Mendicanti dell’amore, mendicanti di felicità…

Non, dunque, una grande ruina è il mondo.
Non un polverone dove le cose si  coagulano per caso, brevemente,  poi si risciolgono e ogni parte se  ne va per il suo destino.
Non una  grande ruina è il mondo e non un  gran polverone è la nostra vita – no! – ma tutto, tutto si riferisce a  un Destino, a un Significato ultimo. E la forza che trae ogni cosa  a questo Destino e a questo Significato ultimo si chiama regola.  La parola regola, tradotta in termini viventi, completamente umani, si chiama compagnia, perché  la compagnia è una regola per il  Destino, una regola vivente per il  Destino, per il Significato.
Allora ci alziamo ogni mattino e sappiamo che nessun passo nostro, nessuna fatica nostra, nessuna iniziativa nostra sarà inutile. Lo riconosciamo, lo accettiamo: ti accettiamo o Mistero che fai il giorno e la notte e mi hai conosciuto fin dal  ventre di mia madre (come dice il  Salmo 138), mi hai plasmato dentro di esso, e già mi conoscevi  prima ancora che io nascessi, che  io fossi concepito.
Una regola vivente, cioè una compagnia. Il  nome storico che tale compagnia  ha assunto nella sua compiutezza  irrisolvibile – nessun nemico potrà fermare il suo cammino – si  chiama Chiesa.
Ma, come l’umanità vive dentro ogni casa che l’amore anima,  abbellisce, che il respiro di questo  amore rende calda ogni giorno,  così la Chiesa è resa casa vivente,  viva, calorosa, piena di luce e di  parola, di affettività, di spiegazione, di risposta, da quelli che si  chiamano movimenti. Vale a dire,  unità di compagnia creata dai carismi, da questi doni fatti dallo  Spirito a chi lui sceglie, non per il  valore delle persone, ma perché  Egli sceglie perché il Disegno si  compia, il Grande Disegno si compia, il Grande Disegno che porta  un nome storico, più profondo  che non la parola Chiesa, che ne è  come il corpo misterioso, l’aspetto visibile, sensibile, misterioso:  si chiama Gesù Cristo.
Questa  realtà unisce, allora, tutti gli aspetti  della mia vita e mi fa dire «io» con  consistenza, ma mi fa dire anche  «noi»: perché io abbraccio don  Ambrogio e sono amico di don  Negri, non perché li conosco ma  perché siamo fatti insieme.
Fatti e  destinati allo stesso Significato  ultimo e portiamo in noi e insieme  portiamo a chiunque, a tutti e vorremmo portarlo a tutto il mondo,  fino agli estremi confini della terra, il nome benedetto che spiega  ogni cosa, per cui i capelli del  nostro capo sono numerati e per  cui non cade foglia che Egli non  voglia.
Ieri sera a Compieta ho  riletto quel brano del profeta Geremia che mi commuove tutte le  settimane, perché la Compieta  cambia ogni giorno ma si ripete  ogni settimana. E un punto fondamentale di Compieta è l’Epistolella, il breve brano di Bibbia: «Tu  sei in mezzo a noi, Signore [in  mezzo a noi tre, Signore, tu sei] e  noi siamo chiamati con il Tuo  nome [cristiani]. Non abbandonarci» (Ger 14, 9).
Come «non  abbandonarci»?
«Ebbene, io vi  dico: chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà  aperto. Perché chi chiede ottiene,  chi cerca trova, a chi bussa sarà  aperto. Ma quale padre tra voi se  il figlio gli chiede un pane gli darà  una pietra? O se gli chiede un  pesce gli darà, al posto del pesce,  una serpe? O se gli chiede un uovo  gli darà uno scorpione? Se dunque voi che siete cattivi sapete  dare le cose giuste ai vostri figli  quando ve le chiedono, quanto  più il Padre vostro celeste darà lo  Spirito a coloro che glielo chiedono» (Lc 11,9-13).
 «Non abbandonarci»: non ci  abbandona Colui che ci ha fatti.  «Anche se vostra madre vi abbandonasse io non vi abbandonerò».
Siamo noi che non dobbiamo abbandonarlo! Come? Essendo ligi  alla sua legge? essendo coerenti  con le sue norme? osservando i  suoi comandamenti? Sì: ma questo ci fa tremare perché chi ne è  capace? Tutti i comandamenti,  sempre? Signore, chi è capace?  Rendimi capace!
Non abbandonarlo significa  domandarlo, domandarlo! Così  ritorna con chiarezza ai nostri occhi la figura vera della nostra vita  di uomini: essere mendicanti,  mendicanti del vero, mendicanti  dell’amore, mendicanti della felicità.
E per questo abbiamo pietà di  noi e amore a chi ci è vicino, e lo  stesso identico amore a chi ci è  lontano e non conosciamo, ma  conosceremo alla fine.
A pensare  queste cose possiamo sentirci pochi, perché attorno a noi chi le  pensa?  Ma ecco cosa dice il pensiero di  uno dei primi missionari in Cina:  «Non dite che siamo pochi e che  l’impegno è troppo grande per  noi. Dite forse che due o tre nuvole sono poche in un immenso cielo d’estate: ma d’improvviso si  stendono ovunque, si vedono i  lampi e piove. Non dite che siamo  pochi: dite che siamo».
«Siamo»: ci è stata fatta la grazia di essere, di udire, di capire, di  conoscere, perfino – lo diciamo un  po’ tremando, Signore – di amarti.  Per questo diciamo seriamente che  amiamo gli uomini fratelli, che  amo te, e anche l’uomo che non  conosco. Non abbandonarci, Signore!
Diciamo la Santa Messa  innanzitutto per il povero don Ricci che ci ha aiutati a diventar tanti  in tutte le parti del mondo, perché  è il suo anniversario, ma anche  perché egli si impegni col Signore, che lo vede, a renderci il cuore  stabile e capace di invocare, di  chiamare, dentro il mondo, il Mistero che lo fa: di invocare Cristo.
DON GIUSSANI ( 1993) 
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