Malraux, la verità e l’esperienza cristiana

In questi giorni di smarrimento davanti ai fatti tragici che insanguinano il mondo intero, mi veniva in mente una frase di Malraux che non ho mai capito fino in fondo. Poi, quasi per caso, apro il libro della vita di don Giussani di Savorana e trovo … la frase e la sua spiegazione. (pag. 1040 e ss)

“Non c’è ideale al quale possiamo sacrificarci, perché di tutti noi conosciamo la menzogna, noi che non sappiamo cosa sia la verità” (…) La prima volta che la lesse, quanto lo fece riflettere questa frase, ma subito [davanti ai novizi dei Memores Domini] esclama: “Ma noi sappiamo cos’è la verità! “Io sono la via, la verità, la vita” ha detto un uomo, l’unico nella storia che abbia detto questa cosa”.

Mi inquietava questa frase perché ne intuivo il nesso con i fatti drammatici che stiamo vivendo in tutto il mondo in quella che è stata definita “una guerra mondiale a pezzi”. Poi mi son detta: è proprio vero; ogni ideale o ideologia manifesta la sua menzogna quando sfocia in violenza fisica o verbale.

Ma io so cos’è la Verità, perché per pura grazia la Verità mi si è fatta incontro e mi si fa continuamente incontro.

“(…)

Si tratta di una frase capitale, che descrive tutta la dinamica dell’esperienza Cristiana come la intende Giussani: “L’amore – non solo “l’amore a Cristo” – è un giudizio, implica un giudizio. Il giudizio è un riconoscimento di verità, è un riconoscimento dell’essere. Il giudizio è uno sguardo all’essere che viene percepito come da un bambino: l’esito della realtà che emerge ai miei occhi è uno stupore…

Le certezze nascono di li’, le evidenze della certezza nascono di li’, altrimenti diventano una definizione del potere, cioè di una estraneità che sempre riduce e cambia a seconda dei suoi tornaconto: il potere non vuole altro che sudditi, nel senso di schiavi”

Questo secondo gruppo di considerazioni mi fa intravedere finalmente qual è il giudizio di cui si parla spesso tra amici. Il giudizio non è quello di un tribunale umano o divino che condanna, ma porta il segno inconfondibile dell’amicizia con Colui che tutto ci dà, la misericordia, l’amore. Se l’amore non implica un giudizio che è riconoscimento dell’essere riconosciuto con gli occhi stupiti di un bambino, (che diventa certo di quel che vede e riconosce), si trasforma in una forma di potere che si vuole imporre agli altri.

Il potere, che è quello non dei potenti ma di ciascuno di noi, che di potere politico o economico non me abbiamo, poi si presenta sotto forma di pretesa – perché gli altri non sono come siamo noi o non ci comprendono – o di rimpianto. (Qui descrivo un po’ la mia esperienza)

(…)

Eppure tante volte deve rilevare “tu sei passivo, ultimamente passivo, e ti aspetti che le formule e le cose ripetute facciano al posto tuo, si mettano al tuo posto. Invece no, sei tu che…”

Questa è l’affermazione decisiva: perché ci chiede di essere protagonisti nel dare un giudizio vero sulle cose, tenendo presente che il giudizio nasce dall’amore. Ma ognuno è chiamato in prima persona a farlo, non pretendendo che siamo gli altri a farlo.

Anche perché quando saremo davanti al tribunale del buon Dio, Lui chiederà conto a me di quello che ho fatto io, non di quello che hanno fatto gli altri o non l’hanno fatto.

Comunque il Suo sarà di certo un giudizio che nasce dall’amore: giustizia e misericordia.

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