Ottantasettesimo giorno di scuola

Entro in classe e ho uno scarto improvviso.

Mi passa nella mente tutto quello che ho sentito la settimana scorsa, l’insieme di opinioni sugli studenti  che mi si e’ incrostato nei gangli del pensiero.
Sento un rifiuto che mi sale dirompente dal cuore, li guardo in faccia i ragazzi e le ragazze che si apprestano ad iniziare la giornata e il mio giudizio e’ chiaro, non c’e’ alcun dubbio, questi  studenti reali non hanno nulla a che fare con il modo con cui ne parliamo nei nostri consessi illuminati, questi studenti reali sono fatti di carne e sangue, sono vivi e vibrano di un desiderio positivo.

Mi affascina che gli studenti reali prendano il sopravvento su quelli di cui riempiamo i nostri discorsi ed ha una attrattiva irrefrenabile la tenerezza che provo guardandoli in faccia, un’altra cosa rispetto alle opinioni negative con cui abbiamo cospirato insieme per prendere le distanze dalla realta’.

Riparto questa mattina da questo scarto tutto positivo, ho davanti dei ragazzi e delle ragazze che sono pieni di vita, ho per loro la stessa stima che nutro nei confronti del mio io  e questo e’ cio’ che mi riempie il cuore di letizia.

E’ un nuovo inizio che si lascia alle spalle le pessime valutazioni con cui abbiamo segnato uno ad uno studenti e studentesse, finalmente il coraggio di iniziare da quello che sono realmente e non da come ce li immaginiamo!

Mentre vivo tra me e me questa tensione tra immagini e realtà l’ora di lezione prende il largo e lo fa in modo strano perché nel giorno del progetto per non dimenticare non è la Shoah, ma è Sarajevo ad essere al centro della memoria, la città del piu’ lungo assedio della storia contemporanea.

Mi trovo davanti a degli studenti e delle studentesse per cui Sarajevo non significa nulla, devo accompagnarli, l’ora dopo ci sarà la rappresentazione teatrale.

Mi corre davanti agli occhi lo sguardo di Zlata, questa giovane ragazza il cui diario in quei difficili anni mi aveva tanto commosso, e’ lei che ripropongo all’inizio della mattinata a scuola, un suo struggente messaggio, e nel silenzio che segue avverto oggi ancor di più come la memoria sia cercare uno spiraglio di umanità attraverso cui ritrovare se stessi.

Poi c’è lo spettacolo teatrale, il dialogo con gli attori e gli accompagnatori della compagnia, ma quel silenzio mi rimane come il momento decisivo della mattinata intera. Si sono dette tante cose, ma quel silenzio vale in me molto di più di tante riflessioni, perché in quegli attimi nessuno proferiva parola non perché non avesse da dire, ma perché era stato messo di fronte al mistero della sua vita e aveva deciso di starvi. Quanto mi hanno insegnato con quel silenzio!

 

G.M.

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