“La Repubblica di Barbapapà” di Giampaolo Pansa

“con il suo libro sulla “Repubblica di Barbapapà” ci fa capire dove sta la grandezza dell’uomo: non in una pervicace affermazione di sé, dimenticando o cancellando il male fatto, soprassedendo sui propri errori e tenacemente denunciando quelli altrui, ma in quell’atteggiamento che nostro Signore Gesù Cristo ci ha insegnato: “La verità vi farà liberi”.
Chissà se gli operatori dei mass media sapranno fare tesoro di questa lezione”.

Un lettura gradevole suggerita da CulturaCattolica.it:

La storia interpretata e scritta da un buon giornalista è sempre avvincente, a volte discutibile, spesso chiarisce i punti oscuri e rivela il volto umano presente in tanti episodi, di cui spesso ci si chiedono le ragioni.
È lo specchio della grandezza e della miseria dell’uomo, delle sue conquiste e delle tante sue meschinità. Mostra il cuore nascosto, il profondo degli uomini, aiutandoti a guardare con più compassione e anche con maggior criticità quello che accade. E siccome Giampaolo Pansa, nel suo libro “La Repubblica di Barbapapà” sa anche scrivere molto bene, ti accompagna per un tratto di storia, che in qualche modo si è svolta nei tempi della tua vita e del tuo impegno umano e, per me, sacerdotale, con gusto e soddisfazione.
Come sempre ci si accorge che ogni lettura manichea della realtà è fuorviante, e come risultato impedisce quel confronto tra persone libere che costituisce la bellezza della vita.
Lascio ai lettori l’interesse, nel leggere il libro, per scoprire aspetti più o meno nascosti della nostra storia recente.

Mi fermo soltanto a due considerazioni, che possono aiutare non solo a leggere il testo di Pansa, ma a contribuire a una riflessione di attualità sulle circostanze e sui protagonisti della nostra vita.
Ad un certo punto, nel libro, si parla del “giacobinismo” di Repubblica. Pansa riferisce le considerazioni, condividendole, di Angelo Panebianco. Eccole: «Il gruppo che fa capo a Repubblica, salvo poche eccezioni, è portatore di uno stile polemico inconfondibile. Consiste nella sistematica criminalizzazione di chi non la pensa come loro. I repubblicani non conoscono avversari con cui è possibile polemizzare, ma rispettandoli. Conoscono solo nemici da abbattere […] L’antecedente storico più vicino [di questo stile polemico N.d.R], e verosimilmente più contiguo è il ’68. Con il suo carico di fanatismo, di odio, di violente invettive contro i nemici di classe, e contro i loro servi e lacchè […]. [Il successo] è dato dalla sintonia fra lo stile polemico descritto e gli atteggiamenti delle propensioni di una parte della società italiana che ora occupano posizioni di rilievo. E la cui socializzazione politica avvenne, tanto tempo fa, all’insegna dell’estremismo e della protesta anti-sistema. In sostanza il successo del quotidiano ieri di Scalfari e oggi di Mauro è dovuto al fatto che si rivolge a un pubblico ex-gauchiste. Per il quale in politica nulla è più normale, più naturale della criminalizzazione dell’altro che, di volta in volta, viene indicato come nemico» (pp. 291s).
Vorrei anche aggiungere questa riflessione, provocata da quanto nel testo suggerito. Ad un certo punto si racconta la tragica vicenda del commissario Calabresi. Si ricorda il clima infuocato e fazioso della maggior parte dei giornali del tempo. Si ricorda poi l’appello dell’Espresso contro il commissario, sottoscritto da centinaia di intellettuali nostrani.
Incuriosito, sono andato su Internet e ho trovato un elenco completo dei firmatari. Ho cominciato a scorrere alcuni dei nomi: che orrore! Molti degli istigatori dell’assassinio del commissario Calabresi sono personaggi che tutt’ora pontificano nel mondo culturale (giornalismo, teatro, cinema…) di oggi. Alcuni dei nomi (tra i vivi e tra i morti): Giorgio Amendola, Giulio Carlo Argan, Gae Aulenti, Franco Basaglia, Marco Bellocchio, Bernardo Bertolucci, Alberto Bevilacqua, Walter Binni, Norberto Bobbio, Tinto Brass… Mi sono fermato alla lettera B, colmo di tristezza, perché non ho mai visto sinceri atti di pentimento. In un libro letto tempo fa (non ricordo se dello stesso Pansa o di Murialdo) avevo trovato questa affermazione “mentivamo, sapendo di mentire”. Forse, di alcuni di questo elenco, possiamo dire, oggi, allo stesso modo: “mentiamo, sapendo di mentire”.
Come è diverso l’atteggiamento vissuto da Giovanni Paolo II e proposto da tutta la Chiesa: quella straordinaria domanda di perdono che ha toccato il cuore degli uomini del nostro tempo!
Credo, allora, dopo aver letto questo testo, di poter ringraziare Pansa perché con il suo libro sulla “Repubblica di Barbapapà” ci fa capire dove sta la grandezza dell’uomo: non in una pervicace affermazione di sé, dimenticando o cancellando il male fatto, soprassedendo sui propri errori e tenacemente denunciando quelli altrui, ma in quell’atteggiamento che nostro Signore Gesù Cristo ci ha insegnato: “La verità vi farà liberi”.
Chissà se gli operatori dei mass media sapranno fare tesoro di questa lezione.

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