“A cosa servirà la vita? Perché tanto soffrire?”

Cari amici, da tempo Carrón ci sta provocando con la domanda di Pavese: “Per caso qualcuno ci ha mai promesso qualcosa? E allora, perché attendiamo?”  Passando ogni giorno tra i miei figli malati terminali la sfida di questo scrittore che mi ha sempre affascinato mi accompagna, risvegliando in me un potente desiderio di Infinito. Guardando quei letti bianchi, ben ordinati, penso ai corpi martoriati che vi stanno coricati. Ogni letto conserva, come il Tabernacolo Eucaristico, un Gesù con le membra piene di croste o putrefatte. Penso a Rodrigo, un uomo grande, arrivato da poco dall’Ospedale Nazionale dei Tumori. Il suo viso sfigurato da un cancro. Un giorno lo visito e vedo la bella e giovane infermiera Lilly al suo capezzale: “Padre, per favore, vieni qui, vicino a me.” Sono rimasto scioccato: con una pinza gli stava togliendo un centinaio di vermi che, grazie a un farmaco spray, spruzzato sulla garza che copriva il lato sinistro del viso, marcio, uscivano dal naso, dalle orecchie, dalla bocca, eccetera.. Per giorni è stato il lavoro principale delle infermiere. Guardando questo tabernacolo dello Spirito Santo soffrire e che, con l’unico occhio che aveva sano -il destro- mi guardava come chiedendo aiuto, sentivo crescere in me la domanda: a cosa servirà la vita? Perché tanto soffrire? Perché i poveri devono marcire per la malattia senza che nessuno li aiuti? Tuttavia, che senso di gratitudine verso il Signore che mi dà la grazia di condividere questo dolore che in ogni istante sveglia in me la coscienza che, tanto Rodrigo quanto me, siamo fatti per l’Infinito. La notte in cui è morto non c’era con lui nessun parente. Sono rimasto lì, in compagnia di un’infermiera, accarezzandolo mentre lottava con la morte. Il suo respiro era affannoso, come se l’anima volesse uscire per raggiungere il suo destino amoroso, mentre il corpo voleva ancora tenerla legata a sé. Alla fine ha vinto l’anima, non la morte, ed è rimasto il corpo di Cristo martirizzato. L’abbiamo baciato e l’abbiamo portato all’obitorio, dove il giorno dopo è stata celebrata la funzione funebre. Il suo viso, la parte sana, esprimeva una profonda pace. L’ho guardato a lungo, seduto al suo fianco e pregando per lui, certo che Qualcuno ci ha promesso qualcosa e per questo esiste questa clinica. Per questo il mio unico desiderio è condividere con loro il dolore e anche, quando Dio lo vorrà, la morte. Molte volte, nelle ore della notte, quando tutto è tranquillo, amo rimanere in silenzio, di fianco al cadavere coperto con un bel lenzuolo, pregando e contemplando il miracolo della Resurrezione. Un tempo avrei avuto paura, ora è uno dei momenti più belli del giorno, perché mi rimette alla ragione unica per la quale vale la pena di vivere. In realtà credo che accompagnare Cristo a morire sia il compito più importante della mia vita e soprattutto il Cristo delle favelas che arriva qua distrutto sia moralmente che fisicamente. Ognuno è come il servo di Javhè del quale parla Isaia: non ha né fama né bellezza. Ma è Gesù e allora, come non abbracciarlo, non baciarlo? Amici, pregate per me, affinché il mio sguardo sia lo sguardo di Cristo, come quello dell’infermiera Lilly che toglieva i vermi a Rodrigo con tanta tenerezza.

Con affetto,

P. Aldo

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