“Il Mistero e il segno di esso sono la stessa cosa”

Un’altra frase dal significato incerto per me ha trovato una spiegazione nella biografia di don Giussani a cura di Savorana a pag. 950:

È importante rilevare come Giussani non tollera alcuna riduzione della fede a una dimensione meramente spiritualistica o moralistica: “Cristo non è nel Cielo tra legioni degli angeli e sulla terra indice di valori morali da rispettare! Cristo è dentro il mio rapporto con qualunque cosa, con qualunque persona, in qualunque caso; Cristo è dentro come criterio ultimo, come sole che deve riflettersi nel rapporto stesso. Il rapporto con le cose e le persone è una lente che riflette la presenza, una presenza!”. In questo senso” il Mistero e il segno sono la stessa cosa; l’azione, il momento umano ed esistenziale è segno dell’eterno, dice il rapporto con l’eterno, rimanda all’eterno ”. Infatti, tutto ciò che il cristiano fa ”attinge al grande pozzo della presenza di Cristo. Guardo in faccia Cristo, allora guardo in faccia te veramente”, È il trionfo di uno sguardo che ama, per cui” è lo sguardo alla faccia di Cristo che mi permette di guardare la tua faccia con rispetto amoroso come non avrei mai pensato di fare. E per quanto riesca, so che sarà imperfetto l’esito, ma tutto in me è teso alla perfezione”. In che senso? “Mentre tratto con te, amico mio, ti tratto e tratto con te chiedendo nel cuore, senza dirlo, senza farlo sentire da te con parole espresse: chiedo a Cristo di riuscire, chiedo a Cristo la perfezione”.

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“Gli accenti cristiani fondamentali”

Non riuscivo a trovare una frase che tanti anni fa avevo sentito pronunciare da don Giussani. Oggi l’ho letta qui e la trascrivo:

L’i­dea­le per noi – af­fer­ma­va nel 1985 – sa­reb­be che CL scom­pa­ris­se, per­ché resa inu­ti­le dal fatto che tutta la Chie­sa ne vi­ves­se gli ac­cen­ti. Non di CL, ma gli ac­cen­ti cri­stia­ni fon­da­men­ta­li che CL ha in­co­min­cia­to a sot­to­li­nea­re tren­t’an­ni fa”(Sa­vo­ra­na, 668). Non era un modo di dire. Il mo­vi­men­to, per Gius­sa­ni, non era per sé stes­so, ma per la Chie­sa e per il mondo. Se di­ve­ni­va chiu­so non era più un luogo di vita ma un peso di­spo­ti­co che po­te­va solo com­pli­ca­re la vita. È la pro­spet­ti­va che il Papa ha vo­lu­to cor­reg­ge­re in to­ta­le sin­to­nia con il la­sci­to del sa­cer­do­te di Desio”

 

Credo sia necessario recuperare questi accenti cristiani fondamentali e forse quello più fondamentale coincide con l’essenza della Chiesa, scaturita dallo svolgersi dell’incarnazione di Cristo, e il Suo (di Cristo) possesso di coloro che lo seguono.

Credo sia il Mistero fondamentale per tutti i cristiani, non solo per i cattolici o i ciellini…

Ma sono aperta ad altri aspetti essenziali che mi vengono pure in mente, ma scaturiscono tutti dal fatto dell’Incarnazione.

Alcune citazioni dalle parole di don Giussani sul matrimonio e rapporto di coppia

Ho trovato tra le mie carte un vecchio file nel quale avevo raccolto le frasi di don Giussani sul rapporto di coppia e sul matrimonio. Ieri un amico me l’ha ricordato e ho pensato, visto che tanto si parla di famiglia e si dà per scontato che il matrimonio è una cosa seria, forse è il caso che abbiamo chiaro cosa è e come può essere bello il rapporto tra un uomo e una donna in vista del matrimonio.

Ecco il file:

https://annavercors.files.wordpress.com/2015/03/sul-rapporto-di-coppia.docx

Il midollo del Mistero

In questi giorni davvero stupita dalla fantastica intuizione del Papa di indire un Anno Santo della Misericordia.

Mi è capitato un passaggio interessante sulla misericordia a pag. 1073 della vita di don Giussani di Savorana:
“la parola misericordia è il midollo del Mistero. Tutto il resto lo si può immaginare, ma la parola misericordia è impossibile da immaginare. È la speranza del delinquente che era con Gesù sulla Croce. ma anche sull’altro(delinquente) non è tutto detto, perché il Mistero potrebbe anche averne avuto compassione”

Distendere la vita, momento per momento, in sacrifici imperfetti

In una discussione con amici sulla gravità della situazione dell’Italia pericolosamente minacciata da attacchi dell’ISIS, abbiamo rispolverato un brano di don Giussani che mi era particolarmente caro, ma non sapevo dove trovare.

Al di là dei miei gusti personali, mi piace sottolineare la situazione particolarmente drammatica che vide nel 1571 a Lepanto trionfare i cristiani che si coalizzarono perché c’era un’identità cristiana ben definita. Ora non so se tale identità sia cosi chiara e queste parole scritte nei primi anni 90 mi paiono davvero profetiche:

“(…) (E’) ancora la questione dell’esito e della tensione, del dare la propria vita fino alla morte, che significa distenderla momento per momento in sacrifici imperfetti. Imperfetti.

E’ paradossale: per essere disposti a morire per te adesso, “adesso”, devo distendere nel tempo questa mia volontà, questo mio amore, che deriva direttamente dalla coscienza che siamo una cosa sola in Cristo, siamo di Lui – perché questo” di Lui” mette pace ovunque -, devo distenderlo nell’approssimazione di ogni momento: così che quando mi chiedi una cosa io ti tralascio e corro avanti, e tu ci resti male.

Eh, certo! Questo paradosso è il paradosso della nostra vita che riconosce Cristo dentro ogni rapporto: la Grande Presenza in ogni rapporto, che di ogni rapporto detta l’ideale e il sacrificio.

Per l’ideale bisogna dare tutto subito.

Non si può, di fronte all’ideale, dare metà: se è l’ideale, bisogna dare tutto.

Ma per realizzare questo tutto, o l’ideale stesso, Cristo stesso, entra e decide la morte subito (un colpo di scimitarra, come quando ci volessero travolgere gli integralisti islamici e non ci saranno più una Lepanto e una Vienna, perché non ci sarà più la gente che avrà ideali per resistere, mi spiego?); o, se non la morte fisica, quella morte che è l’umiliazione, amara e benevola e quasi tenera verso se stessi, di sentirsi arrestare in un’approssimazione, ma in un’approssimazione che è salvata nella speranza, la quale è la certezza che nel futuro questa totalità avverrà.

E infatti avviene: la certezza che nel futuro avverrà, la fa avvenire adesso.”

Il brano è tratto da qui:

http://www.testielettronici.org/Documenti/Lettere,Interventi,Interviste/Don%20Giussani%20Luigi/Fede%20%E8%20un%20cammino%20dello%20sguardo-30081995%20%28assemblea%20internazionale%20universitari%20di%20CL%29.htm

Ricordo che allora nel 1571 chi non poteva prendere le armi aveva un’arma invincibili che è il Rosario.

Ebbene, l’unico contributo che, data l’età e le condizioni di salute, posso dare è dire il Rosario insieme a chi se la sente.

Cristo non c’entra: c’entra a un livello al di là del tempo e dello spazio; è un’ispirazione morale ….“trascendentale”

Nell’analisi della nostra storia recentemente pubblicata nella vita di don Giussani di Savorana compaiono alcuni elementi illuminanti sull’esperienza Cristiana.

In occasione degli Esercizi di Rimini di quest’anno dal titolo “Nella corsa per afferrarlo” a pag.28 e seguenti si dice cosa successe negli anni 80 e si riportano ampi brani della biografia. Trascrivo alcuni passaggi.

“… vivere la novità portata da Cristo dell’appartenenza alla Chiesa (…) non sembrava abbastanza. Costruire la comunità cristiana sembrava insufficiente per la portata della sfida, occorreva “fare qualcosa”. E l’immagine di questo “fare” era dettato dalla impostazione degli altri: si trattava di una mossa uguale e contraria a quella degli altri (…)

Quale fu (… ) la modalità di risposta allo smarrimento? (…) abbiamo fatto un’infinità di iniziative (…) presi dal fremito di fare , di riuscire a realizzare risposte e operazioni in cui noi potessimo dimostrare agli altri che, agendo secondo i principi cristiani , si faceva meglio di loro. Solo così avremmo potuto avere una patria anche noi”

Si cercò cioè ci superare lo smarrimento con una volontà di intervento, di operatività, di attività, con un “buttarsi a capofitto seguendo il mondo”, in uno sforzo e in una pretesa di cambiamento delle cose con le proprie forze, esattamente come gli altri. (…) Senza che ce ne rendessimo conto, avvenne, dice Giussani, “il passaggio da una matrice a un’altra matrice, … minimizzando e rendendo il più possibile astratto il discorso e il tipo di esperienza cui si partecipava ” (…) Venne operata una riduzione o una vanificazione dello spessore storico del fatto cristiano,… minimizzandone la portata storica… rendendolo il più possibile vano come incidenza storica”.

(…) Tutto ciò che si stava vivendo allora dell’appartenenza al Movimento (l’educazione ricevuta, la caritativa, la presenza quotidiana nelle scuole e nelle università, la risposta ai diversi bisogni) era come svuotato, non era stimato sufficiente: occorreva fare altro per mostrare che anche noi eravamo interessati alle sorti del mondo, che avevamo un progetto e una prassi migliore.

Tale posizione portava a una serie di conseguenze indicate da don Giussani, a pag. 29. Ne indico la prima che mi pare impressiona teme te coincidente con l’attuale posizione di molti:

“Una concezione e efficientistica dell’impegno cristiano, con accentuazioni di moralismo”. Altro che accentuazioni: con riduzione totale a moralismo! Per che cosa si doveva rimanere ancora cristiani? Perché il cristianesimo ti spinge all’azione, ti spinge all’impegno e basta!… il cristiano ha ancora diritto di rimanere nel mondo solo nella misura in cui si butta nell’azione mondana: è il cristianesimo etico. Davanti al bisogno del mondo, vi è l’analisi di esso, la teoria per rispondervi e la risposta secondo questa teoria…. Cristo non c’entra: c’entra a un livello al di là del tempo e dello spazio; è un’ispirazione morale ….“trascendentale”

 

“L’ideologia ci invade totalmente…”

Nella vita di don Giussani che sto leggendo, sono arrivata al 1973 quando ci fu il raduno degli universitari di Cl con il titolo “Nelle università per la liberazione” al Palalido di Milano. Tra la folla che assisteva al momento pubblico c’era anche, con un quadernetto e penna per gli appunti, l’on. Moro che voleva conoscere meglio i giovani di Comunione e Liberazione. Don Giussani non partecipò ma pochi giorni dopo defini’ quello che sembrava essere stato un successo “una fuga in avanti di un gruppetto leader”.

“E – continua il testo di Savorana a pag. 469 – il 20 maggio 1973 (don Giussani) segnala un errore in cui si è incorsi nell’organizzazione, ovvero porre la “speranza sulle idee politiche proprie o altrui” (…) “La cosa più orrenda del convegno così mirabilmente riuscito del 31 marzo, ma comunque significativissima come strumento che Dio dà alla nostra contrizione” è “che gli applausi più lunghi in un convegno di testimonianza al mondo, per la prima volta in così grande stile, sono andati all’affermazione che noi non andiamo con nessun partito o (al no) al fermo di polizia”. Per Giussani è una vergogna: “Volevo scomparire quando ho sentito questo”. E questa è l’origine della sua disapprovazione: “Ciò che è privilegiato in noi non è Cristo, non è il fatto nuovo: ragazzi, non crediamo ancora. L’ideologia ci invade talmente, che ciò che non potrebbe che essere secondario rispetto alla comunione – perché che tu abbia un’opinione differente dalla mia, questo è naturale – diventa prevalente operativamente, nel giudizio che si dà, e nell’azione che ne consegue”, fino al punto che “la comunione non ha più spessore”. E la vita del Movimento si impoverisce, riducendosi ad un seguito di parole: “La proiezione meccanica del discorso, credere che all’università Cattolica siamo presenti, si faccia missione perché noi ripete il discorso, non è una cosa rara. O credere che si sia presenti nel mondo della scuola perché si fa l’assemblea di Comunione e Liberazione è una cosa molto facile a trovarsi, nel maggioranza i noi”.

“La bellezza è la verità che si comunica a noi attraverso un’attrattiva”

“La bellezza è la verità che si comunica a noi attraverso un’attrattiva, nell’anima nostra sorgono profondi discorsi e profonde esperienze di vita e può essere che noi tendiamo a fermarci a questo, a vivere la parola di Dio solo esteticamente.

Invece, seguire la sapienza nuova coincide con una morte, la morte dei nostri pensieri, dei nostri sentimenti, del nostro modo di fare: implica una rottura,  una contrizione della nostra persona, perché “i nostri pensieri non sono i suoi pensieri” (…) .

Obbedire alla Sua volontà è lo strumento col quale Egli ci vuol far aderire totalmente a Lui, secondo la Chiesa, nella circostanza effimera, banale, nella quale ci ha chiamato. Solo attraverso la fede e l’aderire a questo fatto con cui Dio ci porta, riflettendo e amando, aderendo volontariamente ai momenti ordinari di una regola quotidiana, ci rende corpo e sangue della volontà del Padre.

Mai possiamo aderire di più alla misericordia di Dio che nell’ubbidire alle persone, alle pietre dove Dio ci ha collocati”.

(Vita di don Giussani di Savorana,pag.446/447)

“Una tenerezza che si immedesima con la situazione del nostro niente”

“Si naviga nel buio assoluto su di se’, sulla propria origine e sul proprio destino se non si affonda la coscienza di noi dentro il mare di questa parola nel suo aspetto primo, quello che suggerisce l’altra parola della Bibbia: “Ti ho Amato di amore eterno, perciò ti ho attirato a me avendo pietà del tuo niente”.

Per questo (…) è venuto Cristo, Lui “porta su di se’ il nostro niente, la nostra confusione, l’oscurità nel cammino, i nostri smarrimenti, la nostra meschinità, la nostra incommensurabilità con il significato dell’ora e del gesto, la nostra vera miseria”.

La misericordia è “una tenerezza che si immedesima con la situazione del nostro niente, della nostra resistenza e della nostra inconsistenza”, ma è anche la forza, “la forza con cui la tenerezza vince, conduce e guida, sostiene, compie la nostra miseria”. (Vita di don Giussani di Savorana, pag. 444,445)

La coerenza e la conversione

Il 13 settembre 1973, alla diaconia diocesana di CL a Milano don Giussani si riferisce al rischio di una riduzione associazionistica dell’esperienza di CL…. E osserva: “per la stragrandissima maggioranza della gente del Movimento, la comunione si identifica con la somma di iniziative e con la somma di rapporti. Non è questa la comunione. La comunione è una natura nuova mia, una natura nuova che è entrata nel mondo e che fa una natura nuova in me e perciò il rapporto con te deve essere diverso”

La caratteristica peculiare del Movimento … è “la prevalenza del fatto sulla dialettica, e quindi dell’esperienza sul discorso” …. “Se il movimento non recepisce questa indicazione, l’anno venturo noi saremo disastrata, l’anno venturo noi saremo fracassati. Perché è di un’urgenza atroce: proprio la fioritura delle iniziative, la potenza stessa degli impegni che ci siamo assunti, tutto si collasserà” … “Proprio a questo punto Domine Iddio ci fa capire che non è quella la conversione, ne’ la conversione è dire: “Bisogna essere coerenti moralmente”, perché l’essere coerenti moralmente trae la sua forza e la sua possibilità stessa da una mentalità nuova, da un’autocoscienza nuova”. (Da “La vita di don Giussani”, pag.437)