“una resistenza impressionante all’essere pervasi dalla gioia, dalla letizia…”

Dire: «Il gusto viene dallo scopo» è dire la gioia di fronte a una verità scoperta, è dire lo stupore di fronte alla bellezza. Essere «stupefatti per l’accaduto» o «il gusto per l’accaduto» sono sinonimi, perché il gusto, lo stupore e la gioia sono per la bellezza di ciò che è accaduto, la bellezza della verità. La bellezza della verità è ciò che mi fa dire: «È la verità!».  Allora, la nostra mancanza radicale, ciò che ci lascia questa indecisione di fondo è una incapacità, una acerbità totale, al gusto della bellezza, al gusto estetico, ed è quindi una resistenza impressionante all’essere pervasi dalla gioia, dalla letizia, perciò dalla vivezza – dalla vivezza! –. Perché solo ciò che è bello, che ti appare bello, che ti fa vivo, cioè catalizza l’energia della tua vita, è la tua vita!

È questa carenza atroce che si nota in voi, come giovani di oggi, questa carenza tremenda di stupore di fronte alla bellezza, di capacità recettiva della bellezza. L’esito che invece vi colpisce è quello che provoca una pura reattività. L’esito con cui le cose vi raggiungono è quello di una reattività: vi provocano una reattività e vi bloccano in voi stessi, così che ogni cosa che vi viene davanti è da usare per voi stessi, strumentalizzare. Lo stupore, il ricevere la bellezza è l’inverso: gli occhi sbarrati, gli occhi e la bocca spalancati ad ascoltare, a guardare, a ricevere. E uno è tutto fuori di sé: si chiama estasi, essere nell’altro (ekstasis in greco vuole dire essere fuori di sé; eksistanai, stare fuori di sé). La vostra è una incapacità di estasi, ma diciamolo con un termine più banale: è una incapacità di affezione. Se qualcheduno, invece che prendere spunto dalle categorie del movimento per fare le sue filosofie o le sue dottrine, svolgesse una dottrina dell’esperienza del movimento – ma dovrebbe essere uno capace di estasi –, la chiave di volta di quella dottrina sarebbe la parola «affezione». Questo ricevere la bellezza, questo stupore della bellezza, questa gratitudine per ciò che si è intravisto, per l’intuizione avuta, per l’accaduto, questo stupore, questa gratitudine, è la capacità di affezione. Il gusto estetico (l’essere commosso, la capacità di emozione, la capacità di commozione) ti muove, è per aderire a ciò che è detto, non è per rimanere bloccato nella tua reazione; ti muove, ti fa uscire da te e «aderire a» (affezione: «Aderire a»). È l’incapacità di affezione quella che vi impedisce la decisione. Questa è l’ultima formula, ed è anche la più semplice per tutti, ma io ho voluto fare il resto, perché è un

gusto troppo grande.  Il primo effetto di questa affezione è che uno è stupito di ciò che è, perché non è lui! E il secondo effetto di  questa affezione è quello di fare emergere una dignità – sono parole che avete detto voi all’assemblea – inimmaginata, perché la mia dignità è ciò a cui sono affezionato. E, terzo, è in questa affezione che si stabilisce una consistenza al di là degli stati d’animo o delle reazioni. È in questa affezione che prende corpo la consistenza dell’io, di una persona, al di là degli stati d’animo e delle reazioni, che, tra l’altro, sono tutti determinati da cose e da persone che non sono noi stessi e non sono il nostro destino, perciò sono tutti strumenti di schiavitù, che non ci lasciano liberi. La libertà è consistenza e la consistenza è l’affezione a ciò che si è intravisto, anche per un solo istante, come proprio destino, perché ci ha parlato con un accento che nessuno ha, che nessun altro ha. Dopo quello che ho detto, qualcuno potrebbe domandarmi: «E allora?». No, dico io, quello che ho detto è già una risposta ed è una risposta compiuta. Il primo fattore di una risposta compiuta è la resistenza all’affezione: non c’è altro da dire. È la resistenza all’affezione che voi avete. Sbloccatela, piantatela! Io rispondo così. Sappiate che è incapacità all’affezione e perciò è disumanità: è disumanità il non vivere questo stupore, questa gratitudine, il non lasciarsi afferrare da questo senso della bellezza, da questa bellezza; non è essere più umani, più intelligenti o più autonomi: è essere più stupidi e ottusi. Comunque, almeno questo: giudicatevi! La resistenza dell’indecisione, certo, l’ho io e l’avete voi: è la battaglia. Dico che la parola affezione, così come è stata spiegata, come è stata originata, segna la strada della battaglia. Come ci ha insegnato sant’Agostino, la bellezza è da domandare.32 Questa è l’unica cosa in più che si potrebbe dire, l’unica in più che si deve dire. Bisogna domandare questo, perché se un ragazzo, a venti-ventidue anni, ha fame e sete di una ragazza in gamba, la cerca: la cerca! Cercate ed otterrete, «chiedete e vi sarà dato»:33 chiedete questa affezione o questo fiorire del valore estetico della vita, che è il tramite, è la modalità, in cui la verità si comunica («Il bello splendore del vero»).
Giussani Luigi, Certi di alcune grandi cose (1979-1981), BUR, 2007

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