Attila, la tempesta dall’Oriente

E’ impressionante leggere questo libro di Louis de Wohl per il realismo che caratterizza questa come tutte le altre sue opere vivacissime e coinvolgenti.

In Attila, la tempesta d’Oriente si assiste al processo inevitabile di disfacimento cui va velocemente incontro l’impero romano che si credeva eterno, dopo secoli di conquiste. E uno capisce quel che già i grandi pensatori della Roma antica avevano preannunciato: che il lusso e la corruzione dei costumi avrebbe preparato il crollo della grandezza della città eterna… e insieme si capisce che qualsiasi civiltà ricca e sazia e corrotta va inevitabilmente incontro allo sfacelo.

E’ davvero interessante scoprire questo periodo così drammatico della storia dell’Impero Romano, spesso ignorata anche perché già una ventina d’anni fa lo studio della storia privilegiava altri periodi più utili alla mentalità dominante; e ci sono dei passaggi davvero potenti, per la descrizione realistica e così fedele alla nostra umana natura che l’autore fa. Ma ce n’è uno che voglio riportare, perché credo sarà di vero conforto  per molti lettori che assistono con sgomento al ripetersi di fenomeni analoghi nella attuale situazione nazionale e internazionale di corruzione  e pericolo.

Introduco brevemente il contesto: il giovane imperatore d’Occidente, Valentiniano III si reca dal Papa Leone per chiedere conforto in una situazione assolutamente inaudita di gravissimo pericolo per l’impero, e anche per la Chiesa che egli ritiene strettamente legata al Papato. Ma ecco la risposta di Papa Leone:

“Le civiltà vanno e vengono” disse lentamente Leone. “La Chiesa resta:  se anche Roma venisse rasa al suolo, e, del pari,  tutte le città è i villaggi d’Italia, e l’impero stesso [fossero rasi al suolo], nemmeno allora la Chiesa perirebbe. Ci sarà sempre un cantuccio nel mondo, dove le mani di un sacerdote consacrato potranno sollevare l’Ostia: Cristo ce lo ha promesso. Nulla di più falso che credere che Chiesa e impero siano congiunti per la vita e per la morte, come la donna e l’uomo nel matrimonio. Cristo, non già l’impero, è lo sposo della Chiesa. Iddio non mi ha dato il dono della profezia; so però che tutti gli imperi della storia sono opera dell’uomo, e quindi perituri come l’uomo; tutti periscono, prima o poi, e ogni volta è la fine di una civiltà, la fine di uno stile di vita, di questa o quella egemonia politica. Cristo è morto per tutta l’umanità, e il nostro dovere è quello di istruire tutti i popoli”.

Ritengo che tale debba essere anche oggi la posizione non solo del successore di Pietro  – che comunque lo esplicita chiaramente in tutti i suoi pronunciamenti – ma anche di ogni singolo cristiano per cui quel che ha di più caro è l’Unico Cristo e tutto ciò che da Lui deriva, cioè l’intera realtà permata di Lui.

Attila

Da CulturaCattolica.it:

(…)

Lo spettacolo della vita pubblica ci pare sempre più un teatrino delle meschinità, e il bene comune sempre più distante dalle preoccupazioni di chi ci governa o di chi vorrebbe governarci.
Lenin una volta scrisse un libretto dal titolo «Che fare?». Noi sappiamo che la domanda più vera è: «Chi sono io?» e solo se riconosciamo il volto di chi ci ha generato al gusto della vita e della sua bellezza potremo dare nuovo fiato e speranza alle generazioni che attendono solo una parola di verità e di amore. Per questo non ci mancano né la voglia né gli esempi, a cominciare dal grande Benedetto che non demorde nell’indicarci il cammino.
Ma lasciate che vi trascriva parte della conclusione di un bel libro che ho appena finito di leggere e che vi invito a prendere in mano in questo tempo di vacanza. Si tratta di Attila, di Louis De Wohl. Narra l’incontro decisivo tra Attila e papa Leone, ultima sfida tra la libertà e il bene, da una parte, e una forza selvaggia che desiderava mettere tutto al proprio servizio, dall’altra.

 

Ecco il testo:
Leone scosse il capo. «Non sono venuto a chiedere nulla per me.»
Gli occhi obliqui si restrinsero: «Non chiedermi grazie per l’imperatore, non le merita. Non voglio sentir nulla di quanto viene da lui. Dimentica di essere l’uomo dell’imperatore».
«Non sono l’uomo dell’imperatore, Attila. Il vescovo di Roma non è soggetto a nessuno: è il padre di tutti i cristiani e soggetto soltanto a Dio. Perciò lo si chiama papa, il padre.»
[…]
«Ho dimenticato tutti i dubbi» esclamò ruvidamente Attila. «E domani passerò all’attacco. Fra una settimana sarò a Roma, alla testa del mio esercito. Chi può trattenermi?»
Ma il vecchio riprese a parlare… «Non hai niente da vendicare, Attila. Ogni vendetta appartiene a Dio.»
Un ruggito come di belva: «E che mi rimane allora, se non la vendetta? Io sono la spada di Puru!».
«Brucia Roma, e risorgerà dalle ceneri. Non saresti il primo a tentarlo; e non sfuggiresti alla tua sorte.»
Sputò la sua risposta, tremante d’odio: «Ciò che io distruggo non rinasce più: stanne certo!».
[…] Attila aveva lo sguardo irrigidito. «Non ho mai visto una cosa simile. Che vuoi tu da me?»
«Io? Niente: te l’ho già detto.» Ma la voce dolce si era rifatta dura e tagliente. «Dio ti ha già detto ciò che vuole da te. Ora basta, la misura è piena. Torna indietro, Attila.»
[…]
Leone si diresse lentamente verso di lui e Attila vide che aveva gli occhi serrati.
«Torna indietro, Attila» sussurrò Leone. «Vinci te stesso e torna indietro, e non ritornare mai più. Poiché, se tu decidessi di ritornare, verseresti il tuo sangue.»
E passando davanti ad Attila uscì dalla tenda.

 

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