Distendere la vita, momento per momento, in sacrifici imperfetti

In una discussione con amici sulla gravità della situazione dell’Italia pericolosamente minacciata da attacchi dell’ISIS, abbiamo rispolverato un brano di don Giussani che mi era particolarmente caro, ma non sapevo dove trovare.

Al di là dei miei gusti personali, mi piace sottolineare la situazione particolarmente drammatica che vide nel 1571 a Lepanto trionfare i cristiani che si coalizzarono perché c’era un’identità cristiana ben definita. Ora non so se tale identità sia cosi chiara e queste parole scritte nei primi anni 90 mi paiono davvero profetiche:

“(…) (E’) ancora la questione dell’esito e della tensione, del dare la propria vita fino alla morte, che significa distenderla momento per momento in sacrifici imperfetti. Imperfetti.

E’ paradossale: per essere disposti a morire per te adesso, “adesso”, devo distendere nel tempo questa mia volontà, questo mio amore, che deriva direttamente dalla coscienza che siamo una cosa sola in Cristo, siamo di Lui – perché questo” di Lui” mette pace ovunque -, devo distenderlo nell’approssimazione di ogni momento: così che quando mi chiedi una cosa io ti tralascio e corro avanti, e tu ci resti male.

Eh, certo! Questo paradosso è il paradosso della nostra vita che riconosce Cristo dentro ogni rapporto: la Grande Presenza in ogni rapporto, che di ogni rapporto detta l’ideale e il sacrificio.

Per l’ideale bisogna dare tutto subito.

Non si può, di fronte all’ideale, dare metà: se è l’ideale, bisogna dare tutto.

Ma per realizzare questo tutto, o l’ideale stesso, Cristo stesso, entra e decide la morte subito (un colpo di scimitarra, come quando ci volessero travolgere gli integralisti islamici e non ci saranno più una Lepanto e una Vienna, perché non ci sarà più la gente che avrà ideali per resistere, mi spiego?); o, se non la morte fisica, quella morte che è l’umiliazione, amara e benevola e quasi tenera verso se stessi, di sentirsi arrestare in un’approssimazione, ma in un’approssimazione che è salvata nella speranza, la quale è la certezza che nel futuro questa totalità avverrà.

E infatti avviene: la certezza che nel futuro avverrà, la fa avvenire adesso.”

Il brano è tratto da qui:

http://www.testielettronici.org/Documenti/Lettere,Interventi,Interviste/Don%20Giussani%20Luigi/Fede%20%E8%20un%20cammino%20dello%20sguardo-30081995%20%28assemblea%20internazionale%20universitari%20di%20CL%29.htm

Ricordo che allora nel 1571 chi non poteva prendere le armi aveva un’arma invincibili che è il Rosario.

Ebbene, l’unico contributo che, data l’età e le condizioni di salute, posso dare è dire il Rosario insieme a chi se la sente.

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1 Commento

  1. Anch’io ho scelto la stessa arma 🙂 Un abbraccio. Umberta

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