Ma cos’è il Meeting di Rimini (cristianesimo o contrapposizione ideologica?)

Interessante la risposta data da un ospite di don Primo Soldi che conduce una trasmissione a Radio Maria intitolata “Percorsi di fede”. Si tratta di un volontario del Meeting di Rimini.

La domanda era più che altro una proposta per il prossimo Meeting dal titolo “Di che mancanza è questa mancanza, cuore, che ad un tratto ne sei pieno?” (un verso del poeta M.Luzi): si chiedeva che nel prossimo Meeting si invitasse uno dei sostenitori della legge relativa al reato di opinione (suppongo si tratti della legge sull’omofobia). Il giovane volontario ha allora precisato che il Meeting per l’amicizia tra i Popoli propone ed è frutto di incontri e di amicizia. Cioè si invitano degli amici con cui è iniziato un rapporto di amicizia e di stima. Altrimenti rischia di essere un dibattito dialettico e interessante, ma non cristiano. Perché il cristiano dialoga con tutti a partire da un rapporto di stima per la ricchezza rappresentata dalla diversità dell’altro che accetta un dialogo alla ricerca della verità.

Altrimenti è pura contrapposizione ideologica come tante battaglie che ora si fanno in nome dei valori o dei principi a prescindere dall’identità Cristiana vissuta nel concreto, per esempio nel rapporto con tutti come ci ha insegnato Cristo e tutti i suoi seguaci.

 

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26 commenti

  1. Luca

     /  settembre 10, 2014

    Essere dialettico e interessante è più che sufficiente. Se fosse cristiano e non fosse dialettico e interessante, quello sì che sarebbe un problema.

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    • Forse sarebbe opportuno chiarire il significato di parole come cristianesimo, dialettica, dialogo, ideologia. Ma temo che non basterebbe una vita. Perché su quanto dici potrei essere d’accordo almeno su alcuni punti. Ma dipende dal significato che ciascuno dà alle parole. Io comunque sono pronta al confronto!

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  2. Luca

     /  settembre 23, 2014

    Già, in effetti possiamo dire che per chi non è ciellino il post risulta un po’ confuso e i termini usati un po’ ambigui. L’equivoco in cui cadono spesso (direi sempre) i ciellini come te, per come la vedo io, è di vincolare il concetto di verità con quello di appartenenza, col risultato di confonderlo con il concetto di soddisfazione esistenziale (“ciò che corrisponde al mio cuore”, “ciò che è vero per me”). Ammesso e non concesso che si possa dare una definizione univoca di verità, il punto è che la verità non è un sentimento né una certezza interiore, ma qualcosa che emerge dalla contrapposizione di asserzioni e obiezioni. La verità è definibile solo in negativo, è vero solo ciò di cui si può dimostrare che è falso. Quindi la verità è in qualche modo qualcosa di astratto, un concetto confinato in ambito scientifico-filosofico, che non si può chiamare in causa troppo a sproposito. Se parliamo invece di identità, religione, felicità personale, cuore, desiderio (tutte cose che, posso anche concederlo, sono ben più importanti delle verità razionali), il dialogo è un confronto tra opinioni e sentimenti personali, in cui è ben difficile avere la pretesa di avere qualche verità. Comunque stiano le cose, è certo che un dialogo è proficuo e interessante non se è semplice pretesa di convincere l’altro (fosse anche perché si crede di avere “incontrato” la verità o la felicità) delle proprie idee, ma anzi se aiuta a metterle in discussione. Non è assolutamente chiaro perché un confronto che prescinde dall’identità dovrebbe essere “ideologico”. Del resto tra identità non c’è molta possibilità di dialogo, a meno di mettere in discussione l’identità stessa (ma poi, è obbligatorio avere un’identità definita per avere idee intelligenti, buona volontà, cuore?)

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    • Per me la cosa è molto più semplice: la Verità è una Persona, Gesù Cristo.
      Perciò vale la pena affidargli la vita.
      Tutto questo è in grado di dare un’ identità ben precisa che si capisce se si riconosce Cristo come Via , Verità e Vita.

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  3. Luca

     /  settembre 23, 2014

    Ciò che io dicevo è esattamente questo, che il dialogo e il confronto (cui tu dici di essere aperta) non sono la affermazione di una verità o di un’identità, ma la sua messa in discussione. Se vuoi una delle due cose, non vuoi l’altra.

    Il tuo post precedente è significativo, anche se in parte fuorviante: non ti interessa sapere che ci sono due teorie opposte sul cancro, ti interessa sapere qual è quella vera. Giusto! Però quale sia quella vera lo si può capire solo mettendole a confronto, cioè verificandole con un parametro esterno ad esse. Se il sostenitore di una delle due teorie (con violenza verbale o con la massima gentilezza, la cosa sarebbe del tutto irrilevante) ti dicesse ,come fai tu con me: “Per me la cosa è molto più semplice: la Verità è una Questa-che-dico-io. Perciò vale la pena affidarle la vita.” penseresti giustamente di non aver fatto nemmeno un passo verso la verità.

    Dire che la verità è una persona è una bella licenza poetica, ma la verità non è che un predicato verbale, l’attributo di un sostantivo. Una cosa può essere vera o può essere falsa, tutto qui, ma non di tutte le cose si può predicare la verità o la falsità, perché la loro natura le sottrae al confronto. Una cosa che è “vera per me”, perché corrisponde alle esigenze del mio cuore ha a che fare con la felicità, non con la verità. Se io ti dico che è “vera per me” una cosa totalmente opposta alla tua (usando il tuo esempio: un’altra persona), sulla base di quale parametro potremo stabilire che l’una è vera o l’altra è falsa?

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  4. Avevo scritto un lenzuolo… ed è partito tutto!
    Ora devo cercare di ricordare quello che ho scritto prima..
    Dunque: il criterio con cui verificare il reale è la mia esperienza concreta e sofferta di diversi lustri, che mi rende certa del fatto che non c’è nulla di più concreto della Verità fatta persona in Cristo. Che non è una licenza poetica… altrimenti come avrebbe potuto sostenermi nelle prove abbastanza dure che ho affrontato e sto affrontando.
    Ma a mio avviso, a te interessa solo la dialettica e ti dispiace che un interlocutore non la pensi come te. Per me non è un problema confrontarmi con te: accetto quel che sei , perchè anche Cristo accoglie tutti, ma non puoi pretendere che la pensi come te, se la mia esperienza, che non posso cambiare, mi ha reso certa di qualcosa di unico e bello.
    Forse non sai che Alexis Carrel giovane premio Nobel per la medicina, ateo, e convertitosi per.. una scommessa (interessante il suo diario sul viaggio a Lourdes), ha fatto un’affermazione per me verissima e che traeva dai vari esperimenti fatti: poca osservazione e molto ragionamento conducono all’errore, molta osservazione e poco ragionamento portano alla verità.
    Quel che io credo deriva dall’osservazione della mia esperienza concreta.

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  5. Luca

     /  settembre 23, 2014

    Se mi interessa la dialettica, mi farà piacere che un interlocutore non la pensi come me, no? Altrimenti che dialettica è? Se proprio dobbiamo fare dei processi alle intenzioni, mi sembra che sia tu quella spaventata, o quantomeno del tutto disinteressata al confronto dialettico. Il confronto dialettico non è affatto la pretesa che tu la pensi come me (da dove tiri fuori questa preoccupazione?), anzi: ma non può nemmeno essere un “io la penso così perché la MIA esperienza mi ha insegnato che è vero”.

    Le esperienze devono confrontarsi e mettersi alla prova a vicenda: se non possono o non vogliono farlo, la verità che pretendono di incarnare è una pura opinione, puro sentimento personale. Ti ripropongo la mia domanda: qual è il criterio di discriminazione tra vero e falso quando le “esperienze concrete” di due o più persone arrivano a due o più conclusioni diverse?

    Quello di Carrel (a proposito, decine di premi Nobel sono atei), usato così per sminuire il ragionamento razionale, è solo uno slogan: la verità è che osservazione e ragionamento sono necessari l’un l’altra. La mia osservazione deve essere messa al vaglio del ragionamento, soprattutto i quello altrui, altrimenti di che verità stiamo parlando? Di qualcosa che è tutta interna al mio io? Sai che roba, sai che confronto! Una verità esistenziale (ciò che è “vero per me” in base alla mia sofferta esperienza) è qualcosa di molto prezioso, ma è di fatto nulla più che un sentimento personale, non una verità che regge il confronto con le obiezioni di altre osservazioni e di altre esperienze.

    Nota bene, non sto mettendo in discussione le tue verità di fede, ma il tuo metodo: paradossalmente, sei molto relativista, poiché postuli di fatto l’impossibilità di una ragione universale come fattore di conoscenza della realtà. E chissà che tu non abbia tutti i torti: però a quel punto sarebbe più onesto togliersi di bocca parole come verità, ragione e persino ragionevolezza. Ognuno crede in quel che gli pare, e buonanotte…

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    • Non essere così sbrigativo! A me la ragione interessa eccome!! Altrimenti il mio sarebbe fideismo che crolla alla prima difficoltà. Per me la ragione e la fede si completano e ragionevolmente io mi sono documentata anche con degli studi sulla veridicità dei vangeli e molto altro. Anzi ti dirò che se la mia ragione non fosse coinvolta fino all’infimo particolare, non sarei credente. Ma ora mi arriva una notizia preoccupante… devo verificare con urgenza. Scusami. Magari riprendo dopo.

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  6. Luca

     /  settembre 26, 2014

    Tutto bene, spero!

    Comunque: che ragione e fede si completino potrà anche essere vero, per qualcuno. Ma che una abbia bisogno dell’altra è senz’altro falso. Che fede e ragione attingano a due sfere diverse e incommensurabili è evidente: e infatti, per definizione, si ha fede in cose che la ragione non può dimostrare. A rovescio, se la ragione sapesse spiegarle, non bisognerebbe sottoporsi all’autorità della fede: è così semplice!

    In ogni caso, torno alla mia obiezione iniziale, il mio dubbio era sul metodo: cosa ti porta a pensare che un confronto non sia onesto, aperto e fruttuoso se non parte dall’identità cristiana?

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    • Anche ora mi è partito il romanzo che ti avevo scritto!
      Vabbè. Ricominciamo.
      Meglio chiarire il significato dei termini che usiamo.
      Allora: cosa è la ragione?
      Ci sono due modi di o tendere la ragione.
      Il primo; la ragion e è misura della realtà, la ragione può conosceresolo ciò che è visibile. Toccatile, misurabile
      Il secondo: la ragion e è una fi estrae aperta sull’infinito. Per cui riconosce che c’è un Mistero che si fa amare e desiderare. Ma questo lo si può solo sperimentare

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    • Infine cerco di rispondere alla tua ultima domanda Immagina se al Meeting invitassero un accanito tagliatore di testeche vuol car fuori tutti gli infedeli. Credi che sarebbe proficuo un dialogo con chi sa bene quel che vuole e sa fare?
      Il dialogo di fa tra chi vuole e desidera farlo, alla ricerca dei punti condivisi che possono essere spinto per un’amicizia.

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  7. Luca

     /  settembre 26, 2014

    Sul Meeting: ma allora ti piace vincere facile! Non era certo questa la mia obiezione. Il punto è che per un dialogo onesto, aperto e fruttuoso non è affatto necessario che la “base condivisa” sia quella della fede cristiana. Non si vede poi perché un cattolico dovrebbe essere più immune a prese di posizione ideologiche (qualunque cosa tu voglia significare con ciò) di chiunque altro.

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    • Non credo di aver mai detto che la base condivisa sia l’appartenenza Cattolica dei dialoganti perché non l’ho mai pensato! Si può dialogare con chiunque voglia e sia alla ricerca della verità, che è infinita e colma di sorprese che allargano la ragione (e, per chi ha il dono della fede, si è fatta uomo, rendendosi visibile e incontrabile pur mantenendo sempre il fascino del mistero nel quale ci si può addentrare piano piano, secondo la Sua Grazia)
      Che poi ci siano cattolici che ragiona o in modo ideologico… cioè dicono di conoscere Cristo ma non lo scelgono ce ne sono a bizzeffe. Ma Dio è paziente…

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  8. Un piccolo NB: le metafore servono per capire la realtà: finestra aperta sull’infinito vuol dire che la razionalità è capace di riconoscere il mistero, come ho specificato prima.

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    • Luca

       /  ottobre 1, 2014

      Occhio, ché le metafore non sono altro che… metafore, cioè figure retoriche, null’altro che un espediente linguistico che può essere usato bene o male. “La religione è l’oppio dei popoli” recita un’efficacissima metafora sulla quale tu non sarai senz’altro d’accordo. Quindi…

      Nel tuo caso, stai barando un pochino, perché un conto, come ho fatto io, è dire che la razionalità è conscia dei suoi limiti (e quindi sospende il giudizio su ciò a cui non trova risposta), un altro conto è lasciar intendere, come fai tu, che la razionalità è propedeutica alla fede. Siamo intellettualmente onesti e riconosciamo che il mistero altro non è che… mistero, cioè qualcosa che non riusciamo a illuminare, a comprendere, a misurare. Il mistero non si chiama Gesù né Buddha né Visnu, non ci ama né ci odia, non ci parla né ci chiama, non è visibile né incontrabile. Altrimenti… non sarebbe mistero! E’ molto semplice. La ragione non ha la pretesa di conoscere tutta la realtà: è proprio la ragione a riconoscere di avere dei limiti e a sapere che oltre quei limiti c’è un mistero. Ma “riconoscere i limiti” è tutt’altra cosa dal “riconoscere il mistero”. Riconoscere il mistero non vuol dire niente. O, meglio: vuol dire spiegarsi con la fede ciò che la ragione non comprende.

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      • Ci sono vari livelli (non so spiegare diversamente) per chi non riconosce il mistero.
        Il primo è di chi afferma che ciò che non si può spiegare non esiste
        Il secondo è di chi riconosce che c’è un mistero all’origine di molte cose e sospende il giudizio perché non sa rispondere.
        Mi pare il tuo sia il secondo caso.

        Ma si può vivere senza cercare di conoscere questo mistero?
        E se questo mistero lo chiamiamo Verità, come posso vivere senza cercare la Verità?
        Io sono diventata cristiana consapevole quando il desiderio di Verità (avevo 27 anni e tutto dalla vita) era diventato pesante. Ma tale verità era una
        Persona o meglio un gruppo di persone molto accoglienti nei miei confronti senza precondizioni e lo sono ancora dopo quasi 40 anni (anche se in 40 anni le persone Cambiano e si susseguono)
        da subito non ho capito che loro erano il segno della presenza di Cristo. So solo che il problema così’ forte della verità non me lo sono più posto.
        Dopo qualche anno ho capito: tra loro c’era Cristo che è Via, Verità e Vita.
        Una confidenza: ieri ero in chemioterapia ed è stata una giornata molto pesante. Ma la vicinanza stretta e affettuosa di Cristo non mi ha abbandonata un attimo.
        Tu dici: sarà la fede: è vero è la fede, che in 40 anni mi ha mostrato la sua ragionevolezza e perciò l’ho abbracciata.
        Perché quando uno scopre una cosa vera , che continua sempre a cercare perché è inesauribile dalla sola ragione, non la lascia!

  9. Luca

     /  ottobre 2, 2014

    Temevo che arrivassimo a questo punto, e per come la vedo io è l’ennesima prova che la fede è una dimensione impermeabile al discorso razionale. Naturalmente mi addolora sapere che sei in chemioterapia, e spero di tutto cuore che tu possa guarire in fretta. Se Gesù è una compagnia confortante per te, non posso che esserne sinceramente contento. Ma è proprio perché cerco costantemente la verità che certe spiegazioni non mi bastano: un conto è dire che è ragionevole avere fede in qualcosa o qualcuno piuttosto che essere disperati, un conto è dire che è ragionevole credere in Dio e in suo figlio Gesù, altro conto è dire che l’esistenza di un dio uno e trino morto e risorto nato da una vergine sia una cosa ragionevole. Non lo è affatto, è tutto talmente contrario alla ragione, all’osservazione, all’esperienza umana che per crederci è necessario un salto nella fede: non a caso la Chiesa si è inventata i dogmi. Ma sulla base di cosa è più ragionevole credere in Gesù piuttosto che in Buddha o in Zoroastro? Il punto è che nel vocabolario ciellino si confonde la parola “ragionevole” con “conveniente”. Ma scoprire di sentirsi bene dentro un’appartenenza, non dice nulla della verità di questa esperienza. Ci dovrà pur essere un metro di giudizio esterno all’esperienza stessa, altrimenti sulla base di cosa puoi obiettare a chi crede in Allah o in Pincopallo che il tuo dio è “più vero”?

    Rispondi
    • È una questione di esperienza personale. Spero che tu incontri la verità e la riconosca in modo inequivocabile . Allora non avrai problemi a credere ai dogmi cristiani.
      Che, così’ come ogni teoria, possono essere contestati, perché i semplici enunciati teorici non rispondono alla domanda: come si fa a vivere?

      Rispondi
      • Luca

         /  ottobre 3, 2014

        Non voglio discutere all’infinito quando è chiaro che su questo punto non c’è possibilità d’intesa. Ti dico solo che in tutta questa discussione non hai quasi mai preso sul serio le mie obiezioni, le hai solo aggirate. Invece di dirimere il punto in questione, rilanci parlando d’altro. Cosa c’entra la domanda “come si fa a vivere” con la verità dei dogmi cristiani? Sono veri sì o no? La ragione dice di no, o quantomeno che sono ragionevolmente falsi (chi mai nasce da una vergine??), o, se proprio vogliamo essere cauti, che non si può dare una risposta definitiva. La fede dice che sono veri, e che bisogna crederci, punto. C’è una gran bella differenza! Dov’è il ponte tra la fede nel dogma e la ragione? Dove finisce l’affermazione secondo cui “se mia ragione non fosse coinvolta fino all’infimo particolare, non sarei credente”? Io sono disposto a confrontarmi su questo, posso concedere che ragione e fede siano complementari, ma non mi basta che qualcuno mi dica “è così, bisogna sperimentarlo”. A quel punto, anche chi crede in Allah o in Superman potrebbe dirmi esattamente lo stesso.

        Il fatto, su cui continuo a insistere, è che la ragione NON E’ una questione di “esperienza personale”. La ragione è, per definizione, un’esperienza dialettica e interpersonale di avvicinamento a una verità, sempre provvisoria e mai dogmatica, attraverso la messa in discussione di asserzioni e teorie. Che poi la ragione, con i suoi vincoli logici e i suoi concetti molto stringenti di verità e falsità, sia uno strumento molto limitato per affrontare la vita di tutti giorni, coi suoi dolori, le sue difficoltà, le sue incertezze, ebbene questa è TUTT’ALTRA QUESTIONE. E se è tutt’altra questione, perché pretendere che la proprie scelte di fede e di vita personale (amori, relazioni, famiglia affetti, amicizie) possano essere giustificate come razionali? Non razionali, dirai tu, ragionevoli. Ma dire ragionevole è un trucco, non vuol dire nulla, tanto è vero che chiunque (anche chi, ripeto, crede in Allah o in Topolino) può legittimamente reclamare la ragionevolezza delle proprie scelte. Non è così?

      • Forse se riuscissimo a capirci vicendevolmente ci sarebbero molti punti in comune tra noi. Ma come dicevo all’inizio non basterebbe una vita. Dico solo una frase detta credo da Lobkovitz ( o da un altro, non ricordo bene): “ragionevole è sottoporre la ragione all’esperienza” mentre Chesterton diceva che il pazzo non è colui che usa la ragione ma colui che. la fa girare la ragione a vuoto.
        Ma, a parte le definizioni che forse non ti interessano, vorrei chiederti una cosa: per sapere quanto fa due più due che metodo usi? Credo il metodo matematico. È razionale o ragionevole fare così, no? Per sapere di cosa composta’ l’acqua H2O non converrà usare un distillatore? Per fare un ragionamento logico non converrà usare il metodo di Aristotele? Per sapere se tua madre ti vuol bene che metodo usi? Per sapere se di una persona ti puoi fidare che metodo usi ?
        In ogni caso a me pare razionale usare un metodo diverso a seconda dell’oggetto da osservare: un calcolo aritmetico, un esame chimico, una logica. adeguata. Ma per capire se uno è innamorato o se si può fidare che metodo può usare? Eppure amore e fiducia sono realtà che viviamo tutti i giorni. Tutto questo che ti dico ti pare che esuli dalla ragione?
        Per dire cosa per me è razionale.

  10. Luca

     /  ottobre 3, 2014

    Guarda che la lezioncina di don Giussani sul metodo imposto dall’oggetto la conosco anch’io… 🙂

    Ma la questione è un po’ (molto) più complessa di così. Ci sono moltissime cose che definiamo vere o false per comodità o in modo implicito, altrimenti non potremmo nemmeno vivere: giustamente, non analizziamo chimicamente l’acqua del rubinetto per dire che è potabile, né ci chiediamo se nostra madre ci metterà il veleno nel piatto. Senza mille piccoli atti di fede quotidiani, saremmo paralizzati. Ma un’accezione stringente di verità è possibile solo in ambito logico-razionale, cioè solo dove sia rispettato il principio di falsificabilità. Di ogni asserzione o teoria (es. l’acqua bolle a 100°, dio è uno e trino, tutti gli uomini sono mortali) si deve poter dimostrare la falsità perché si possa dire che è vera. Se le sue premesse non sono controllabili attraverso almeno una controprova, siamo fuori dall’ambito scientifico-razionale. Siamo cioè in ambito metafisico: la metafisica (che comprende non solo le religioni, ma anche tutte le teorie non ancora verificate) non è un insieme di cose senza senso, ma un insieme di cose di cui non si può dire che siano vero o false.

    Mettiamola così: sono vere quelle cose che reggono alle obiezioni di chi non ci crede; la ragione è questo gioco di obiezioni e contro-obiezioni che ci avvicina alla verità. Quello che uno sente vero intimamente può essere straordinariamente importante per la sua vita, anche se non può dimostrarlo in modo logico-razionale, ma proprio per questo non potrà pretendere che sia vero, cioè abbia validità universale. Quando si parla di amore e fiducia, non si parla di verità.

    Qual è il metodo per sapere se mia mamma mi vuole bene? E’ intuitivo, certo, non logico-razionale e funziona comunque piuttosto bene. Ma non permette di avere delle verità dimostrabili. Del resto, di mamme che avvelenano (o che li mettono in lavatrice) ce ne sono molte di più di quanto ci piace pensare, quindi la “certezza morale” di cui parla Giussani è solo una regola pratica di vita quotidiana, ma non ha forza di verità assoluta.

    Qual è il metodo per sapere se esiste un essere soprannaturale che si chiama Dio e non Allah e non Buddha onnipotente e onnisciente che mi vuole bene? Io dico che non c’è, tu sai dirmi qual è? La logica dell’innamoramento (“vieni e credi”, “segui e capirai”) come metodo di conoscenza non regge, primo perché l’innamoramento è per definizione un momento di poca lucidità (ci si può innamorare della persona sbagliata, capita costantemente) , secondo perché l’innamoramento per definizione si sottrae a qualsiasi controprova: può andarti bene, può andarti male, ma nulla ti dice che quella relazione sia l’unica “vera” per la tua vita. Potrebbero essercene milioni di altre: non a caso nessuno mette in dubbio che l’acqua bolle a 100°, mentre di fedi e di appartenenze, tutte ugualmente vere, ce ne sono a migliaia.

    Rispondi
    • Se sai già tutto, non credo di poterti dire nulla di nuovo, se non che io non ho la verità in tasca, ma l’ho sempre cercata e continuo a cercarla con sorprese grate quasi quotidiane. Alla domanda ” come si fa a vivere oggi, ora, in questo momento che ti scrivo” io ho trovato risposta ed è la cosa che mi interessa di più e non posso costringere la tua libertà a aderire a questo. ti chiedo solo di constatare che c’è qualcuno che prende sul serio e mette in pratica quanto tu dici di conoscere teoricamente e come oggetto di discussione.

      Rispondi
      • Luca

         /  ottobre 3, 2014

        Come al solito sposti la discussione sul piano che ti fa più comodo. Ma al di là della retorica che usi, sei tu quella che ha le risposte in tasca. Bene, meglio così, beata te. Quello che risulta chiaro, alla fine, è che l’appartenenza a CL per te E’ LA RISPOSTA, tutto il resto è irrilevante, non ti interessa. La consideri segno della presenza di Cristo, ti senti accolta, ti ci trovi bene, vi hai aderito: questo ti basta per considerarla “vera” e, di fatto, eliminare dall’orizzonte qualsiasi discussione sulla sua verità intrinseca. Dunque ho ragione io almeno su un punto: sei relativista. Tutto va bene, se ci credi e ti fa sentire bene. Sei io ti dico che la mia esperienza di vita mi ha mostrato al di là di ogni dubbio che come vivere oggi, ora, significa farsi di marijuana e pregare Manitu, (oppure, più seriamente: che si può vivere felici senza alcuna certezza né verità né dio) con il tuo modo di ragionare non hai alcun modo di dirmi che sbaglio.

      • Se mi dici qualcosa che è frutto della tua leale ricerca della verità mi interessa, se mi proponi delle ipotesi su marijuana o su Manitù…. penso solo che ti piaccia girare intorno all’argomento e io non credo di essere capace di obiettare ulteriormente alle tue provocazioni.

  11. Luca

     /  ottobre 3, 2014

    Te l’ho detto: si può benissimo vivere felici (cioè: vivere una vita piena, interessante, soddisfacente nonostante i dolori inevitabili e le difficoltà) senza postulare l’esistenza di nessun Dio, nessuna Vergine Immacolata, nessuna Verità incarnata. Questa è la mia personalissima esperienza, condivisa con tanti altri amici, tutte persone né migliori né peggiori di un cristiano o un musulmano praticante, tutte umanamente sensibili, con mogli e mariti cui vogliamo bene, con figli che amiamo e che educhiamo alla bellezza, alla gioia, al rispetto del prossimo. Come tutti, ci commuoviamo davanti a un tramonto o a una sinfonia, ci stupiamo di fronte all’amore, restiamo ammutoliti di fronte al mistero della morte. Ma non abbiamo bisogno di appartenere a nessun gruppo, non abbiamo bisogno di risposte soprannaturali per quello che non capiamo, non crediamo che l’esistenza di una domanda postuli l’esistenza di una risposta. Come tutti, siamo essere imperfetti, abbiamo paure e incertezze, sentiamo una mancanza, ma non consideriamo che questa mancanza, o senso religioso, comporti una qualche risposta. Non abbiamo paura di cambiare idea, né dogmi da rispettare, né autorità cui credere. Si può vivere così? Sì, e anche bene. Questa è la MIA verità. Sulla base di cosa puoi dirmi che sia meno vera della tua?

    Rispondi
    • Rispetto il tuo modo di vedere la realtà ma chiedo anche a te di rispettare le mie scelte che non sono semplicistiche come quelle che mi attribuisci. La convivenza serena si basa sul rispetto e ognuno dà di sè il meglio per il bene di tutti. Così ho cercato di fare io con i miei limiti e forse l’hai fatto anche tu.

      Rispondi

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