Il metodo di una Presenza

Da 30Giorni del gennaio 2003

      Il testo del contributo di Luigi Giussani sull’uso del Catechismo della Chiesa cattolica e del Direttorio generale per la catechesi, in occasione del “Congresso catechistico internazionale”, tenutosi nell'Aula nuova del Sinodo, Città del Vaticano, mercoledì 9 ottobre 2002

     
"Ego sum via, veritas et vita. Le parole di (della) vita, le parole vive non si possono conservare che vive, / Nutrite vive, / Nutrite, portate, scaldate, calde in un cuore vivo. / Per nulla conservate ammuffite in piccole scatole di legno o di cartone. / Come Gesù ha preso, è stato costretto a prendere corpo, a rivestire la carne / per pronunciare queste parole (carnali) e per farle intendere, / Per poterle pronunciare, / Così noi, ugualmente noi, a imitazione di Gesù, / Così noi, che siamo carne, dobbiamo approfittarne, / Approfittare del fatto che siamo carnali per conservarle, per scaldarle, per nutrirle in noi vive e carnali"1.
     Il genio poetico di Péguy ci offre una prospettiva per accostare il rapporto articolato tra catechismo – inteso come libro della fede — e catechesi — intesa come azione ecclesiale complessiva di educazione alla fede —.
      
     1. È decisivo in merito il paragone con la nascita e la diffusione del Vangelo, che non è mai stata la mera proclamazione di un contenuto dottrinale, ma la proposta di una esperienza di vita, all’interno di una comunità umana, la quale certamente ospitava e custodiva con fedeltà tutto il contenuto rivelato, guidata dall’autorità degli apostoli. La felice formula conciliare gestis verbisque intrinsece inter se connexis (Dei Verbum n. 2) è diventata un vero riferimento per vagliare le modalità di trasmissione della divina rivelazione2.
     Perciò sulla scia della Dei Verbum occorre valorizzare l’impostazione metodologica del Direttorio Generale per la Catechesi, quando sostiene che "i discepoli hanno fatto esperienza diretta dei tratti fondamentali della pedagogia di Gesù, indicandoli poi nei Vangeli" (n. 140). A partire dall’incontro con Gesù si sviluppa "un qualificato cammino educativo … [che] da una parte, aiuta la persona ad aprirsi alla dimensione religiosa della vita e, dall’altra, propone a essa il Vangelo in maniera tale che penetri e trasformi i processi di intelligenza, di coscienza, di libertà, di azione, così da fare dell’esistenza un dono di sé sull’esempio di Gesù Cristo" (n. 147). Di conseguenza, si respinge ogni "contrapposizione o artificiale separazione o presunta neutralità fra metodo e contenuto… il metodo è al servizio della rivelazione e conversione" (n. 149).
     Così, quasi a commento di queste preziose indicazioni del Direttorio, possiamo affermare che la Chiesa non è tanto la Verità, quanto il metodo attraverso cui Dio dona la Verità al mondo e che, in questo senso, la Chiesa è la continuazione nella storia della Persona di Cristo3. Il problema che sempre si ripropone alla Chiesa sarà, dunque, quello di vivere il metodo che Cristo ha usato. Questo metodo non si esplicita più attraverso la ricerca di senso propria della religiosità naturale, ma nell’incontro con un uomo, Gesù Cristo, che offre al tentativo religioso dell’uomo la possibilità di realizzarsi compiutamente. Dal giorno dell’incarnazione di Gesù di Nazareth la metodologia religiosa è totalmente capovolta: se prima era ricerca affidata alla genialità e all’iniziativa dell’uomo, ora è innanzitutto questione di obbedienza a un Fatto storicamente percepibile. Presentando dieci anni fa il testo del nuovo Catechismo il cardinale Joseph Ratzinger affermò che "San Paolo ci dice che la fede è un’obbedienza di cuore a quella forma di insegnamento, alla quale siamo stati consegnati"4. Per cui nell’inevitabile ricerca umana del senso esauriente di tutto, l’incontro con Cristo non può essere ricondotto all’esito di uno studio o di una nostra interpretazione, ma esso si presenta come evidenza di una nostra esperienza; l’incontro non è una costruzione intellettuale, non è una teoria, ma un fatto ineludibile.
     Per questa ragione abbiamo accolto con gratitudine commossa e con senso di grande responsabilità le parole che il Santo Padre ci ha indirizzato in occasione del ventennale dell’approvazione pontificia della nostra Fraternità: "L’uomo non smette mai di cercare […]. L’unica risposta che può appagarlo acquietando questa sua ricerca gli viene dall’incontro con Colui che è alla sorgente del suo essere e del suo operare. Il movimento, pertanto, ha voluto e vuole indicare non una strada, ma la strada per arrivare alla soluzione di questo dramma esistenziale. La strada […] è Cristo. Egli è la Via, la Verità e la Vita, che raggiunge la persona nella quotidianità della sua esistenza. La scoperta di questa strada avviene normalmente grazie alla mediazione di altri esseri umani. Segnati mediante il dono della fede dall’incontro con il Redentore, i credenti sono chiamati a diventare eco dell’avvenimento di Cristo, a diventare essi stessi "avvenimento". Il cristianesimo, prima di essere un insieme di dottrine o una regola per la salvezza, è pertanto l’"avvenimento" di un incontro"5.
      
     2. Di fronte alla ripresentazione dell’avvenimento del Vangelo di Gesù Cristo per quello che esso è — così come la Chiesa lo presenta, in particolare nella liturgia e in tutte le altre manifestazioni della sua vita —, l’indicazione educativa che traduce l’obbedienza è quella di seguire. Per comprendere l’annuncio del Vangelo bisogna seguire la realtà umana di Gesù, secondo l’invito persuasivo con cui Egli stesso si rivolge ai suoi discepoli dall’inizio della sua vita pubblica: ""Seguimi!". Egli, alzatosi, lo seguì"6 fino alla fine: "Tu seguimi!"7. Infatti nella dinamica evangelica il comprendere si attua soltanto quando il riconoscimento arriva all’adesione, all’amare la Presenza incontrata. Lo ha ben messo in rilievo il Catechismo quando afferma che "tutta la sostanza della dottrina e dell’insegnamento deve essere orientata alla carità che non avrà mai fine. Infatti sia che si espongano le verità della fede o i motivi della speranza o i doveri dell’attività morale, sempre e in tutto va dato rilievo all’amore di nostro Signore, così da far comprendere che ogni esercizio di perfetta virtù cristiana non può scaturire se non dall’amore, come nell’amore ha d’altronde il suo ultimo fine" (n. 25). È questo il metodo seguito da tutti i grandi evangelizzatori ed educatori nella fede8.
      
     3. La trasmissione della fede in quanto fenomeno educativo può essere strutturata secondo i seguenti fattori:
     a) In primo luogo, una proposizione adeguata del passato, perché senza una adeguata presentazione del passato il presente resta privo di un contesto e sottratto alla ricchezza della realtà. La grande parola che esprime la testimonianza del passato è la parola tradizione;
     b) questa tradizione, tuttavia, resterebbe ignota, se non fosse comunicata dentro un vissuto presente, dentro una realtà che la renda presente e che la viva sottolineando la sua corrispondenza con le esigenze ultime del cuore: esigenze di bellezza, di verità, di bontà, di giustizia, di felicità;
     c) ma c’è un terzo fattore da sottolineare: non si capirebbe il richiamo alla proposizione adeguata del passato e neanche l’esigenza di un vissuto che lo renda presente senza la preoccupazione che tutto questo sia volto a una educazione alla criticità. La nostra è stata sempre un’insistenza su una educazione critica, in grado di mettere la persona nelle condizioni di paragonare la proposta cristiana con il proprio cuore e di dire: "È vero", "Non è vero". Così facendo, con l’aiuto di una compagnia guidata, si assume nel tempo la fisionomia di uomo adulto.
     Possiamo declinare questo itinerario educativo integrale per la persona in alcune direttive pedagogiche: innanzitutto, la necessità di affrontare seriamente e vivere coscientemente la propria umanità; in secondo luogo, la presa di coscienza del fatto che la nostra umanità da sola non riesce a trovare le risposte esaurienti, e che dunque deve vivere tutto a partire dal senso della propria dipendenza da qualcosa che va oltre noi stessi; infine, occorre impegnarsi ad agire secondo l’ipotesi cristiana in tutte le circostanze, così che possa darsi la verifica personale dell’incontro fatto. Quanto più è libera l’esperienza personale tanto più è incisiva, e può quindi diventare una mentalità stabile, vale a dire, operare una efficace trasformazione della ragione e libertà della persona fino all’offerta di sé, in cui tutto l’io si sintetizza di fronte al Tu.
      
     II
      
     All’interno del processo di trasmissione della fede occupa un luogo privilegiato in questi ultimi dieci anni il Catechismo della Chiesa Cattolica.
      
     1. Il Catechismo è un libro della fede, che mette facilmente a disposizione di chiunque una presentazione sintetica e chiara della dottrina cattolica, e offre una risposta alle domande che possono nascere in tanti cristiani rispetto al contenuto rivelato. Risulta, quindi, evidente l’utilità dello strumento per la chiarezza di chi vuole essere fedele alla Chiesa. Da una parte, opera come garanzia di fronte al pericolo sempre latente di interpretazioni particolari dei singoli e, dall’altra, suppone una garanzia anche per la libertà catechetica della Chiesa, di fronte a eventuali imposizioni di atteggiamenti non concordi col Magistero.
     Secondo la pedagogia divina ricordata nel Direttorio, il libro della fede deve essere sempre presentato da un testimone e accompagnato da una esperienza, così da poter cogliere la coincidenza fra contenuto e metodo tipica della rivelazione cristiana. Parafrasando Emmanuel Mounier, questo cammino di fede, spesso iniziato nel rapporto con la propria madre che introduce a Gesù in modo elementare, deve essere percorso attraverso tappe pazienti, i cui tempi non si possono stabilire, piene di gioia per la sicurezza della meta: "È dalla terra, dalla solidità, che deriva necessariamente un parto pieno di gioia […] e il sentimento paziente dell’opera che cresce, delle tappe che si susseguono, aspettate quasi con calma, con sicurezza"9. "Occorre soffrire perché la verità non si cristallizzi in dottrina, ma nasca dalla carne"10. Le verità del catechismo diventano così, attraverso la carne del testimone, non dottrina cristallizzata, ma eco di un avvenimento vivente, di un incontro totalizzante che rende possibile la permanenza incidente del Mistero di Cristo nella storia11.
     Chi rimane fedele ai sacramenti e al dogma, anche attraverso un uso intelligente e affettuoso del Catechismo, custodito dalla memoria, può essere facilitato nel riconoscimento della Realtà vivente espressa dai dogmi attraverso un incontro personale, che avviene secondo tempi e modalità che solo il Signore conosce.
      
     2. Riguardo ai contenuti dottrinali del Catechismo si deve ancora ricordare quanto autorevoli commentatori ebbero a sottolineare ai tempi della sua pubblicazione. La struttura stessa del testo mostra il primato dell’avvenimento della grazia di Cristo, come libera iniziativa divina, dalla quale consegue tutta la vita morale del cristiano, come libera risposta al dono della grazia12. Essendo lo scopo della vita dell’uomo conoscere il Padre, l’unico vero Dio, e Colui che Egli ha mandato, Gesù Cristo13, il Catechismo privilegia un cammino di introduzione alla comunione viva con Lui, come vero nucleo della fede e come inizio di tutta la vita cristiana.
     Oggi, in questo mondo ferito da tante miserie, risulta d’estrema efficacia nella proposta della fede al popolo di Dio la proclamazione dell’inconcepibile misericordia del Padre, che si riflette nel volto del Figlio e ci viene personalmente comunicata dal Suo Spirito. Come Gesù si commosse davanti all’amico Lazzaro e alla vedova di Nain, alla quale disse: "Non piangere!"14 ancor prima di risuscitarle il figlio, il Signore si è chinato su di noi quando eravamo ancora peccatori15 e ci ha chiamati amici, amandoci fino alla fine16 con una sovrabbondanza di vita e di perdono che ha dato inizio alla nostra felicità in questa terra e ci ha aperto per sempre il cammino verso le porte del Paradiso17.    

“Siate uomo , Pietro, siate degno della fiamma che vi consuma”

Uno dei protagonisti di "L'Annuncio a Maria" di Paul Cludel è Pietro di Craon, che chiamato arendere un altro servizio all'umanità del suo tempo – costruire templi – a un certo punto del dramma incontra la donna amata che non potrà mai essere sua ed ecco il dialogo di quet'uomo eroico:

Pietro: O immagine della Bellezza eterna, tu non sei mia 
Violaine: Non sono un'immagine io: Non è modo di dir le cose questo

Pietro: Un altro si impossessa in voi di ciò ch'era mio
Violaine: Resta l'immagine Pietro: Un altro mi toglie Violaine, e mi lascia questa carne infetta e lo spirito devastato
Violaine: Siate uomo, Pietro. Siate degno della fiamma che vi consuma. E se bisogna essere divorati, sia ciò su un candelabro d'oro come il Cero Pasquale in mezzo al coro per la gloria di tutta la Chiesa
Pietro: Tanti pinnacoli sublimi! E non vedrò mai io quello della mia piccola casa in mezzo agli alberi? tanti campanili che segnano via via l'ora sulla città con la loro mobile ombra. E non farò mai io il disegno d'un forno o d'una stanza per bimbi?
Violaine: Non dovevo io prendere per me sola ciò che è di tutti

 

 
Si tratta di un dialogo la cui profondità affonda nel mistero della vocazione cristiana. L'uomo è chiamato ad un compito nella vita e non ha tregua se non nella purità cui è stato destinato (don Giussani). Il che può destare una profonda nostalgia o anche rimpianto, ma la gioia del compito realizzato è, èer chi arriva a realizzrlo, davvero impagabile.
 C'è un brano interessante che l'amico Gianni mi invia e che descrive assai bene questa concezione della vita come compito che già da ora concede il centuplo promesso da Cristo:

La differenza è quella stessa del cristiano rispetto al pagano: l'amore a Cristo, il riconoscimento della sua presenza e lo stupore grato per il suo permanere nella storia. Una disponibilità maggiore al servizio dei propri fratelli è, e deve essere, una conseguenza normale per chi non è costretto a sacrificare le sue energie fisiche ed affettive per fare una famiglia ed educare dei figli. Non è però questo, assolutamente, il motivo della verginità cristiana. Anche un militante rivoluzionario potrebbe imporsi la rinunzia alla famiglia per una dedizione totale alla propria causa politica. Il motivo è innanzitutto il fatto che Cristo abbia chiamato alcuni dei suoi a questa forma di vita. Si scopre così che se tale è stata la forma di vita di Cristo essa non poteva implicare una qualche mutilazione dell'umano o una diminuita realizzazione del valore affettivo. Allora incuriositi, per così dire, o richiamati da questa considerazione ci si domanda quale fosse la forza d'amore con cui Cristo guardava gli uomini e le donne che incontrava. Simone, Giovanni, Zaccheo, la Maddalena… era come un rapporto che trapassava tutto e scendeva, abbracciando tutta l'umanità della persona, al destino per cui ognuno di loro era stato creato. Non c'è amore più grande di questo amore al destino della persona, per cui per l'amico si può dare realmente la vita, come dice Gesù. Da questo punto di vista anche un padre e una madre, se in qualche modo non vivono la profondità di questo sguardo ai figli, è come se li amassero di meno. La profondità di questo sguardo implica, paradossalmente, un distacco. Ma esistenzialmente proprio questo distacco rende possibile un abbraccio umano ancora più profondo. Da questo punto di vista la verginità è un ideale per tutti, anche per coloro che non la scelgono come stato di vita. Chi la vive come stato di vita è come un indice puntato, nella comunità, per dire a tutti: ricordiamoci chi siamo. Per questo uno degli aspetti dell'avvenimento cristiano certamente suggestivo come pochi altri è immedesimarsi nel rapporto che Giuseppe ebbe con Maria. L'affezione verginale non elude, d'altra parte, nessuna delle caratteristiche dell'amore umano. Invera le preferenze come redime le antipatie.
 
( LUIGI GIUSSANI, 1989)  

È proprio “quasi un nulla” la condizione per iniziare a capire tutto

«È il  di Simone. Il  di Simone è l’aspetto più totalizzante: è senza sponde. Ha soltanto un orizzonte dove sempre sorge, sta per sorgere il sole. Ed è la più tenera espressione che l’uomo possa concepire. È la forma più forte con cui si impone e si confessa la propria necessità di riconoscere l’amore che ci tocca. Io vi augurerei di poter meditare questo, pensando alla situazione di tutte le esistenze che conoscete: tutte le esistenze che conoscete cedono a dire “sì” esclusivamente di fronte alla tenerezza suscitata da una forza amorosa che si propone al cuore dell’io. È proprio “quasi un nulla” la condizione per iniziare a capire tutto». 
 

(Luigi GIUSSANI, L'attrattiva Gesù) 

I fiori di campo dicono il loro sì al sole "primaverile" del 6 gennaio

Perchè ai Magi è apparso?

Perchè ai Magi è apparso?
Non per nulla l’Epifania è sempre stata nella storia della Chiesa la festa missionaria per eccellenza; e non per nulla il Natale era identificato con l’Epifania, cioè il primo manifestarsi del Dio nato tra noi, del Dio-uomo al mondo. 

La vita di Cristo non era sua, era per la missione. La vita di Maria non fu sua, ma per la missione. Quella vita dei pastori che, prima di vederlo, di ricevere l’annuncio, era loro, non fu più loro, ma era missione; anche se rimasero a casa loro con le loro mogli, con i loro figli e con il loro gregge. Il loro messaggio nel loro entourage, il messaggio nel paese dove erano, il messaggio che riferivano, che narravano a se stessi e agli altri, qual era? Quella vita, che per i Magi fu loro fino a quel momento, non divenne più loro.
Pensate, allora, come si capisce bene il brano di san Giovanni di ieri sera, che parla tutto di amore ai fratelli! Dice: «Non turbatevi se il mondo vi odia» , il mondo vi deve per forza odiare; l’odio inteso innanzitutto come l’estraneità totale, perché il vero odio è l’estraneità. Proviamo a immedesimarci con tutta la gente attorno a Maria, con tutta la gente attorno ai Magi, con tutta la gente attorno ai pastori. Come li giudicavano? Impazziti. Come li giudicavano? Strambi. Li sentivano d’un altro mondo, un mondo dissolto, un mondo fantasioso, vano.
Così la nostra vita non è più nostra, ma la nostra vita è missione, è il comunicare ciò che ci è accaduto.
Comunicare ciò che ci è accaduto, rendere perciò comunione la nostra presenza, rendere comunione le presenze in cui ci imbattiamo, rinnovare il miracolo della sua Presenza, rinnovare il suo avvenimento, rinnovare con gli altri l’avvenimento che Egli ha realizzato con noi: con gli altri e con le cose, con tutto.
Come è suggestivo e tremendo nello stesso tempo renderci conto – come raramente facciamo, perché ne abbiamo un’istintiva paura, mentre è proprio lo sforzo di immedesimazione di cui sto parlando che ci dà in un modo copioso la percezione precisa del volto nuovo che è in noi – di come, tanto quanto viviamo queste cose, cerchiamo di vivere queste cose, gli altri ci sentono estranei! Tutti gli altri, quasi tutti gli altri; sto parlando anche di quelli del movimento, di quasi tutti quelli del movimento, per i quali il movimento continuerà a essere (e il cristianesimo continuerà a essere) il fare iniziative o il fare discorsi, oppure una sentimentalità buona di vicinanza, di compagnia, di  fraternità o di aiuto, ma non l’avvenimento nuovo.
Non si sono ancora visti «tendere le braccia per precipitarsi sul suo seno e piangere dirottamente e comprendere tutto». È per questo che non sentono, come l’espressione suprema della propria persona, del sentimento di sé: «Venga il tuo regno», come invece la “delinquente” Sonia: «O Signore, venga il tuo regno».
Questa è la domanda che brucia dalla radice tutta la pula e la paglia, per lasciare solo l’oro della nostra persona; tutta la pula e la paglia dei nostri desideri come nostri, dei nostri progetti come nostri.
Dunque, quello che ci è accaduto è perché la nostra vita sia missione, missione nella carne, missione nella nostra carne: badate che non c’è soluzione di continuità tra il tornio e le mani che lo fanno andare, non c’è soluzione di continuità fra la macchina per scrivere e il cuore e la faccia nostre, perché tutto è corpo dell’uomo!
Missione vuole dire, perciò, rendere presente quello che si è reso Presenza a noi, dove siamo, dovunque siamo. ( LUIGI GIUSSANI) 

Gentile da Fabriano - L' adorazione dei Magi

Dice un'orazione finale della liturgia: «La Tua luce – cioè la Tua gloria, la Tua visibilità, la memoria della Tua visibilità che è il primo aspetto della Tua gloria, e la visibilità del Tuo mistero nel mondo, la Tua Chiesa, il mistero del Tuo Corpo nel mondo -, o Dio, ci guidi in ogni passo della vita e ci doni di penetrare con sguardo puro e cuore libero il mistero di cui ci hai resi partecipi»

Il Mistero, di cui ci ha resi partecipi, cos'è? Cos'è questo avvenimento? È Dio che è entrato nel mondo . per ricapitolare tutto in Se stesso, come diceva san Paolo. Perciò ci doni di ricapitolare in Lui, di penetrare con la fede tutto ciò che facciamo.
Il cuore puro è il cuore non centrato su di sé e il cuore libero è il possesso verginale delle persone e delle cose.
Il nostro rapporto con Dio e, perciò, il nostro rapporto col Dio che si è reso avvenimento, il nostro rapporto con questa Presenza sovranamente nuova e diversa, il nostro rapporto con Cristo è nell'avvenimento, cioè nella circostanza dell'istante, ora, non un minuto prima o un minuto dopo: nell'istante amare l'essere, nell'istante amare il Dio vivente, nell'istante amare Cristo. Il rapporto con Cristo è nell'istante! Dio si è reso avvenimento e «penetrare con sguardo puro e cuore libero» vuol dire vivere l'avvenimento, le circostanze, l'istante, questo punto del tempo e dello spazio contingente, effìmero, passeggero, viverlo nella fede, cioè nel riconoscimento della Presenza: adorare l'istante.( LUIGI GIUSSANI) 

Ringrazio il carissimo amico Gianni M. che mi manda spesso queste perle di saggezza!

Gli occhi di Marcellino


 

Ti auguro di avere gli occhi di Marcellino… e dei dodici Frati! Perchè in fondo i dodici frati hanno gli stessi occhi di Marcellino. Questo film è proprio l'inno alla morale cattolica, che è guardare lasciandosi attrarre. Perchè Marcellino, tra l'altro, faceva tutte le corbellerie: tirava via le mele, eccetera. È come Simone, che ne faceva di tutti i colori, però diceva: 'Signore, ti amo. Tu lo sai che ti amo'. Così Marcellino e i dodici frati (specialmente fra Pappina!).
(…) Marcellino ne faceva di tutti i colori, ma l'ultimo pensiero era guardare a quel che faceva! Guardava Cristo. Allora questo, col tempo, si matura a sentire gli errori, a percepire le direzioni falsi, a scegliere le cose vere, gli aspetti veri, le posizioni vere. … L'accanimento del guardare Cristo vince sull'accanimento del fare quel che si vuole.(Luigi Giussani, Dal temperamento un metodo)
 

[scopro che, prima di me, ha già citato queste righe Graciete!]

La novità in qualcosa che accade ora

«La vita come novità infatti si sperimenta molto più nell'accadimento di qualcosa che si attende che non nella differenza come tale di un presente da un passato.»
 
«Il tempo si fa breve». Non c'è nessuna verità che più di questa  

punga il nostro umano orgoglio, ma anche la nostra sete di vita. E se un  
altro orizzonte non s'aprisse sul breve orizzonte di tutti i nostri giorni,  
grave sarebbe la pesantezza, il peso della vita stessa.  
«Il tempo si fa breve». E come dice il canto: «Troppo perde il tempo 
chi ben non t'ama». Ma chi, tra noi, ben t'ama, o Gesù? Chiunque si  
illudesse: «Non ho peccato», sarebbe un mentitore. Anzi, farebbe mentitore Dio. Perché Dio ha rivelato l'essenza ultima della sua natura  
come misericordia, esprime la sua onnipotenza nel perdono. Non capisce questo Mistero chi fosse facilmente distratto, non attento, a ciò che 
Gesù ci ha fatto e ci fa pervenire attraverso quell'angelo che ci annuncia tutti i giorni la Sua presenza, che si chiama Chiesa, si chiama compagnia nostra – perché la Chiesa è fatta anche della nostra compagnia.  
In tale compagnia, nella vita della Chiesa, davanti al Mistero ultimo di  
misericordia e di perdono che ci conforta, che ci rassicura, che ci fa  
riprendere mille volte al giorno, tutti i giorni, stiamo attenti, alle parole  
forse più note del Vangelo: «Vigilate, state all'erta!». Non siamo  
distratti! Ma perché la nostra compagnia s'è fatta? Perché si sostiene?  
Perché ci tolleriamo reciprocamente, se non per richiamarci a questa 

vigilanza che è la saggezza del vivere, che è la ricchezza del tempo e  

che è scoperta continua del nostro destino, la fortuna del nostro destino? 

( LUIGI GIUSSANI, 1994)

Un amico mi invia questo brano e… con gratitudine riconosco che oggi mi è accaduto qualcosa che conferma queste righe…

Nulla è inutile!

D: che cosa significa che, dentro le circostanze quotidiane, «il compito è partecipare al sacrificio redentore e trionfale di Cristo morto e risorto»
 
Giussani: Qual è l'antropologia cristiana, la concezione cristiana dell'uomo, dell'esistenza? Qual è la concezione dell'esistenza secondo il cristianesimo? Dio è diventato uno di noi, nato da una ragazza di diciassette anni. Dio, il Mistero, è nato dalle viscere di una ragazza semita! Diventa grande, nessuno lo conosce, incomincia a parlare, incomincia a destar sospetti; dopo tre anni viene condannato come un assassino, peggio che un assassino! Dal sacrificio di quell'uomo – che è Dio fatto carne – scatta la possibilità di salvezza per tutti gli uomini. Il mondo incomincia a diventare diverso; è come un seme che penetra la terra e investe tutto: ciò che è rinasce in Lui e per Lui; si compie qualcosa che compie tutto!
Ogni uomo che, per la fede in Lui, seguendo Lui, compie anche il più piccolo gesto di sacrificio, consapevolmente legandolo alla sua morte ingiusta d'uomo giusto, questo piccolo uomo che compie la più piccola opera in raccordo con la sua morte grande diventa un grande uomo – «santo», si dice -, diventa uomo adeguato al suo destino. Perciò non c'è nulla che possa essere inutile nella vita: basta che questo intendimento – espressione del «sì» di Pietro, dello stupore che Lo riconosceva nei primi che gli sono andati dietro -, basta che questo «sì», comunque sia fatto ciò che viene fatto, sia inteso come offerta, connessione col mistero di quell'uomo che è Dio e che è morto per salvare tutti. Anch'io preparando la cucina, levando gli avanzi della mensa, collaboro alla salvezza del mondo. Nulla è inutile! 
( LUIGI GIUSSANI) 

*********
Ricordo che una volta Don Giussani espresse un concetto che cito a memoria. Diceva che ogni giorno gli capitava di vedere la mamma di un disabile accudirlo con tanta tenerezza e tanto amore per tanti anni e che si diceva: "Ecco, se questa donna sapesse il valore di quel che fa, sarebbe una santa"

Discepoli o figli?

Una affermazione di Péguy coglie bene il punto: «Quando l’allievo non fa che ripetere non la stessa risonanza ma un miserabile ricalco del pensiero del maestro; quando l’allievo non è che un allievo, fosse pure il più grande degli allievi, non genererà mai nulla. Un allievo non comincia a creare che quando introduce egli stesso una risonanza nuova (cioè nella misura in cui non è un allievo). Non che non si debba avere un maestro, ma uno deve discendere dall’altro per le vie naturali della figliazione, non per le vie scolastiche della discepolanza».
Questo è il bisogno della nostra compagnia, perché essa sia sorgente di missione in tutto il mondo: non discepolanza, non ripetitività, ma figliolanza. L’introduzione di un’eco e di una risonanza nuova è propria del figlio che ha la natura del padre. Ha la stessa natura, ma è una realtà nuova. Tant’è vero che il figlio può far meglio del padre e il padre può guardare tutto felice il figlio che è diventato più grande di lui. Ma quello che il figlio fa è più grande proprio e solo in quanto realizza di più quello che il padre ha sentito. Perciò, per l’organicità vivente della nostra compagnia, non esiste niente di più contraddittorio che, da un lato, l’affermazione della propria opinione, della propria misura, del proprio modo di sentire e, dall’altro, la ripetitività. È la figliazione che genera: il sangue dell’uno – del padre – passa nel cuore dell’altro – del figlio – e genera una capacità di realizzazione diversa. Così si moltiplica e si dilata il grande Mistero della Sua presenza, affinché tutti Lo vedano dando gloria a Dio.

 

( LUIGI GIUSSANI, 1989)  

Quanti saranno gli aghi di pino?

La formula del centuplo. Senza ritorno.

Senza ritorno. Cioè è un allargare le braccia, come la figura di san Francesco nel libro di padre Gemelli: «Quid animo satis?».
Io ho mio padre, grande, grande, ma non mi basta; e ho figli, ma non mi bastano; e ho la donna, ma non mi basta: «Quid animo satis?». Questa è la formula del centuplo.

 Ma io volevo chiedere perché mi trovo in questa posizione: anche sapendo che, se lascio questa cosa, l'amo cento volte tanto, non è mai questo che mi convince a fare il sacrificio, ma solo per amore a Cristo.

Cristina, ti ringrazio, perché oggi mi hai già dato due prove di come il Signore ti stia manipolando: lasciati «manipolare», perché la strada della felicità è questa, ed è già in questo mondo, cento volte tanto, l'esito. Capisci?
Persuaso che se lascio questa compagnia è per una cosa più grande – che giudico, so che è più grande -, che se io uomo non prendo questa donna è per un motivo d'azione, di comportamento più grande, oggettivamente più grande, comunque non è per questo che riesco a lasciarla, ma per amore a Gesù. Perché Gesù è la vita eterna, è il compimento, è già il compimento. L'eterno è già in questa vita – Evangelium vitae -, l'eterno è già esperienza di questa vita e si chiama Gesù; è Gesù il problema, cioè è Gesù il termine. È questa vita e la vita eterna, nello stesso  tempo. E il centuplo in questa vita… per san Pietro, per san Giovanni o per Andrea, quell'uomo lì era il centuplo quaggiù: era cento volte la loro moglie e i loro figli, cento volte! E, oltre le cento volte, c'era un abisso dentro quella persona: era Lui. Ma questo sacrificio senza ritorno aveva un grande ritorno: si trovavano a pensare alle loro mogli, ai loro figli, ai loro amici con una tenerezza che non avevano mai provato, e che in certe pagine si sente, come la pagina bellissima del centurione e del suo servo: è umano o no il paragone di un signore che abbia un servo che ami come se stesso? Che ama di più che un figlio, perché è più che figlio, fedele a lui più che un figlio, no?
Per capire, comunque, il significato di questa parola «centuplo» bisogna guardare in faccia le nostre esperienze di uomini. È un'esperienza umana quella da cui capisci cos'è il tuo rapporto con Gesù: «Pur vivendo nella carne, io vivo nella fede del figlio di Dio». 
( L. GIUSSANI, VIVENDO NELLA CARNE) 

"Per lasciarci abbracciare non abbiamo bisogno di un’energia particolare…"

Quando ho presentato questo articolo al direttore del mensile cui collaboro mi ha detto che lo trovava molto difficile. Non capuivo. E lui mi ha detto che non riusciva a concepire il sacrificio legato alle cose banali e ripetitive di ogni giorno. Mi ha detto che gli sarebbe piaciuto approfondire.
Mercoledì scorso in occasione di un incontro si è proprio parlato di questo (
il testo sbobinato dell'assemblea è QUI
) e trascrivo un passaggio che mi pare importante:

[intervento] Da quando la Scuola di comunità richiama al valore del sacrificio, mi alzo tutte le mattine dicendomi perché vale la pena e facendo memoria di Cristo. Questo, paradossalemente, mi sono accorta che mi fa fare più fatica che non alzarmi e fare tutto senza pensare; mi costringe, mi fa sentire il mio bisogno in maniera prepotente, un bisogno che spesso non vorrei sentire perché è scomodo per me e per chi mi sta vicino. Dopo un po’ di tempo ho capito finalmente il perché ci è più facile stringere moralisticamente i denti. Fare sacrifici senza pensarci è paradossalmente meno pesante che accettare di fare la fatica per Cristo, perché accettare di farlo per Cristo significa abbandonarmi a Lui. È qui il punto: la paura di abbandonarsi al disegno di un Altro, perché accettare che la vita è Sua significa smascherare l’illusione di avere le redini in mano. Capisco quindi che la mia resistenza al sacrificio è una debolezza di fede, come se non credessi che abbandonandomi e lasciando che la vita sia condotta da Lui sia meglio di quando decido da me e delle mie immagini (che poi sono quelle stereotipate dettate dal mondo). L’ho capito di più leggendo questo pezzo del Gius: «La libertà si trova proprio nel gioco della fatica e della mortificazione. Abbiamo paura della fatica. Tutto il mondo è così, quanto più noi abbiamo paura di questa fatica, di questa mortificazione, tanto più siamo perentori e doveristici nel chiedere agli altri di osservare le nostre parole. L’alternativa a questo impeto della libertà o fatica della mortificazione è l’imposizione doveristica a noi stessi e agli altri, uno sforzo artificioso per superare la paura». Ti chiedo una mano per capire come superare questa paura e resistenza, che non sia in uno sforzo artificioso e moralista, ma in un abbandono.

[Risposta] Tu dici alla fine che desideri superare questa paura e resistenza non con lo sforzo artificioso e moralistico. Che cosa vuol dire questo? Che noi prima riduciamo quello che siamo, e allora l’unica cosa che ci resta è lo sforzo doveristico. Ma è evidente che uno resiste, che ha paura di questo! La questione è che tu e io siamo molto di più di quello a cui noi ci riduciamo; e se uno capisce che il problema non è quello a cui noi ci riduciamo, ma questo desiderio sconfinato che ci troviamo addosso, questa sproporzione, la questione diventa come sia possibile vivere senza il riconoscimento della presenza di Cristo. Se uno capisce che senza di Lui tutto diventa veramente pesante, allora incomincia a intravedere che la vera soluzione a questa nostra tentazione di autonomia è l’abbandonarsi, che l’abbandonarci è quello che più ci conviene: non occorre uno sforzo moralistico, ma lasciarci abbracciare da un Altro. E questo non è un problema di sforzo, ma di libertà, perché per lasciarci abbracciare non abbiamo bisogno di un’energia particolare (che invece servirebbe per non so che razza di sforzo): occorre semplicemente cedere. La questione vera è capire che questo ci conviene, che questo non soltanto non è un sacrificio, che questo è la verità di me più di quello che io riesco a fare.

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