dedizione totale alla propria causa politica. Il motivo è innanzitutto il fatto che Cristo abbia chiamato alcuni dei suoi a questa forma di vita. Si scopre così che se tale è stata la forma di vita di Cristo essa non poteva implicare una qualche mutilazione dell'umano o una diminuita realizzazione del valore affettivo. Allora incuriositi, per così dire, o richiamati da questa considerazione ci si domanda quale fosse la forza d'amore con cui Cristo guardava gli uomini e le donne che incontrava. Simone, Giovanni, Zaccheo, la Maddalena… era come un rapporto che trapassava tutto e scendeva, abbracciando tutta l'umanità della persona, al destino per cui ognuno di loro era stato creato. Non c'è amore più grande di questo amore al destino della persona, per cui per l'amico si può dare realmente la vita, come dice Gesù. Da questo punto di vista anche un padre e una madre, se in qualche modo non vivono la profondità di questo sguardo ai figli, è come se li amassero di meno. La profondità di questo sguardo implica, paradossalmente, un distacco. Ma esistenzialmente proprio questo distacco rende possibile un abbraccio umano ancora più profondo. Da questo punto di vista la verginità è un ideale per tutti, anche per coloro che non la scelgono come stato di vita. Chi la vive come stato di vita è come un indice puntato, nella comunità, per dire a tutti: ricordiamoci chi siamo. Per questo uno degli aspetti dell'avvenimento cristiano certamente suggestivo come pochi altri è immedesimarsi nel rapporto che Giuseppe ebbe con Maria. L'affezione verginale non elude, d'altra parte, nessuna delle caratteristiche dell'amore umano. Invera le preferenze come redime le antipatie.
 
( LUIGI GIUSSANI, 1989)  

È proprio “quasi un nulla” la condizione per iniziare a capire tutto

«È il  di Simone. Il  di Simone è l’aspetto più totalizzante: è senza sponde. Ha soltanto un orizzonte dove sempre sorge, sta per sorgere il sole. Ed è la più tenera espressione che l’uomo possa concepire. È la forma più forte con cui si impone e si confessa la propria necessità di riconoscere l’amore che ci tocca. Io vi augurerei di poter meditare questo, pensando alla situazione di tutte le esistenze che conoscete: tutte le esistenze che conoscete cedono a dire “sì” esclusivamente di fronte alla tenerezza suscitata da una forza amorosa che si propone al cuore dell’io. È proprio “quasi un nulla” la condizione per iniziare a capire tutto». 
 

(Luigi GIUSSANI, L'attrattiva Gesù) 

I fiori di campo dicono il loro sì al sole "primaverile" del 6 gennaio

Perchè ai Magi è apparso?

Perchè ai Magi è apparso?
Non per nulla l’Epifania è sempre stata nella storia della Chiesa la festa missionaria per eccellenza; e non per nulla il Natale era identificato con l’Epifania, cioè il primo manifestarsi del Dio nato tra noi, del Dio-uomo al mondo. 

La vita di Cristo non era sua, era per la missione. La vita di Maria non fu sua, ma per la missione. Quella vita dei pastori che, prima di vederlo, di ricevere l’annuncio, era loro, non fu più loro, ma era missione; anche se rimasero a casa loro con le loro mogli, con i loro figli e con il loro gregge. Il loro messaggio nel loro entourage, il messaggio nel paese dove erano, il messaggio che riferivano, che narravano a se stessi e agli altri, qual era? Quella vita, che per i Magi fu loro fino a quel momento, non divenne più loro.
Pensate, allora, come si capisce bene il brano di san Giovanni di ieri sera, che parla tutto di amore ai fratelli! Dice: «Non turbatevi se il mondo vi odia» , il mondo vi deve per forza odiare; l’odio inteso innanzitutto come l’estraneità totale, perché il vero odio è l’estraneità. Proviamo a immedesimarci con tutta la gente attorno a Maria, con tutta la gente attorno ai Magi, con tutta la gente attorno ai pastori. Come li giudicavano? Impazziti. Come li giudicavano? Strambi. Li sentivano d’un altro mondo, un mondo dissolto, un mondo fantasioso, vano.
Così la nostra vita non è più nostra, ma la nostra vita è missione, è il comunicare ciò che ci è accaduto.
Comunicare ciò che ci è accaduto, rendere perciò comunione la nostra presenza, rendere comunione le presenze in cui ci imbattiamo, rinnovare il miracolo della sua Presenza, rinnovare il suo avvenimento, rinnovare con gli altri l’avvenimento che Egli ha realizzato con noi: con gli altri e con le cose, con tutto.
Come è suggestivo e tremendo nello stesso tempo renderci conto – come raramente facciamo, perché ne abbiamo un’istintiva paura, mentre è proprio lo sforzo di immedesimazione di cui sto parlando che ci dà in un modo copioso la percezione precisa del volto nuovo che è in noi – di come, tanto quanto viviamo queste cose, cerchiamo di vivere queste cose, gli altri ci sentono estranei! Tutti gli altri, quasi tutti gli altri; sto parlando anche di quelli del movimento, di quasi tutti quelli del movimento, per i quali il movimento continuerà a essere (e il cristianesimo continuerà a essere) il fare iniziative o il fare discorsi, oppure una sentimentalità buona di vicinanza, di compagnia, di  fraternità o di aiuto, ma non l’avvenimento nuovo.
Non si sono ancora visti «tendere le braccia per precipitarsi sul suo seno e piangere dirottamente e comprendere tutto». È per questo che non sentono, come l’espressione suprema della propria persona, del sentimento di sé: «Venga il tuo regno», come invece la “delinquente” Sonia: «O Signore, venga il tuo regno».
Questa è la domanda che brucia dalla radice tutta la pula e la paglia, per lasciare solo l’oro della nostra persona; tutta la pula e la paglia dei nostri desideri come nostri, dei nostri progetti come nostri.
Dunque, quello che ci è accaduto è perché la nostra vita sia missione, missione nella carne, missione nella nostra carne: badate che non c’è soluzione di continuità tra il tornio e le mani che lo fanno andare, non c’è soluzione di continuità fra la macchina per scrivere e il cuore e la faccia nostre, perché tutto è corpo dell’uomo!
Missione vuole dire, perciò, rendere presente quello che si è reso Presenza a noi, dove siamo, dovunque siamo. ( LUIGI GIUSSANI) 

Gentile da Fabriano - L' adorazione dei Magi

Dice un'orazione finale della liturgia: «La Tua luce – cioè la Tua gloria, la Tua visibilità, la memoria della Tua visibilità che è il primo aspetto della Tua gloria, e la visibilità del Tuo mistero nel mondo, la Tua Chiesa, il mistero del Tuo Corpo nel mondo -, o Dio, ci guidi in ogni passo della vita e ci doni di penetrare con sguardo puro e cuore libero il mistero di cui ci hai resi partecipi»

Il Mistero, di cui ci ha resi partecipi, cos'è? Cos'è questo avvenimento? È Dio che è entrato nel mondo . per ricapitolare tutto in Se stesso, come diceva san Paolo. Perciò ci doni di ricapitolare in Lui, di penetrare con la fede tutto ciò che facciamo.
Il cuore puro è il cuore non centrato su di sé e il cuore libero è il possesso verginale delle persone e delle cose.
Il nostro rapporto con Dio e, perciò, il nostro rapporto col Dio che si è reso avvenimento, il nostro rapporto con questa Presenza sovranamente nuova e diversa, il nostro rapporto con Cristo è nell'avvenimento, cioè nella circostanza dell'istante, ora, non un minuto prima o un minuto dopo: nell'istante amare l'essere, nell'istante amare il Dio vivente, nell'istante amare Cristo. Il rapporto con Cristo è nell'istante! Dio si è reso avvenimento e «penetrare con sguardo puro e cuore libero» vuol dire vivere l'avvenimento, le circostanze, l'istante, questo punto del tempo e dello spazio contingente, effìmero, passeggero, viverlo nella fede, cioè nel riconoscimento della Presenza: adorare l'istante.( LUIGI GIUSSANI) 

Ringrazio il carissimo amico Gianni M. che mi manda spesso queste perle di saggezza!

Gli occhi di Marcellino


 

Ti auguro di avere gli occhi di Marcellino… e dei dodici Frati! Perchè in fondo i dodici frati hanno gli stessi occhi di Marcellino. Questo film è proprio l'inno alla morale cattolica, che è guardare lasciandosi attrarre. Perchè Marcellino, tra l'altro, faceva tutte le corbellerie: tirava via le mele, eccetera. È come Simone, che ne faceva di tutti i colori, però diceva: 'Signore, ti amo. Tu lo sai che ti amo'. Così Marcellino e i dodici frati (specialmente fra Pappina!).
(…) Marcellino ne faceva di tutti i colori, ma l'ultimo pensiero era guardare a quel che faceva! Guardava Cristo. Allora questo, col tempo, si matura a sentire gli errori, a percepire le direzioni falsi, a scegliere le cose vere, gli aspetti veri, le posizioni vere. … L'accanimento del guardare Cristo vince sull'accanimento del fare quel che si vuole.(Luigi Giussani, Dal temperamento un metodo)
 

[scopro che, prima di me, ha già citato queste righe Graciete!]

La novità in qualcosa che accade ora

«La vita come novità infatti si sperimenta molto più nell'accadimento di qualcosa che si attende che non nella differenza come tale di un presente da un passato.»
 
«Il tempo si fa breve». Non c'è nessuna verità che più di questa  

punga il nostro umano orgoglio, ma anche la nostra sete di vita. E se un  
altro orizzonte non s'aprisse sul breve orizzonte di tutti i nostri giorni,  
grave sarebbe la pesantezza, il peso della vita stessa.  
«Il tempo si fa breve». E come dice il canto: «Troppo perde il tempo 
chi ben non t'ama». Ma chi, tra noi, ben t'ama, o Gesù? Chiunque si  
illudesse: «Non ho peccato», sarebbe un mentitore. Anzi, farebbe mentitore Dio. Perché Dio ha rivelato l'essenza ultima della sua natura  
come misericordia, esprime la sua onnipotenza nel perdono. Non capisce questo Mistero chi fosse facilmente distratto, non attento, a ciò che 
Gesù ci ha fatto e ci fa pervenire attraverso quell'angelo che ci annuncia tutti i giorni la Sua presenza, che si chiama Chiesa, si chiama compagnia nostra – perché la Chiesa è fatta anche della nostra compagnia.  
In tale compagnia, nella vita della Chiesa, davanti al Mistero ultimo di  
misericordia e di perdono che ci conforta, che ci rassicura, che ci fa  
riprendere mille volte al giorno, tutti i giorni, stiamo attenti, alle parole  
forse più note del Vangelo: «Vigilate, state all'erta!». Non siamo  
distratti! Ma perché la nostra compagnia s'è fatta? Perché si sostiene?  
Perché ci tolleriamo reciprocamente, se non per richiamarci a questa 

vigilanza che è la saggezza del vivere, che è la ricchezza del tempo e  

che è scoperta continua del nostro destino, la fortuna del nostro destino? 

( LUIGI GIUSSANI, 1994)

Un amico mi invia questo brano e… con gratitudine riconosco che oggi mi è accaduto qualcosa che conferma queste righe…

Nulla è inutile!

D: che cosa significa che, dentro le circostanze quotidiane, «il compito è partecipare al sacrificio redentore e trionfale di Cristo morto e risorto»
 
Giussani: Qual è l'antropologia cristiana, la concezione cristiana dell'uomo, dell'esistenza? Qual è la concezione dell'esistenza secondo il cristianesimo? Dio è diventato uno di noi, nato da una ragazza di diciassette anni. Dio, il Mistero, è nato dalle viscere di una ragazza semita! Diventa grande, nessuno lo conosce, incomincia a parlare, incomincia a destar sospetti; dopo tre anni viene condannato come un assassino, peggio che un assassino! Dal sacrificio di quell'uomo – che è Dio fatto carne – scatta la possibilità di salvezza per tutti gli uomini. Il mondo incomincia a diventare diverso; è come un seme che penetra la terra e investe tutto: ciò che è rinasce in Lui e per Lui; si compie qualcosa che compie tutto!
Ogni uomo che, per la fede in Lui, seguendo Lui, compie anche il più piccolo gesto di sacrificio, consapevolmente legandolo alla sua morte ingiusta d'uomo giusto, questo piccolo uomo che compie la più piccola opera in raccordo con la sua morte grande diventa un grande uomo – «santo», si dice -, diventa uomo adeguato al suo destino. Perciò non c'è nulla che possa essere inutile nella vita: basta che questo intendimento – espressione del «sì» di Pietro, dello stupore che Lo riconosceva nei primi che gli sono andati dietro -, basta che questo «sì», comunque sia fatto ciò che viene fatto, sia inteso come offerta, connessione col mistero di quell'uomo che è Dio e che è morto per salvare tutti. Anch'io preparando la cucina, levando gli avanzi della mensa, collaboro alla salvezza del mondo. Nulla è inutile! 
( LUIGI GIUSSANI) 

*********
Ricordo che una volta Don Giussani espresse un concetto che cito a memoria. Diceva che ogni giorno gli capitava di vedere la mamma di un disabile accudirlo con tanta tenerezza e tanto amore per tanti anni e che si diceva: "Ecco, se questa donna sapesse il valore di quel che fa, sarebbe una santa"

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