Amicizia, paternità, maternità

Da Il Miracolo dell’ospitalità di L. Giussani:

Pag. 76

“L’ideale dell’amicizia si chiama paternità e maternità. Il padre è colui che mette in vita per la felicitrtà, la madre è colei che mette in vita per la felicità: la fecondità è mettere sulla strada per quella completezza che è la felicità, e l’amicizia è la compagnia giudata alla felicità.

(…)

“Convogliare una presenza [la presenza dell’amico] sempre più verso il suo destino è paternità e maternità. Una madre e un padre che generino fisicamente un figlio e poui lo abbandonano dopo tre giorni, evidentemente non sono né padre né madre. E’ per questo che un uomo e una donna che non hanno figli e che adottano un figlio sono veramente padre e madre nella misura in cui educano il figlio. Molto più della grande maggioranza che gettano fuori dal ventre il figlio e non lo educano, non si curano del suo destino [cioè della sua felicità].

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Il miracolo dell’ospitalità

Da Tracce:

5/05/2012 – Un estratto dall’introduzione di don Julián Carrón alla nuova edizione de “Il miracolo dell’ospitalità” di don Giussani, una raccolta di dialoghi con l’associazione Famiglie per l’Accoglienza (Avvenire, 25 maggio)

  • Luigi Giussani <br><em>Il miracolo dell'ospitalità </em><br> PiemmeLuigi Giussani
    Il miracolo dell’ospitalità
    Piemme

Perché l’ospitalità è un miracolo? Sembrerebbe la cosa più scontata: aprire la porta della propria casa per fare entrare qualcuno dovrebbe essere normale.
Perché, allora, don Giussani la paragona a un fatto miracoloso? Perché dovrebbe essere l’esperienza normale di una famiglia, e invece è così eccezionale che quando accade tutti ci stupiamo.
Viviamo in un contesto umano, culturale e sociale frutto di una lunga storia, che ha eroso i fattori dell’esperienza elementare: uno innanzitutto, cioè l’apertura originale del cuore e la percezione della realtà come positiva, come carica di promessa per la propria vita. Nel tempo si è introdotta una distanza per cui le cose e le persone sono diventate come estranee. È terribile questa affermazione di Sartre: «Le mie mani, cosa sono le mie mani? La distanza incommensurabile che mi divide dal mondo degli oggetti e mi separa da essi per sempre» .

Come ha ricordato Benedetto XVI incontrando i fidanzati ad Ancona l’11 settembre 2011: «Nel disorientamento, ciascuno è spinto a muoversi in maniera individuale e autonoma, spesso nel solo perimetro del presente. La frammentazione del tessuto comunitario si riflette in un relativismo che intacca i valori essenziali; la consonanza di sensazioni, di stati d’animo e di emozioni sembra più importante della condivisione di un progetto di vita. Anche le scelte di fondo allora diventano fragili, esposte ad una perenne revocabilità, che spesso viene ritenuta espressione di libertà, mentre ne segnala piuttosto la carenza» .
Proprio in questo contesto una famiglia che apre la propria casa a un bambino o a una persona in difficoltà come fanno le Famiglie per l’Accoglienza, dilatando l’orizzonte del proprio affetto a un “estraneo”, ha in sé qualcosa di divino che vince quella distanza. Fino al punto che don Giussani la paragona con un brano della Lettera agli Ebrei: «Non dimenticate l’ospitalità; alcuni, praticandola, hanno accolto degli angeli senza saperlo» . E commenta: «Non è che siano angeli: sono più che angeli! Sono figli di Dio, parte del mistero della persona di Cristo. […] È come vedere uno che va in giro di notte più fluorescente. E la gente si rincuora […] vedendo o leggendo quel che vivete» .

Questa è la portata di quell’apertura originale del cuore che la fede svela nella sua profondità, rendendo possibile un’esperienza altrimenti irrealizzabile, specialmente in un’epoca come la nostra. La promessa, infatti, è che sia vinta la frattura descritta da Sartre. E questo ci facilita riconoscere che un fatto come le Famiglie per l’Accoglienza non è frutto di una immaginazione umana, perché quella distanza è incolmabile dall’uomo con le sue forze limitate per quanto generosamente impiegate.
Condividendo lo sguardo con cui Cristo guarda le persone e le cose, si può entrare nell’arena, accettando sacrifici anche duri, come accade a tanti che condividono la vita dei ragazzi e delle persone che sono loro affidate. È una testimonianza della natura del cristianesimo: non richiede alcuno sforzo titanico né alcuna capacità particolare, perché irrompe nella vita come qualcosa di imprevisto che investe l’io e lo cambia.

È un’esperienza entusiasmante essere invitati a pranzo da una famiglia e vedere Cristo all’opera mentre si è a tavola, attraverso i segni di una umanità che tratta tutto in modo nuovo, non ridotto, con una carità e una pazienza impossibili all’uomo. E poi con una letizia, pur dentro le difficoltà e le incomprensioni quotidiane, che è già la vittoria sul nulla e sulla scontatezza nei rapporti. «Non esiste oggettivamente nessun atto più grande dell’ospitalità: da un’ospitalità così radicale come l’adozione, fino all’ospitalità a pranzo o all’offerta di un tetto a una persona che passi per Milano anche una volta sola. Una delle cose più belle che fra i miei amici ho visto realizzare è questo nesso, questa trama di famiglie disponibili a ospitare chiunque» , ricordava don Giussani nel 1985.
L’ospitalità è senza misura e senza calcolo. È, infatti, il comunicarsi di un «pieno» sul quale la vita poggia, frutto imprevisto di un’ospitalità che viene prima, come fu per la Madonna: il suo sì all’annuncio dell’Angelo ha generato il bene più grande che il mondo potesse desiderare. L’avere accolto la preferenza del Mistero nella sua vita, non avere opposto nulla, neppure i suoi limiti e la sua fragilità, come facilmente accade a tanti di noi alla scelta di Dio l’ha resa madre del Figlio di Dio, che da duemila anni attraversa la storia e raggiunge ciascuno di noi nella situazione in cui ci troviamo. Avremo anche noi la semplicità di Maria di farGli spazio, ospitandoLo nel ventre della nostra vita?
C’è qualcosa di più interessante per un uomo e una donna di questa collaborazione all’opera del Padre nel mondo, per vincere il vuoto con la forza di una presenza?

La forma di questa collaborazione all’opera del Padre, poi, è libera da ogni schema precostituito, come ci ricorda sempre don Giussani in questa pagina impressionante: «Essere padre e madre è buttare fuori un feto dal ventre materno? No! E se un feto fatto da un’altra donna tu lo raccogli a due mesi, quattro mesi, cinque mesi e lo educhi, la madre sei tu, nel senso fisiologico e ontologico del termine! E se tu fai questo anche senza averlo lì presente perché tuo marito non vuole, oppure perché hai paura e non ti senti, anche se lo chiedi a Dio, in quanto conosci un povero bambino che vive male, maltrattato da una famiglia non sua, e offri tutta la tua giornata alla mattina dicendo: “Signore, ti offro la mia giornata perché tu aiuti quel bambino”, questa è una maternità più fine ancora, più “genetica” di qualsiasi altra maternità. Infatti le nostre madri, che sono state madri cristiane, guardavano a noi figli così!» .
Auguriamoci che una briciola di questo sguardo diventi anche nostra, per essere protagonisti della quotidiana lotta per affermare l’inesorabile positività del reale davanti al nulla che incombe sulle nostre giornate, inizio di una umanità nuova.

Da Avvenire, 25 maggio 2012

Sorpresi dalla gratuità

Si tratta di una interessantissima e coinvolgente raccolta di conversazioni con gli amici dell’associazione “Famiglie per l’accoglienza”, che hanno scelto di vivere appieno la propria vocazione accogliendo in casa – in affido o in adozione – bambini in difficoltà temporanea o permanente, oppure ospitando anziani ed adulti in situazioni di disagio. L’autore è Padre Mauro Giuseppe Lepori, Abate dell’abbazia cistercense di Hauterive, in Svizzera e affronta con un dialogo serrato tutta la problematica connessa con l’accoglienza, di cui “le famiglie per l’accoglienza” rappresentano per così dire il paradigma.

L’accoglienza infatti non è una particolare inclinazione di alcuni, ma è la dimensione propria di ogni cristiano che si ponga alla sequela di Cristo. E così possiamo leggere le suggestive riflessioni sulla novità introdotta dal cristianesimo:

 la grande novità prodotta dal cristianesimo nel mondo umano è anzitutto uno sguardo nuovo, uno sguardo diverso sull’uomo. (…)

Forse fra un secolo, se la civiltà occidentale ci sarà ancora, si riconoscerà che la più grande rivoluzione dei tempi moderni l’ha fatta la piccola e raggrinzita Madre Teresa di Calcutta. Non tanto per quello che ha fatto e fatto fare, che, come diceva lei stessa, è una goccia nell’Oceano dell’immensa povertà del mondo, ma per lo sguardo con cui, partendo dalla contemplazione di Gesù crocifisso, ha guardato l’uomo, ogni uomo, dal lebbroso al Presidente degli stati Uniti.

Uno sguardo così innesca una reazione a catena e a diffusione geometrica di sguardi diversi che non fanno rumore, che nessun sociologo rileva, di cui quasi nessun giornale parla, ma che cambiano il mondo 

Oppure la sconvolgente e in fondo semplice spiegazione della massima paolina “Ciascuno stimi gli altri più di se stesso”:

“La misericordia di Dio è un orizzonte che è sempre più in là di ogni decadimento umano. La giustizia delimita, determina e fissa il punto, buono o malvagio, in cui uno si trova. La misericordia invece permette sempre di nuovo di guardare oltre, oltre il limite, oltre il giudizio, oltre la condanna. 

Se la stima dell’altro fosse condizionata unicamente dalla giustizia, non potremmo onorare tutti gli uomini. Anzi, non potremmo stimare nemmeno noi stessi. La misericordia apre sempre ad uno sguardo nuovo e positivo sul mondo umano, malgrado tutto”. 

Ci sono inoltre dei passaggi preziosi che rivelano il cuore dell’accoglienza:

E’ caratteristica dell’uomo di Dio di non accumulare pesi su di sé ad ogni persona che vede  e che incontra. Il santo ad ogni incontro desidera ed accoglie l’abbraccio di Colui che lo genera e gli vuole bene, e questo lo purifica, e rigenera in lui l’energia del vivere, la letizia nel vivere. 

Io, nei giorni in cui sono più distratto e dimentico del Signore, è come se ogni persona che accolgo e incontro me la caricasi sulle spalle, per cui, se vedo cinque persone, alla fine mi ritrovo con cinque persone sulla groppa, un po’ come l’asino dei musicanti di Brema… 

E’ la fatica di Marta. “Che bello, viene Gesù”. Ma poi, dietro a Gesù, arriva Pietro, Giacomo, Giovanni, fino a Giuda,  e poi magari anche le donne che Lo seguono, qualche miracolato che non lo molla più, qualche fariseo che Lo tampina per incastrarlo. Per cui, il sorriso iniziale nell’accogliere Gesù, a mano a mano che la gente entra in casa, diventa smorfia, lamento, rabbia, così che, alla fine, Marta perde le staffe anche col Signore. 

Il problema della nostra vita è che nell’accogliere l’altro (e c’è sempre un altro da accogliere (…), non ci lasciamo sempre abbracciare da Colui che ci genera e ci vuole bene. Il problema, e direi il peccato, è che noi ci teniamo lontani  a Colui che ci genera amandoci. Tutta la fatica, tutta la tristezza, tutta la rabbia e la dissipazione, tutta la sterilità (…) vengono da lì. 

Ma non c’è pagina che uno non vorrebbe sottolineare per la continua novità e freschezza con cui viene descritta  la gratuità che ci raggiunge e ci coinvolge: non resta che leggere l’intero libretto.

postato

MADRI CORAGGIO/ La Famiglia dove è possibile capire che la propria storia ha un senso

La Storia della settimana de Il Sussidiario.net   dove è possibile trovare gli approfondimenti:

Nata nel 1919, e profondamente inserita nel tessuto civile e sociale di Rovereto, Famiglia Materna è una fondazione che si propone di offrire sostegno e accompagnamento a donne sole o con i loro figli, che versano in una situazione di particolare difficoltà.

Quasi novant’anni dopo, Fondazione Famiglia Materna continua ad accogliere e sostenere le donne sole con i loro bambini in una società che tuttavia si è molto modificata. Se una volta le persone che chiedevano aiuto erano ragazze madri rigettate dalla famiglia e messe al bando dalla comunità cui appartenevano, oggi sono le extracomunitarie, le donne che subiscono violenze fisiche e morali dai propri mariti o, ancora, quelle escluse perché non reggono i ritmi e le regole della “normalità”, a causa di una loro fragilità psicologica o per problemi derivanti dall’uso di  alcool e droghe.

Questo cambiamento nel profilo delle persone accolte riflette due aspetti importanti di quello che si definisce oggi rischio sociale: l’isolamento e la crisi della famiglia e il fenomeno immigrazione, con tutte le sue diverse sfaccettature.
Anche oggi Fondazione Famiglia Materna vuole essere un luogo in cui le madri con i loro figli non si sentano – secondo quanto è scritto nel Manifesto dei fondatori – “né straniere, né ricoverate”. Significa  trovare una casa, ma anche la compagnia di educatori, assistenti sociali, psicologi, volontari – tutte persone che possono condividere i problemi, ma anche stimolare un nuovo atteggiamento di coraggio e di responsabilità. 

A volte può sembrare impossibile uscire da certe situazioni di disagio, conflitto, fatica o dolore, ma ogni persona è sempre qualcosa di più del suo problema, possiede comunque un valore e delle risorse da cui ripartire. Nel rapporto educativo con chi gli è vicino, può riscoprire la possibilità di un atteggiamento positivo di fronte alla propria storia e alla propria esperienza. 

Il percorso per giungere ad una vita serena ed autonoma richiede diversi passaggi: recuperare la capacità di cura della casa, della propria persona e del rapporto con i figli; aprirsi a nuove relazioni ed amicizie; imparare la lingua italiana, nel caso delle straniere, fino alla ricerca di un lavoro per essere in grado di mantenersi e di trovare un alloggio proprio. L’uscita dal disagio, quindi, deve riguardare anche altri luoghi e soggetti sul territorio, una trama di relazioni in cui la persona possa ritrovare dei legami significativi e forme di aiuto concreto.

In questo senso Famiglia Materna si rivolge a tutti e valorizza i diversi modi di collaborazione: volontariato, donazioni, segnalazione di opportunità di socializzazione, nonché alloggio e lavoro per le donne e i bambini ospiti della struttura.
Il metodo di lavoro è quello di una professionalità “accogliente”, come raccontano alcune assistenti sociali ed educatori professionali che lavorano nella Fondazione. 

«La cosa più difficile, ma anche la più importante – dice Paola – è accompagnare, “stare a fianco” senza cercare di plasmare l’altro su un modello che forse solo io desidero. E aiutarlo a rialzarsi quando cade senza colpevolizzarlo degli errori e dei suoi limiti. È anche una sfida a me stessa come persona, alla mia capacità di comprendere, senza pre-giudicare. Accogliere è crescere per entrambi.
Chiedo prima di tutto a me stessa: “Quando, dove e con chi mi sento accolta?” Quando qualcuno si interessa a me e a tutto ciò che mi circonda in senso vero e totale. Solo quando si assapora la bellezza, un abbraccio nell’essere accolta, si riesce a “fare accoglienza”, si desidera che anche un altro lo possa vivere.
Ricordo una signora, più grande di me, con cui mi sono sentita chiamata in causa. Lei desiderava che qualcuno la guardasse, così com’era, e la aiutasse a prendere in mano seriamente le questioni più intime della vita: la gestione dei soldi, le visite private, l’affidamento delle figlie… Non ho avuto la presunzione di avere tutte le risposte pronte, ma ci siamo guardate con amorevolezza, con un desiderio di bene. Stai meglio tu, perché sei serio in quello che fai, e sta meglio l’altro perché prova un’esperienza nuova, bella».

«Nella mia esperienza lavorativa – racconta Piergiorgio – “accogliere l’altro” significava accoglierlo tout-court, fino ad “esaurimento scorte”, spesso “tamponando” dove non riuscivo a seguirlo, forse per non scontrarmi con un senso del limite. Oggi penso che una vera relazione di aiuto sia un’altra cosa: offrire alla persona, in maniera attenta e pensata, gli strumenti per farcela da solo nella vita… È un cambiamento di ottica piuttosto difficile. Qui a Famiglia Materna mi aiuta il lavoro di équipe, il confronto quasi immediato con gli altri operatori. Non sentirsi soli nel prendere una decisione è una grande risorsa e un sollievo. In questo lavoro è come nella vita, le situazioni difficili spesso si ripetono, generando sfiducia, senso di impotenza e stanchezza; in tutto questo condividere le difficoltà con il collega e con l’équipe ti aiuta a rilanciare, senza posa».

Gemelle di 23 settimane lasciano l'ospedale

Pesavano ognuna meno di mezzo chilo: dimesse dopo oltre quattro mesi Altri due neonati sotto le 24 settimane sono in cura da mesi

Stanno bene, hanno passato 4 mesi e mezzo accudite dai genitori, Daniela e Marco, e dal personale dell’unità operativa diretta dal dottor Nicola Romeo, raggiungendo il peso di 3,4 chili Anna e 2,9 chili Matilde. Nate il 27 settembre. Mamma Daniela, di Vasto, era arrivata con la "pancia" a Rimini per godersi una vacanza a fine settembre 2007. Ma il 27 settembre era stata costretta a partorire le due gemelline, venute alla luce alla 23esima settimana e 6 giorni, contro le 38-40 settimane di una normale gravidanza: pesavano 390 e 470 grammi.

Un caso eccezionale la loro sopravvivenza: nel 2006 nessun bambino nato in Emilia Romagna sotto le 24 settimane è sopravvissuto, mentre a Rimini nel 2007 sono stati 4 i casi di bambini nati sotto questo periodo che invece sono riusciti a farcela. Sono altri due i casi attualmente in cura presso il reparto di terapia intensiva neonatale, due piccoli nato l’anno scorso che stanno facendo il loro percorso, difficile, come nel caso di Anna e Matilde, ma che dà buone speranze.

Due anni fa un altro caso eccezionale, quello di Luna, nata di soli 400 grammi alla 27esima settimana, dimessa dopo 4 mesi di cure della Terapia intensiva neonatale a quasi 2 chili di peso. Adesso Luna è una bimba in piena salute e sta per avere un fratellino.

Mentre le gemelline oggi vedranno per la prima volta la loro casa, a Bologna da un mese circa è ricoverato nel reparto di terapia intensiva del Sant’Orsola il piccolo Pietro, nato alla 21esima età gestazionale. «Un caso eccezionale o un miracolo – ha commentato il primario bolognese Giacomo Faldella -. Ora pesa circa 600 grammi, erano 562 al parto. Non è più assistito col ventilatore meccanico ma è chiaro che è ancora monitorato perché ha un’occlusione intestinale e non può assumere latte, è alimentato per via parenterale. Insomma è un bambino molto fragile, ha un grande bisogno di sostegno e non si può sciogliere la prognosi». Successo del reparto. Un percorso affrontato e superato da Anna e Matilde che nelle prime settimane di vita hanno avuto bisogno di supporti respiratori e nutrizionali intensivi per consentire la loro sopravvivenza; Matilde ha subito persino un intervento al cuore. Un risultato brillante quello della terapia intensiva neonatale di Rimini, un centro di eccellenza per la provincia; istituito nel 2002 il reparto ha al suo attivo nel 2007 oltre 60 neonati di bassa età gestionale e di peso inferiore a 1,5 chili di cui 30 addirittura di peso inferiore a un chilo. Il supporto dell’associazione Colibrì. La gioia per le dimissioni delle gemelline è condivisa dall’associazione Colibrì, fondata da genitori con bambini nati gravemente prematuri o con problemi alla nascita che opera in collaborazione con infermieri e medici del reparto ospedalieri. «Supportiamo i genitori e il reparto – spiega Giuseppe Zema – in diversi modi: con donazione di strumenti e con una psicologa che assista i parenti dei neonati. Ma il nostro supporto è anche logistico, ai genitori che vengono in vacanza qui a Rimini e hanno un’urgenza di questo tipo, e magari sono in condizioni economiche disagiate, paghiamo albergo o appartamento».

di Patrizia M. Lancellotti – RIMINI.

  
Corriere di Romagna
del 10/02/2008 
 

Egoismo o amore?

Siamo liberi di decidere e scegliere tra l’uno e l’altro
 e nessuno può farlo al posto nostro.

Quello che non capisco è l’ostinazione nel voler negare la vita ai nati prematuri* solo perché i genitori non li vogliono accogliere. Eppure si sa che per legge la mamma può disconoscere il figlio e lasciarlo alla cura di altri, perchè il bimbo, appena nato, è un nuovo cittadino che è titolare di tutti i diritti dei cittadini italiani.

Mi pare che si stia  arrivando alla convinzione che ciascuno abbia il diritto di disporre della vita del più debole a suo piacimento, anche se si tratta si sopprimerla.

Dapprima si parlava delle donne che abortivano clandestinamente, la cui salute, anche se avevano soppresso una vita umana, doveva giustamente  essere tutelata per non avere due morti invece che una sola, sia pure tristissima.

Poi si è voluto enfatizzare al massimo il problema della salute della madre che sarebbe messa in pericolo dalla vita del figlio (ma pare che qualche gravidanza invece sia salutare per la mamma**)  

Quindi si è parlato di stupri o violenze sulla madre che legittimerebbero la soppressione del bambino.

Qualche giorno fa in un commento qualcuno ha affermato che tutto ciò che è scomodo va eliminato per consentire una vita più gradevole.

Insomma con un lento e progressivo procedimento si arrivati a far sì che un provvedimento da prendere in circostanze eccezionali (l’aborto) favorisse una mentalità che arriva a negare anche il diritto di esistere a chi crea qualche problema alle persone sane e che vogliono star comode.***

Di questo passo anche l’eutanasia sarà una pietosa e ipocrita eliminazione di situazioni o persone problematiche, che dapprima saranno i moribondi, poi saranno i portatori di handicap, poi i colpiti da malattia mentale, poi i tetraplegici in seguito a qualche incidente, poi ancora chi è affetto da grave depressione, o chi è portatore sano di qualche malattia genetica…

Credo che una sana riflessione porti a concludere che di questo passo si va  verso l’autodistruzione dell’umanità.

Ma non è più semplice seguire il precetto evangelico dell’amore reciproco?

 “Amatevi l’un l’altro come Io vi ho amati” “Nessuno ha amore più grande di chi dà la vita per i suoi amici”

L’unica alternativa alla catastrofe è solo l’amore vero.

********

Per approfondire:

(*)
«Così ho rianimato un feto che la madre non voleva»
articolo di Monica Marcenaro – Il Giornale, mercoledì 06 febbraio 2008,
Un professore di neonatologia dell’Università di Pisa racconta la sua esperienza: «È un dovere intervenire quando batte il cuore. Se un genitore insistesse per lasciarlo morire rifiuterei»

Ha salvato diversi bimbi, nonostante le scelte dei genitori andassero in direzione opposta. L’ultimo caso qualche mese fa, quando a seguito di un’interruzione volontaria di gravidanza tra la 22sima e la 23sima settimana, il bimbo è venuto alla luce dando segni di vitalità. «Siamo intervenuti, come sempre, l’abbiamo portato in terapia intensiva – spiega Antonio Boldrini, professore di neonatologia all’università di Pisa – e l’abbiamo salvato».
I genitori sono stati informati?
«Certo, prima ancora che fosse deciso l’intervento. Entrambi sono stati messi al corrente che, qualora il feto avesse dato segni di vita, noi per legge saremmo intervenuti. La Costituzione garantisce assistenza a tutti e, se un genitore dovesse chiedermi di lasciar perdere, non potrei certo acconsentire. Spesso si tratta di interruzioni di gravidanza legate a presunte malformazioni del nascituro perché è dilagante la smania del figlio perfetto. C’è una fobia dell’handicap che porta a rinunciare al figlio anche se la malformazione fetale non comporta reali rischi per la madre, o non è nemmeno troppo disabilitante».
Si rammenta qualche caso emblematico?
«Dalla amniocentesi emerge che il nascituro ha una genesia del corpo calloso, cioè una malformazione del cervello, che in alcuni casi può non avere conseguenze, in altri anche gravi. Da qui la decisione dei genitori di ricorrere all’interruzione di gravidanza, decisione che non è stata messa in dubbio neppure davanti all’evidenza che, essendo il feto tra la 23sima e 24sima settimana, avrebbe avuto il 60 per cento di possibilità di sopravvivere e che un parto prematuro avrebbe potuto arrecare ulteriori danni. Morale: il bimbo è sopravissuto senza grossi problemi all’aborto e la malformazione era innocua».
Prospettive inimmaginabili fino a qualche anno fa.
«Negli anni Settanta era considerato un miracolo se il feto riusciva a vivere se veniva alla luce alla 28sima settimana. Negli anni Ottanta i testi sacri di medicina consideravano un’eccezione la sopravvivenza del neonato se alla nascita era sotto il chilo di peso. Mi ricordo che proprio allora portavo a lezione le foto di una bimba nata nel 1978, alla 26sima settimana e con un peso di appena 750 grammi. Le ho fatto da testimone di nozze quest’autunno. E se avessimo seguito le indicazioni di allora, non ci sarebbe neppure Giorgia, una bimba rianimata dopo un aborto, e che oggi ha sette anni e sta benissimo».
Lei, dunque, condivide il documento messo a punto dai suoi colleghi romani?
«Certo, hanno fatto un ottimo lavoro mettendo nero su bianco quello che già si fa nella pratica clinica e cioè di assistere sempre questi bambini, indipendentemente dall’età gestazionale e dal peso. Non lo si può fare in sala parto, dove non ci sono le condizioni per decidere se il neonato ce la farà o meno. Non è il luogo adatto. Ma da noi basta fare trenta metri per portarlo in terapia intensiva dove si può vedere se il neonato dà delle risposte, in caso contrario l’accettazione dell’ineluttabilità della morte è un nostro dovere».
I neonati «scampati» a un’interruzione di gravidanza sono stati poi accolti in famiglia?
«In alcuni casi sì, in altri no. Spesso lo stress dei quattro-cinque mesi di terapia intensiva a cui viene sottoposto il bimbo, tutti trascorsi in condizioni di prognosi riservata, e gli inevitabili sensi di colpa fanno scoppiare la coppia»


(**)
Roma, 4 feb. (Apcom) – Una donna incinta di due gemelli, alla quale era stato diagnosticato un tumore alla cervice dell’utero mentre era in fase di gravidanza, ha avuto ‘spostato’ il tumore da uno dei due feti che, scalciando nell’utero, ha letteralmente ‘sloggiato’ il cancro che si è ‘risistemato’ in una posizione meno pericolosa. Lo straordinario evento, riportato dalla Bbc, è accaduto in Inghilterra: alla donna è stato diagnosticato il cancro tardivamente, solo nel momento in cui è stata ricoverata in ospedale per un sospetto di aborto. Durante gli accertamenti il dottore ha però scoperto che c’era un tumore e ha proposto una isterectomia, il che avrebbe comportato la fine della gravidanza. La donna non volle nè sottoporsi all’isterectomia, nè alla chemioterapia e, per questo motivo, è stata nominata al Woman of Courage Award dall’istituto britannico di ricerche sul cancro. Il dottore del Royal Marsden Hospital ha somministrato alla donna una chemioterapia limitata e i due gemelli, Alice e Harriet, sono nati alla 33esima settimana con parto cesareo il 23 dicembre del 2006, perfettamente sani anche se privi di capelli a causa del trattamento anti cancro. Quattro settimane dopo la madre è stata sottoposta a una isterectomia che ha ‘ripulito’ tutto.

(***) Naturalmente le responsabilità non devono essere addossate alla sola donna, che dovrebbe portare il peso fisico e psicologico di una nuova vita: la società va tutta responsabilizzata. Leggi qui

La vita è il dono più bello!

Berlicche scrive un post struggente intitolato In un mondo perfetto e scrivo qui le riflessioni che mi ha suggerito:

E’ vero: il nostro non è un mondo perfetto, ma è il nostro mondo e se vogliamo viverci occorre prenderne atto e rimboccarci le maniche e ricominciare la fatica di ogni giorno per vedere i bisogni e intervenire con la nostra umile opera. Come l’incredibile storia di quella ragazza di 15, 16 anni, Maria, che aveva ricevuto dall’Angelo la notizia più sconvolgente di tutta l’eternità e, col nuovo misterioso e tenero ospite, andava per le strade della  Palestina col cuore colmo della dolcezza e dello stupore di quel  segreto. E la sua vita cambiava e cambiava anche la vita dello Sposo, Giuseppe.
E da allora ogni vita ha un valore inestimabile, perché redenta grazie al sì di quella fanciulla. Ad ogni vita da allora sappiamo di dovere e poter dire sì. E ciascuno deve poter dire il suo sì secondo la responsabilità che gli è data. Come cristiani,  abbiamo la certezza che questa è la strada giusta: la strada del sì alla vita, a qualunque costo. Nella consapevolezza che la nostra libertà può arrivare fin dove la libertà dell’altro ce lo concede. Ma ogni mamma sa nel profondo del cuore che quella che sente crescere nel seno è una vita e sente il bisogno di custodirla: il nostro compito è allora quello di sostenere ogni mamma, ognuno per quel che può e sa.

 Mi sembra importante riproporre il tema della sacralità della vita proprio in occasione della solennità dell’ Immacolata Concezione che prepara al Natale, ricordando che è in corso un’importante iniziativa lanciata da Avvenire per una moratoria alla distruzione degli embrioni umani  e invitandovi a visitare il bellissimo sito Il Dono dal quale copio una presentazione di Serena Taccari: 

IL DONO è un’ associazione senza fini di lucro (onlus) rivolta alle donne che si trovano ad affrontare una gravidanza imprevista e sono in dubbio se scegliere o meno l’ivg, e a chi, di fronte ad una gravidanza indesiderata ha scelto l’interruzione e ora ha bisogno di un sostegno post aborto, (per qualunque motivo, anche dopo un aborto terapeutico), e adesso desidera poterne parlare con qualcuno, perchè soffre a causa della scelta fatta. Siamo l’unica realtà laica basata sul volontariato ad offrire un servizio di counseling psicologico, umano e spirituale rivolto a chi soffre in seguito ad una scelta di aborto. Potete contattarci tramite il forum, la live-chat; mettiamo inoltre a disposizione i nostri operatori attraverso dei numeri SOS-MAMMA attivi 24h: trova quello più vicino a te per metterti in contatto! accedendo dal menu alle sezioni regionali potete trovare dove sono già attivi i centri di ascolto: troverete così, sempre qualcuno disposto ad ascoltarvi.


le donne che affrontano
una gravidanza inattesa
meritano anche
una gioia inattesa

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Aggiornamento suggeritomi da Crosta:

Vi comunico un’importante iniziativa in favore dell’associazione "il dono"

A Roma il 15 dicembre “Musica per la vita”: “Le voci bianche di Novara” in concerto per l’associazione “Il dono”

Il Cantiere Teatrale a piazza Giovanni da Troira 15 (zona Garbatella) ospiterà sabato 15 dicembre alle ore 21 il concerto della corale “Le voci bianche di Novara” a favore della onlus Il dono, associazione di sostegno della gravidanza indesiderata e delle conseguenze psicologiche dell’aborto volontario.
La serata, a ingresso libero, sarà anche un’occasione di incontro e di confronto col pubblico, al quale sarà presentato il progetto di una casa di accoglienza per ragazze madri in situazione di disagio. Una struttura accessibile a donne che portano avanti una gravidanza indesiderata o che, avendo già fatto un percorso di sensibilizzazione con l’associazione, si trovino a dover allevare un figlio da sole in condizioni di difficoltà familiare o economica. «Il progetto è già pronto e consultabile anche sul sito – rileva la presidente -. Quello che ancora manca è la casa»