Un semplice e umile lavoratore nella vigna del Signore

Certo, mi ha sconcertato il gesto di Benedetto XVI; ma è stato solo la prima reazione emotiva. In fondo è comodo avere un punto di riferimento stabile e quasi la coscienza si addormenta come un bimbo tra le braccia della mamma. Ma la coscienza del Papa di fronte a Dio ha compreso realisticamente che il progetto buono del Padre gli chiedeva di servire la Chiesa, Sposa di Cristo, in un altro modo.

Penso che chi non vive la fede come esperienza di Cristo presente, che interpella dolcemente la tua coscienza attimo per attimo, sia decisamente difficile capire, anche la scelta del silenzio e della clausura nella quale per il momento pare Benedetto si voglia appartare.

Eppure, a me questo gesto è servito per capire che la Chiesa non è del Papa, né dei fedeli o dei Vescovi: la Chiesa è di Dio e solo Lui può decidere come deve essere guidata. E siccome Dio non è un’idea astratta, ma è più concreto della nostra stessa vita, val la pena di fidarsi di Lui che non ci farà mai mancare la sua guida, nonostante la Sede Vacante  per qualche settimana.

Interessante l’intervista al teologo Javier Prades riportata da Tracce:

Afferrato da Cristo

di Davide Perillo

Il Papa ci ha spiegato la fede, da maestro. Ma soprattutto «l’ha fatta accadere». L’umiltà dell’inizio e della fine indicano il vero contenuto di ogni suo passo: «La prima iniziativa è di Dio». Il teologo JAVIER PRADES ci accompagna dentro questi otto anni

L’inizio e la fine. Certo, si specchiano già a prima vista. Difficile non vedere nell’umiltà con cui ha rinunciato al Soglio pontificio lo stesso tratto con cui Benedetto XVI si era presentato al popolo di Dio, il 19 aprile di otto anni fa: «Dopo il grande papa Giovanni Paolo II, i signori cardinali hanno eletto me, un semplice e umile lavoratore nella vigna del Signore». Ma ora che il lavoro si conclude, ed è tempo di bilanci, si capisce che c’è qualcosa di più nel legame che unisce quei due gesti. «C’è una testimonianza che abbraccia tutto il resto», dice Javier Prades, 52 anni, teologo e rettore dell’Università San Dámaso di Madrid: «In come il cardinale Ratzinger aveva accettato la carica c’era già, in nuce, il cuore di quello che è venuto dopo: la prima iniziativa è di Dio, non nostra. Benedetto XVI lo ha mostrato a tutti con grande chiarezza. È un uomo libero. E lo si è visto bene, in questi anni».

Quali sono stati i tratti salienti di questo Pontificato?
Subito, addirittura a ridosso dell’elezione, nella messa Pro eligendo Pontifice, Ratzinger aveva già disegnato una comprensione profonda del mistero della vita cristiana e dei bisogni della Chiesa. È quello che ha detto dopo, nella prima omelia da Papa: non ripone la sua speranza nei programmi, ma nella volontà di rispettare l’iniziativa del Mistero. È la consapevolezza che la vera urgenza è alla radice, nel rapporto con il Mistero di Dio, appunto. È un refrain che si è mantenuto nel tempo. Ed è diventato decisivo, anche per la sensibilità con cui ha sviluppato i grandi discorsi del Pontificato. Pensiamo alla lezione tenuta ai Bernardini, con l’insistenza sul quaerere Deum: «I monaci non hanno pensato a creare una cultura cristiana, ma hanno cercato Dio». La conseguenza è stata una novità di vita che ha portato a creare una realtà inaspettata. Ecco, questa preminenza del Mistero è sicuramente uno degli assi portanti. Ma ce ne sono altri.

Quali?
Per esempio, la strenua difesa della ragione umana. Si vede bene nell’intervento a Regensburg, dove emerge quell’affermazione paradigmatica: ciò che va contro la ragione va contro la natura di Dio. Poi, l’attenzione è stata deviata dalle polemiche sull’islam. Ma la rivendicazione dell’ampiezza della ragione è diventata una costante del Pontificato. Basta pensare anche al discorso non pronunciato alla Sapienza, quando gli impedirono di intervenire, o all’immagine del bunker usata davanti al Bundestag tedesco, nel 2011. E più a monte c’è l’affermazione dei tratti essenziali della fede cristiana, della sua specificità: la risposta dell’uomo all’iniziativa di Dio nella storia è il riconoscimento di un avvenimento. In questo senso, le prime righe della Deus caritas est, la sua prima enciclica, sono decisive.

«All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva». È una formulazione che colpì tutti…
E che porta dritti fino all’Anno della Fede. Perché una grande caratteristica di Benedetto XVI è stata proprio la consapevolezza dell’irriducibilità del fatto cristiano. Anzi, forse il fattore dominante è questo.

In che senso?
Per il Papa è il riconoscimento di Cristo che consente di spiegare gli altri elementi: la sovranità di Dio e la dignità dell’uomo. Questo Papa non arriva a Cristo dopo, come derivazione: è partendo da Lui che coglie questa dimensione incondizionata di Dio, non subordinata a niente, come sorgente della dignità dell’uomo. Dio è sempre prima. Può risultare molto familiare un’espressione di don Giussani: «Qualcosa che viene prima».

Quali sono i momenti con cui è emersa con più chiarezza questa centralità? 
Il Pontificato è ricchissimo di questa consapevolezza. Se dovessimo identificare dei documenti, a parte le encicliche, direi che le sue esortazioni Sacramentum caritatis e Verbum Domini, dopo i corrispettivi Sinodi, di fatto sono un canto a Cristo, Verbo incarnato, reso presente agli uomini nell’Eucaristia e nella Parola di Dio. Fino ad arrivare alle catechesi dell’Anno della Fede. Ma questo primato, nei suoi testi, è una costante: riguardo all’interpretazione della Scrittura, alla vita del comune fedele, all’attesa umana o al dinamismo dell’amore, Cristo viene sempre prima. Non dimentichiamo che Ratzinger si è formato alla scuola di Agostino. Ma questa sensibilità si è espressa anche in certi gesti educativi; le Giornate della Gioventù, per esempio. Sono momenti rivolti al mondo intero, in cui il Papa ha orientato lo sguardo di tutti verso l’essenziale: Cristo.

Ecco, a proposito dell’«apertura al mondo intero»: un altro tratto saliente del Pontificato è il dialogo avviato con la modernità anche in forza di questa difesa della ragione. Che caratteristiche ha avuto, secondo lei? 
Il primo dato, non scontato, è proprio questa forte volontà di dialogo. Ratzinger lo dice già nel 2005, quando propone un «sì» alla modernità. È un «sì» critico, in grado di indicare anche le riduzioni della dimensione moderna dell’uomo e della ragione. Ma per Benedetto XVI sia la modernità che la Chiesa si sono evolute, e oggi siamo in grado di approfondire il confronto su certi grandi temi: la libertà religiosa, il rapporto tra Chiesa e Stato, quello tra scienza e fede. E i problemi etici, la dignità dell’uomo… Temi cari al mondo moderno. Lui quel confronto lo ha mantenuto a più livelli: tenendo dialoghi diretti, ma anche impostando i suoi interventi sotto forma di dialogo, facendo eco alle domande dei contemporanei. Mi sembra una caratteristica dell’intelligenza di Ratzinger per la visione della Chiesa in rapporto al mondo di oggi.

Così facendo ha letto in maniera originale anche certe categorie culturali: ha parlato di «ecologia dell’uomo», di «laicità positiva»…
Ecco, questo è un esempio interessante: la laicità positiva. Benedetto XVI in Francia, nel cuore della tradizione che sembrerebbe più ostile al cristianesimo in Europa, rivendica la laicità dello Stato e la giusta separazione tra Stato e Chiesa richiamando, però, una nuova fase in cui si vada oltre lo steccato della contrapposizione. Insomma, apre il dialogo su una delle questioni basilari della civiltà europea. Altro esempio: la scienza. Già da teologo Ratzinger ha avuto la sensibilità di guardare a quel mondo poggiando su una convinzione: il reale è intelligibile. Questo apre a uno sguardo di fiducia sulla scienza e sul lavoro degli scienziati, dà un grande credito al loro contributo di conoscenza della realtà. E permette di affrontare in modo nuovo un altro punto importante nel rapporto con la modernità.

Man mano è diventato sempre più evidente che parte essenziale del magistero di Benedetto XVI era proprio la sua testimonianza personale. In qualche modo ha mostrato anche con la vita la verità di ciò che indicava nell’insegnamento: il momento della rinuncia, in questo senso, è stato imponente, ma ho presente anche occasioni come la Gmg di Madrid, o l’atteggiamento davanti alle vittime della pedofilia… Quanto è stato importante questo aspetto? Quanto il Papa ci ha aiutato a capire che il cristianesimo è anzitutto qualcosa che accade e si conosce per testimonianza?
È decisivo. Nei suoi confronti c’era – e per tanti versi permane – un cliché: «È un Papa teologo, un professore». È vero. È un grandissimo teologo e professore, ma lo è in forza della sua capacità testimoniale. È un testimone di Cristo. Lo è sempre stato. A leggere le sue opere teologiche, a seguire le sue interviste, si scioglie l’immagine del Panzerkardinal (non dimentichiamo cosa sono stati gli insulti contro il Ratzinger cardinale…); ci si è accorti che sia da Papa che prima è stato sempre molto libero. Nel libro su Gesù di Nazaret ci consegna una sua riflessione essenziale, quasi una sorta di testamento dottrinale. E la inizia dicendo che si sottopone alla libera discussione, perché questo libro non è un gesto magisteriale in senso proprio. Ecco, a mio parere in quel gesto forza testimoniale e contenuto coincidono. Il libro comunica in maniera molto forte il fatto che la fede in Cristo è il punto di partenza e di destinazione dell’intera esistenza, e ne presenta le ragioni per una discussione aperta.

È stato veramente un «umile operaio nella vigna del Signore», quindi.
Sì. In Benedetto XVI le parole e i gesti si accompagnano. Anche quando ci sono state fatiche non piccole, o addirittura difficoltà molto gravi, se n’è fatto carico in prima persona: pensiamo ai casi di pedofilia, alle polemiche sui lefebvriani. Ha preso iniziativa scrivendo ai Vescovi, giudicando, riconoscendo gli errori commessi. Se da una parte corregge e giudica, offrendone le ragioni, dall’altra accetta il dialogo e le riflessioni che gli vengono proposte.

In che cosa è cambiata la Chiesa in questi otto anni?
Di sicuro è una Chiesa che è stata aiutata a riconoscere l’essenziale della fede e a comunicarla a tutti.

E lo sta facendo? Insomma, quanto ha inciso davvero il magistero di Benedetto XVI sulla Chiesa e sul mondo?
Ha inciso profondamente, a mio parere, anche se c’è ancora molto da assimilare nella vita della Chiesa. Questo Papa si è esposto, sia ad intra che ad extra. Dovunque si è messo davanti a tutti, ha ottenuto di fatto l’allargamento della ragione: chi ascoltava e si paragonava, scopriva domande e poteva accogliere le evidenze della ragione e la certezza della fede. C’è ancora una lunga strada per far passare nel tessuto ecclesiale questo atteggiamento. Così come c’è tanto da fare per approfondire altri punti decisivi della sua riflessione. Pensiamo alla sua preoccupazione sulla vera interpretazione del Concilio Vaticano II, un aspetto magari meno immediato per la gente comune, ma che per la vita della Chiesa è di grande trascendenza. Il Papa lega l’interpretazione a questa intelligenza profonda della tradizione cristiana, che è sempre in grado di riformarsi nella continuità del soggetto-Chiesa. Anche su questo dovremo riflettere molto.

E fuori dalla Chiesa? 
Per fare soltanto un caso, nel volume Dio salvi la ragione (Cantagalli; ndr) si vede come il Papa di fatto, grazie al suo discorso di Regensburg, ottiene da André Glucksmann, da Joseph Weiler, da Gustavo Bueno, da alcuni grandi nomi della scena occidentale una risposta che riapre delle posizioni. Incide, insomma. Ma è un piccolo esempio di una dinamica che si è vista spesso, in questi anni. Pensiamo alla visita in Inghilterra. In una società che poteva avere tutti i pregiudizi possibili verso il Papa di Roma, lui riesce a generare un atteggiamento che David Cameron, il premier, ha sintetizzato bene: «Ha sfidato l’intero Paese a sedersi e pensare». E potremmo dire qualcosa di simile anche per le visite in Francia, all’Onu, nella Repubblica ceca… O per l’impatto delle Gmg.

Lei c’era a Madrid…
Sì, e anche lì ho visto superare uno stereotipo: «È un Papa anziano, che non sa incontrare i giovani». Invece si è visto un Pontefice che ha fatto dei gesti essenziali, centrati tutti sui misteri nucleari della fede: l’Eucaristia, la Croce, l’annuncio di Gesù a tutti, la carità. E che, così facendo, non solo ha trascinato una folla come non si era mai vista a Madrid, ma ha ottenuto dai ragazzi una serietà e una profondità che a volte neanche loro riconoscono a se stessi.

Quanto è rimasto di quell’incontro dopo?
Ho visto persone che hanno riscoperto la fede o hanno scoperto la vocazione. O rapporti con autorità civili e realtà sociali che si sono aperti grazie a quei giorni e lo sono rimasti. Dopo lo tsunami della folla, ovviamente, tutto rifluisce un po’. Ma ci sono molte persone a tutti i livelli per cui quella Gmg è stata un punto di svolta.

C’è un elemento potente di quei giorni, che ritroviamo in altri momenti o nelle stesse catechesi di quest’Anno della Fede: Benedetto XVI valorizza molto l’aspetto affettivo, il desiderio, ma lo fa sottolineandone sempre il legame intrinseco con la ragione, l’unità dell’io. Quanto è stata importante questa «ricentratura»? E come aiuta a sottrarre la fede al terreno del sentimentalismo? 
È vero, il papa Ratzinger valorizza molto anche questo aspetto. Nelle encicliche, per esempio, affezione e desiderio sono un fattore portante: ragione e libertà sono tenuti come un valore, come un bene. Già nella Deus caritas est Benedetto XVI fa un percorso che parte dalla dinamica dell’eros, e quindi del desiderio affettivo, senza contrapporlo all’agape, alla carità. Sono testi di una ricchezza eccezionale. Ma anche nel messaggio indirizzato al Meeting 2012 c’è una valorizzazione della dinamica del desiderio proprio perché intimamente legato alle domande ultime della ragione. Per questo non è un impeto sentimentale: ha a che fare con la piena intelligenza del reale, e non solo con l’inclinazione o la pulsione.

Accanto al richiamo ad «uscire dal bunker» e «allargare la ragione» c’è stata pure un’insistenza continua sulla «gioia e la bellezza» dell’essere cristiani. Una «convenienza umana» totale, insomma. Anche qui, che novità ha portato il suo magistero? 
Ci sarebbe molto da dire. Penso agli incontri con gli artisti. O alle sue parole alla Scala. Ma teniamo solo un esempio che ho visto da vicino: la sua interpretazione della Sagrada Família, a Barcellona. In quell’occasione il Papa ha fatto una catechesi sulla bellezza che indica ancora una volta una sensibilità imprescindibile per il cristianesimo in Europa: nel cammino dell’uomo, Dio emerge come la fonte di questa bellezza, così come lo è del bene e della verità. Il fascino che genera un’attrattiva resta il fattore iniziale della comunicazione della fede.

E il rapporto con Cl? Joseph Ratzinger era molto amico di don Giussani, e si sa. Ma il modo in cui il suo magistero ci sta aiutando ad approfondire anche il carisma di Giussani è addirittura commovente…
Chi è educato da don Giussani trova una sintonia, un’affinità con questo Papa che glielo rende molto familiare. Grazie al carisma risulta possibile condividere e amare le sue proposte secondo una sintonia di cui lo stesso Ratzinger parlò nell’omelia del funerale di don Giussani e di cui ha riparlato proprio poche settimane fa, nell’udienza alla Fraternità San Carlo Borromeo. Questa familiarità è una grazia nella grazia. Non si può che riconoscerla con gratitudine e stupore.

Stupisce anche come persino nel gesto della rinuncia ci sia qualcosa che ci fa capire meglio alcuni punti su cui abbiamo lavorato molto negli ultimi tempi: il richiamo che «a nulla fuorché a Gesù il cristiano è attaccato», come diceva don Giussani; la supremazia della testimonianza e non del potere; il fatto che le circostanze sono «un fattore decisivo e non secondario» nella vocazione personale… Sono cose che abbiamo visto incarnate in maniera potentissima e al massimo livello nel Papa. 
Anche con la rinuncia, a mio parere, Benedetto XVI ha fatto un gesto di amore a Cristo e di fiducia in Dio in atto. Dio è reale, è tanto reale che può guidare la Chiesa con l’assistenza dello Spirito. È vero, ci fa vedere bene che «a nulla fuorché a Gesù» vale la pena di attaccarsi. E per via della sua testimonianza siamo costretti a prendere posizione in modo tale che possa crescere la nostra fede. Non ci ha soltanto spiegato la fede: l’ha fatta accadere. E poi l’ha anche spiegata, egregiamente.

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