Serve la nascita di un “io”

Non è che voglia sminuire la testimonianza eroica e vera contenuta nell’articolo,  che riporto tratto da Tracce.it; anzi proprio non vorrei distrarre i lettori eventuali dal contenuto fondamentale che è la “rinascita dell’io” , però c’è una frase a conclusione del tutto che mi fa riflettere.

Mi chiedo: ma i governi, più o meno democraticamente eletti, ci tengono al popolo o vogliono tutelare gli interessi dei venditori di armi?

Le armi che hanno in mano queste persone assetate di sangue, mica si trovano per strada o si raccolgono come funghi.

Certo è meglio, molto meglio, che rinasca l’io, ma se le armi non sono disponibili, c’è un minimo di facilitazione perché ciò avvenga.

 

Ecco l’articolo:

«Ciò che serve è la nascita di un “io”»

di Alessandro Caprio

Wael Farouq aveva deciso di non partecipare più all’incontro in programma ieri sera, a Rimini, sui fatti di Parigi. Troppo grande la tristezza per quanto accaduto in Libia in questi giorni, con l’assassinio di 21 cristiani egiziani copti, suoi connazionali, per mano dei terroristi dell’Isis. A fargli cambiare idea è stata, però, l’immagine di uno dei condannati (qui a fianco) che, proprio nel momento prima di morire, «ha avuto uno sguardo di speranza, senza paura. Io sono qui per questa speranza», ha esordito. Perché il problema non è «cosa facciamo con l’Isis, ma cosa facciamo qui dove siamo. Dobbiamo aiutare il bene a venire fuori da ciascuno di noi». Come ha fatto quella insegnante, racconta Farouq, di fronte alla decisione del preside di non fare il presepe vivente a scuola, per non “offendere” 18 alunni musulmani: «Mi è venuta a chiedere cosa dice l’islam su questo. E io: “Non ti preoccupare di cosa dice l’islam, ma di cosa dicono i loro genitori”. Hanno detto tutti di sì. Anzi, le hanno detto: “Se tu ci vuoi così bene grazie a questo, vogliamo partecipare anche noi”». Alla fine il Bambino Gesù l’ha fatto un musulmano. «Non esistono musulmani buoni o cattivi, esistono dei protagonisti: questa insegnante è stata una protagonista nella storia perché ha dato spazio ai genitori per vivere la loro umanità. Se non avesse lasciato questo spazio sarebbe rimasto solo il pregiudizio sui musulmani cattivi. Puoi discutere anni sulla religione, ma non puoi discutere sul fatto di uno che ti vuole bene». Tutti crediamo nei valori, anche l’Isis. Ma questi valori sono quasi sempre staccati dalla realtà. «La stessa parola “Islam” significa “pace”, “bene”. Crediamo in questo, ma chi lo vive? Tutti i leader islamici hanno condannato i fatti di Parigi, ma la condanna può essere un modo per lavarsi la coscienza e basta». Manca un giudizio. «Tanti musulmani devono chiedere tutto ai propri imam. Ma Dio dice che l’ultimo riferimento è il tuo cuore, solo che il cuore è in vacanza!». E lo stesso accade in Occidente: «Come posso dare un giudizio sui musulmani senza conoscerne uno? Il problema è questo vuoto di significato. Tutti adesso vogliono fare guerra all’Isis ma per combatterlo non servono bombe ma valori vissuti. Servono persone, come quell’insegnante. La nascita di un “io” in una esperienza. Di una fede come quella del ragazzo decapitato». O come quella di Ahmed, il poliziotto musulmano francese ucciso dai terroristi islamici per difendere la libertà di giornalisti satirici di prendere in giro la sua religione. «Caspita se c’è ancora qualcosa di vero nella nostra Europa!», incalza Alessandro Banfi, direttore di TgCom: «Oggi si uccide in nome di Dio, ma la mostruosità è che nessuno è più davvero religioso. Perché il senso religioso è il contrario di una fede che possiedo». E cita lo storico incontro, contemporaneo alle crociate, tra san Francesco e il sultano. «Cosa si sono detti? La cosa certa è che si sono stimati: Francesco ha visto un uomo che aveva il senso di Dio, ed è stato visto per quello che era: un grandissimo uomo che amava il Signore. Ecco, in quel momento, il cuore non era andato in vacanza, ma era diventato una fortuna, per i cristiani era diventato una grazia». Com’è possibile, oggi, un incontro tra questi due mondi? Per Farouq, al centro c’è l’amore: non il “peace and love“, ma un amore realista, che porta al discernimento. «Non è vero che l’amore è cieco. Anzi, l’amore ti permette di vedere oltre i difetti dell’altro. Con questo sguardo possiamo capire anche quanti falsi messaggi riceviamo di continuo. L’Isis non potrebbe continuare un solo giorno senza gli aiuti di chi compra il petrolio e vende le armi. Centinaia di migliaia di persone in Iraq hanno scelto di non rinnegare la propria fede e di morire per questo, ma per i mass media tutto ciò non fa notizia. Occorre, allora, trasformare l’informazione in conoscenza. C’è tanta informazione, ma poca conoscenza. Abbiamo lo spazio per esistere ma non per essere: ed essere è un rapporto. Chiediamo allo spazio pubblico di poter far entrare la nostra identità. E la verità, come dice Papa Francesco, è un rapporto».

 

 

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1 Commento

  1. «Ciò che serve è la nascita di un "io"» | Centro Culturale Jacques Maritain

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