“Il problema non è il passo indietro di Berlusconi, ma il nostro passo avanti”

  Personalmente non amo la politica perché è uno strumento che potrebbe usato in modo sbagliato con grossi danni per tuttti. Però occorre non defilarsi e che ciascuno si assuma le sue pur piccole responsabilità.
L'importante è non delegare ad altri uno strumento così delicato come le sorti di un popolo. Per questo apprezzo il manifesto di alcuni politici cattolici e lo propongo a coloro ai quali potrebbe esere sfuggito. Si tratta – come per tutte le iniziative – di un tentativo "ironico" come diceva un grande amico -; ma restare inerti è essere condannati per sempre a restare come gli ignavi danteschi che "visser sanza infamia e sanza lodo".

 

 
Da Avvenire del 19 ottobre:
Undici esponenti Pdl: «Stagione costituente»

La fede fiorisce come gemma sul tronco solido della ragione». Questa frase di San Gregorio di Nazanzio sintetizza in maniera mirabile il senso della fede. Non un a priori, un pregiudizio da utilizzare per forzare l’interpretazione della realtà, bensì uno stimolo a giudicare attraverso un uso vero e profondo della ragione.

La nostra libertà di cristiani impegnati nella costruzione del bene comune, si gioca tutta in questa sfida. Non esistono formule magiche. Supporre che potremmo essere diversi, ovviamente migliori, e le cose finalmente andare bene con la scomparsa dalla scena politica di Berlusconi, è sbagliato e ideologico.
Se davvero Berlusconi è l’origine di tutti i mali, tutti noi cattolici militanti nel Popolo della Libertà altro non siamo che complici risibili e inerti.
Al contrario, Berlusconi ha avuto la forza di mettere insieme, ciascuno con la propria identità e senza che nessuno si sentisse ospite, ciò che insieme apparentemente non poteva stare dando voce, pur non compiendola, alla speranza di molti di noi. Lo ha fatto attraverso un programma di riforme del sistema e di valori condivisi su cui oggi abbiamo il dovere di mettere in gioco tutta la nostra responsabilità.
Spetta a noi, quindi, e non a Berlusconi fare in modo che questo patrimonio non si disperda realizzando forme di partecipazione alla politica e riforme antistataliste nel segno di valori che non rappresentano un’esclusiva dei cattolici.
È la proposta politica che siamo chiamati a costruire oggi nel Popolo della Libertà, il suo fascino sta nei contenuti e non, invece, nella scommessa sterile su se e come si concluderà la stagione dell’uomo che ha contraddistinto la Seconda Repubblica.
Il problema non è il passo indietro di Berlusconi, ma il nostro passo avanti. La nostra assunzione di responsabilità a fronte di chi è tentato dallo scetticismo o peggio ancora dalla violenza. A chi cerca in piazza di surrogare la democrazia non si risponde solo con la polizia, ma proponendo una politica garante dei tentativi che le persone, le famiglie, le imprese fanno per vivere meglio. Garante, non padrona. Questo vuol dire, ad esempio, non rassegnarsi a un “Paese per vecchi”, dove il succo dello scontro politico appare essere la difesa a oltranza delle corporazioni che da anni tengono in ostaggio l’Italia e il suo sviluppo. Vogliamo spazio per libertà di educazione e di impresa.
Perché un partito che non difenda la creatività di coloro che nella società costruiscono, magari talvolta contestandoci, opportunità per tutti, non sarebbe difensore di interessi legittimi, ma una banda tenuta insieme solo dalla spartizione del potere.
La strada non è breve né semplice da percorrere. Dobbiamo mettere da parte i personalismi e promuovere in questi mesi la riconciliazione e il confronto tra tutti coloro che sono separati in Italia e uniti, guarda caso, in Europa sotto le insegne del Partito popolare europeo. Vivono cioè sotto lo stesso tetto, capaci di superare, attratti dall’affermazione di un ideale più grande, le contraddizioni che in Italia appaiono un muro invalicabile.
Una stagione costituente, capace di ridare slancio al nostro stare insieme, nasce insomma non da “ammucchiate” consociative, ma dalla proposta di un soggetto politico attore a pieno titolo di una visione dell’Europa corrispondente al progetto ideale dei padri fondatori, di un’economia sociale di mercato che coniughi la crescita e i diritti dei lavoratori, di una società in cui la fede e la libertà religiosa siano il cemento e non l’ostacolo per edificare la convivenza civile.
Ognuno di noi vuole vivere la responsabilità che gli è affidata con realismo, perché è da questo che dipende il nostro futuro.
Le ragioni che ci hanno spinto ad entrare in politica al fianco del premier Berlusconi vanno ben al di là delle sue qualità e delle sue incoerenze. Sono invece legate a ciò in cui crediamo, e che ha trovato in Berlusconi un catalizzatore imprevedibile e forte. Sarebbe ingratitudine addossare a lui solo ciò che non siamo stati capaci di fare. Sarebbe enormemente grave non batterci adesso perché i valori e le idee che abbiamo care vengano sottratte alla logica di un cupio dissolvi. Nella nostra unità, e in un sostegno convinto alle ragioni e alle esperienze di chi quotidianamente è impegnato in quella parte di Italia così attiva e così motivata al cambiamento del Paese, sta la strada giusta per accompagnarci in un tempo tanto difficile. Se non siamo una corte, ma siamo parte di una storia, è il momento di dimostrarlo.

Mario Mauro, Maurizio Lupi, Raffaele Fitto, Franco Frattini, Maurizio Gasparri, Mariastella Gelmini, Alfredo Mantovano, Gaetano Quagliariello, Eugenia Roccella, Maurizio Sacconi, Antonio Tajani 

 

   

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Cattolici democratici e cattolici

Dal Blog di Antonio Socci:

Si può essere “cattolici democratici” senza essere più cattolici?

Vito Mancuso è un tipo minuto dall’aria dimessa e stropicciata. E’ uno dei figli spirituali del cardinal Martini e oggi è approdato a scrivere per Repubblica.

Commentando la nomina del cardinale Scola a Milano, ha spiegato che “la questione è politica” (curioso modo di considerare la Chiesa): siccome la Curia di Milano è stata per trent’anni nell’orbita di Martini e della sua corrente, secondo Mancuso tale doveva restare.

Invece con Scola il “cattolicesimo democratico” avrebbe subito – a suo dire – “un’umiliazione pesante” perché avrebbe perso “l’unico punto di riferimento nazionale”.

Benedetto XVI – afferma l’intellettuale di Repubblica – scegliendo Scola ha scelto di “contrastare frontalmente” quella linea “cattolico democratica”.

In pratica, se così stessero le cose, dovremmo concludere che il papa ha deciso di restituire a Milano il cattolicesimo tout court, senza aggettivi. E ci sarebbe solo da rallegrarsene.

Ma la chicca dell’articolo di Mancuso è un’altra, quella dove si apprende che egli è il confidente segreto dello Spirito Santo. Scrive infatti: “non so se questo sia davvero il volere dello Spirito Santo che ha sempre amato il pluralismo”.

Evidentemente lo Spirito Santo ha detto a Mancuso che preferiva Ravasi.

La singolare idea del cattolicesimo che ha Mancuso è stata bocciata duramente, mesi fa, da Civiltà Cattolica e da Vincenzo Vitale nel libro “Volti dell’ateismo”.

Quelle pagine mostrano che Mancuso sarà anche all’interno del “cattolicesimo democratico”, ma – visti tutti i dogmi di fede che nega – sta al di fuori del cattolicesimo.

Me ne dispiace molto. Ho avuto occasione di incontrare Mancuso di recente e voglio raccontare l’episodio.

Ho accettato l’invito al programma di Corrado Augias in onda su Rai 3 verso mezzogiorno per un’intervista sul mio libro appena uscito, “La guerra contro Gesù”.

Sapevo che il salotto di Augias non è affatto neutro e che il conduttore, pure lui giornalista di Repubblica, è animato da forti sentimenti anticattolici (che scatenano ricorrenti proteste su “Avvenire”).

Io stesso, nel mio libro, lo pizzicavo su alcune assurdità da lui scritte a proposito di cristianesimo (pure durante la trasmissione ho dovuto contestargli un’altra castroneria).

Dunque non mi sono stupito quando i curatori del programma mi hanno informato che in studio era stato chiamato pure Vito Mancuso.

Mi ha divertito che Augias avesse voluto “un rinforzo”. Sinceramente – lo dico senza protervia – la cosa non mi ha affatto impensierito.

Ma non era finita. Augias – per sentirsi ancora più al sicuro – ha deciso di procedere così: lui poneva una domanda, solitamente molto dura con la Chiesa, spesso una requisitoria.

Io ero chiamato a rispondere e Mancuso poi era invitato a replicare alla mia risposta. Cosicché avevano sempre la prima e l’ultima parola. Ha fatto sistematicamente così.  

Così ho dovuto digerire delle assurdità che facevano veramente venire l’orticaria: sentir ripetere per l’ennesima volta, dopo il secolo dei genocidi perpetrati dalle ideologie atee, che “il monoteismo” (genericamente inteso) sarebbe fonte di intolleranza è veramente insopportabile.

Certo, la prassi adottata da Augias non è un esempio di conduzione seria e ‘super partes’. Ma in fondo mi aspettavo cose del genere (quando non si hanno argomenti si ricorre ai mezzucci). Però le sorprese non erano finite.

Ho infatti scoperto lì, direttamente in trasmissione, che – insieme al mio – il conduttore aveva deciso di parlare anche di un altro libro (di Matthew Fox, “In principio era la gioia”), pubblicato in una collana curata da Mancuso stesso. Ovviamente un libro contro la dottrina cattolica.

Un’altra scorrettezza perché – non essendo stato informato, come era doveroso fare – mi sono trovato a dover discutere di un testo che non conoscevo, mentre Mancuso sapeva in anticipo che si sarebbe trattato del mio libro.

Il volume di Fox peraltro serviva ad Augias solo ad alimentare la polemica anticattolica, perché – ho scoperto in seguito – era già stato presentato in quella trasmissione.

Mi sono detto: ma quanto sono insicuri dei propri argomenti se devono ricorrere a questi miseri sistemi? Perché sono così impauriti da un confronto libero e paritario?

Naturalmente io ho detto comunque alcune cose e – stando alla quantità di mail che ho ricevuto – credo di averlo fatto anche in maniera efficace.

Ma adesso devo dirvi ciò che mi ha sconcertato.

Il volume di Fox si scaglia contro la dottrina del peccato originale, come se questa realtà fosse stata torvamente inventata dalla Chiesa per colpevolizzare gli uomini.

E Mancuso ha proclamato le stesse idee nei suoi libri e in quella trasmissione.

Interpellato in proposito io ho osservato semplicemente che il peccato originale è un fatto così evidente, tangibile, che chiunque può constatarlo nella sua esperienza quotidiana, tanto è vero che poeti non credenti come Charles Baudelaire e Giacomo Leopardi hanno descritto benissimo questa condizione decaduta dell’uomo, desideroso di felicità, ma strutturalmente incapace di conquistarla.

La nostra umanità è inquinata dal dolore, dal male e dalla morte. E’ un fatto, una realtà che tutti – in ogni istante – ci troviamo amaramente a constatare.

Ciò dimostra – ho concluso – che non è per nulla la Chiesa ad aver “inventato” il peccato originale, ma – al contrario – è lei l’unica ad aver dato una spiegazione della nostra condizione: la sua dottrina del peccato originale infatti fornisce l’unica ragione esauriente del guazzabuglio disperante in cui l’uomo, dalla sua nascita, si trova “gettato”.

Non solo. La Chiesa non si limita a rivelare all’uomo le cause di questa condizione, comunque misteriosa, ma annuncia e propone Gesù, il salvatore, l’unico che questa condizione può redimere, che può capovolgere il segno mortifero dell’esistenza e cambiare radicalmente il nostro destino infelice. Donando la felicità.

A questo punto è intervenuto Mancuso che ha cominciato una sua requisitoria: il peccato originale – a suo dire – è stato inventato nel V secolo da S. Agostino e nel 418, al Concilio di Cartagine, la Chiesa ha reso dogma il pensiero di Agostino.

Incredulo per questa assurdità ho obiettato che la dottrina del peccato originale c’è già in san Paolo, cioè all’origine del cristianesimo.

Mancuso lo ha negato dicendo testualmente che in san Paolo vi sarebbe soltanto il parallelismo fra Adamo e Cristo. Non sapevo se mettermi a ridere o a piangere. Possibile che un semplice giornalista come me debba svelare a uno che si fa presentare come “teologo” (e addirittura “teologo cattolico”) che San Paolo ha scritto, all’incirca nell’anno 58, la fondamentale Epistola ai Romani e che nel capitolo quinto di tale Epistola si trova già espressa nel dettaglio la dottrina del peccato originale?

Non contento di quella topica Mancuso negava che il peccato originale fosse una condizione dell’uomo e insisteva nel dire che la Chiesa imputava agli uomini un peccato non commesso.

Mi è stato facile invitare Mancuso a leggere almeno il Catechismo della Chiesa Cattolica dove sta scritto a chiare lettere che il peccato originale è stato da noi “contratto”, ma non “commesso” e che è “condizione di nascita e non atto personale” (n. 76).

Sapevo peraltro che Mancuso nega una quantità di altri dogmi della Chiesa. E’ capace di scrivere una cosa del genere: “non c’è alcuna esigenza di credere nella sua (di Gesù, nda) risurrezione dai morti per essere salvi”.

Vitale, dopo un’accurata disamina di queste mancusate, conclude che egli, negando “diversi dogmi fondamentali per la fede” come “peccato originale, immacolata concezione, immortalità dell’anima, eternità dell’inferno, si colloca volontariamente non solo al di fuori della teologia, ma anche al di fuori della dottrina cattolica e della Chiesa”.

Io, dopo l’articolo di Mancuso su Milano, mi limito a domandarmi solo se si possa essere “cattolici democratici” senza essere cattolici. Chissà che ne pensa il cardinal Martini.

Antonio Socci

Da “Libero”, 3 luglio 2011

Post scriptum:

Mancuso ha testualmente scritto:

“Oggi non c’è più nessuno così tra i vescovi delle principali diocesi italiane, ai cattolici progressisti di questo paese è stata tolta anche l’ultima possibilità di avere un punto di riferimento nella gerarchia, e non so se questo sia davvero il volere dello Spirito Santo che ha sempre amato il pluralismo visto che di Vangeli ne ha ispirati quattro, e non uno solo”.

Mi chiedo: esiste forse un vangelo “cattolico democratico” o “progressista”. E quale sarebbe dei quattro?

Preti ambrosiani richiamano i criteri per il voto

Da Tempi:

Il richiamo della Conferenza episcopale italiana è stato chiaro. Ha detto il segretario della Cei monsignor Mariano Crociata: «La scelta del voto deve tener conto del quadro della caratteristiche e delle esigenze che permettono a chi assume responsabilità in ambito politico di rappresentare non gli interessi di una parte, ma la visione dell’uomo che esprime la fede cristiana». A Milano, nella sfida della «“sussidiarietà” di Moratti contro la “centralità” comunale dello sfidante Pisapia», per dirla con un titolo di Avvenire di mercoledì 25 maggio, pezzi di Chiesa cattolica hanno scelto “lo stile Pisapia”, come ha dichiarato don Virginio Colmegna, già capo della Caritas milanese e personalità di spicco della curia ambrosiana. E cos’abbiano in comune la sessantottina fondatrice di “Soggettività lesbica” e dell’Università delle donne, Anita Sonego, che vuole abolire il concetto di “famiglia” troppo legato alla «supremazia maschile e alla subordinazione delle donne e dei figli», con la cattolica Maria Grazia Guida, direttrice della Casa della Carità e presidente dell’associazione Ceas, Centro ambrosiano di solidarietà, è già un elemento acquisito prima del ballottaggio di domenica prossima: entrambe, come altri esponenti cattolici milanesi, risultano già eletti nella Lista Pisapia in compagnia di personalità come il radicale anti “vatican-taliban” Marco Cappato e Basilio Rizzo dell’estrema sinistra. A fronte delle posizioni assunte da don Virginio Colmegna e da altri esponenti del cattolicesimo ambrosiano, Tempi ha chiesto a tredici sacerdoti della diocesi milanese il loro punto di vista sui criteri che dovrebbero essere tenuti presenti dai cattolici milanesi in vista del ballottaggio di domenica prossima.

A don Carlo Casati, parroco di Santa Maria Nascente a Milano, certe scelte risultano poco comprensibili. «La solidarietà è uno dei punti del magistero cattolico, ma non può rimanere isolato dagli altri: c’è anche la sussidiarietà, che lascia spazio all’azione della persona che precede quella dello Stato e la difesa della libertà della Chiesa. Poi c’è la tutela della vita dalla culla alla morte e della famiglia naturale. Bisogna praticare e difendere la totalità del magistero: sussidiarietà, famiglia, difesa della vita e libertà della Chiesa sono princìpi che vanno privilegiati su tutto».

Per don Ottavio Villa, parroco di Merone, «la Chiesa dice semplicemente quello che la politica è: salvaguardia dei valori non negoziabili e servizio del bene comune. Un cittadino deve giudicare questo e vedere chi di fatto li tutela di più. La solidarietà è necessaria ma non può e non deve diventare un’utopia. Il male non sarà mai sradicato dall’uomo, chi lo redime è solo Cristo». Un’altra cosa da cui guardarsi per don Villa è «la legalità quando è sbandierata e usata ideologicamente per ingannare i cittadini e farli votare per chi sembra moralmente perfetto e poi magari porta avanti una politica contraria al bene comune».

Per un prete gli orientamenti da esprimere «sono quelli della dottrina sociale della Chiesa, non quelli delle organizzazioni partitiche». Così parla don Angelo Cairati, parroco della chiesa di San Giuseppe a Sesto San Giovanni. «La Chiesa deve far luce su tutti i fattori necessari a che il fedele si formi un giudizio. Bisogna parlare di quelle esperienze che si incarnano in valori, valori capaci di abbracciare tutta la persona. Al fedele spetta giudicare chi fra gli schieramenti politici rispetta di più la persona». Ma un prete può dire per chi votare? «Mai», conclude Cairati. «Al limite può indicare i temi più utili per la salvaguardia del bene comune, ma non può dal pulpito dire a un fedele chi deve votare».

Don Franco Berti, parroco di San Vincenzo de’ Paoli a Milano, spiega che «la responsabilità fondamentale della Chiesa è educativa e ha i suoi punti nodali nella dottrina sociale. Mi riferisco soprattutto ai valori non negoziabili». Berti ribadisce che il suo compito e quello degli altri preti è «l’educazione a vivere il rapporto con Cristo che poi rende non negoziabili certi valori come la famiglia, la vita e la sussidiarietà». Il compito dei sacerdoti è «educare a vivere la bellezza della fede così che i laici si assumano poi la responsabilità di promuovere e difendere la visione dell’uomo che nasce dalla fede. La solidarietà senza il rispetto della vita, della famiglia naturale e della libera educazione mi sembra “falsata”». Berti sostiene poi che «è gravissimo quando un sacerdote prende le parti di un partito a nome della Chiesa».

Secondo don Luigi Stucchi, vicario del Parroco di Vimercate-Burago Molgora (don Mirko Bellora) per la Chiesa dei S.S. Giacomo e Cristoforo in Ruginello (frazione di Vimercate): «Siamo al solito enigma: chi votare? Mi chiedo: chi rappresenta davvero la vita cristiana, quindi quella buona per ogni vivente? Tutti chiacchierano, ma la situazione è squallida. Dell’educazione e dei giovani fingono tutti di interessarsi ma poi nessuno fa nulla. Io credo che dobbiamo renderci conto della menzogna di questo secolo: si vuole costruire un mondo senza Dio». Per Stucchi bisogna guardasi soprattutto da chi «si dichiara cristiano, mentre pubblicamente si schiera da tutt’altra parte». Il parroco ribadisce che alla Chiesa «spetta solo di vivere e annunciare il cristianesimo». Ma che dire dei preti che si fanno promotori di certi candidati perché risolvano la questione sociale? «Sono fuori strada, non vivono più la fede come una presenza e si ritrovano poi a fare i politici. È Gesù l’unico che risponde ai bisogni dell’uomo. E un prete o un potere che non tiene conto di questa verità sarà sempre ingiusto. Ai preti l’educazione cristiana, ai laici difenderla in modo più forte, perché sulle questioni non negoziabili il nostro cristianesimo mi pare di gommapiuma». seguente ›  
 

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Cattolici e politica

Un contributo di Domenico Bonvegna:

 VOTO AMMINISTRATIVO. IL CATTOLICO DEVE IMPORRE ALL'AGENDA POLITICA I PRINCIPI NON NEGOZIABILI.

 Leggo su Il-cortile.it che in questi giorni a Milano è uscito un appello di cattolici che invita a votare Pisapia il candidato sindaco della sinistra. Nell'appello oltre alle firme di qualche esponente politico, compaiono le firme di sacerdoti con ruoli secondari della Curia di Milano.“L'appello è un grande insulto all'amministrazione ora in carica, che non ha aiutato i poveri e che avrebbe mancato di trasparenza nella gestione delle proprie attività. La accusa anche di «uno scarso impegno nella lotta alla corruzione e alle infiltrazioni criminali mafiose».
 Inoltre, l'appello, colpevolizza la maggioranza, senza alcun riferimento al principio della reciprocità, per non aver riconosciuto all'islam «il diritto di costruire i propri edifici di culto». Quando infine si arriva a parlare dei valori etici non si trovano cenni all'aiuto alla vita, alla famiglia, all'educazione, e si fa leva solo sulla coerenza privata di chi governa, quale metro di scelta per il voto.Mentre dei criteri di cui la Chiesa cattolica si è sempre avvalsa non c'è alcuna traccia. E' quindi quantomeno singolare che l'appello pretenda di farsene voce ufficiale, tirando per le vesti l'arcivescovo di Milano: «La nostra coscienza – si legge alla fine – è illuminata dai nostri valori e da quanto ci continua ad indicare il nostro Arcivescovo Tettamanzi».
 L'appello è la prova che persiste la confusione dei cattolici sulle scelte politiche, soprattutto dopo la caduta del Muro di Berlino; scomparsa la Dc, il voto dei cattolici è in libera uscita. 
 A questo proposito appare puntuale l'intervento sul giornale online La bussola quotidiana del vescovo di Trieste, Monsignor Giampaolo Crepaldiche indica il Magistero ufficiale della Chiesa in materia politica. «La comunità cristiana e la fede… non possono ritenersi estranei ai momenti in cui l'uomo decide di se stesso e del proprio futuro. Non perché la fede cristiana fornisca ricette politiche o amministrative, ma perché ritiene di aver qualcosa da dire sul senso comunitario della vita».
 Crepaldi quindi non separa fede e vita, scongiura la scelta religiosa e sottolinea l'importanza dell'organizzazione, dell'occupazione, della città, dell'ambiente come servizio alla persona. Perché «noi non pensiamo che ci siano da un lato le questioni operative e materiali e dall'altra quelle morali o spirituali. L'uomo è un tutt'uno e la vita è sempre una sintesi».
 L'arcivescovo di Trieste, inoltre, ricorda che se l'amministrazione di una città «deve essere senz'altro indipendente dal piano ecclesiastico della religione», non può però «slegarsi dall'etica, ossia dai principi morali legati al bene della persona e della comunità». Il vescovo sottolinea che «l'elettore sa bene che dovrà decidere non solo sul piano urbanistico o della viabilità, ma anche di grandi valori». E sottolinea chiaramente che «la Chiesaha sempre insegnato che non è lecito al cristiano appoggiare partiti che su questioni etiche fondamentali hanno espresso posizioni contrarie all'insegnamento morale e sociale della Chiesa... facendo diversamente si farebbe un danno alla persona e alla società. Ci sono infatti questioni che possono essere affrontate e risolte in molti modi, ed altre che, invece, sono sicuramente sbagliate e contrarie al bene umano».
 Anche gli enti territoriali, infatti, possono decidere in merito e «danneggiare o aiutare la famiglia, possono aprire o meno il riconoscimento pubblico a “nuove forme di famiglia”, possono o meno mettere in atto aiuti concreti contro l'aborto, offendere il diritto alla vita, soffocare la libertà di educazione delle famiglie, possono combattere sistematicamente la presenza pubblica del cristianesimo». Perciò, conclude Crepaldi, il cattolico «dovrà votare in base a questi principi, e non cercherà solo l'onestà personale dei candidati, ma l'accettabilità dei loro programmi dal punto di vista dei valori fondamentali che ho elencato sopra e valuterà la storia e il retroterra culturale dei partiti dentro cui i candidati operano». L'avvocato Giuliano Pisapia è avvisato.
 Infatti un cattolico secondo Marco Invernizzi su labussolaquotidiana.it, dovrebbe anzitutto chiedersi come pensano o che cosa hanno fatto su questi temi i candidati.  Tra l'altroc'è una piccola associazione di giovani milanesi, Nuove Onde, negli ultimi anni ha prodotto un sussidio elettorale utilissimo spiegando come i candidati si erano precedentemente comportati appunto sui tre temi, vita, famiglia, libertà di educazione. Addirittura un cattolico, scriveva nel 2004, il cardinale Ratzinger, può avere un’opinione diversa dal Papa in materia di liceità di una guerra o sulla pena di morte, ma non in tema di aborto o di eutanasia.
 La confusione sul voto dei cattolici si ripresenta ogni volta che ci sono le elezioni, però “molti dubbi fra i fedeli verrebbero superati se i vescovi e i parroci spiegassero meglio il criterio dei principi non negoziabili ai loro fedeli; si tratterebbe di aiutare a scegliere bene, come ha detto il Papa a Venezia l’8 maggio: “Nella storia bisogna scegliere: l’uomo è libero di interpretare, di dare un senso alla realtà, e proprio in questa libertà consiste la sua grande dignità. Nell’ambito di una città, qualunque essa sia, anche le scelte di carattere amministrativo culturale ed economico dipendono, in fondo, da questo orientamento fondamentale, che possiamo chiamare “politico” nell’accezione più nobile e più alta del termine”. Invece questo non accade – scrive Invernizzi – I più anziani vivono ancora nella nostalgia della Dc, quando vigeva il sistema elettorale proporzionale e si votava per appartenenza ideologica. I partiti di massa raccoglievano appunto il voto delle rispettive masse, le quali non si ponevano troppi problemi politici, votavano e basta”. (Marco Invernizzi, Principi non negoziabili, quel che non si capisce, 13 maggio 2011, Labussolaquotidiana.it)
 Purtroppo oggi capita che la discussione politica è concentrata esclusivamente su Berlusconi, difficilmente capita di percepire che il criterio di scelta del voto e del candidato sia legato ai valori che dovrebbero fondare la convivenza di una comunità, perché quasi subito, in ogni discussione, si arriva alla personalizzazione. “Questo è il segno di una sudditanza culturale: non riusciremo mai a imporre all’agenda della politica i principi fondamentali del bene comune se non ci crediamo neppure noi, e non scegliamo a chi dare il nostro voto soprattutto, partendo appunto dai principi non negoziabili”.
 Oggi, quindi, non dovrebbe essere difficile comprendereche il principale compito dei cattolici, diventati una minoranza in Italia anche se corposa, dovrebbe essere quello di promuovere questi principi fondamentali e irrinunciabili votando coloro che offrono maggiori garanzie di difenderli. E questo dovrebbe avvenire sia a livello di scelta di schieramento o coalizione, sia dei partiti che sostengono le diverse coalizioni, sia, dove il sistema lo consente, dando il voto di preferenza del candidato, fosse pure in un minuscolo Consiglio di zona”.(Ibidem).
 
 Rozzano MI, 13 maggio 2011
  Festa di Nostra Signora di Fatima                                                                
 
DOMENICO BONVEGNA
                                                                                     domenicobonvegna@alice.it

Chiarezza e lealtà sono doti indispensabili per un buon politico…

Quel che mi piace delle persone è quando sono sincere, leali e soprattutto chiare. Le ambiguità non mi piacciono, soprattutto se servono a coprire evidentemente intenti segreti e inconfessabili.
Da questo punto di vista mi pare molto interessante lo scambio di battute tra l'on. Fini e il direttore di Avvenire Tarquinio che potete leggere
qui, nella rassegna stampa della Camera di ieri.

Penso che sia inutile fare dei proclami altisonanti che suonano un po' come specchietti per le allodole; e poi l'intento mascherato da parole che dicono tutto e il contrario di tutto risulta evidente a chi sa leggere con attenzione. Come se si volesse invitare la gente a fidarsi del nulla. Ma sembriamo talmente insulsi da fidarci di chi parla e agisce così?

E poi le "nuove dimensioni etiche e morali" e la nuova  "laicità positiva" invocata da Fini cosa significano? Almeno per me che sono cattolica?

A me pare importante che su certe questioni  chi aspira al Governo  debba essere molto chiaro, senza dar adito ad interpretazioni per tutte le stagioni. Perché certi slogan inventati per l'occasione non mi convincono per niente e condivido pienamente la controreplica del direttore dell'Avvenire Tarquinio.

M.Lupi: "Per me la politica è costruire e servire il bene comune non la difesa di un potere"

Eppure Scalfari dovrebbe conoscere, in quanto giornalista, la dottrina della Chiesa e la sua storia. Ma ha preferito farsi un'idea sua al passo con i tempi, i nostri tempi così confusi e cattivi per molti aspetti. E Maurizio Lupi gli ha risposto come vedo su Repubblica, anche se la controrisposta di Scalfari si confonde con le parole di Lupi e dimostra la poca attenzione dell'impaginatore oppure il deliberato intento di confondere ancora di più le acque. Il cristianesimo – il nostro Scalfari non lo sa ancora dall'alto della sua autoreferenzioalità – non è un insieme di regole inventate dagli uomini perché "All'inzio dell'essere cristiano non c'è una decisione etica o una grande idea, bensì l'incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva"
(Benedetto XVI, Deus Charitas Est)

 CATTOLICI IN POLITICA E LA COERENZA MORALE

Gentile Scalfari, avrei molto da dire sul suo articolo dal titolo «L' ultima partita a scacchi del Cavaliere», esempio concreto della "Berlusconi-fobia" da cui lei è palesemente affetto. Ma quello che però più mi preme ora è rispondere all' ultima parte. Quella in cui lei si preoccupa della moralità e, in estrema sintesi, mi etichetta come «immorale» nella difesa del presidente Berlusconi. Evoca Machiavelli, ma io la invito a rileggere quella pagina del vangelo in cui vedendo Gesù che andava a mangiare da Zaccheo, «tutti mormoravano: è andato ad alloggiare da un peccatore!» Lei è come quella folla. Non pretendo capisca un' esperienza di fede che, evidentemente non vive ma, proprio per questo, i suoi giudizi mi sembrano completamente slegati dalla realtà. Ho già avuto modo di chiarire che «non ho questo modello di vita, non lo applico, non lo condivido». Ma, soprattutto, «lo giudico». Vivo nell' esperienza cristiana "il centuplo quaggiù" ed è quello che con tutti i miei limiti voglio testimoniare anche in politica. Come questa testimonianza entri nel cuore dell' altro e, nel caso, lo cambi, non spetta a me deciderlo. Ritengo invece una grande forma di violenza pretendere la conversione di chi ci sta a fianco. Mi affido alle parole di un carcerato che, dopo l' incontro con il cristianesimo, ha detto: «Credevo di non avere più nessuna possibilità, invece miè stata data fiducia. Il bene può cambiare anche le persone peggiori». Questo è lo sguardo che ho incontrato e l' insegnamento che mi porto dietro da quando, giovanissimo, ho incontrato don Giussani e Comunione e liberazione. Per me la politica è costruire e servire il bene comune non la difesa di una poltrona o di un potere. Lei, dottor Scalfari, questa cosa non la capisce. Scrive che, scomparso Berlusconi, scomparirò anch' io e che questo mi preoccupa. La differenza tra me e lei sta proprio qui. Io credo che si possa vivere l' impegno in politica con passione e gratuità, quindi non ho paura di sparire dal Parlamento. Per questo non ho mai pensato, né dichiarato, che l' etica debba essere sottomessa all' efficacia. Ma allo stesso tempo resto fermamente convinto del fatto che il primo punto (non l' unico!) sul quale giudicare un governo sia il suo operato e non la coerenza morale: quali leggi ha fatto in favore della persona, della famiglia, dello sviluppo o del lavoro, in sintesi, del bene comune. Su questo mi piacerebbe che anche lei accettasse di confrontarsi, anziché nascondersi dietro facili e banali schermaglie ideologiche. (il grassetto è mio e il corsivo indica le parole di M. Lupi)

L' autore è vicepresidente della Camera I cattolici si dividono da sempre in due categorie: quelli che cercano di far emergere nell' animo umano la parte migliore e l' amore per gli altri e quelli invece che cercano di ottenere benefici materiali per se stessi o per gruppi di persone che li interessano. Gesù di Nazareth affrontò il supplizio accollandosi i peccati del mondo. Francesco d' Assisi arrivò addirittura ad ammansire un lupo. Capisco che si tratta di esempi di eccezione ma ogni giorno sacerdoti missionari cercano di alleviare le sofferenze altrui assistiti da un volontariato pervaso dagli stessi sentimenti di fraternità, indipendentemente dalla etnia e dal colore della pelle dei destinatari. A me non pare che il cattolico Lupi appartengaa questa categoria. I suoi comportamenti privati sono questioni che non ci riguardano. A lui avevamo solo chiesto se ritiene che i comportamenti del Presidente del Consiglio siano esemplari e degni di essere di guida ai cittadini di questo paese. La risposta di Lupi in questa lettera non c' è. (e.s.) – MAURIZIO LUPI, (e.s.)

Bagnasco: Vita-famiglia terreno per unità politica cattolici

Da Apcom

La famiglia fondata sul matrimonio eterosessuale, la difesa della vita, della liberà religiosa ed educativa – i cosiddetti principi non negoziabili – sono "il terreno dell'unità politica dei cattolici", secondo il cardinale Angelo Bagnasco, che ha aperto i lavori della settimana sociale dei cattolici italiani a Reggio Calabria. La Chiesa, ha detto il presidente della Cei citando un recente pronunciamento dei vescovi europei, "non cessa di affermare i valori fondamentali della vita, del matrimonio fra un uomo e una donna, della famiglia, della libertà religiosa e educativa: valori sui quali si impianta ed è garantito ogni altro valore declinato sul piano sociale e politico. Questi valori – ha proseguito Bagnasco – non sono divisivi, ma unitivi ed è precisamente questo il terreno dell'unità politica dei cattolici".

Leggi l'articolo di Avvenire qui

Cattolici “protestanti”

   Da il Sussidiario un contributo di Mons. Albacete: 

Non so quanta attenzione il viaggio di Papa Benedetto XVI in Inghilterra e Scozia abbia ricevuto fuori dal Regno Unito, ma qui negli Stati Uniti i mezzi di comunicazione laici hanno dato scarso rilievo all’evento e, quando ne hanno parlato, si sono concentrati sulla questione della pedofilia. 

A mio parere, questa assenza di attenzione non rappresenta necessariamente un gesto di spregio nei confronti del Papa o del cattolicesimo, ma mi pare piuttosto derivante da come è visto negli Stati Uniti il Papato, considerato una istituzione medioevale senza un ruolo determinante nella vita e nella storia americane. 

Il Papato è cioè, al massimo, una guida etica e spirituale per i cattolici conservatori o tradizionalisti. Siamo quindi di fronte ai pregiudizi protestanti anticattolici del cristianesimo americano più che al crescente potere di un’aggressiva ideologia laicista. I protestanti pensano, ovviamente, da protestanti; ciò che è triste è vedere quanti cattolici negli Stati Uniti concepiscono la loro fede con una modalità protestante. 

Non sono preparato a fare una dotta analisi di questa situazione, diciamo perciò che vorrei offrire solo le mie “impressioni”. Prendiamo, come esempio, la devozione ai santi nati nel proprio Paese.

Il 20 settembre la Chiesa universale celebra la festa dei martiri coreani, i Santi Andrea Kim Taegon, Paolo Chong Hasang e compagni. Ecco quanto la Liturgia delle Ore dice di loro (tutto ciò che io e la gran parte dei non coreani conosciamo): 

“Per secoli, la Corea è stata chiusa a ogni influenza esterna e tutti i contatti con gli stranieri erano proibiti, per cui nessun missionario vi poteva entrare. Tuttavia, ogni anno una delegazione coreana si recava a Pechino e durante queste visite diversi laici cercavano di conoscere il massimo possibile sul mondo esterno. Alcuni di loro si convertirono, avendo avuto modo di leggere dei libri sul cristianesimo. 

Data la segretezza in cui tutto questo avvenne, è impossibile datare con precisione l’inizio del cristianesimo in Corea. Potrebbe essere iniziato già nei primi anni del diciassettesimo secolo, ma il primo battesimo di cui si ha notizia certa è quello di Yi-Soung-Houn, battezzato con il nome di Pietro durante una visita a Pechino nel 1784.

 

 


APPROFONDISCI
 

Cattolici: mine vaganti o foglie staccate dal ramo?

Già. foglie staccate dal ramo o rami staccati dalla pianta.
E la pianta sappiamo bene Chi è.

Però se rimaniamo staccati dalla pianta, siamo in balia del vento, delle emozioni, della moda, dell’usura, della lussuria e del potere…

 

 
Questi i miei pensieri al leggere questo articolo de Il Foglio segnalato da il Miradouro:

Se i cattolici diventano mine vaganti

Il “disagio” nei confronti della politica e la mancanza di un’agenda chiara
Tratto da
Il Foglio del 24 agosto 2010

Per Berlusconi cinque sono i temi su cui c’è da prendere o lasciare; per Fini gli irrinunciabili della politica sono almeno un paio, per Bossi solo il federalismo è sacro. In fondo è chiaro. Ma quando si arriva all’agenda politica dei cattolici la questione si fa complicata. Ci sono tre princìpi non negoziabili – vita, famiglia, educazione – poi esiste tutta una serie di temi più o meno irrinunciabili, che salgono o scendono sulla scala dei valori a seconda del momento, o di quale parte della gerarchia o del cattolicesimo politico prende la parola. Per il cardinal Bagnasco il federalismo fiscale non va bene, per monsignor Perego i rom non vanno espulsi; per tutti la posizione sui temi bioetici è dirimente per la scelta di chi votare. Molti cattolici teologicamente coscienziosi la pensano come Vito Mancuso sul clima da “Sodoma e Gomorra”, come l’ha definito Aldo Cazzullo sul Corriere, tra i padiglioni di Rimini inviteranno invece a non confondere morale e moralismo e chiederanno libertà di educazione.

Cazzullo ha parlato di “disagio dei cattolici”. Forse la chiave è un’altra. Per tutta l’età repubblicana la chiesa, come corpo gerarchico-sociale, è stata un elemento di stabilità politica, votata ad ammortizzare i conflitti più esasperati (basterebbero quelli tra sinistra e il mondo liberale in economia). Ha cercato equilibri e consentito compromessi, cercando di tenere la barra dei propri princìpi. Con altro stile, anche la stagione del ruinismo è sembrata in grado di imporre temi comuni e di ottenere risultati. Ora l’impressione è che la mancanza di un’agenda ben definita – o di una strategia interna condivisa – renda per la prima volta i cattolici qualcosa di più problematico per il paese. Nel Pd, aprono grane bioetiche e di rappresentanza; al Pdl, pongono questioni su immigrazione e welfare; alla Lega, oppongono tematiche solidali. Nella loro personificazione centrista, smontano lo schema bipolare; nella loro configurazione di moderati, frenano i riformismi più arditi. Non è facile per nessuno farli rientrare compiutamente in un programma di coalizione. Segno di libertà, certo, e lo spazio pubblico per la religione non è in discussione. Più che il riproporsi della “questione romana”, è che per la prima volta i cattolici in politica rischiano di trasformarsi in una piccola mina vagante, più portatrice di problemi particolari che luogo dove compensarli.

John Zucchi: non è un momento felice per dirsi cattolico

Da Il Sussidiario una lettera di John Zucchi 

Caro direttore, 

quanto meno, questo non è un periodo particolarmente felice per dichiararsi cattolico, comunque non nel mio ambiente. Sono professore e preside di facoltà alla McGill University di Montreal, Canada, e talvolta attorno a me si chiedono come una persona ragionevole quale io sono possa ancora credere oggi. È ancora più sorprendente che io possa essere cattolico: non è forse questa la religione retrograda e autoritaria dei trucchi, della venerazione della Vergine Maria e via dicendo? Come può uno seguire la Chiesa cattolica dopo tutti gli scandali e tutte le omissioni, vere o presunte, nel vigilare su questi abusi? Qualche anno fa, il mio stimato collega e amico, Gil Troy, scrisse un articolo dall’espressivo titolo “Perché sono un sionista”. Io vorrei spiegare perché sono un cattolico. 

Nella nostra società multiculturale siamo spesso inclini a guardare alla religione come a qualcosa di semplicemente culturale, un’appendice all’identità etnica. Se uno va in chiesa è perché è stato educato così, è parte del suo bagaglio culturale. Ho scoperto che alcuni miei conoscenti sono rimasti sorpresi dal fatto che io credessi davvero, che avessi certezza della mia fede. Quindi, perché sono cattolico? Perché credo in una Presenza reale, affermo la primazia della Sede di San Pietro, guardo alla Chiesa per la salvezza (che non è vivere felicemente d’ora in poi, ma vedere il significato ultimo delle cose), soprattutto ora che il successore di Pietro, Benedetto XVI, è sotto attacco, o, meglio, lo è l’intera Chiesa?

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