La Sevillana del adios commentata da don Gius

Qualcosa muore nell’anima / quando se ne va l’amico. / Quando l’amico se ne va / e va lasciando / una traccia / che non si può cancellare. /
Non andartene, ancora; / non andartene per favore, / perché anche la mia chitarra / piange quando dice addio. / Un fazzoletto di silenzio /
al momento della partenza. / Al momento della partenza, / perché hai parole che feriscono / e non si possono dire. / La barca si va facendo
piccola / quando si allontana sul mare. / Quando si allontana sul mare / e quando si va perdendo, / che grande è la solitudine. / Questo vuoto
che lascia / l’amico che se ne va. / L’amico che se ne va / è come un pozzo senza fondo, / che non si può riempire.
Ho voluto che cantaste questa canzone, perché mi sembra un simbolo, il miglior simbolo che abbia trovato nei canti popolari, della differenza tra la posizione dell’uomo — qualunque idea abbia, qualunque sentimento abbia, in qualsiasi parte del mondo sia — e la posizione dell’uomo cristiano.
La posizione di un cristiano sarà cosciente per uno su mille, ma la verità attecchisce in quest’uno e getta la sua luce sugli altri novecentonovantanove attraverso quest’uno: tu sei chiamato ad essere quest’uno.
La sevillanas, dicevo, è un simbolo: la barca, il naviglio che si allontana diventa sempre più piccolo, man mano che entra nel mare si fa sempre più piccolo, finché scompare. E non è vuoto questo naviglio, porta l’amico, e l’amico se ne va, se ne va con la barca che si allontana, diventa piccolo, un punto, un punto lontanissimo all’orizzonte, finché scompare.
Il cuore dell’uomo, vale a dire ciò che nasce da una donna, in qualsiasi momento della storia, in qualsiasi luogo geografico, il cuore di un bambino che nasce da una donna desidera «quell’amico», o, potremmo dire, «un amico». Ma non esiste «un amico»: uno, amico (non dettaglio i motivi delle mie affermazioni; casomai, le sottoporrete come domande ai vostri amici più grandi). Il cuore di un bambino è fatto per scoprire, per starci
a godere, per viaggiare per tutto l’universo senza posa, mai stanco e sempre lieto, in pace, curioso e soddisfatto, con questo amico, con «quell’amico». Man mano che il bambino cresce, la realtà che porta quell’amico si allontana, e con essa anche quell’amico: si allontana, diventa un punto, un punto quasi astratto, sull’ultimo orizzonte, finché, anche da lì, scompare. E il bambino diventato uomo resta sul ponte, appoggiato alla sbarra del ponte, con gli occhi ancora fissi sul niente — sul niente! -. Perché, nella versione più propizia e positiva, la realtà è come un pozzo che non si riesce ad esaurire, cioè uno vi annega. Non nel senso in cui Gesù diceva alla Samaritana: «Io ti dò da bere un’acqua che non ti fa più aver sete», che non significa: «Non ti fa più aver sete», ma: «Ti soddisfa sempre». Perché l’ideale dell’uomo non è: aver sete, metter la bocca in una sorgente, saziarsi, asciugarsi la bocca e andar via. No! L’uomo è uno che quanto più beve, tanto più gode, è soddisfatto, e tanto più ha sete. È una sete infinita, è un bere e un soddisfarsi infinito. Questo è il concetto di felicità. E quel bambino che nasce dalla donna, qualsiasi cosa diventi al mondo, comunque viva la sua vita, anche nel peggiore dei modi, non può del tutto eludere questo destino che è inscritto nella sua fattura originale………………………
Il cristiano, dunque, è un uomo, non un bambino; è quel bambino diventato grande, appoggiato alla sbarra del porto, che è là e guarda il mare nel quale non c’è niente, salvo quell’ultimo filo che si chiama orizzonte. Ma mentre per l’uomo solito quel filo d’orizzonte è il punto dove tutto annega, scompare — il barquino della canzone è scomparso, era un punto, un punto, e poi è scomparso — per il cristiano quella linea d’orizzonte è come l’enigma, il mistero da cui deve effluire, deve fluire davanti a lui, deve arrivare a lui qualcosa: è una terra ignota, da cui deve arrivare a lui uno che porta una ricchezza inimmaginabile. Eppure il cuore, che
non riesce a immaginare questa ricchezza, questa giustizia, questo amore, questa verità, questa felicità, il cuore che non riesce a immaginarla, ne ha però struggente bisogno. E da quell’orizzonte che deve venire. E, infatti, a un certo momento, appare un punto all’orizzonte, sulla linea dell’orizzonte: è questa barca.
Questo barquino, che è un punto, diventa sempre più grande; agli occhi dell’uomo attento che lo fissa diventa sempre più grande, sempre più grande, finché si delinea anche nei suoi fattori interni e si vede un uomo, il barcaiolo, seduto dentro. La barca si avvicina alla riva, attracca, e l’uomo che stava aspettando abbraccia l’uomo che arriva. Il cristianesimo nasce così, come l’uomo che aspetta, che abbraccia l’uomo che arriva dall’altrimenti enigmatico e prima ignoto orizzonte.
Se togliete questa immagine non ci resta che una confusione presente, un nulla presente (perché la confusione è il niente), che s’afferma come niente, che s’afferma come confusione, man mano che il tempo passa, finché tutto viene assorbito dalla morte, dalla corruzione: un corpo che si corrompe, diventa un mucchio di vermi,
poi cenere, cenere, terra; cioè un nulla confuso che diventa un nulla reale, niente: fra centocinquant’anni, niente. Fra l’uomo normale e l’uomo cristiano sta questa alternativa tremenda: o il nulla o l’abbraccio con una presenza tanto desiderata
LUIGI GIUSSANI  (dai Tischreden)
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