La sequela come paragone continuo

Certi di alcune grandi coseLa parola sequela indica un paragone – come è stato detto –, un confronto tra me e quella cosa che ho incontrato. Ma io l’ho pregato di rendere concreta la parola «me», «la mia vita», e la concretezza maggiore è entrata con l’intervento ultimo: «La mia vita» è una trama di interessi, «me» sono gli interessi della vita. Io paragono gli interessi della vita con quella cosa. Così si incomincia già a sapere che cos’è il contenuto del movimento come vita, come storia: è un paragone, un paragone continuo tra gli interessi, la trama di interessi che forma quella stoffa che si chiama vita, e quella cosa. Ma quella cosa – badate, per favore – è la
Presenza dentro il dato, è il dato, cioè la Presenza dentro una realtà fisica, è il movimento. La sequela è un paragone continuo tra i nostri interessi, tra gli interessi che costituiscono la mia vita, e il movimento. Capite, per favore, che razza di libertà e di respiro viene a usare la parola «movimento» senza identificarla con i “caporalmaggiori” e i “centurioni” e i “colonnelli” che fanno le adunate e che fanno gli assalti a questa o a quell’altra cosa? Restiamo su questa frase, su questa osservazione. Che cosa faccio? Un paragone continuo, un paragone continuo con gli interessi: la «sequela» è un paragone continuo tra gli interessi che formano la trama della mia vita (la vita non esiste se non come trama di interessi concreti, di cose che reagiscono, che urtano, scivolano: la vita è questa) e questa realtà fisica in cui è la Presenza. Tutto quello che diciamo del movimento lo si deve dire della Chiesa. Il movimento è il nostro pezzo di Chiesa, è il
pezzo in cui entriamo nella Chiesa. Perciò, non abbiamo paura a usare la parola movimento in questo senso, perché è il modo concreto: altrimenti la Chiesa diventa un’astrazione, se non ti stringe ai fianchi.  Ecco, questo stringere ai fianchi, un paragone continuo tra gli interessi, la trama di interessi della nostra vita
e il movimento, cosa vuole dire? Che cosa vuole dire «paragone»? Che operazione dell’uomo è il paragonare una cosa e un criterio?
Interventi: Giudicare!
Giussani: Giudicare! È il giudizio. L’incontro fa sì che il dato, cioè questa Presenza dentro la realtà fisica, questa realtà fisica, questa compagnia, in cui è dentro la Presenza che mi deve risolvere il disagio umano, mi raggiunga. Di fronte a essa che cosa faccio? Rendo questa immanenza al dato, questa mia appartenenza al movimento, giudizio su tutti i rapporti che ho con le persone e con le cose. «Giudizio» vuole dire modo di concepire, e concepire – come dice il termine «concepire», nel senso proprio femminile della parola – vuole dire ricreare, creare, fare nascere un’umanità diversa, fare nascere un rapporto diverso con la donna, fare nascere un rapporto diverso con l’amico, fare nascere un rapporto diverso con il padre e la madre, fare nascere un rapporto diverso col nemico, fare nascere un rapporto diverso col libro che studio, fare nascere un rapporto diverso coi pensieri e le immagini del futuro, fare nascere un rapporto diverso con la morosa. Il movimento, se non tocca queste cose, è una fandonia, anche se siete «diaconi».
Giussani: È stata detta una frase estremamente chiara: la sequela non è seguire un altro perché si chiama «XY», perché è truculento nella direzione e perciò o si va via o ci si attacca, eccetera; è «seguire un altro in ciò che giudica me e lui». Non seguo “la” persona che dirige la mia comunità. Ma chi è quello lì? Può essere anche evidentemente più carico di difetti di me. Lo seguo perché sa parlare? Ma che cosa vuole dire «parlare»? Tanta altra gente sa parlare benissimo. Allora dovresti seguire il personaggio politico che sa parlare con fascino. Che cosa differenzia il seguire qualcuno nel movimento dal seguire il politico di turno? Che tu segui ciò che giudica lui e te. Io non trovo una formulazione migliore di questa: seguire uno in ciò che giudica te e lui. Ho sempre detto in questi anni (la lotta contro il personalismo è stata lanciata da me da due anni a questa parte) che non si segue la persona, nessuna persona – che è un povero cristo peggio di te, magari! –, si segue l’esperienza di vita, l’esperienza di essere, la verità, il valore, che attraverso quella persona ti è arrivato o ti viene sollecitato, a cui sei richiamato. E quel valore, o quell’esperienza, giudica te, ma anche la persona che te lo dice. L’affezione alla persona che guida la comunità è direttamente inversa all’attaccamento personalistico che si ha. L’attaccamento personalistico è qualcosa che sembra forte, ma è illusorio; e, tra l’altro, lascia che tu faccia i cavoli tuoi. Nell’atteggiamento personalistico, infatti, dapprima imiti, ti fai imitatore perfino dell’inflessione delle parole, come si diceva, e poi te ne infischi e fai quel che vuoi, negli interessi tuoi personali fai i cavoli che vuoi. Mentre, nel seguire il valore che uno ti dà, sei giudicato anche nei tuoi interessi personali. Perciò l’attaccamento personalistico è gregario, è una vigliaccheria, è degradante la persona: l’essere attaccati al nome tal dei tali è proprio come non capire niente. E uno che favorisse
questo è un povero disgraziato, che fa male al movimento, perché non ama la persona: amerebbe se stesso in azione, ma non ama le persone che ha davanti. Dicevo a scuola: «Ragazzi, ricordatevi, le cose che vi dico sono vere, anche se domani mi vedrete sui giornali per delitti commessi» (speriamo che non capiti, eh!).
Giussani Luigi, Certi di alcune grandi cose: (1979-1981), BUR, 2007
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