Femminicidio, un neologismo che non aiuta a capire

È il neologismo per me molto sgradevole che sento quasi quotidianamente al tg. Oggi per l’ennesima volta un uomo respinto uccide la convivente che l’aveva lasciato. Sprezzante della piccola testimone, la figlioletta di dodici anni.

Non ho potuto fare a meno di pensare ai motivi che vengono portati a spiegazione di questa violenza. Sono tutti credibili, ma mi paiono parziali.

E pensavo alla deriva della nostra società a partire dal femminismo storico, che era legittimo, ma fondato su una visione ridotta della realtà umana.

La liberazione della donna, come di ogni persona, non sta nel poter disporre con libertà male intesa del proprio corpo, ma nel realizzare interamente la propria umanità.

Fino a qualche decennio fa ero profondamente convinta che la pienezza della vita fosse nel poter fare quel che mi pareva e nel sistemarmi, senza alcuna preoccupazione. Una concezione assolutamente utopica, oltreché ingenua. Insomma una situazione da elettroencefalogramma piatto, un’esistenza da morti viventi. Una vita senza i rischi dell’avventura.

Ora, alla vigilia del mio quarantacinquesimo di matrimonio (a settembre), posso dire che l’indissolubilità del matrimonio, introdotta dal Cristianesimo, è una scelta pienamente umana.

Cerco di spiegare.

Non ci si sposa per poter avere una sistemazione(eh… le favole ingannevoli che finivano con “ e vissero felici e contenti”), ma per imparare a vivere la vita, con tutti i problemi e le difficoltà, insieme ad un altro. Tra i problemi e le difficoltà possono esserci delle situazione estremamente sgradevoli, ma – lo pensavo anche prima – è già abbastanza un uomo con i suoi difetti o una donna con i suoi difetti con cui convivere e conosciamo, piuttosto che illuderci che si possa diversamente, con un altro uomo o donna, o in solitudine, riuscire ad essere pienamente se stessi…. Ricominciando la trafila perché, è inutile che ci illudiamo, non esiste l’uomo o la donna perfetta. Ma perfettibile si’. E allora conviene tenersi quello o quella che si ha già.

In fondo l’indissolubilità di un rapporto ti costringe a confrontarti continuamente con una persona diversa da te che in qualche modo condiziona il tuo desiderio di essere lasciato in pace o di farti una bella esperienza insieme ad altri. L’altro, nel nostro caso il marito o la moglie, è sempre un dono perché ti costringe a prendere coscienza della tua umanità, nella ricerca comune di un bene per entrambi.

Attualmente tale prospettiva di eternità spaventa chiunque perché la mentalità corrente esalta l’individualismo e l’egoismo.

Ma è per questo che il cosiddetto femminicidio  è cosi’ frequente: il più forte non pensa alla possibilità di una crescita e destino comune, ma solo a possedere e dominare.

Perché   nessuno ha mai spiegato a questa generazione che la vita non è che un periodo di passaggio concessoci perché diventiamo pienamente umani.

 

 

 

 

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10 commenti

  1. martina

     /  giugno 30, 2016

    Concordo! Il matrimonio ‘per sempre’ è una scelta pienamente umana; è il compimento del desiderio di essere amati, di realizzarsi, di avere una persona accanto che sappia valorizzarti e scoprirti ogni giorno che passa ed un giorno amare anche le tue rughe, perché le ha viste ‘crescere’! Una continuità che dona stabilità, equilibrio e ordine ad entrambi, insieme a tanta gioia e serenità. E se si hanno dei figli cosa c’è di più bello che vederli crescere insieme?

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  2. Alberto

     /  luglio 1, 2016

    A me invece pare che il sottostesto di quanto scritto è questo: se la sono cercata…

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    • Come dire che gli uomini sono bestioni privi di ragione?
      Tutti se la cercano e la responsabilità è comune. Ma quel che conta nella
      vita è che la maggior parte delle persone non sa nè perchè, nè per chi vive o muore.

      Rispondi
  3. Alberto

     /  luglio 2, 2016

    La responsabilità è di chi perde il controllo di sé e uccide il proprio partner… fino a prova contraria. La “liquidità” tipica del nostro tempo è più facile da reggere da parte di una donna. L’uomo, invece, non si dà ragione di un rapporto che finisce ( e di motivi evidentemente ce ne devono essere) e talvolta reagisce con l’uccisione della moglie / compagna / convivente. Che ci sia disorientamento è un fatto palese, dire che” la maggior parte delle persone non sa nè perchè, nè per chi vive o muore” mi pare presentuoso e penso che una corretta visione di fede dovrebbe essere immune da questa presunzione.

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    • Allora aver scoperto per cosa val la pena di vivere e di morire è per te presunzione?
      Come si fa a vivere in una società cosi cattiva e ingiusta senza un ideale cui sacrificare la vita?

      Rispondi
  4. Alberto

     /  luglio 6, 2016

    E’ presunzione la tronfia sicurezza di aver trovato l’ideale giusto, oltre tutto disgiunta dalla mancanza di compassione per coloro che vagano smarriti. Questo eccesso di certezza, tratto tipico dei membri di CL, è veramente fastidioso. E poi domandiamoci se questa società cattiva ed ingiusta non è anche figlia delle nostre scelte (a partire dal sottoscritto ovviamente).

    Rispondi
    • non metto in dubbio l’atteggiamento presuntuoso di alcuni, non solo di CL (di cui non stiamo parlando, il post non ne parla). Però è vero che la presunzione è un difetto molto diffuso non solo tra i cristiani. Tutti secondo me sono presuntuosi se credono di poter fare qualcosa di duraturo da soli senza l’aiuto di Dio riconosciuto.
      Ma poi il fastidio per la presunzione altrui è molto spesso un alibi per non guardare al fondo di se stessi e scoprire la verità.
      ‘Ma viviamo in una società, come anche tu dicevi sopra in cui l’uomo è totalmente smarrito in balia dei propri istinti, senza rendersi conto di ciò che è bene e ciò che è male.
      Una cosa che ritengo veramente bella è cercare la verità perchè come diceva Edith Stein chi cerca la Verità cerca Dio senza saperlo.
      io penso che la cosa più terribile sia il convincimento imposto dalla mentalità corrente che la Verità (cioè Dio) non esista.
      Ma riconoscere che c’è una Verità non vuol dire che uno è a posto: è l’inizio dell’avventura della conoscenza che non finisce mai di stupirci.

      non sono belle parole. È l’esperienza che ho cominciato (la ricerca della Verità) quarant’anni fa e ho sempre nuove sorprese.

      Rispondi
  5. Alberto

     /  luglio 7, 2016

    Forse queste parole di un prete che di nome fa Don Cristiano Mauri possono darci la quadra:

    La persona è unica e il Vangelo è per la persona nella sua integralità. Perciò non esiste alcuno che possa auto-attribuirsi per qualche strano principio una perfezione di fede compiuta, ma tutti sono chiamati a porsi in un cammino di graduale, costante e progressiva adesione al Vangelo, che tocchi l’effettivo agire quotidiano, in tutti gli aspetti dell’esistenza.

    Tutti chiamati per grazia, nessuno per diritto. Tutti per strada, nessuno già arrivato.

    Ogni volta che si parzializza la fede rispetto al resto dell’esistenza.

    Ogni volta che si fa a pezzi il Vangelo, prendendone solo qualche elemento utile al mio benessere, alla mia battaglia politica, alla mia autorevolezza.

    Ogni volta che si spacca l’umanità tra «santi per diritto» e «dannati di risulta».

    Ogni volta, soprattutto, che ci si auto-assegna la patente di credenti autentici, tagliando via come inutile cascame chi non ci somiglia, si prende la deriva del clericalismo, laico o di sacrestia che sia.

    E si fa un passo più lontano da Gesù Cristo, quell’anticlericale.

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    • pienamente d’accordo.
      Ma perchè senti il bisogno di sottolineare questo aspetto del vivere cristiano?
      Ti sembra che io faccia a pezzi il Vangelo?
      Se è cosi’ dimmi dove e se mi sono spiegata male, starò attenta la prossima volta.

      Rispondi

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