Il cieco nato e il nostro desiderio di felicità

Sabato sera sono rimasta colpita da un passaggio dell’omelia del mio parroco. Se ricordate si parlava del cieco nato e alcuni chiedevano a Gesù se la cecità fosse conseguenza del peccato suo o dei suoi genitori (suo non poteva essere visto che era nato così). A quei tempi – ma anche oggi – alcuni credono che il male che ci capita sia una punizione per i nostri errori. Gesù ha risposto di no; quella cecità era per la Gloria di Dio.

Anche nell’episodio di Lazzaro, Gesù parla della Gloria di Dio ed io non ne conoscevo il motivo teologico, benché un po’ intuissi il significato. Ma la cosa più sorprendente è stata la grinta con cui il nostro don E. ha affermato che i mali che ci capitano non sono “disgrazie”” ma sono per la Gloria di Dio. (ho avuto modo due ore dopo di sperimentare sulla mia pelle l’affermazione…. ma è un’altra storia).

Davanti a questa affermazione così decisa mi è tornato in mente quello che diceva Giussani e cioè che ci vuole coraggio per sostenere la speranza degli uomini. E mio marito ha aggiunto: ci vuole anche fede.  Tale concezione del dolore, della prova, della difficoltà proprio non ce l’abbiamo. Ma la risposta concreta è li’ nel Vangelo.

Queste riflessioni mi sono state suscitate dalla lettura di questo allegato (si tratta di appunti presi durante la videoconferenza di mercoledì scorso,26 marzo) nel quale si dice che il bisogno, il desiderio dell’uomo, la sfamare di felicità viene in ogni modo ridotta dal potere. Ma solo una risposta esauriente può aiutarci a stare di fronte alla nostra sete di felicità.

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2 commenti

  1. Mio padre iniziò a lavorare come garzone all’età di 12 anni, nella famiglia c’era bisogno anche del suo sostegno, era il 1934. Ha sempre lavorato anche se all’età di 55 anni una malattia (la retinite pigmentosa) lo avrebbe portato alla completa cecità. Sebbene con difficoltà, ha continuato con la sua professione di imbianchino, a volte, negli ultimi anni, chiedendo la presenza di mamma “per un controllo finale” onde verificare che non avesse omesso qualche spazio… La fede di papà è sempre stata immensa, anche quando un tumore maligno lo avrebbe presto portato alla Sorgente… e questo lui lo sapeva. Quando leggevo per lui, o quanto lo portavo con me nei miei viaggi, sempre premurosa nei suoi confronti, io avevo avuto la gioia di essere i “suoi” occhi. Se gli chiedevo perché non fosse triste di vedere solo ombre, lui mi rispondeva che era un privilegio: si ricordava di come le cose erano prima che il tempo cambiasse paesaggi e visi… Lui non lo ha mai considerato un castigo divino, non ha mai infierito verso la grandezza del Supremo Creatore! Ha potuto comunque vivere fino ad 80 anni, avere un nipotino da coccolare e toccare per un’ultima volta il mio ventre con la nipotina che scalciava… è deceduto quand’ero nel quindo mese di gestazione. La sua cecità, la sua malattia, mi hanno insegnato tanto… la vita è un dono meraviglioso che non può essere espresso a parole, ma unicamente assaportato vivendo nella consapevolezza che, presto, un giorno, dovremo ritornare secondo una legge karmica. Come semini, raccogli… la causa-effetto… questa è per me una risposta esauriente che implica amore verso il prossimo, compassionevolezza e rispetto per tutto ciò che vive in noi, attorno a noi! Un abbraccio

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