Crediamo ancora nella capacità della fede di esercitare un’attrattiva su coloro che incontriamo e nel fascino vincente della sua bellezza disarmata?

 

Oggi Il Corriere della Sera ospita un contributo di don Julian Carròn che indica una strada percorribile da noi europei per stare di fronte alle spaventose sfide che l’attualità ci pone. Soprattutto per lasciare un’Europa vivibile per i nostri figli:

La sfida del vero dialogo dopo gli attentati di Parigi

13/02/2015

Caro direttore, si è parlato molto dei fatti di Parigi, da quando sono accaduti. Nessuno ha potuto evitare un contraccolpo di smarrimento o paura. Le molte analisi hanno offerto spunti di riflessione interessanti per capire un fenomeno così complesso. Ma un mese dopo, quando il tran tran della vita quotidiana ha preso di nuovo il sopravvento, che cosa è rimasto? Che cosa può impedire che questi fatti, pur così sconvolgenti, siano rapidamente cancellati dalla memoria? Per aiutarci a ricordare occorre scoprire la vera natura della sfida che gli attentati di Parigi rappresentano.

Noi europei abbiamo ciò che i nostri padri hanno desiderato: un’Europa come spazio di libertà, in cui ciascuno può essere ciò che vuole. Così il Vecchio Continente è diventato un crogiuolo di culture, religioni e visioni del mondo le più diverse.

I fatti di Parigi documentano che questo spazio libero non si preserva da sé: può essere minacciato da chi teme la libertà e vuole imporre con la violenza la propria visione delle cose. Che risposta dare a una simile minaccia? Occorrerà difendere quello spazio con tutti i mezzi legali e politici, a partire dal dialogo con i Paesi arabi disponibili a impedire un disastro che danneggerebbe anche loro e da una adeguata cornice giuridica che garantisca un’autentica libertà religiosa per tutti. Ma ciò non basta, e la ragione è ovvia. Gli esecutori della strage di Parigi non vengono da oltre i confini, sono immigrati di seconda generazione, nati in Europa, istruiti e formati come cittadini europei, come moltissimi altri che da tempo vivono nei nostri Paesi. È un fenomeno in fieri, in virtù dei costanti flussi migratori e della crescita demografica delle popolazioni che giungono qui da tutte le parti del mondo, spinte da disagi e povertà.

Per questo il problema è anzitutto interno all’Europa e la partita più importante si gioca in casa nostra. La vera sfida è di natura culturale e il suo terreno è la vita quotidiana. Quando coloro che abbandonano le loro terre arrivano da noi alla ricerca di una vita migliore, quando i loro figli nascono e diventano adulti in Occidente, che cosa vedono? Possono trovare qualcosa in grado di attrarre la loro umanità, di sfidare la loro ragione e la loro libertà? Lo stesso problema si pone in rapporto ai nostri figli: abbiamo da offrire loro qualcosa all’altezza della domanda di compimento e di senso che essi si trovano addosso? In tanti giovani che crescono nel cosiddetto mondo occidentale regna un grande nulla, un vuoto profondo, che costituisce l’origine di quella disperazione che finisce in violenza. Basti pensare a chi dall’Europa va a combattere nelle file di formazioni terroristiche. O alla vita dispersa e disorientata di tanti giovani delle nostre città. A questo vuoto corrosivo, a questo nulla dilagante, bisogna rispondere.

Di fronte ai fatti di Parigi è sterile la contrapposizione in nome di un’idea, pur giusta. Abbiamo imparato, dopo un lungo cammino, che non c’è altro accesso alla verità se non attraverso la libertà. Perciò abbiamo deciso di rinunciare alla violenza che pure ha segnato momenti della storia passata. Oggi nessuno di noi coltiva il sogno di rispondere alla sfida dell’altro con l’imposizione di una verità, qualunque essa sia. Per noi l’Europa è uno spazio di libertà: che non vuol dire spazio vuoto, deserto di proposte di vita. Perché del nulla non si vive. Nessuno può stare in piedi, avere un rapporto costruttivo con la realtà, senza qualcosa per cui valga la pena vivere, senza una ipotesi di significato.

Questo è allora il vero elemento che deciderà del futuro dell’Europa: se essa saprà diventare finalmente il luogo di un incontro reale tra proposte di significato, pur diverse e molteplici. Come è accaduto per secoli in alcuni Paesi del Medio Oriente, ove culture e religioni diverse hanno saputo convivere in pace, mentre ora i cristiani sono costretti ad abbandonare la loro terra perché la situazione ha reso loro la vita impossibile. In questo modo, però, il problema non si risolve, semplicemente si sposta.

Ora inizia la verifica per l’Europa. Spazio di libertà vuol dire spazio per dirsi, ognuno o insieme, davanti a tutti. Ciascuno metta a disposizione di tutti la sua visione e il suo modo di vivere. Questa condivisione ci farà incontrare a partire dall’esperienza reale di ciascuno e non da stereotipi ideologici che rendono impossibile il dialogo. Come ha detto papa Francesco, «al principio del dialogo c’è l’incontro. Da esso si genera la prima conoscenza dell’altro. Se, infatti, si parte dal presupposto della comune appartenenza alla natura umana, si possono superare pregiudizi e falsità e si può iniziare a comprendere l’altro secondo una prospettiva nuova».

Questa situazione storica è un’opportunità eccezionale per tutti: anche per i cristiani. L’Europa può costituire un grande spazio per noi, lo spazio per la testimonianza di una vita cambiata, piena di significato, capace di abbracciare il diverso e di destare la sua umanità con gesti pieni di gratuità.

Invitando i cristiani ad alimentare il desiderio della testimonianza, papa Francesco ha sottolineato che «solo così si può proporre nella sua forza, nella sua bellezza, nella sua semplicità, l’annuncio liberante dell’amore di Dio e della salvezza che Cristo ci offre. Solo così si va con quell’atteggiamento di rispetto verso le persone». Ma noi cristiani crediamo ancora nella capacità della fede che abbiamo ricevuto di esercitare un’attrattiva su coloro che incontriamo e nel fascino vincente della sua bellezza disarmata?

Libertà di educare i nostri figli

In questa spaventosa mutazione antropologica che ci sta fagocitando, togliendoci ogni speranza e gusto alla vita, i più deboli sono i nostri figli, ostaggio della più svariate teorie educative, mentre l’orientamento educativo – come recita la nostra Costituzione democratica  – spetta ai genitori.

Leggo ora che anche a Cagliari è in vigore l’orientamento ad abbattere gli stereotipi di genere e educare alle differenze nelle scuole primarie. Vi invito a leggere le comunicazioni in merito dal forum delle Famiglie che troverete a questo link dove scoprirete anche quali saranno i primi “oggetti della sperimentazione”:

http://forumsardegna.org/2014/01/31/liberta-di-educare-i-propri-figli/

Il Papa incontra i Movimenti

Sabato e Domenica prossime oltre 120 mila persone sono attese in piazza San Pietro per la Giornata dei movimenti, delle nuove comunità, delle associazioni e aggregazioni laicali. “Io credo, aumenta in noi la fede” è il titolo dell’iniziativa che nasce nell’ambito dell’Anno della Fede e su proposta del Pontificio Consiglio per la Nuova Evangelizzazione. Momenti culminanti la Veglia di Pentecoste, il Sabato, e il giorno successivo la Messa, presiedute da Papa Francesco.

A partecipare all’evento anche Comunione e Liberazione. Con quali sentimenti i membri del movimento si stanno preparando all’incontro? Debora Donnini lo ha chiesto a don Julian Carron, presidente della “Fraternità di Comunione e Liberazione”: 
R. – Ci stiamo preparando attraverso il desiderio di andare dal Papa per essere sostenuti nella fede in questo anno in cui il tema è proprio la fede.
D. – Nel ’98, c’era stato un momento molto importante, sempre nella Pentecoste, di incontro dei movimenti e delle nuove realtà ecclesiali con Giovanni Paolo II. Ci può essere in qualche modo un legame, un filo conduttore fra questi due momenti?
R. – A me sembra di sì. Nella diversità della loro natura, in fondo, si tratta di un incontro dei movimenti e delle realtà ecclesiali con il Papa. Quest’anno ha la peculiarità di essere nell’Anno della Fede, che è come aggiungere una consapevolezza più acuta di cosa voglia dire per la fede cattolica il legame con Pietro.
D. – Nella Pentecoste il grande “protagonista” è lo Spirito Santo. C’è, quindi, un legame molto forte tra lo Spirito Santo, i movimenti e le nuove realtà ecclesiali?
R. – Assolutamente sì, perché i movimenti e le realtà ecclesiali sono frutto della potenza dello Spirito. Il carisma è un dono dello Spirito Santo, dato alla Chiesa per il suo rinnovamento costante. Andiamo anche a chiedere allo Spirito Santo che le nostre vite possano essere rigenerate dalla nostra costante caduta umana, normale. Per questo, come in una sorta di pellegrinaggio, andiamo a chiedere questa grazia allo Spirito Santo, insieme a tutte le altre realtà ecclesiali, con il Papa.
D. – Oggi il Papa nella Messa a Santa Marta ha detto che è importante che ci siano cristiani con zelo apostolico, non “cristiani da salotto”, senza il coraggio di dare fastidio alle cose troppe tranquille. Questo per Comunione e Liberazione cosa significa, anche in vista di questo incontro, della Pentecoste, dello Spirito Santo?
R. – Questo significa prima di tutto lasciarci rinnovare dalla potenza dello Spirito, perché noi possiamo portare questa diversità, possiamo veramente disturbare o perturbare l’ambiente in cui siamo, nella misura in cui ci siamo lasciati perturbare dalla potenza di Dio. Per poter rispondere a questo appello di Papa Francesco, dobbiamo noi essere diversi, perché questa creatura nuova, che Cristo è venuto a generare, possa mettere nella realtà questa diversità.

Ma la Francia non era il paese della liberté, fraternité. egalité?

Da CulturaCattolica.it

Succede in Francia. E non è un «Pesce d’aprile»!

Multato per aver indossato una maglietta della ‘Manif pour tous’ la recente oceanica manifestazione popolare parigina contro la legalizzazione dei matrimoni gay.
Su Twitter abbiamo trovato questa notizia, da far rabbrividire!

Da un padre arrabbiatoLunedì ero al Giardino del Lussemburgo con mia moglie e i nostri sei figli al “pic-nic per tutti”, che viene improvvisato da alcuni giorni. Dovendo incontrare alcuni amici incontrati navigando sui social network, abbiamo convenuto, per riconoscerci, di indossare la t-shirt resa celebre dagli eventi del 13 gennaio e 24 marzo. Non è un abbigliamento militante dal momento che non c’è il titolo di “Manif per tutti”, ma solo una famiglia “normale” stilizzata. Non avevamo portato bandiere, fischietti, vuvuzela o altro materiale da manifestazione; avevamo organizzato solo una caccia al tesoro con i bambini. Gli amici che abbiamo incontrato, fino ad allora solo virtuali, erano molti certamente, ma né più né meno agitati della folla di curiosi che si godevano questa bella giornata del 1 ° aprile.

Meno di un quarto d’ora dopo il nostro arrivo, alcuni agenti si sono avvicinati al nostro gruppo, infastiditi dai nostri vestiti e ci hanno chiesto di rimuovere o coprire queste felpe per il motivo, suppongo ritenuto sovversivo, che rappresentano la silhouette di un padre e di una madre che tengono per mano due bambini. Rifiutando di obbedire, un ufficiale ha chiesto i miei documenti e mi ha portato alla stazione di polizia per verbalizzare l’accaduto.manif-pour-tous Occorreva trovare il motivo per la contravvenzione. Hanno iniziato con “indossava un abito immorale”, ma davanti alla mia reazione molto divertita e ai consigli del suo collega (di grado più elevato e quindi con una riflessione più ponderata), la motivazione è stata trasformata in “manifestazione ludica organizzata senza autorizzazione”. La natura della presunta violazione mi sembrava fuorviante per cui ho fatto verbalizzare il mio disaccordo, cosa che mi porterà ad essere convocato dal tribunale di polizia per ulteriori procedure penali.

Il valoroso ufficiale che mi ha multato probabilmente non ha mai letto i pensatori del “gender”, come Judith Butler e Nicolas Gougain, e avrebbe anche difficoltà a identificare il reale significato della sigla LGBT. Tuttavia, ha riconosciuto nella famiglia stilizzata della mia felpa un simbolo in grado di turbare il nuovo ordine pubblico che imporrà a tutti il matrimonio omosessuale.

Cari padri di famiglia, si profila una nuova resistenza. Non è la lotta senza fine in trincea per conservare pochi metri di una patria da trasmettere ai nostri bambini; non è più quella della ‘macchia’ da cui si torna solo alcune notti buie per abbracciare i nostri cari. No, la resistenza dei mesi a venire è quella dei parchi e dei luoghi pubblici, come famiglia, sottobraccio alla moglie, sbandierando con orgoglio la nostra gioia (e le nostro felpe) per il fatto di vivere un matrimonio felice. Non temiamo troppo le multe, perché saremo così tanti che, visto il magro bilancio che il nuovo regime socialista ha lasciato a disposizione della polizia e della giustizia, saranno obbligati a cedere davanti a noi.

QUI L’ORIGINALE

Le legittime preoccupazioni degli italiani

Se mi devo limitare ad un’analisi puramente legata all’apparenza, non posso non condividere le preoccupazioni della Morresi per il baratro che ci stanno preparando. Anche se so  che non è razionale abbandonarsi alla disperazione per questo male e menzogna che sembra capace di travolgere tutto. Il che è possibilissimo per chi non ha alcun motivo per sperare .

Ma, eccovi l’analisi della Morresi che molti condivideranno:

pensieri notturni preoccupati

26 Giugno 2012

UNO: oggi Pierferdinando Casini sul Corriere della Sera (e dove, sennò?) ha dichiarato di volersi alleare con il Pd di Bersani (non di Renzi, naturalmente). “Sì a un asse progressisti-moderati”, il titolone del Corriere, che chiaramente caldeggia la faccenda. Niente di nuovo sotto il sole: l’Udc prende il posto che fu della Margherita e si allea con il Pd per andare al governo. Naturalmente, secondo Casini, la colpa è tutta di Berlusconi (e di chi, sennò?). Lui, invece, l’angioletto bolognese, è tanto responsabile, ossignoramiachesollievochec’èPier, e vuole “un partito che sulle grandi questioni del Paese sappia esprimere e difendere i valori cristiani”. E io allora comincio a sbellicarmi dal ridere, considerato il RIGOROSO silenzio calato sui valori non negoziabili da parte di tutta l’Udc, Casini in testa. Chissà a quali valori si riferisce il candido e disinteressato Pier. Siamo tutti curiosi di saperlo.

DUE: tanto per facilitargli le cose, a Pier, il Corriere del Potere nella stessa pagina in cui lo incorona alleato di Bersani al prossimo governo, mette due lettere, una di Forlani, lo sconosciuto diventato portavoce del Forum di Todi, e l’altra di Rotondi, ex ministro del governo Berlusconi. L’obiettivo è semplice: fare dire a questi due che i valori non negoziabili in politica non bastano, non servono. Il più convinto è Forlani che evidentemente a Todi, l’anno scorso, anche se era portavoce del Forum non si è accorto che il convegno l’ha aperto il Card. Bagnasco, Presidente della CEI, casualmente invitato dal Forum stesso, il quale cardinale ha incentrato il suo intervento – bellissimo – proprio sui suddetti valori non negoziabili. Ma Forlani non se ne è accorto: era distratto da Passera, evidentemente (che era in odor di ministero), oppure da De Bortoli, il direttore del Corriere, o chissà da chi altri. Non lo sapremo mai, perché la lista dei convocati è rimasta rigorosamente segreta. Però ci hanno fatto sapere, bontà loro, che i misteriosi convocati rappresentavano “i cattolici”, tutti quanti. E noi ci siamo sentiti sollevati. Le conclusioni di quel convegno – di cui non conosciamo niente delle relazioni presentate – sono diventate un manifesto reso pubblico alla fine di maggio scorso (ce ne hanno messo di tempo, per concludere….). Su dieci pagine, ai valori non negoziabili hanno dedicato meno di due righe. E chissà perché al Corriere questi di Todi piacciono tanto. E chissà perché questi di Todi hanno tanto spazio sul Corriere. Ma chissà perchè, perché, perché….

TRE: vorrei far sommessamente notare che i valori non negoziabili non sono la parte decorativa ed accessoria della politica dei cattolici, o la fissazione ossessiva di qualche Papa (V. Benedetto XVI) insieme a qualche cardinale (v. Bagnasco e Ruini, tanto per fare due nomi). Ma sono il punto fondante su cui basare un pensiero, una posizione, un giudizio su tutto il resto. Finché non si capisce questo, sarà il Corriere  – o chi per lui – a guidare le danze per i cattolici: col ditino alzato, ci diranno quel che dobbiamo fare per avere spazio nella loro vetrina. E’ facile intuirlo: basta stare buoni e rimanere chiusi in sacrestia, pensando intensamente e con tristezza alla povertà nel mondo e alla siccità che avanza, e soprattutto alla nostra purificazione. E loro, finalmente, ci vorranno bene. Ci torneremo su.

QUATTRO: vorrei far sommessamente notare pure che sta per venire giù tutto. Intendo l’euro, e quindi l’Europa, con tutto quel che può significare. Vedremo cosa succederà a questo prossimo vertice europeo, il 28 giugno, ma per ora mi pare che i tedeschi siano sempre sulla stessa posizione: NEIN, NEIN, NEIN (traduzione: i debiti non si condividono, ognuno si paga i suoi, ma solo ed esclusivamente come diciamo noi). Comincio a pensare che l’idea di uscire dall’euro – noi o i tedeschi, a piacere – non sia poi così folle come mi era parsa fino a oggi. L’alternativa è morire di inedia, soffocati da tasse sempre crescenti per rispettare parametri economici decisi da altri. Vedremo.

Ma chi sono (e chi temono) i poteri forti?

Leggi l’articolo di G.L. Da Rold in Tracce

Non credo al gesto di un pazzo

Non ho ancora aperto i quotidiani di stamane, ma ho sentito ieri qualche battuta alla tv. Non ricordo più chi sia o all’interno di quale trasmissione l’abbia detto, però, qualcuno ha affermato che il gesto criminale dell’attentato in cui Melissa ha perso la vita, sarebbe il gesto di un folle.

E’ molto facile fugare dalla coscienza l’ombra del dubbio sulla nostra responsabilità personale e collettiva, di cui ho parlato nei due post precedenti , con l’additare un mostro pazzo.

Non è giusto addossare ad un unico personaggio, sia pure disturbato mentalmente, un gesto che anni di odio insinuato, detto, urlato, istigato, non messo a tacere hanno coccolato e custodito con allegra irresponsabiltà che riteneva democratico esprimere  l’indignazione, lo sdegno, la rabbia e non il senso di responsabilità anche di una sola parola detta a sproposito. E si vuole continuare così…

L’unica cosa dignitosa e giusta ed efficace che possiamo fare è almeno il silenzio e la preghiera per chi sa farlo, perché questo piano inclinato che ci sta portando alla totale autodistruzione si fermi e tutti possiamo ricominciare a respirare.

Le Istituzioni penseranno alle indagini e d è bene fidarsi di loro perché è la loro responsabilità. Ma noi non possiamo starcene a mani in mano senza almeno porci la domanda che mi pare fondamentale: quanto tempo vogliamo ancora lasciar passare senza prendere sul serio la nostra sia pur piccolissima responsabilità personale per la costruzione di un ambiente più giusto e pacifico intorno a noi?

Aggiornamento:

Tra gli articoli che ho letto stamane , il meno lontano dal mio pensiero è stato quello di Alessandro D’Avenia per “La Stampa”

Sposiamoci tutti: lo scopo della UE

Sinceramente non capisco.

Felicemente sposata da quarant’anni, come qualcuno dei lettori del blog sa, (e quarant’anni sono davvero tanti ed è miracoloso che un matrimonio possa durare così), mi accorgo di tante giovani coppie, anche di amici, che preferiscono non sposarsi, nemmeno in Chiesa. I motivi sono i più svariati, ma il matrimonio come istituzione non piace proprio; eppure c’è qualcuno – incoraggiato dalla UE che pare non sappia fare altro -, che vuole che lo Stato riconosca il matrimonio tra persone dello stesso sesso.

Dalla NL di IlClanDestino.zoom:

“Ora l’Unione Europea, quel grande organismo politico ed economico che non riesce a sedare manco un conflitto, non riesce a cacciare despoti (se non quando sono decotti e non per interessi di vera democrazia) e nemmeno a evitare crisi economiche gravi (eccetto salvare le banche) ha preso un’altra importante decisione nel campo di quelli che si chiamano diritti e che riguarda quella che si chiama la morale. Pare dunque che lo scopo principale, o almeno quello che riesce meglio alla Ue, non è salvare la vita alla gente in guerra, né salvare i popoli dal baratro economico, ma sindacare sulle nostre scelte morali. E dunque hanno stabilito che anche l’unione tra omosessuali sia da equiparare al matrimonio. A me sinceramente me ne frega poco. Per me coloro che amano chiamarsi gay facciano quel che vogliono. Ci tengono tanto a sposarsi? Sai che divertimento. Del resto, già Marx aveva scritto che l’attacco rivoluzionario doveva concentrarsi sulla famiglia per realizzare il suo paradiso in terra. Vedremo se ci sarà questo paradiso che da secoli ci promettono i suoi nipotini. Di sicuro, come ha paventato qualcuno si tratta di una ridefinizione in termini economici e sociali fondamentale, le cui conseguenze non sono facilmente immaginabili. Con la parola “diritto” si è fatto passare semplicemente la trasformazione della diversità in uguaglianza. Il che annulla uno dei pilastri stessi del pensiero di genere, e soprattutto di ogni genere di pensiero. Se siamo tutti uguali e tutte uguali devono essere riconosciute dallo stato le relazioni, non si capisce perché non riaffermare il diritto alla poligamia, ad esempio, o a chiamare matrimonio una società per azioni. O, visto l’aria che tira dalle parti del pensiero posthuman, perché limitare agli animali di genere umano la possibilità di sposarsi? Non si hanno vere effusioni d’affetto tra umani e gatti, o tra umani e cavalli? Chissà. Facciamolo ‘sto matrimonio generale. Si proceda fino in fondo. Sposiamoci tutti con tutti. Diventiamo tutti parenti. Uno aveva detto: siete tutti fratelli. Abbiamo preferito essere tutti suocere, cognati…”

dr

“Hanno preso a schiaffi la nostra misura…”

Il Sussidiario, sabato 17 marzo 2012

LETTERA/ Dall'Iraq ai pescatori indiani, il filo rosso è il perdonoCaro Direttore, accadono fatti che, oggettivamente, hanno un peso e una portata diversi da altri. Maggiore, anche. Non per il clamore che suscitano – destinato a bruciare e spegnersi come brucia e si spegne la paglia – ma per le tracce d’eterno che si lasciano dietro. Sono fatti che pesano perche’ durano: dentro il tempo, oltre il tempo. Sono fatti che pesano perche’ nuovi: col gusto fresco delle cose autentiche. Cosa hanno in comune papa Wojtyla, la vedova del brigadiere Coletta e la vedova di uno dei pescatori caduti vittima qualche settimana fa in India? Nulla, verrebbe da dire. Tanto piu’ che si riferiscono ad avvenimenti accaduti in periodi, luoghi e circostanze del tutto differenti tra loro (1981 a Roma. 2003 in Iraq. 2012 in India). Effettivamente, “sic stantibus rebus”, nulla da eccepire: non c’entrerebbero nulla.

A ben vedere, tuttavia, essi non solo non sono cosi’ distanti come sembra, ma appaiono fortemente intrecciati da quell’unico grande filo che li rende in qualche modo “unici”: il perdono. Tutti e tre – nell’apice del piu’ grande degli affronti, quello alla vita – hanno perdonato, hanno dichiarato al mondo – a me, a te, a ognuno – che il male e l’odio non sono l’ultima parola, non rappresentano la tomba dentro cui soccombere. Hanno preso a schiaffi la nostra misura mostrando che non siamo condannati a soffocare nel giogo disgraziato delle nostre reazioni ma che e’ possibile amare, anche e addirittura, il destino di chi mi ha tolto un marito. Non e’ una cosa normale, questa. Quotidiana. Si porta dentro una potenza inaudita, che nulla ha a che fare con lo sforzo o l’ascesi. Quante volte ci scopriamo incapaci al perdono, per cose assai men gravi? Siamo cosi’ spesso abbarbicati alla nostra misura da pensare che l’unico modo per non soccombere del tutto, dopo il danno, sia attaccarsi alle nostre ragioni. Quando invece e’ proprio il contrario; si puo’ morire due volte avendo mille ragioni da vantare: la vita non la compie l’aver ragione ma l’aver amato.   PAG. SUCC. >

Vogliono trasformarci in un popolo senza storia e senza cultura…

Un popolo senza storia e senza cultura non è un popolo, ma una massa da manovrare…

Questo ho pensato al leggere il post dell’amico Crocevia che ci ripropone un’intervsta a C. Langone:

ELIMINARE DANTE?

E’ IL PRIMO PASSO DELL’ONU PER ABOLIRE LA BIBBIA

Intervista a Camillo Langone, giornalista di Libero e del Foglio, sulla proposta dell’Onu di cancellare la Divina Commedia dai programmi scolastici: «Perché non abbattiamo anche il Colosseo e San Pietro? L’Onu vuole esportare il nichilismo e il cinismo a livello mondiale, ma io propongo che l’Italia esca dall’Onu e dal suo relativismo».
di Daniele Ciacci
Tratto da Tempi del 13 marzo 2012
Per Valentina Sereni, presidentessa dell’associazione di consulenza speciale per l’Onu “Gherush92”, bisognerebbe «espungere la Divina Commedia dai programmi scolastici ministeriali». Alcuni luoghi del testo sarebbero, infatti, islamofobi, omofobi, sessisti e antisemiti. Un concentrato di elementi diseducativi nel libro più studiato di tutta la letteratura italiana. Tempi. it ne discute con Camillo Langone, giornalista del Foglio e di Libero.
Insomma, vogliono toglierci Dante.
Mi aspettavo che si sarebbe arrivati a una mossa del genere. C’è una grande coerenza in questo modo di ragionare. Poco tempo fa, si voleva coprire l’affresco della Basilica di San Petronio a Bologna che raffigurava Maometto precipitato nel’Inferno. Un’immagine tratta chiaramente dal poema dantesco. Ci furono molte discussioni, e anche qualche minaccia. Ma la cosa non mi stupisce: nel momento in cui non si crede più in niente, nulla vale.
La proposta è di Gherush92, un’associazione che è consulente speciale dell’Onu.
L’Onu vuole esportare il nichilismo e il cinismo a livello mondiale. Oggi cercano di inquisire Dante, poi si scaglieranno contro la Bibbia. La Divina Commedia è un poema biblico, quindi è il primo passo per abolire Bibbia e Vangeli. Ma già adesso si vedono i primi sintomi. A Bologna è stata rimossa un’insegnante di religione perché insegnava l’Apocalisse, uno tra i più scomodi libri della Bibbia. È meglio non citare neanche il Genesi, che è difficile da trattare pubblicamente.
Quindi, è l’Onu che ci sta educando al nichilismo.
Sono per l’uscita dell’Italia dall’Onu, dall’Unione europea e da qualsiasi altra associazione che cerchi di distruggere culturalmente il nostro paese incentivando l’ideologia relativista. Se niente ha un valore assoluto, è giusto togliere tutti i libri scomodi. Noi viviamo in uno stato di censura, mille cose non si possono dire. Ma perché? Perché ce lo impongono delle sovrastrutture nazionali che si fanno a carico di direttive mondiali. E che, tra l’altro, dipendono dai nostri fondi di povere provincie. Io sono per la sovranità nazionale, e che un’entità sovranazionale dica quello che si deve e non deve fare in ambito scolastico nei singoli paesi mi infastidisce. Adesso, poi, con il governo Monti ci siamo resi vassalli del governo europeo, che è capace di farci digerire qualsiasi follia. L’Italia ha sempre avuto una certa abitudine al servilismo. Quindi, è giusto che tolgano la Divina Commedia, che è la cosa più grande che ha prodotto l’Italia. Già che ci siamo, abbattiamo il Colosseo o San Pietro.
Come si può reagire?
Non con le parole. Bisogna togliere i fondi, affamare la bestia. Associazioni come Gherush92, dedite alla distruzione della nostra cultura, devono essere liquidate eliminando qualsiasi sostegno economico. Da dove vengono i soldi per le loro ricerche? Temo da noi contribuenti. Inizio a credere che l’evasore, se riesce ad affrontare e superare i meccanismi sovranazionali, sia un eroe.
La censura della Divina Commedia non le sembra una lesione della libertà culturale?
È molto peggio. Io sono per la libertà di stampa. A mio parere, è giusto anche pubblicare il Mein Kampf. Ma, a differenza del libro di Hitler, io condivido in toto la Divina Commedia. La condivido in tutto e per tutto. La libertà d’espressione va preservata sempre, anche Ahmadinejad si può pubblicare, ma costui, Dante, ci rappresenta, è il nostro poeta.

Tregua tra i partiti: “nel vuoto normativo può succedere di tutto”

Da La Stampa una riflessione di Michele Brambilla

Gli scandali e la tregua fra i partiti

Il politico che è andato a mangiarsi un piatto di spaghetti al caviale da 180 euro e ha pagato con la carta di credito del partito (cioè con i soldi dei rimborsi elettorali, cioè con denaro pubblico) diventerà forse il simbolo della nuova, ennesima stagione di decadenza che stiamo vivendo.

Da Nord a Sud, dal Pdl al Pd alla Lega, sembra non salvarsi nessuno.

In Lombardia – governata dal centrodestra sono sotto inchiesta quattro componenti su cinque dell’ufficio di presidenza della Regione e diciotto consiglieri; l’ex Margherita è sconvolta dalla gestione delle casse del partito; a Bari sono stati arrestati imprenditori legati al Pd per una storia di tangenti in Comune. Insomma. I sette milioni di lire avvolti nella carta di giornale che misero fine alle fortune politiche di Mario Chiesa – e inizio a quelle di Di Pietro – sembrano un peccato veniale al confronto dei milioni di euro che girano oggi. Anche le discoteche di De Michelis fanno quasi tenerezza, quando leggiamo dei 218.000 euro sottratti nel solo 2011 dalle casse del partito per finanziare viaggi e vacanze del tesoriere e della sua gentile signora.

Eppure sta succedendo qualcosa di strano e di nuovo. Nessun politico cavalca le disgrazie dei rivali. La sinistra sfrutta forse l’imbarazzo in cui si è venuto a trovare Formigoni? Non più di tanto: qualche mozione di sfiducia a livello locale. E la destra maramaldeggia su Emiliano, sindaco di Bari, o sulla storia di Luigi Lusi? Poche battute, lievi stoccatine. Anche la prescrizione a Berlusconi sul caso Mills e l’annullamento della condanna a Dell’Utri non hanno certamente indotto Bersani e i suoi a stracciarsi le vesti.

A quanto pare c’è una sorta di patto di non aggressione che fa un certo effetto, se ci si ricorda che solo fino a cinque-sei mesi fa ai partiti per scannarsi bastava molto meno. Come mai? Che cosa è successo?

La prima risposta che viene in mente è anche la più semplicistica: tutti tacciono perché tutti sanno di avere qualche scheletro nell’armadio. C’è del vero, ma è una risposta un po’ grossolana.

Cercando di andare un po’ più in profondità, ci sono altre riflessioni da fare. Una di queste riguarda il finanziamento dei partiti. Perché poi tutto ruota intorno a quello: è vero che c’è pure chi si fa gli spaghetti al caviale e magari la villa, ma il nodo centrale è il costo della politica. Le tangenti si prendono anche e soprattutto per pagarsi le campagne elettorali; e il denaro pubblico che i tesorieri gestiscono viene in gran parte, appunto, dai cosiddetti rimborsi elettorali.

Ora, a vent’anni da Mani Pulite e dall’autodenuncia di Craxi in Parlamento, il problema del finanziamento dei partiti non è stato ancora risolto. E non è stato ancora risolto perché i partiti non hanno voluto risolverlo: hanno continuato a mantenere, come sempre hanno avuto in Italia, uno status di associazioni di fatto che godono di una sorta di extraterritorialità. In nome della libertà e dell’autonomia, hanno preteso di non essere sottoposti a regole e controlli. Così, ci sono norme su come ottenere il denaro, ma non su come utilizzarlo. Che cosa è configurabile come spesa per la politica e che cosa no? Non si sa, non è scritto. Lusi avrebbe messo tredici milioni della Margherita in una cassaforte privata; il tesoriere della Lega ha fatto investimenti in Tanzania; altri con i soldi del partito hanno comperato appartamenti. È in questo vuoto normativo che può succedere di tutto. I partiti lo sanno, e qualcuno comincia a pensare che sarebbe meglio chiedere quei controlli che si son sempre voluti evitare.

Anche perché – e questo è il motivo principale della reciproca non aggressione – sanno che mai come adesso sono esposti al vento dell’antipolitica. È un vento non sempre portatore di pulizia. Porta anche pregiudizi e generalizzazioni: solo i fanatici possono pensare che tutti gli amministratori pubblici siano corrotti. Ma è un vento che ha purtroppo ampie ragioni per soffiare, e che in questo momento non spinge né a destra né a sinistra. Tutti i partiti sentono il crollo di fiducia nei loro confronti, e sanno che a differenza di vent’anni fa il malcontento non si manifesterà con le fiaccolate, ma con qualcosa di molto più pericoloso per loro: l’astensione. E con il crescere di una convinzione sempre più diffusa: piuttosto che affidarsi ai politici, è meglio continuare con i tecnici.

È per questo che sugli scandali politici dei nostri ultimi tempi i partiti hanno scelto la tregua. Sanno che quando qualche procura alza il velo su qualche malefatta, non devono chiedersi per chi suona la campana.