” la parola “misericordia” è inconcepibile”

La parola “misericordia” è inconcepibile per la nostra mentalità ma è Misericordia il nome con cui Dio si firma e Papa Francesco ce lo ricorda e testimonia.

L’amico Gianni mi ha inviato i contributi che trascrivo perché attinenti all’argomento:

Se Cristo è venuto, ha fatto una via nuova nel deserto – Affezione e dimora«non la vedete?» -, percorrendo la quale tu, sempre più in pace, cammini verso il destino per cui sei stata fatta: «Io sono la via».
L’evocazione più bella che hai fatto di questa faccia è stato quest’estate a La Thuile, quando hai parlato della misericordia, di questo volto che capisci essere la cosa di cui tu più hai bisogno.
Quelle parole mi hanno pacificato nel rapporto col limite mio e dell’altro, perché il limite è perdonato mentre ancora sbagli.

Come avevi detto tu: il Padre abbraccia anche tutte le tue porcherie. Non ti stacca per dividere te
dall’errore, ma mentre ancora sbagli..
Non ti perdona perché conclude un’equazione, ma ti abbraccia e redime perché è misericordia. Perché la parola misericordia proprio da questo trae la sua misteriosità. Il perdono trae la sua verità dalla suprema convenienza: in un disastro, valorizzare il valorizzabile è intelligenza ed è somma saggezza; ma dove, secondo lo schema umano, non c’è più nulla da fare, non c’è più nulla da valorizzare e tutto trema nell’attesa della parola del finale giudizio e questo finale giudizio viene come un giorno di trionfo, è sbalorditivo! Solo se uno capisce queste cose, diventa diverso nel comportamento suo verso gli altri. Non si può intuire o presentire che l’ultima parola è la misericordia… «E il settimo giorno riposò, perché ebbe finalmente qualcuno cui perdonare»: questa è misericordia, perché è la sfida a ogni paragone numerico e quantitativo.
Scusi, posso dire una cosa su questo? Con alcune persone questa
cosa è sperimentabile, per cui anche con gli altri io mi lancio pensando: «Comunque, siccome a me è accaduta questa cosa, deve essere possibile che accada anche in questo rapporto».
Essendomi accaduta questa cosa nel tal momento della mia strada e nel tal avvenimento del mio cammino, dovrà avvenire, avverrà: «già viene il suo bisbiglio».

Ma la magnanimità, il coraggio, la forza e la gratitudine dell’attesa di questo futuro costituiscono proprio la purità dell’uomo: «Chiunque ha questa speranza si purifica come Egli è puro»,
l’infinita purità che si comunica all’uomo.

Eh, sì, si varca, proprio sperimentalmente si varca quella soglia in cui normalmente ci si impantana, quella soglia in cui si incomincia a dire: «Beh, ma perché devo sacrificare così, perché devo sacrificarmi cosà, perché non posso andar più avanti, perché non posso andar più indietro? Perché?». E uno mette in crisi la meta o l’ideale, che è «essere puri come Egli è puro», la possibilità di vivere l’essere cui si appartiene, vivere l’appartenenza, in modo totale. Che non è «totale» quantitativamente: tutti i minuti, tutti i secondi per tutti i chilometri della vita. No, può essere un istante. Chi ha vissuto quell’istante, Dio non lo può più misconoscere: questa è la misericordia

LUIGI GIUSSANI AFFEZIONE E DIMORA
«Ma la parola “misericordia” è inconcepibile, è come qualcuno che entrasse in aula, nell’aula gremita, menando colpi d’anca e di braccio a destra e a sinistra per farsi strada, fino ad arrivare davanti a tutti: ed ecco, tutti dimenticano quello che hanno in mente e che sentono, dimenticano tutto, tanto è spaventosamente umana quella faccia, la faccia di quello che è andato davanti. È così spaventosamente umana, così esageratamente umana – “esageratamente” umana -, da essere inconcepibile, umanamente inconcepibile. È questo che ci introduce nella parola “misericordia”, che nessuno può definire, ma che è il Mistero da cui tutto in noi s’origina, a cui tutto in noi è diretto, di cui tutto è fatto, così evidentemente necessario per poter sopportare l’esistenza propria delle cose, quanto incomprensibile. Non c’è infatti nessun’altra parola che la eguagli nell’indicare l’ultimo traguardo da cui l’eterno si apre sul tempo» (L. Giussani, La fede è un cammino dello sguardo, in «Litterae Communionis – Tracce», n. 9, ottobre 1995, inserto, p. II).

«Il padre, quando allarga le braccia, non abbraccia il figlio, abbraccia tutte le porcherie che ha fatto, abbraccia tutte le parole che sta dicendo e tutta la sua vita passata, lo abbraccia da quando ha avuto origine nel ventre di sua moglie. Allora il padre, in questa brillantezza di emozione, diventa come uno specchio, lo specchio del poveraccio che ha davanti. Il padre diventa lo specchio del poveraccio che ha davanti, cioè Dio diventa misericordia, che è l’ultima definizione che si dà di Dio» (Tischrede 168 del 22 giugno 1995, in L. Giussani, L’attrattiva Gesù, BUR, Milano 1999, p. 209).

Il riconoscere la Presenza di questo Dio diventato uno fra noi, di Te, o Cristo, questo mi riconforta e mi fa riprendere: mille volte sbaglio, mille volte io sono certo di Te, o Cristo, mille volte Tu mi ridai il coraggio di riprendermi. Quante volte dovremo perdonare? Sempre! Perdonare non vuol dire: “Mettiamoci una pietra sopra”. Perdonare vuol dire far rivivere, far rinascere. La parola vera che il Papa usa per l’Anno Santo, la parola grande, la parola con cui Dio ha definitivamente definito se stesso (non il Dio del pensiero, non il Dio dei morti, ma il Dio dei vivi, il Dio vero, quello che è entrato nella storia) è la parola Misericordia.
Una ragazza, una volta, mi ha telefonato dalla casa di cura in cui era stata ricoverata e mi ha detto: “Sa, don Giussani, ho capito che cos’è la misericordia”. Io ho chiesto, un po’ stranito: “Cos’è?”. “È la Giustizia che ricrea” e poi ha attaccato. Raramente i miei maestri mi hanno detto una verità così. “Giustizia che ricrea”, perché non oscura ciò che sono, ma mi dà la forza di una Presenza, per cui mi ricostituisce mille volte al giorno. L’uomo non è più definito dal suo errore, ma è definito da questa Presenza, riconosce questa Presenza come tutto di sé. Questo si chiama “amore”, perché l’amore è affermare un Altro. Perciò l’uomo non è più definito dal suo errore, ma è definito dall’amore, vale a dire dal riconoscere Te, o Cristo.
Una volta hanno trovato san Francesco d’Assisi nel sottobosco della Verna con la faccia per terra che ripeteva continuamente: “Chi sono io, chi sei Tu?”. È questo l’annuncio dell’Anno Santo: una rinnovata speranza.
( DON GIUSSANI, 1983)

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