«Dovete essere innamorati di Cristo»

Oggi è l’anniversario della morte di don Giussani. Desiderlo ricordarlo così, con questo contributo di S. Filippi da Tracce:

21/02/2013 – A otto anni dalla morte del fondatore di Cl, padre Piero Gheddo (Pime) racconta dell’incontro con un uomo che lo ha «posto davanti alla bellezza della fede». Un’amicizia che ha reso il suo sacerdozio «più pieno e più vero»…

  • Padre Piero Gheddo.Padre Piero Gheddo.

Alla vigilia degli 84 anni (e ai 60 di sacerdozio), padre Piero Gheddo è in piena attività. Libri, conferenze, articoli, viaggi, trasmissioni radio, blog. È il missionario italiano più famoso, ed è un uomo che ancora si commuove quando incontra persone che si convertono alla fede cristiana in ogni angolo del mondo. Da giovane prete del Pime (Pontificio istituto missioni estere) frequentò assiduamente don Giussani, e la loro amicizia rimase negli anni. Gli inviò una cartolina dall’India pochi giorni prima che morisse: aveva pregato per lui e per il movimento nel più grande santuario mariano dell’India, a Vailankanni, dove ogni anno si recano oltre cinque milioni di pellegrini.

Padre Gheddo, quando conobbe don Giussani?
«Era la fine degli Anni Cinquanta, tra il 1955 e il ’58. Avevo ricevuto l’ordinazione nel ’53. Entrai in contatto con lui attraverso monsignor Aristide Pirovano, a quel tempo vescovo della diocesi brasiliana di Macapà, in Amazzonia. Don Gius – già allora lo chiamavamo così – voleva mandare i primi volontari di Gioventù Studentesca in missione in America Latina e aveva chiesto aiuto a quel vescovo del Pime e al dottor Marcello Candia».

Che cosa la colpì di lui?
«Era un prete travolgente, pieno di passione. Mi invitò alle catechesi che teneva in via Statuto a Milano, la prima sede del movimento. Andavo con un confratello del Pime, padre Giacomo Girardi, suo grande amico. Eravamo affascinati. Giussani era un uomo innamorato di Cristo, e continuava a ripeterlo anche a noi: dovete essere innamorati di Cristo, egli non è un uomo del passato ma una persona presente, di cui ci si può innamorare. Ci colpiva la forza della sua fede, l’insistenza su Gesù Cristo presente e sul valore della cultura. La fede che diventa cultura, che non è un fatto privato ma incide su tutti gli aspetti della vita».

Lei avvertiva quelle parole come un fatto nuovo per lei?
«Grazie a Giussani il mio sacerdozio divenne più pieno e più vero. Intendiamoci, ero già ben instradato: ero stato tirato su da due genitori che – a Dio piacendo – sono avviati alla beatificazione, e poi c’era stato il Pime. Da don Gius ho imparato la fede come militanza. Lo ripeteva sempre: se la fede non cambia e non rende più umana la vita dell’uomo e della società, non conta nulla. I ragazzi, e anche noi giovani preti, eravamo posti con forza davanti alla bellezza della fede, e alla responsabilità di aver ricevuto da Dio questo dono di cui tutti hanno bisogno. Era un modo vivo, originale, appassionante, di intendere l’essere cristiano».

Che aiuto ebbe da don Giussani?
«Volevo partire per l’India ma ero stato trattenuto dai miei superiori per lavorare nella stampa missionaria. La sua insistenza sulla fede che diventa cultura fu fondamentale per i compiti che mi erano stati affidati. Per me fu un baluardo anche nel Sessantotto, gli anni della contestazione che colpirono duramente la Chiesa. Don Gius la difendeva con vigore. Ha sempre obbedito – e fatto obbedire – al Papa e ai vescovi, ma in quel periodo lo fece in modo particolare. Il Sessantotto non se la prendeva tanto con Cristo: Gesù era considerato il primo socialista, una sorta di capo rivoluzionario. Piuttosto i contestatori attaccavano la Chiesa, la presenza fisica di Cristo, che invece Giussani difendeva con tutte le sue forze. Per me che appartengo a un istituto pontificio, l’attaccamento del don Gius al Papa me lo rese ancora più caro».

Vi frequentaste ancora negli anni in cui il Pime ospitò la sede di Cl.
«In via Mosé Bianchi l’istituto aveva costruito un’ala nuova e dal 1973 al 1993 ospitammo volentieri Cl, che faticava a trovare una sede nelle strutture della diocesi. Sempre attraverso padre Girardi, cedemmo in comodato tutto il terzo piano, 18 locali. Il mio ufficio era proprio sotto a quello di Giussani. Il sabato pomeriggio teneva le lezioni di catechesi: non ho mai visto i nostri saloni così pieni. Voleva molto bene all’istituto, ci indirizzava i suoi giovani con la vocazione per le missioni. Furono una trentina i ragazzi di Gs entrati nel Pime: ricordo in particolare il grande padre Massimo Cenci, morto l’anno scorso, che fu sottosegretario di Propaganda Fide, e monsignor Giuliano Frigeni, oggi vescovo di Parintins in Brasile».

E in quegli anni di vicinanza in via Mosé Bianchi che cos’altro scoprì in don Giussani?
«Ebbi conferma della sua apertura alla missione universale della Chiesa. Erano tempi difficili per la presenza cristiana nella società. Giussani sostenne con entusiasmo le veglie missionarie organizzate a Milano da padre Girardi: si andava dal Castello Sforzesco al Duomo, e via Dante, teatro abituale di scontri e sassaiole, diventava un fiume di giovani cristiani. Ho in mente le campagne di opinione pubblica, da quella per accogliere in Italia i “boat people” di Vietnam e Cambogia alle manifestazioni per la pace in Libano. Anni dopo don Giussani mi invitò al Consiglio nazionale del movimento, all’istituto Sacro Cuore, quando voleva mandare qualcuno in Giappone. L’Asia è un continente difficile, gli dissi che ci volevano almeno vent’anni di presenza per cominciare a capirci qualcosa».

Lei si trovava proprio in Asia, in India, il giorno in cui don Giussani morì.
«Sì, stavo visitando le popolazioni colpite dallo tsunami negli stati del Tamil Nadu e dell’Andhra Pradesh. Mi telefonò nel cuore della notte italiana padre Bernardo Cervellera, un altro dei giessini del Pime. Giorni prima avevo spedito a Giussani una cartolina dalla città di Chennai scrivendogli che avevo pregato per lui e per Comunione e liberazione al santuario della Madonna di Vailankanni, la Lourdes indiana».

E oggi come giudica l’eredità di Giussani?
«Giussani è sempre presente, vedo che è un riferimento continuo nelle catechesi di Cl. Ricordo bene quando nacque il Movimento popolare con Formigoni e Buttiglione: egli ne era felice ma disse subito che Cl non era coinvolta perché lasciava piena responsabilità ai singoli. Comunione e Liberazione, come altri movimenti, è una risposta dello Spirito alla crisi di fede che ha colpito la Chiesa. La vita e l’insegnamento di Giussani dovrebbero far riflettere la Chiesa italiana e noi missionari sul carisma di ciascuno e sulla fedeltà alla nostra vocazione».

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1 Commento

  1. Carità come condivisione dei bisogni. Noi dobbiamo fare tesoro di questo desiderio di intercettare il bisogno degli uomini che l’Arcivescovo incontrava lungo il cammino della vita. La Chiesa non può essere mai indifferente alle domande e ai bisogni degli uomini. Queste domande, che sono le nostre, sono una sfida per noi credenti, perché solo così ci rendiamo conto se abbiamo qualcosa nella nostra esperienza da comunicare a chi ci chiede ragione della nostra speranza. Questo è il vantaggio del tempo presente per noi credenti: non è sufficiente la ripetizione formale delle verità della fede, come ci ricorda continuamente Benedetto XVI. Gli uomini attendono da noi la comunicazione della nostra esperienza, non un discorso astratto, sia pure corretto e pulito. Come ci richiamò Paolo VI: la nostra epoca ha bisogno di testimoni, più che di maestri. Solo il testimone può essere maestro. Sono sicuro che il cardinale Martini, dal Cielo, ci accompagnerà a condividere i bisogni degli uomini e a trovare strade per risponderne che siano all’altezza delle loro domande.

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