L’avventura dell’iconografia

L’eco di Bonaria, mensile del Santuario di N.S. di Bonaria, ha pubblicato un articolo sull’ esperienza di un’aspirante iconografa. Non so ancora il titolo dato dal direttore, perché la rivista, che ricevo in abbonamento,  non mi è ancora arrivata, ma ora che è pubblicato desidero condividerlo con gli amici:

Ho avuto la fortuna di partecipare ad un corso di iconografia, soprattutto perché affascinata dalle parole del Maestro iconografo Michele Ziccheddu che, l’anno scorso, durante una serie di conferenze sulla storia e spiritualità dell’icona aveva acceso in me, che a mala pena so tracciare qualche linea, il desiderio di cimentarmi con questa sacra arte. Lo scoprire che era auspicabile una certa competenza teologica – almeno la conoscenza del catechismo della Chiesa Cattolica e della Sacra Scrittura, condizione utile più della stessa competenza in fatto di disegno o pittura – mi ha spinto in questa che si sta rivelando come una sorprendente avventura insieme a otto altri amici. L’avventura dell’anima che, – memore della frase di Giovanni Paolo II per la Veronica “Il tuo nome [Nell’antico Testamento il nome coincideva con l’essenza della persona] nacque da ciò che fissavi -”, osa misurarsi o meglio affidarsi alle mani dell’Onnipotente, perché compia Lui il miracolo di rendermi capace di rappresentarne l’immagine umana; questo era infatti l’intento degli antichi iconografi che per lo più erano dei monaci.E gli iconografi di oggi sono coloro che vogliono essere fedeli a quella misteriosa arte che richiede impegno e passione.

Dal maestro iconografo ho imparato che fare un’icona è pregare, e pregare è stare davanti al buon Dio con tutta la nostra piccolezza e incapacità che solo Lui può orientare anche per cose grandi. Ma quando ho iniziato non aspiravo – né aspiro – a cose eclatanti; desideravo soltanto concretizzare quel che era contenuto nella preghiera dell’iconografo e cioè poter rappresentare in modo somigliante il santo Volto che mi apprestavo a disegnare.

Ricordo lo sgomento della prima lezione in cui constatavo con delusione di non avere proprio la vocazione dell’iconografo e anche la seconda lezione mi confermava l’impressione iniziale. Poi appena il volto ha cominciato a prendere forma grazie all’uso dei colori, sapientemente guidato dal maestro che li aveva preparati secondo la tecnica dei primi iconografi, ecco che l’immagine cominciava ad acquistare espressione e … sì, anche bellezza. Ed ora che il lavoro è finito, quell’immagine disegnata in un drammatico percorso spirituale di lotta intima tra il mio limite e l’impresa sovrumana di rappresentare il Santo Volto, ogni volta mi riconquista. Credo sia una bellezza destinata solo a me perché quello sguardo penetrante, profondo e misterioso che mi affascina ha per me qualcosa di sconvolgente.

Ora quello sguardo penetrante che con un cenno ha chiamato Simone, Andrea, Giovanni, Giacomo e gli altri, quello sguardo davanti al quale la samaritana, Zaccheo, il buon Ladrone e molti si sono arresi conquistati, mi accompagna e mi vien fatto di pensare che sia un dono delicato della Sua tenerezza al mio desiderio di lasciarmi guidare nel dipingere la Sua immagine venerabile dalla competenza del maestro iconografo.

Il 12 aprile poi inizierà’ a Mandas il corso triennale per chi vuole conoscere i segreti e le tecniche dell’antica arte dell’iconografia e la si potrà frequentare due volte al mese fino al completamento di un nutrito programma, non solo di tecnica della scrittura dell’icona, ma sulla sua storia e sul suo significato, anche con la presenza di esperti esterni.

E tra non molto, dopo la solenne benedizione dell’icona mia e dei miei compagni di avventura, avrò in casa il luogo sacro in cui esporre questo sacramentale, alla venerazione di chi sarà raggiunto dalla sua luce che nasce dal cuore dell’icona, luce taborica, come la definisce il Maestro.

Icona

 

 

 

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