Don Pino Puglisi tra poco beato

Da TRACCE

«Trasparente di Cristo»

di Paola Bergamini

22/05/2013 – Ucciso dalla mafia nel 1993 e dichiarato martire “in odium fidei”, sarà beatificato il 25 maggio nella sua città. Il cardinale Paolo Romeo, arcivescovo di Palermo, racconta la testimonianza di un parroco che «è uscito e ha bussato ad ogni porta»

  • Don Pino Puglisi.Don Pino Puglisi.

Si è dovuto spostare il luogo della celebrazione al Foro Italico. Lo stadio Renzo Barbera con i suoi 36mila posti non sarebbe stato sufficiente a contenere tutti i fedeli che hanno chiesto di poter partecipare al rito di beatificazione di don Pino Puglisi, ucciso dalla mafia vent’anni fa, per aver testimoniato e annunciato il Vangelo fino al martirio. «Ha bussato a ogni porta», dice l’arcivescovo di Palermo, il cardinale Paolo Romeo.

Eminenza, il 25 maggio sarà una giornata importante per la Chiesa palermitana. 
È un evento importante sotto un duplice aspetto. Per la Chiesa palermitana è un appello alla responsabilità della testimonianza, ma per la Chiesa universale la figura di don Puglisi va vista e capita all’interno del contesto del rinnovamento post-conciliare. Don Pino ha vissuto gli anni del Concilio e in questo ha rinnovato il suo ministero. Ha saputo coniugare evangelizzazione e promozione umana. Cioè un Vangelo che non si traduce in servizio all’uomo non è vero Vangelo, ma il servizio all’uomo deve aprire agli orizzonti della fede. Ad incontrare Cristo. È quello che ha detto papa Francesco nella Cappella Sistina quando ha usato il verbo “confessare”. Se non confessiamo Cristo non possiamo essere Papa, vescovo, prete. La nostra vita deve essere trasparente di Cristo. Questo deve vedere la gente. Questo è stato don Puglisi. Ha dedicato tutta la sua vita alla predicazione, andando da tutti. Bussando a ogni porta.

Quello che ha sottolineato proprio papa Francesco: uscire e andare nelle periferie. 
E non solo geografiche, ma soprattutto umane. Per don Puglisi l’uomo che vive nelle periferie è colui che, non vivendo il Vangelo, ha una vita degradata e per questo genera degrado attorno a sé. È necessario formare le coscienze perché cambino i rapporti sociali ed è possibile solo annunciando la parola di Dio. E questo, mi preme sottolinearlo, lo ha fatto in tutti i suoi 33 anni di sacerdozio. Ovunque è stato. Da Godrano, piccolo paese dell’interno dilaniato da una faida tra famiglie dove è stato parroco per otto anni, fino a Brancaccio. Sempre la sua opera è stata quella di cambiare i cuori degli uomini annunciando Cristo.

A Brancaccio, quartiere degradato della periferia di Palermo, la sua opera di annuncio gli è costata la vita.
Quando arriva a Brancaccio, che lui conosce bene perché nato e vissuto lì vicino, trova solo la chiesa. Non c’è la casa per lui, non c’è un luogo dove poter accogliere i ragazzi che incontra in strada e sa che sono facili prede della mafia. Non c’è un posto per la catechesi con gli adulti, le famiglie le giovani coppie. Si mette subito all’opera. Vuole creare un posto dove la vita pastorale possa svolgersi.

Il centro di accoglienza Padre Nostro.
Sì. Ma l’accoglienza più che nelle mura è nelle persone. Don Pino è uno che ha accolto. Con il suo modo naturale di parlare alle persone, con il suo sorriso, con il suo modo di fare. Ecco la trasparenza di Cristo. Quando acquista l’edificio, dice: «Questo è un segno, la parrocchia deve accogliere, ai cristiani va dato un segno di speranza».

Quell’edificio era costato il doppio rispetto al valore. La mafia non voleva che lui lo acquistasse. Era già il primo segno di quell’odium fidei per cui è stato dichiarato martire.
La mafia ha talmente perduto il senso della fede, da odiare il cristianesimo, la sua è una religione pagana. L’azione ministeriale di don Pino è stata quella di incarnare la fede nel territorio perché solo così poteva avvenire la promozione umana. La sua azione si è improntata nel far vivere coerentemente il proprio Battesimo e quindi il rispetto dei doni che Dio ha dato a ciascuno. Il Vangelo dice: «Perdona», la mafia: «Ammazza». Nella Bibbia c’è scritto: «Non avrai altro Dio fuori di me». Per i boss, «il potere è dio». Un prete che annunciava questo poteva solo dare fastidio. Fino al punto di ucciderlo.

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2 commenti

  1. Ho avuto la grazia di conoscere personalmente don Pino Puglisi, e ne posso anch’io testimoniare il suo vivere pienamente il sacerdozio. Il suo modo di fare rendeva presente Cristo, la sua morte da martire non é stata altro che la “ratifica” della sua santità. Non era un prete “antimafia”, come lo si vuole dipingere, ma un prete che annunziava Cristo, che la mafia aveva individuato (giustamente) come contrario ai suoi criteri di giudizio e ai suoi interessi.

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  2. Il Papa racconta un aneddoto: “Nella curia di Buenos Aires lavora un uomo umile, da 30 anni lavora; padre di otto figli. Prima di uscire, prima di andare a fare le cose che fa, sempre dice: ‘Gesù!’. E io, una volta, gli ho chiesto: ‘Ma perché sempre dici ‘Gesù’?’. ‘Ma … quando io dico ‘Gesù’ – mi ha detto questo uomo umile – mi sento forte, mi sento di poter lavorare, e io so che Lui è al mio fianco, che Lui mi custodisce’. Quest’uomo – ha osservato il Papa – non ha studiato teologia, ha soltanto la grazia del Battesimo e la forza dello Spirito. E questa testimonianza – ha affermato Papa Francesco – a me ha fatto tanto bene”: perché ci ricorda che “in questo mondo che ci offre tanti salvatori”, è solo il nome di Gesù che salva. In molti – ha sottolineato – per risolvere i loro problemi ricorrono ai maghi o ai tarocchi. Ma solo Gesù salva “e dobbiamo dare testimonianza di questo! Lui è l’unico”. Infine, ha invitato a farsi accompagnare da Maria: “la Madonna sempre ci porta a Gesù”, come ha fatto a Cana quando ha detto: “Fate quello che Lui vi dirà!”. Così – ha concluso il Papa – affidiamoci al nome di Gesù, invochiamo il nome di Gesù, lasciando che lo Spirito Santo ci spinga “a fare questa preghiera fiduciosa nel nome di Gesù … ci farà bene!”.

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